giovedì 30 novembre 2023

VIENE LA NOTTE. GRAZIE

Quella di ringraziare 

è un’arte 

che dobbiamo acquisire.

- di Tolentino de Mendoça

 La vera gratitudine spirituale ringrazia per tutto, poiché sa che la complessa architettura della vita va maturando in modi differenziati. 

Ringrazia per il grandioso e per il minuscolo; per l’orizzonte sgombro e vasto e per il piccolo frammento impreciso; per l’oceanica esperienza dell’illimitato e per ciò che in questo momento sembra dolorosamente ristretto. 

Ringrazia per la notte, che può essere interminabile e aspra, ma che sopra di noi distende le stelle. Si arrischia a ringraziare per quel vuoto che sulle prime consideravamo una spina indesiderata, ma che poi, sorprendentemente, viene a profumare il nostro mondo interiore come una rosa. E per quel silenzio che ci abbatte con un peso insostenibile e che poi vedremo trasformarsi in opportunità di cammino e grazia. 

Arte genuina della gratitudine è quella che non teme di ringraziare anche per le battute d’arresto, anche per le ferite, anche per la vulnerabilità, anche per i ritorni indietro, poiché sono questi che non di rado ci consentono di raggiungere una coscienza di noi stessi e una sensibilità alla vita che ancora non possedevamo. 

Quando ci disponiamo a ringraziare così la vita che avremmo frettolosamente definito povera, fatta di balbettii esitanti e di briciole, constatiamo che essa si rivela invece piena e traboccante, come non avremmo mai creduto possibile. 


www.avvenire.it 

DISCIPLINE STEM. LE LINEE GUIDA

METODOLOGIE DIDATTICHE INNOVATIVE

Lo studio delle materie STEM permette di non “subire” la tecnologia che ci circonda: da Internet alla musica elettronica, dallo sport al cinema con i suoi effetti speciali. Tramite la cosiddetta “matematica del cittadino” si possono formare studenti capaci di interpretare i tempi moderni proiettandosi verso il futuro tecnologico.

Nel piano triennale dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo di istruzione e nella programmazione educativa dei servizi educativi per l’infanzia, azioni dedicate a rafforzare nei curricoli lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche e digitali legate agli specifici campi di esperienza e l’apprendimento delle discipline STEM, anche attraverso metodologie didattiche innovative.





Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le Linee guida per le discipline STEM, pensate per favorire l’introduzione nell’offerta formativa delle scuole di azioni dedicate a rafforzare le competenze STEM attraverso metodologie didattiche innovative.

Le Linee guida per le discipline STEM sono state redatte con la finalità di introdurre

nel piano triennale dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo di istruzione e nella programmazione educativa dei servizi educativi per l’infanzia, azioni dedicate a rafforzare nei curricoli lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche e digitali legate agli specifici campi di esperienza e l’apprendimento delle discipline STEM, anche attraverso metodologie didattiche innovative.

Linee guida per le discipline STEM

Questo perché gli attuali curricoli dei diversi gradi di istruzione non presentano specifici riferimenti alle materie STEM nel loro complesso, in quanto le diverse discipline – Matematica, Scienze, Tecnologia e Ingegneria – sono spesso affidate a docenti appartenenti a diverse classi di concorso.

Con queste sollecitazioni il Ministero dell’Istruzione e del Merito intende quindi rafforzare la diffusione di metodologie didattiche innovative – basate sul problem solving, sulla risoluzione di problemi reali e sulla interconnessione dei contenuti per lo sviluppo di competenze matematico-scientifico-tecnologiche – grazie a un approccio inter e multi disciplinare basato sulla contaminazione tra teoria e pratica.

Vediamo insieme quali sono le metodologie indicate per tutti i gradi scolastici:

Laboratorialità e learning by doing

L’apprendimento esperienziale, attraverso attività pratiche e laboratoriali, è un modo efficace per favorire l’apprendimento delle discipline STEM; consente infatti di porre gli studenti al centro del processo di apprendimento, favorendo un approccio collaborativo alla risoluzione di problemi concreti.

Problem solving e metodo induttivo

Lo sviluppo delle competenze di problem solving è essenziale per le discipline STEM, in quanto consente agli studenti di acquisire competenze pratiche e cognitive attraverso l’elaborazione di un progetto concreto. Il metodo induttivo, basato sull’osservazione dei fatti e sulla formulazione di ipotesi e teorie, è inoltre un approccio utile per lo sviluppo del pensiero critico e creativo. 

