venerdì 29 agosto 2025

CUL DE SAC

Una trattativa

 insensata 


per una guerra

 sbagliata

 

-       di  Giuseppe Savagnone 

 

La diplomazia del narcisismo

La tempesta di missili e droni russi che si è ultimamente abbattuta su Kiev è solo un’ulteriore conferma che la pace in Ucraina è lontana. La promessa di Trump di concludere questa guerra nel giro di quarantott’ore, si è rivelata, come del resto molte altre, una vuota vanteria, specchio del suo narcisismo. 

Narcisismo che ha caratterizzato anche le giravolte diplomatiche con cui il Tycoon ha gettato il mondo in balìa dei suoi mutevoli umori. Anche in questa vicenda, come in altre, Trump gioca a imitare Dio, ma la interpretazione che dà di questo ruolo è quella di una divinità capricciosa e prepotente.

Il presidente americano ha esordito attaccando, paradossalmente, il paese aggredito e mostrando al contrario disponibilità e simpatia per l’aggressore. Poi ha cominciato a rendersi conto che la guerra l’aveva voluta Putin, ma ha continuato a imputare a Zelenskyi la sua mancata interruzione, minacciandolo di privarlo del sostegno militare americano e indebolendo la sua posizione.  

Il fatto è che Trump sin dall’inizio ha creduto di risolvere tutto con un dialogo a due col presidente russo, escludendo proprio il governo ucraino che avrebbe dovuto esserne il protagonista. Ma questo confronto diretto si è risolto in un disastro.

Putin lo ha chiaramente preso in giro tenendolo a bada con vaghe promesse. E anche il celebratissimo incontro del 15 agosto in Alaska, che avrebbe dovuto imporre al presidente russo almeno un cessate il fuoco immediato, è servito solo a sdoganarlo dall’isolamento internazionale in cui si era trovato dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un effetto collaterale particolarmente negativo di questa condotta sconnessa e autoreferenziale dell’inquilino della Casa Bianca è stata la rottura del fronte comune che fino ad ora aveva unito le due sponde dell’Atlantico. 

L’Europa, tradizionale alleata degli Stati Uniti, è stata ridotta al ruolo umiliante di vassallo, rimanendo esclusa dai negoziati. E l’incontro del 18 agosto – svoltosi significativamente alla corte del presidente americano – ha visto i suoi leader uniti, ma ha anche evidenziato la loro impotenza a ottenere dal loro interlocutore chiare e sicure garanzie sul suo futuro comportamento.

A coronare questa serie impressionante di contraddizioni, di errori e di scacchi, il Tycoon ha ultimamente lasciato capire che potrebbe fare un passo indietro, rinunziando al ruolo di mediatore che all’inizio si era attribuito con trionfale sicumera. Infantile protesta di un narcisismo deluso.

Sono quasi commoventi gli sforzi degli ammiratori di Trump – in prima linea la nostra premier e la stampa di destra in Italia – per rintracciare in questo demenziale susseguirsi di prese di posizione inconcludenti per la pace e nocive per tutto l’Occidente, un disegno geniale e coraggioso, destinato a farlo tornare grande. Magari attribuendo agli ultimi incontri con Putin in Alaska e con i capi europei a Washington il significato di importanti passi avanti verso la pace che chiaramente non hanno avuto, come i missili su Kiev confermano.  

Sulle macerie della diplomazia americana, i governi europei continuano a discutere fra loro delle garanzie da chiedere alla Russia, in un eventuale accordo di pace, per la sicurezza dell’Ucraina.  Ma è tutto puramente ipotetico, perché il governo di Mosca per ora non sembra intenzionato a fermare la guerra e, in ogni caso, ha già dichiarato di ritenere irrilevanti le conclusioni di questo dibattito, quali che esse siano.

