insensata
per una guerra
sbagliata
- di
Giuseppe Savagnone
La
diplomazia del narcisismo
La
tempesta di missili e droni russi che si è ultimamente abbattuta su Kiev è solo
un’ulteriore conferma che la pace in Ucraina è lontana. La promessa di
Trump di concludere questa guerra nel giro di quarantott’ore, si è rivelata,
come del resto molte altre, una vuota vanteria, specchio del suo
narcisismo.
Narcisismo
che ha caratterizzato anche le giravolte diplomatiche con cui il Tycoon ha
gettato il mondo in balìa dei suoi mutevoli umori. Anche in questa
vicenda, come in altre, Trump gioca a imitare Dio, ma la interpretazione che dà
di questo ruolo è quella di una divinità capricciosa e prepotente.
Il
presidente americano ha esordito attaccando, paradossalmente, il paese
aggredito e mostrando al contrario disponibilità e simpatia per
l’aggressore. Poi ha cominciato a rendersi conto che la guerra l’aveva
voluta Putin, ma ha continuato a imputare a Zelenskyi la sua mancata
interruzione, minacciandolo di privarlo del sostegno militare americano e
indebolendo la sua posizione.
Il
fatto è che Trump sin dall’inizio ha creduto di risolvere tutto con un dialogo
a due col presidente russo, escludendo proprio il governo ucraino che avrebbe
dovuto esserne il protagonista. Ma questo confronto diretto si è risolto
in un disastro.
Putin
lo ha chiaramente preso in giro tenendolo a bada con vaghe promesse. E
anche il celebratissimo incontro del 15 agosto in Alaska, che avrebbe dovuto
imporre al presidente russo almeno un cessate il fuoco immediato, è servito
solo a sdoganarlo dall’isolamento internazionale in cui si era trovato dopo
l’invasione dell’Ucraina.
Un
effetto collaterale particolarmente negativo di questa condotta sconnessa e
autoreferenziale dell’inquilino della Casa Bianca è stata la rottura del fronte
comune che fino ad ora aveva unito le due sponde dell’Atlantico.
L’Europa,
tradizionale alleata degli Stati Uniti, è stata ridotta al ruolo umiliante di
vassallo, rimanendo esclusa dai negoziati. E l’incontro del 18 agosto –
svoltosi significativamente alla corte del presidente americano – ha visto i
suoi leader uniti, ma ha anche evidenziato la loro impotenza a ottenere dal
loro interlocutore chiare e sicure garanzie sul suo futuro comportamento.
A
coronare questa serie impressionante di contraddizioni, di errori e di scacchi,
il Tycoon ha ultimamente lasciato capire che potrebbe fare un passo indietro,
rinunziando al ruolo di mediatore che all’inizio si era attribuito con
trionfale sicumera. Infantile protesta di un narcisismo deluso.
Sono
quasi commoventi gli sforzi degli ammiratori di Trump – in prima linea la
nostra premier e la stampa di destra in Italia – per rintracciare in
questo demenziale susseguirsi di prese di posizione inconcludenti per la pace e
nocive per tutto l’Occidente, un disegno geniale e coraggioso, destinato a
farlo tornare grande. Magari attribuendo agli ultimi incontri con Putin
in Alaska e con i capi europei a Washington il significato di importanti
passi avanti verso la pace che chiaramente non hanno avuto, come i missili su
Kiev confermano.
Sulle
macerie della diplomazia americana, i governi europei continuano a
discutere fra loro delle garanzie da chiedere alla Russia, in un eventuale
accordo di pace, per la sicurezza dell’Ucraina. Ma è tutto puramente
ipotetico, perché il governo di Mosca per ora non sembra intenzionato a fermare
la guerra e, in ogni caso, ha già dichiarato di ritenere irrilevanti le
conclusioni di questo dibattito, quali che esse siano.
Peraltro,
Zelenskyi si dice profondamente grato all’Europa per il suo sostegno, ma sembra
convinto – e probabilmente ha ragione – che solo gli Stati Uniti possono
veramente garantire sia il raggiungimento che il mantenimento di una pace
durevole. Anche se Trump sembra, al contrario, intenzionato a scaricare sui
governi del vecchio continente il principale carico economico e militare di
questo ruolo.