Attivazione dell’intelligenza sintetica e creativa

L’osservazione dei fenomeni, la proposta di ipotesi e la verifica sperimentale della loro attendibilità consentono agli studenti di apprezzare le proprie capacità operative e di verificare sul campo quelle di sintesi, incoraggiandoli a diventare autonomi nell’apprendimento e favorendo lo sviluppo di competenze trasversali, come la gestione del tempo e la ricerca indipendente. La ricerca di soluzioni innovative a problemi reali attiva invece il pensiero divergente, favorendo lo sviluppo della creatività.  

Organizzazione di gruppi di lavoro per l’apprendimento cooperativo

Il lavoro di gruppo consente di valorizzare la capacità di comunicare e prendere decisioni, di individuare scenari, di ipotizzare soluzioni univoche o alternative. Promuovere l’apprendimento tra pari, in cui gli studenti si insegnano reciprocamente, è un’efficace strategia didattica.

Promozione del pensiero critico nella società digitale

L’utilizzo di risorse digitali interattive, come simulazioni, giochi didattici o piattaforme di apprendimento online, può arricchire l’esperienza di apprendimento degli studenti. La creazione di un pensiero critico può essere incoraggiata attraverso attività che richiedono la raccolta, l’interpretazione e la valutazione dei dati, nonché la capacità di formulare argomentazioni basate su prove scientifiche.

Adozione di metodologie didattiche innovative

Per sviluppare la curiosità e la partecipazione attiva degli studenti la scuola dovrebbe far ricorso alle tecnologie e adottare una didattica attiva, in grado di porre gli studenti in situazioni reali che consentano di apprendere, operare, cogliere i cambiamenti, correggere i propri errori, supportare le proprie argomentazioni.

Le indicazioni specifiche

Vi sono poi delle raccomandazioni metodologico-educative che sono specifiche per i diversi momenti del percorso formativo.

Indicazioni per il Sistema integrato di educazione e di istruzione “zerosei”

  • Predisporre un ambiente stimolante e incoraggiante, che consenta ai bambini di effettuare attività di esplorazione via via più articolate, procedendo anche per tentativi ed errori
  • Valorizzare l’innato interesse per il mondo circostante che si sviluppa a partire dal desiderio e dalla curiosità dei bambini di conoscere oggetti e situazioni
  • Organizzare attività di manipolazione, con le quali i bambini esplorano il funzionamento delle cose, ricercano i nessi causa-effetto e sperimentano le reazioni degli oggetti alle loro azioni
  • Favorire l’esplorazione vissuta in modo olistico, con un coinvolgimento intrecciato dei diversi canali sensoriali e con un interesse aperto e multidimensionale per i fenomeni incontrati nell’interazione con il mondo
  • Creare occasioni per scoprire, toccando, smontando, costruendo, ricostruendo e affinando i propri gesti, funzioni e possibili usi di macchine, meccanismi e strumenti tecnologici

Indicazioni per il primo ciclo di istruzione 

  • Insegnare attraverso l’esperienza
  • Utilizzare la tecnologia in modo critico e creativo
  • Favorire la didattica inclusiva
  • Promuovere la creatività e la curiosità
  • Sviluppare l’autonomia degli alunni
  • Utilizzare attività laboratoriali

Indicazioni per il secondo ciclo di istruzione

  • Promuovere la realizzazione di attività pratiche e di laboratorio
  • Utilizzare metodologie attive e collaborative
  • Favorire la costruzione di conoscenze attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici e informatici
  • Promuovere attività che affrontino questioni e problemi di natura applicativa
  • Utilizzare metodologie didattiche per un apprendimento di tipo induttivo
  • Realizzare attività di PCTO nell’ambito STEM

Indicazioni per l’educazione degli adulti

  • Adattare la didattica alle esigenze  e all’esperienza pregressa degli studenti adulti
  • Utilizzare la tecnologia in modo efficace
  • Sviluppare le competenze trasversali

Le competenze digitali per la scuola del futuro

Le Linee guida per le discipline STEM vanno ad arricchire le altre iniziative varate per favorire lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti italiani, come ad esempio il Piano Nazionale Scuola Digitale e il Piano Scuola 4.0.