Peraltro, Zelenskyi si dice profondamente grato all’Europa per il suo sostegno, ma sembra convinto – e probabilmente ha ragione – che solo gli Stati Uniti possono veramente garantire sia il raggiungimento che il mantenimento di una pace durevole. Anche se Trump sembra, al contrario, intenzionato a scaricare sui governi del vecchio continente il principale carico economico e militare di questo ruolo.

L’illusione di Putin

Il fatto è che una guerra cominciata male difficilmente può finire bene. E la guerra d’Ucraina è veramente cominciata nel peggiore dei modi.

Se è vero che non esistono guerre “giuste”, questa è stata ancora più sbagliata di altre. Alla radice – checché ne dicano i commentatori filo-russi – c’è stato il disegno imperialistico di Putin di ricostituire la “Grande Russia”, tentando di riportare l’Ucraina sotto il controllo di Mosca, se non attraverso una esplicita annessione del suo territorio, almeno imponendo la creazione di un governo fantoccio, asservito alla politica del Cremlino. Lo conferma il discorso tenuto per l’inizio della “operazione speciale”, dal presidente russo: «Non rinuncerò mai alla convinzione che i russi e gli ucraini sono un solo popolo».

E del resto solo in questa logica si spiega la portata dell’attacco del 24 febbraio, volto alla conquista non del Donbass, ma della stessa capitale, anche se poi l’andamento degli eventi bellici ha ridimensionato il conflitto a quella regione.  Putin si era illuso, evidentemente, di condurre una guerra-lampo, destituendo il governo filo-occidentale di Zelenskyi e mettendo Stati Uniti ed Europa davanti al fatto compiuto.

A impedirglielo sono stati certamente anche i servizi segreti americani, che hanno avvertito in tempo Kiev, consentendo al suo esercito di bloccare l’attacco dei paracadutisti russi alla capitale, ma soprattutto la inaspettata, orgogliosa resistenza del popolo ucraino, che ha risposto con la sua lotta coraggiosa alla forzata omologazione con quello russo sognata da Putin.  

Una demonizzazione

Tutta colpa della Russia, dunque? Si è cercato di farlo credere e in larga misura questa è ancora la rappresentazione che prevale nell’immaginario collettivo dell’Occidente. Per questo, all’indomani dell’invasione russa si è scatenata una demonizzazione senza precedenti non solo nei confronti dei sostenitori di Putin, ma dei russi in quanto tali.

Anche allora l’esagerazione e l’improduttività di questo comportamento era evidente. Le denunziavo in un mio “chiaroscuro”, pubblicato, poco dopo l’inizio della guerra, il 22 aprile 2022, su “Tuttavia” e intitolato Non è così che si costruisce la pace, in cui, dopo aver riferito della decisione senza precedenti degli organizzatori del torneo di tennis di Wimbledon di escludere dalla edizione del 2022 i giocatori russi e bielorussi, tra cui Daniil Medvedev, allora numero due del mondo, Andrej Rublëv, numero otto, e la bielorussa Aryna Sabalenka, numero quattro del mondo – osservavo: «In realtà non si tratta di una novità.

Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina il Comitato Olimpico Internazionale ha “vivamente raccomandato” a tutte le federazioni mondiali di “non invitare atleti russi e bielorussi” nelle competizioni sportive internazionali. E cosi, il 3 marzo il CDA del Comitato paraolimpico internazionale ha deciso che gli atleti di Russia e Bielorussia non avrebbero potuto partecipare alle imminenti Paralimpiadi invernali di Pechino.

In un primo momento si era ipotizzato che lo facessero da “neutrali”, senza essere inquadrati ufficialmente nelle squadre dei loro rispettivi Paesi, ma poi questa misura era sembrata troppo blanda e si era definitivamente optato per una esclusione non solo delle squadre, ma dei singoli atleti in base alla loro nazionalità».