L’illusione
di Putin
Il
fatto è che una guerra cominciata male difficilmente può finire bene. E la
guerra d’Ucraina è veramente cominciata nel peggiore dei modi.
Se
è vero che non esistono guerre “giuste”, questa è stata ancora più sbagliata di
altre. Alla radice – checché ne dicano i commentatori filo-russi – c’è
stato il disegno imperialistico di Putin di ricostituire la “Grande Russia”,
tentando di riportare l’Ucraina sotto il controllo di Mosca, se non attraverso
una esplicita annessione del suo territorio, almeno imponendo la creazione di
un governo fantoccio, asservito alla politica del Cremlino. Lo conferma il
discorso tenuto per l’inizio della “operazione speciale”, dal presidente russo:
«Non rinuncerò mai alla convinzione che i russi e gli ucraini sono un solo
popolo».
E
del resto solo in questa logica si spiega la portata dell’attacco del 24
febbraio, volto alla conquista non del Donbass, ma della stessa capitale, anche
se poi l’andamento degli eventi bellici ha ridimensionato il conflitto a quella
regione. Putin si era illuso, evidentemente, di condurre una
guerra-lampo, destituendo il governo filo-occidentale di Zelenskyi e mettendo
Stati Uniti ed Europa davanti al fatto compiuto.
A
impedirglielo sono stati certamente anche i servizi segreti americani, che
hanno avvertito in tempo Kiev, consentendo al suo esercito di bloccare
l’attacco dei paracadutisti russi alla capitale, ma soprattutto la inaspettata,
orgogliosa resistenza del popolo ucraino, che ha risposto con la sua lotta
coraggiosa alla forzata omologazione con quello russo sognata da Putin.
Una
demonizzazione
Tutta
colpa della Russia, dunque? Si è cercato di farlo credere e in larga misura
questa è ancora la rappresentazione che prevale nell’immaginario collettivo
dell’Occidente. Per questo, all’indomani dell’invasione russa si è
scatenata una demonizzazione senza precedenti non solo nei confronti dei
sostenitori di Putin, ma dei russi in quanto tali.
Anche
allora l’esagerazione e l’improduttività di questo comportamento era
evidente. Le denunziavo in un mio “chiaroscuro”, pubblicato, poco
dopo l’inizio della guerra, il 22 aprile 2022, su “Tuttavia” e intitolato Non è così
che si costruisce la pace, in cui, dopo aver riferito della
decisione senza precedenti degli organizzatori del torneo di tennis di
Wimbledon di escludere dalla edizione del 2022 i giocatori russi e bielorussi,
tra cui Daniil Medvedev, allora numero due del mondo, Andrej Rublëv,
numero otto, e la bielorussa Aryna Sabalenka, numero quattro del mondo –
osservavo: «In realtà non si tratta di una novità.
Fin
dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina il Comitato Olimpico
Internazionale ha “vivamente raccomandato” a tutte le federazioni mondiali di
“non invitare atleti russi e bielorussi” nelle competizioni sportive
internazionali. E cosi, il 3 marzo il CDA del Comitato paraolimpico
internazionale ha deciso che gli atleti di Russia e Bielorussia non avrebbero
potuto partecipare alle imminenti Paralimpiadi invernali di Pechino.
In
un primo momento si era ipotizzato che lo facessero da “neutrali”, senza essere
inquadrati ufficialmente nelle squadre dei loro rispettivi Paesi, ma poi questa
misura era sembrata troppo blanda e si era definitivamente optato per una
esclusione non solo delle squadre, ma dei singoli atleti in base alla loro
nazionalità».