Questo perché


Linee guida per le discipline STEM

Approfondimenti

 

IL PRESEPE DI FRANCESCO

 Francesco racconta il presepe in un libro

Un volume della Piemme in coedizione con la Libreria Editrice Vaticana raccoglie una serie di testi, riflessioni, discorsi e omelie che il Papa ha dedicato alla rappresentazione della Natività. Di seguito il testo integrale dell’introduzione firmata dal Pontefice

 

 Due volte ho desiderato andare a visitare Greccio. La prima per conoscere il luogo dove san Francesco d’Assisi ha inventato il presepe, qualcosa che ha segnato anche la mia infanzia: nella casa dei miei genitori a Buenos Aires non mancava mai questo segno del Natale, prima ancora dell’albero.

La seconda volta sono tornato volentieri in quella località, oggi in provincia di Rieti, per firmare la Lettera Apostolica Admirabile signum sul senso e il significato del presepe oggi. In entrambe le occasioni ho avvertito sprigionarsi una particolare emozione dalla grotta ove si ammira un affresco medievale che ritrae la notte di Betlemme e quella di Greccio, messe dall’artista come in parallelo.

L’emozione di quella vista mi spinge ad approfondire il mistero cristiano che ama nascondersi dentro ciò che è infinitamente piccolo. In effetti, l’incarnazione di Gesù Cristo resta il cuore della rivelazione di Dio, anche se si dimentica facilmente che il suo dispiegarsi è così discreto al punto da passare inosservato.

 La piccolezza, infatti, è la strada per incontrare Dio. In un epitaffio commemorativo di sant’Ignazio di Loyola troviamo scritto: «Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo, divinum est». È divino avere ideali che non siano limitati da niente di ciò che esiste, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. Insomma, non bisogna spaventarsi delle cose grandi, occorre andare avanti e tenere conto delle cose più piccole.

 Ecco la ragione per cui salvaguardare lo spirito del presepe diventa una salutare immersione nella presenza di Dio che si manifesta nelle piccole, talora banali e ripetitive, cose quotidiane. Saper rinunciare a ciò che seduce, ma porta su una brutta strada, per capire e scegliere le vie di Dio, è il compito che ci attende. A tal proposito, è un grande dono il discernimento, e non bisogna mai stancarsi di domandarlo nella preghiera. I pastori nel presepe sono quelli che accolgono la sorpresa di Dio e vivono con stupore l’incontro con Lui, adorandolo: nella piccolezza riconoscono il volto di Dio. Umanamente siamo tutti portati a ricercare la grandezza, ma è un dono saperla trovare davvero: saper trovare la grandezza in quella piccolezza che Dio tanto ama.

 Nel gennaio 2016 incontrai i giovani di Rieti proprio nell’oasi di Gesù Bambino, poco sopra il Santuario del presepe. A loro, e oggi a tutti, ricordai che nella notte di Natale due sono i segni che ci guidano nel riconoscere Gesù. Uno è il cielo pieno di stelle. Sono tante, un numero infinito, quelle stelle, ma fra tutte spicca una stella speciale, quella che spinge i Magi a partire dalle proprie case e iniziare un viaggio, un cammino che essi non sapevano dove li avrebbe condotti. Succede così anche nella nostra vita: in un certo momento qualche “stella” speciale ci invita ad assumere una decisione, a fare una scelta, a iniziare un cammino. A Dio dobbiamo con forza chiedere di farci vedere quella stella che ci spinge verso qualcosa in più rispetto alle nostre abitudini, perché quella stella ci porterà a contemplare Gesù, quel bimbo che nasce a Betlemme e che vuole la nostra piena felicità.

 In quella notte resa santa dalla nascita del Salvatore troviamo un altro segno potente: la piccolezza di Dio. Gli angeli indicano ai pastori un bambino nato nella mangiatoia. Non un segno di potenza, di autosufficienza o di superbia. No. Il Dio eterno si annienta in un essere umano indifeso, mite, umile. Dio si è abbassato perché noi potessimo camminare con Lui e perché Lui potesse mettersi al nostro fianco, non sopra e lontano da noi.

 Stupore e meraviglia sono i due sentimenti che emozionano tutti, piccoli e grandi, davanti al presepe che è come un Vangelo vivo che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta è che esso parli alla vita.

 Il primo biografo di san Francesco, Tommaso da Celano, descrive la notte del Natale del 1223, di cui quest’anno festeggiamo l’VIII centenario. Quando Francesco arrivò, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non esisteva nessuna statuina: il presepe venne realizzato e vissuto da quanti erano presenti.