E già allora facevo notare: «Ora, in una logica morale non c’è posto per una discriminazione puramente etnica (…). Essere sostenitori di Putin, come gli oligarchi russi, giustamente penalizzati con il sequestro dei loro beni per il loro ruolo nel sostenere una dittatura sanguinaria – è una colpa. Essere russi no. A maggior ragione questo vale in un ambito, come lo sport (…). Fin dai tempi dei Greci le Olimpiadi erano il momento in cui le ostilità e le discriminazioni venivano superate in nome di una comune esperienza di umanità. Il caso del tennis sta facendo rumore. Ma forse fa più pena pensare che a Pechino, nelle paraolimpiadi, dei poveri disabili, uomini e donne, che si erano a lungo allenati nella speranza di avere anche loro un momento di pienezza, siano stati discriminati ed esclusi per il luogo in cui erano nati e cresciuti. No, non è così che si costruisce una pace degna di questo nome».

Osservazioni che appaiono particolarmente attuali di fronte alle ipotesi di boicottaggio di squadre sportive o di personaggi dello spettacolo israeliani, che molti giustamente respingono in nome del valore universale dello sport e dell’arte. 

C’è da chiedersi dove fossero, però, questi saggi osservatori quando il trattamento di discriminazione veniva applicato a personalità russe che peraltro, come il tennista Medvedev, avevano preso pubblicamente le distanze da Putin e dalla sua politica.

Un’altra illusione

In ogni caso, la verità sull’origine di questa guerra è più complessa ed è giusto ricordarla, senza nulla togliere alle responsabilità di Putin. A spianare la strada all’imperialismo del dittatore russo ci sono stati gravi errori anche da parte dell’Ucraina e dell’Occidente. 

Per quanto riguarda la prima, il governo di Kiev nel 2014 si era impegnato, con gli accordi di Minsk, a fare una riforma costituzionale volta a garantire una relativa autonomia – come quella concessa dall’Italia all’Alto Adige – alle regioni russofone del Donbass.

Impegno mai rispettato, con l’aggravante di aver consentito a forze irregolari di estrema destra, come il battaglione Azov, di imperversare in questi territori.

Ma c’è stato anche il mancato rispetto, da parte dell’Occidente, di un impegno preso, in occasione della caduta del muro di Berlino, dal presidente americano George Bush sr. In un’intervista  al «Corriere della Sera»  del 15 luglio 2007, Jack Matlock, ambasciatore americano a Mosca dal 1987 al 1991 ha raccontato:  «Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che, se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola».

Così, nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca divennero a tutti gli effetti membri della NATO. Nel 2004 fu la volta di quattro Paesi ex membri del Patto di Varsavia: Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia, nonché di tre ex repubbliche sovietiche, Lettonia, Estonia e Lituania. Nel 2009 aderirono Croazia e Albania. Nel 2017 il Montenegro. Nel 2020 la Macedonia del Nord. 

Questo accerchiamento non poteva non allarmare la Russia e sollevare da parte sua forti resistenze all’ingresso nella NATO – alleanza militare per statuto anti-Russa – di un’altra ex repubblica sovietica, per di più del peso dell’Ucraina.

Putin chiese al segretario della NATO e a Biden, ricordando la promessa di Bush.  Ma il primo rispose che non se ne riteneva affatto vincolato, il secondo non rispose nulla. È probabile che Putn avrebbe perseguito egualmente il suo disegno imperialistico. Ma è certo che il presidente americano non disse una parola per fermarlo.

Perché? Una risposta può venire dai proclami trionfalistici di Biden sulla inevitabile sconfitta della Russia, destinata, per citare le parole del presidente americano, a essere “un paria” sullo scenario internazionale. I fatti hanno smentito clamorosamente queste previsioni.

Così, la guerra in corso è il frutto, di due opposte illusioni. Su entrambi i fronti si è creduto di poter prevalere con la forza, mettendo in ginocchio il nemico. Una lezione di storia che evidenzia i limiti del machiavellismo e che forse dovrebbe essere riconosciuta e meditata da tutte e due le parti. E questo esame di coscienza, forse, la prima vera condizione per avvicinarci oggi alla pace.

 www.tuttavia.eu

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