E
già allora facevo notare: «Ora, in una logica morale non c’è posto per una
discriminazione puramente etnica (…). Essere sostenitori di Putin, come
gli oligarchi russi, giustamente penalizzati con il sequestro dei loro beni per
il loro ruolo nel sostenere una dittatura sanguinaria – è una colpa. Essere
russi no. A maggior ragione questo vale in un ambito, come lo sport
(…). Fin dai tempi dei Greci le Olimpiadi erano il momento in cui le ostilità e
le discriminazioni venivano superate in nome di una comune esperienza di
umanità. Il caso del tennis sta facendo rumore. Ma forse fa più pena pensare
che a Pechino, nelle paraolimpiadi, dei poveri disabili, uomini e donne, che si
erano a lungo allenati nella speranza di avere anche loro un momento di
pienezza, siano stati discriminati ed esclusi per il luogo in cui erano nati e
cresciuti. No, non è così che si costruisce una pace degna di questo nome».
Osservazioni
che appaiono particolarmente attuali di fronte alle ipotesi di boicottaggio di
squadre sportive o di personaggi dello spettacolo israeliani, che molti
giustamente respingono in nome del valore universale dello sport e
dell’arte.
C’è
da chiedersi dove fossero, però, questi saggi osservatori quando il
trattamento di discriminazione veniva applicato a personalità russe che
peraltro, come il tennista Medvedev, avevano preso pubblicamente le distanze da
Putin e dalla sua politica.
Un’altra
illusione
In
ogni caso, la verità sull’origine di questa guerra è più complessa ed è giusto
ricordarla, senza nulla togliere alle responsabilità di Putin. A spianare
la strada all’imperialismo del dittatore russo ci sono stati gravi errori anche
da parte dell’Ucraina e dell’Occidente.
Per
quanto riguarda la prima, il governo di Kiev nel 2014 si era impegnato, con gli
accordi di Minsk, a fare una riforma costituzionale volta a garantire una
relativa autonomia – come quella concessa dall’Italia all’Alto Adige – alle
regioni russofone del Donbass.
Impegno
mai rispettato, con l’aggravante di aver consentito a forze irregolari di
estrema destra, come il battaglione Azov, di imperversare in questi territori.
Ma
c’è stato anche il mancato rispetto, da parte dell’Occidente, di un impegno
preso, in occasione della caduta del muro di Berlino, dal presidente americano
George Bush sr. In un’intervista al «Corriere della Sera» del
15 luglio 2007, Jack Matlock, ambasciatore americano a Mosca dal 1987 al 1991
ha raccontato: «Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca noi
promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che, se la nuova
Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex
Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola».
Così,
nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca divennero a tutti gli effetti
membri della NATO. Nel 2004 fu la volta di quattro Paesi ex membri del Patto di
Varsavia: Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia, nonché di tre ex
repubbliche sovietiche, Lettonia, Estonia e Lituania. Nel 2009
aderirono Croazia e Albania. Nel 2017 il Montenegro. Nel 2020 la Macedonia
del Nord.
Questo
accerchiamento non poteva non allarmare la Russia e sollevare da parte
sua forti resistenze all’ingresso nella NATO – alleanza militare per
statuto anti-Russa – di un’altra ex repubblica sovietica, per di più del peso
dell’Ucraina.
Putin
chiese al segretario della NATO e a Biden, ricordando la promessa di
Bush. Ma il primo rispose che non se ne riteneva affatto vincolato, il
secondo non rispose nulla. È probabile che Putn avrebbe perseguito
egualmente il suo disegno imperialistico. Ma è certo che il presidente
americano non disse una parola per fermarlo.
Perché?
Una risposta può venire dai proclami trionfalistici di Biden sulla inevitabile
sconfitta della Russia, destinata, per citare le parole del presidente
americano, a essere “un paria” sullo scenario internazionale. I fatti hanno
smentito clamorosamente queste previsioni.
Così,
la guerra in corso è il frutto, di due opposte illusioni. Su entrambi i fronti
si è creduto di poter prevalere con la forza, mettendo in ginocchio il nemico.
Una lezione di storia che evidenzia i limiti del machiavellismo e che forse
dovrebbe essere riconosciuta e meditata da tutte e due le parti. E questo
esame di coscienza, forse, la prima vera condizione per avvicinarci oggi alla
pace.
Nessun commento:
Posta un commento