 Sono certo che il primo presepe, che realizzò una grande opera di evangelizzazione, possa anche oggi essere l’occasione per suscitare stupore e meraviglia. Così, ciò che san Francesco iniziò con la semplicità di quel segno permane fino ai nostri giorni, come una genuina forma della bellezza della nostra fede.

 




Vatican News

 

IL PHUBBING ? CI RIGUARDA !

Crepet: “I genitori stanno più al telefonino dei figli". 

Padri e madri si vestono come i figli. 

S'illudono di essere "ragazzi"

 Il phubbing è un risvolto sociale del trascorrere troppo tempo davanti a uno schermo: le persone intorno vengono ignorate a favore di ciò che sta accadendo sullo smartphone. La ricerca accende i riflettori in particolar modo sulle conseguenze del phubbing in famiglia, dai genitori verso i propri figli.

Paolo Crepet, psichiatra e psicologo di rilievo, mette in evidenza una problematica sempre più acuta nella società contemporanea: l’intolleranza verso la felicità altrui e l’accettazione dell’intollerabile, riferendosi al vuoto di emozioni e all’assenza di empatia.

 In un’epoca dove la tecnologia invade i momenti familiari, Crepet sottolinea, in un’intervista rilasciata al quotidiano Alto Adige, come le cene in famiglia siano ridotte a brevi incontri, interrotti da distrazioni digitali, limitando la possibilità di connessioni emotive profonde.

 Crepet tocca il tema della crescente incomunicabilità tra individui, in particolare all’interno della famiglia. L’uso eccessivo del telefonino riduce gli scambi faccia a faccia, impoverendo le relazioni. Questo distacco emotivo è particolarmente evidente nella dinamica genitori-figli, dove manca una guida assertiva e un’educazione basata sul rispetto reciproco e sui limiti.

L’intervista si sofferma sul caso di Giulia, una giovane vittima di violenza, riflettendo sulla mancanza di resilienza e sulla difficoltà dei giovani di fronte al rifiuto. Crepet critica la mancanza di una vera educazione ai limiti e alle frustrazioni, fattori che contribuiscono all’ondata di violenza tra i giovani.

 Secondo Crepet, stiamo assistendo alla scomparsa di valori consolidati, senza che emergano nuovi principi guida. Questo vuoto lascia gli adulti disorientati sul come insegnare e guidare le nuove generazioni. La pedagogia si scontra con una “deriva del sì”, dove si evita di fronteggiare situazioni sfidanti, rendendo i giovani impreparati ai fallimenti.

 Il concetto di “solitudine organizzata” emerge come sostituto dell’empatia perduta. In questa condizione, le persone riempiono il vuoto con distrazioni superficiali, evitando il confronto emotivo e intellettuale. Crepet sottolinea la necessità di riscoprire l’empatia, guardando agli altri con tolleranza e comprensione.

 Crepet offre una visione critica ma necessaria sullo stato attuale della comunicazione e delle relazioni interpersonali, invitando a una riflessione profonda sui modelli educativi e sulle dinamiche familiari. Il suo messaggio è un appello a ristabilire connessioni autentiche e a ripristinare valori fondamentali come l’empatia e il rispetto reciproco, fondamentali per una società più equilibrata e comprensiva.

 Orizzonte Scuola

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 Leggi: L’EMPATIA DISTRUTTA DAI TELEFONINI


mercoledì 29 novembre 2023

SCUOLA: QUALITA' E PRESTAZIONI


In margine all’indagine

 di Eduscopio

la qualità non si misura 

con le prestazioni accademiche

 degli studenti.


Un allievo del liceo Casiraghi, risultato tra i migliori d’Italia, 

ha detto: «Studio per diventare una brava persona».

 «Per me questo è già un successo», ha commentato una sua docente.

 

-         di MARCO ERBA*

 La settimana scorsa, dopo un lungo conto alla rovescia, sono uscite le attesissime classifiche di Eduscopio. Come ogni anno se ne è parlato moltissimo, nel bene e nel male. Sono sempre stato molto critico su queste classifiche. A mio avviso, giudicare la qualità di una scuola a partire dalle prestazioni accademiche dei suoi studenti è del tutto fuorviante. Certo, una buona scuola è una scuola che prepara bene i suoi allievi. Ma la prestazione misurata in termini numerici è solo uno dei parametri per definire la qualità di una istituzione educativa, e nemmeno il più importante. Di solito, dunque, non dedico molto tempo a Eduscopio. Quest’anno – di però al primo posto tra i licei classici milanesi si è piazzato il liceo Casiraghi di Cinisello Balsamo. Dato che in quel liceo ho insegnato, che quel luogo è stato per me una casa accogliente, so no stato felice quando una collega mi ha segnalato un servizio girato nella scuola. L’ho guardato: mi ha colpito profondamente. In quel video, paradossalmente, nonostante il primo posto in classifica, di prestazione e voti non si parla quasi per nulla. Il dirigente parla invece di Giulio Casiraghi, partigiano a cui il liceo è intitolato, e di un ulivo piantato nel giardino della scuola in memoria di chi ha sacrificato la propria vita per combattere contro la mafia. Una insegnante sostiene che il segreto del Casiraghi è la passione dei prof: «Il nostro è il mestiere più bello del mondo, veniamo qui più per passione che per motivi economici». Per un’altra docente il segreto sono gli studenti: « Ho trovato tantissima umanità », afferma. Uno dei suoi studenti, intervistato, dice una cosa meravigliosa: «Studio per diventare una brava persona». «Per me questo è già un successo, quasi più di Eduscopio», commenta la prof, sentendo queste parole. Quella prof ha perfettamente ragione. La passione, l’umanità, la relazione, l’impegno, il desiderio di essere migliori vengono molto prima della misurazione di una prestazione. A me lo ha insegnato un insegnante delle medie, nel periodo della mia vita in cui ero più superficiale. Come diceva mia nonna in dialetto milanese, ero nel pieno dell’età della “stupidera”.

 Prendevo un sacco di note, facevo impazzire i miei insegnanti e, tra questi, anche il Prof: da adesso in poi lo chiamerò così, con la P maiuscola. Nelle ore del Prof mi dedicavo a molte attività che ben poco avevano a che fare con lo studio: partecipavo ad aste del fantacalcio; raccontavo agli amici barzellette con doppi sensi osceni; talvolta scrivevo bigliettini alla ragazza che mi piaceva, ricavandone una serie infinta di due di picche, per poi trascorrere le ore del pomeriggio ad ascoltare le canzoni più malinconiche di Marco Masini. Un giorno io e il mio compagno di banco (il primo banco, ovviamente) disegnammo sull’armadio della classe, che era proprio di fianco alla cattedra, una piccola porta da calcio con la matita e cominciammo a sfidarci ai rigori scagliando con le dita minuscole palline di carta. Il Prof si infuriò, ci mise una nota. Ma, alla fine dell’ultima ora, mentre uscivo mogio dalla classe, già preoccupato per i rimproveri dei miei genitori, mi accorsi che il Prof mi stava aspettando in corridoio. «Andiamo? », mi chiese. Feci di sì con la testa.

 Ci incamminammo insieme verso la fermata della metropolitana. Tornava a casa anche lui in metro. Quando aveva l’ultima ora con la mia classe, mi aspettava sempre per andare insieme fino alla stazione. A noi si aggregavano altri compagni. Parlavamo di tutto: di musica e di calcio, che a lui non interessava granché; eppure, ci ascoltava con attenzione, un’attenzione non simulata. In classe lo facevo impazzire, ma quei tragitti verso la metro erano sereni: non si parlava di disciplina, voti e note, solo di interessi e passioni.

Ripensare a quei momenti trent’anni dopo mi commuove ancora, perché lui c’era per me. C’era non perché ero l’allievo modello, sempre impegnato e composto, ma perché io ero io, e lui a me teneva solo per il fatto che le nostre strade si erano incrociate. Il Prof, per me, c’era; c’era e basta, perché esserci e basta è il modo fondamentale di educare, è la premessa essenziale per poter pretendere di insegnare qualcosa. E il Prof sapeva insegnare eccome. Adorava la letteratura: la spiegava con gli occhi che brillavano, ci leggeva brani e poesie con una passione contagiosa. Quelle poesie, recitate per regalare bellezza, senza per forza essere collegate a un voto o a una verifica, riuscivano a strapparmi per qualche istante dalla mia superficialità: mi facevano sentire piccolo e insignificante e, allo stesso tempo, desideroso di qualcosa di grande. Se oggi sono un insegnante e uno scrittore, lo devo anche al Prof e a quelle parole donate gratis. Donate a me, che non le meritavo. M olti anni dopo, ormai adulto, spedii uno dei miei libri al Prof: ci tenevo che lo avesse. Fu l’occasione per scriverci in chat. Scoprii che il Prof, dopo una vita tra i banchi e nei cortili, sempre in mezzo ai suoi studenti, era andato in pensione. Mi scrisse che gli faceva piacere sentirmi, che era contento di poter ritrovare grazie ai social i suoi ex allievi, di scoprire come stavano andando le loro vite. «Finora sono stato fortunato – diceva - trovo persone realizzate e felici». Lui che ci parlava di fronte, dalla cattedra, ora ci guardava da dietro, dopo che ci eravamo allontanati lungo il cammino della nostra vita. Un giorno avevo sentito dire che un educatore è un po’ come Mosè: accompagna il suo popolo fino alla Terra Promessa, ma non ci entra, perché tocca al popolo andare avanti.

 Mi tornò in mente quel paragone: immaginai il Prof come Mosè sul monte Nebo, che al termine del suo viaggio ci osservava mentre ci avventuravamo oltre il Giordano. Ripensai agli anni insieme a lui, a tutto ciò che mi aveva lasciato, ma anche a tutte le volte che avevo disturbato le sue lezioni. Mi sentii un po’ in colpa. Gli scrissi: «Caro Prof, le chiedo scusa per la mia stupidità dei tredici anni. Sappia che lei mi ha cambiato la vita». L a sua risposta riuscì a incantarmi come negli anni delle medie. Mi parlò di Michelangelo, l’immenso artista che sapeva guardare un blocco di marmo vedendo già dentro di esso l’opera d’arte che ne sarebbe uscita. «Caro Marco - scrisse il Prof - non scusarti per la tua stupidità dei tredici anni. Scoprirai che c’è una stupidità dei quarant’anni, dei cinquant’anni e dei sessant’anni: c’è una stupidità per tutte le età. È quella stupidità che ci porta a trascorrere la vita pieni di affanni, cercando di massimizzare le prestazioni, di ottenere risultati e di tagliare traguardi, quando invece dovremmo semplicemente fare ciò che quel genio di Michelangelo aveva capito secoli fa. Dovremmo, come lui, togliere il marmo che ci schiaccia, liberarci da tutto ciò che appesantisce le nostre vite, per far risplendere davanti agli altri e a noi stessi quel capolavoro che siamo fin dal principio». A ltro che prestazione pura: una scuola di qualità non si può misurare solo a partire dai numeri. Una scuola di qualità si vede dalla bellezza che regala, dalla qualità dei rapporti che si generano, dalla capacità di fare alzare lo sguardo per scoprire se stessi. Una scuola non è un laboratorio di selezione dei migliori, è una casa che educa e accoglie. Un insegnante non è un arbitro inflessibile e neutro, che alza l’asticella e, se non riesci a superarla, ti mette fuori con totale indifferenza. Un insegnante è un allenatore schierato, di parte, dalla tua parte; è uno che fa il tifo per te.

 Un insegnante non è un indifferente specialista della disciplina, è un educatore che ama la materia che insegna e ama i suoi studenti così tanto da voler condividere con loro la ricchezza che ha scoperto. Perché forse, grazie a quella ricchezza, qualcuno scoprirà di valere di più di una nota, di un richiamo o di un voto, magari eccellente. Qualcuno scoprirà di essere un capolavoro.

 *Insegnante e scrittore

 www.avvenire.it 


BANCHI DI VITA


Nel romanzo "Banchi di vita" di Cecilia Ricci, l'insegnamento di filosofia e storia diventa circostanza per pagare un debito di gratitudine agli studenti.

 - di Max Ferrario

Il romanzo autobiografico Banchi di vita, uscito all’inizio di novembre per la Helicon edizioni, è il frutto di un debito di gratitudine per ciò che l’autrice, Cecilia Ricci, docente di filosofia e storia, ha appreso dai suoi alunni durante i primi anni di insegnamento. Ogni insegnante è spesso ridotto, come si spiega nel testo, “a pianificatore di programmi, di contenuti, unità, moduli, sapientemente dilazionati, snocciolati nell’arco delle lezioni e delle settimane ma ha la possibilità di accorgersi, se è onesto con quello che vive, che non c’è una tabella di marcia perfetta quando si hanno davanti le vite degli altri”.

 Chi vive dentro la scuola sa bene che questa istituzione, da qualche anno, ha deciso di rifarsi il trucco, assumendo le forme di una grande officina preposta alla riprogrammazione dei cervelli, secondo i protocolli europei ricchi di fantasie metodologiche. Anche chi voglia prepararsi a un concorso docenti sa bene di doversi sottoporre a corsi di addestramento e ingurgitare un bibitone di tecniche didattiche che nulla hanno da spartire con la cultura capace di interrogare il mistero dell’umanità. Le ricette proposte dai piani alti contano “tra gli ingredienti quantità indefinite di ascolto, valorizzazione, interazione multimediale come leva per sollecitare l’interesse. Una poltiglia neutra di indicazioni che non indicano, di Linee guida che non guidano, se non verso l’omologazione di attitudini, gusti, capacità, nel grande ideal-tipo dell’unico soggetto collettivo che conti: la classe. I singolari protocolli di gestione del conflitto sorto nelle dinamiche della classe sono attenti a bandire qualsiasi forma di preferenza. E se essa invece fosse la sola arma per ridestare passione e libertà?”.

È anche per resistere al rischio di deriva spersonalizzante della scuola che l’autrice ha avvertito l’urgenza di raccontare la storia della gratitudine sorta, passo dopo passo, incontrando la meraviglia e la rivolta dei suoi studenti, maturate dentro le lezioni di filosofia. Gli interrogativi della disciplina hanno generato le loro domande e permesso alle sue di ridestarsi, consentendo alla sua umanità rattrappita e infarcita di pretese di misurarsi con l’assillante domanda che si ostinava a non guardare: “Esiste qualcosa che duri per sempre?” e “Che forma ha il Bene? Quello che riceviamo, immeritato, o quello che doniamo per guarire segretamente le nostre colpe? Che natura aveva il mio, commensurabile al dolore da cui sgorgava incessantemente insieme alle mie quotidiane rivolte?”.

La fine di uno dei tanti esami di Stato aveva portato alla coscienza che non ci sarebbe stato più spazio per lo stupore e le domande sofferte, nate dagli interrogativi filosofici e dai crimini della storia. Gli alunni avrebbero intrapreso cammini diversi, ma la giovane insegnante, anziché gioire fiduciosa, viveva il dolore dello strappo. Fu allora che interrogò quel dolore, figlio del suo bisogno innato di eternità e della promessa tradita che rintracciava in numerose esperienze della sua vita. Probabilmente, allora, pochi avrebbero indovinato il suo smarrimento, soprattutto i suoi studenti che erano soliti vederla come un generale inflessibile ed esigente dentro al recinto della classe.

Quello delineato è quindi un percorso di cambiamento dalla pretesa alla gratitudine, reso possibile dal cammino attraverso il dolore della malattia e della perdita, il bisogno di amicizia e di autenticità di rapporti veri, il dramma per la sofferenza dei ragazzi disabili e l’amore incommensurabile ricevuto da loro in dono. Tutte esperienze che nel volume hanno nomi e storie uniche e universali.

 Strapparle all’anonimato è il suo modo di rendere grazie, perché “Ignoriamo quasi sempre che insegniamo per scoprire realmente quello che sapevamo in astratto. Iniziamo a farlo assistendo grati al miracolo della corrispondenza. Poi ce lo scordiamo, a poco a poco. Cominciamo a sfrecciare assenti sulla via della pianificazione cercando solo rapporti sicuri. Poi accade qualcosa, un imprevisto. Ti imbatti in qualcosa o qualcuno sperimentando di essere preferita e ti ricordi di esserlo stata da sempre. Dall’inizio della tua vita”.

 Il Sussidiario

martedì 28 novembre 2023

EDUCAZIONE SENTIMENTALE ?


FACCIA A FACCIA

 

-         di Alessandro D’Avenia

 

Per vivere abbiamo bisogno del mondo: ci apriamo a ciò che è fuori di noi per necessità. Andiamo incontro a cose e persone perché ci sono utili: il nostro strato animale è fatto di bisogni. Noi umani però non ci apriamo per sola necessità: gli animali non apparecchiano la tavola, non guardano i tramonti, non scrivono lettere d’amore...

 Ciò di cui l’animale ha bisogno se lo prende dal più debole, con la forza, l’uomo invece lo regola attraverso le relazioni commerciali, d’amore e di amicizia. Ma se le relazioni sono fragili prevale la legge di natura, dove domina chi è più forte, e la forza diventa violenza quando l’altro è percepito come proprietà o minaccia. Se il 25 novembre si deve ancora celebrare una giornata contro la violenza sulle donne è perché questa violenza tocca soprattutto la relazione primaria. Ma anche qui la natura dà indicazioni chiare: mentre gli animali si ri-producono (producono l’uguale, la specie), gli umani «fanno» l’amore, cioè la relazione. I primi si accoppiano solo quando è necessario, i secondi quando vogliono e, a differenza degli animali, guardandosi in viso: se l’evoluzione ci ha portato a questo gioco libero e «faccia a faccia» è perché la sopravvivenza umana non riguarda la specie ma la persona: si diventa se stessi solo facendo la relazione con l’altro. E il volto è il luogo di questo gioco. Perché?

 L’animale ha il muso, non il volto, non si racconta, l’uomo sì. Noi facciamo l’amore per dare nascita l’uno all’altro, e questo ci dà gioia. Ma se questo non accade l’uomo regredisce a predatore, rinuncia alla sua evoluzione e si sente vivo alla maniera del bruto (animale in latino), possedendo e sottomettendo: dice «mio», come il bambino che strappa il gioco a un altro, per dire «io».

 La violenza è infatti paradossalmente proporzionale alla debolezza del sé, il bisogno non matura in relazione, resta egocentrismo infantile. Negli ambienti malavitosi, culmine di questo infantilismo del potere, si dice «meglio comandare che fottere»: i due fenomeni sono percepiti come gradazioni di potere, si esiste nella misura in cui si domina e sfrutta l’altro.

 Nella prima parte della narrazione simbolica della creazione biblica, Adamo non è il maschio ma l’Umano (l’umanità intera: adam significa semplicemente fatto di adamah, la terra), e ha la sua essenza nella dimensione relazionale, infatti la donna è tratta «dal fianco» per indicare simbolicamente che è della stessa materia (corpo sociale), l’Umano è uni-duale, cioè la sua essenza è la relazione: l’altro gli è, appunto, «a fianco». L’umano non è in-dividuale (letteralmente l’in-divisibile), ma duale (il con-divisibile), e se nel racconto il principio maschile sottolinea il fare (lavorare il giardino di Eden), quello femminile l’essere (Eva significa semplicemente la Vivente), è perché le due dimensioni sono proprie, prima, dell’Umano, e poi, della dualità corporea uomo-donna: tutti siamo chiamati singolarmente e socialmente a dar vita attraverso la capacità creativa (e il primo lavoro umano è proprio la relazione, un lavoro che non si improvvisa).

 L’individualismo ci fa invece credere che l’uomo è uno e deve auto-costruirsi tecnicamente, e quindi la dimensione relazionale da essenziale diventa puramente funzionale. Nel racconto quando l’umano vede per la prima volta l’altra, pieno di stupore dice: «è come me», soggetto non oggetto. Scopre di essere relazione, prima in se stesso: è capace di dialogo interiore. E poi fuori di sé: con l’altro, che è parte di lui senza essere sua proprietà. Il male comincia quando agiscono soli, individualisticamente. Se la donna non è «come me», e quindi «altro da me», ma «mia», e quindi «altro per me», smette di essere soggetto e diventa oggetto, mezzo.

 Una cultura individualista non riconosce e non educa alla dualità, alla relazione come essenza dell’Umano: il mondo e gli altri sono il self-service del self-made man. L’altro in quanto «mezzo» è riserva di «pezzi» di ricambio: lo si fa a pezzi nella mente e nel cuore prima che nelle mani.

 Una frase di Cristo, uomo scandaloso per come trattava le donne (persino quelle ritenute «intoccabili») va alla radice: «Fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per dominarla, ha già commesso adulterio con lei nel cuore» (Mt 5). La traduzione «ha già commesso adulterio con lei» nell’originale suona «ne ha distrutto l’integrità», cioè «l’ha cor-rotta»: l’ha rotta, fatta a pezzi.

 L’invocata educazione alle relazioni che vogliamo affidare alla scuola non basterà a mutare un modo di essere che si struttura nell’infanzia e nell’adolescenza sulla base dei vissuti relazionali, né sarà sufficiente qualche lezione teorica a trasformare lo sguardo individualista in relazionale. Serve un modo nuovo di vivere e intendere il rapporto con gli altri, per accedere a un’energia dell’essere differenti che ci è divenuta inaccessibile: l’individualismo combinato al consumismo è infatti la negazione delle relazioni umanizzate e la resa ai bisogni.

 Una cultura che elimina il corpo con l’uso continuo degli schermi dati ai bambini, che avalla la pornografia, la pubblicità, le trasmissioni e le piattaforme social in cui la donna è ora Venere sacra (la sua presenza, divinizzata e idealizzata, serve a erotizzare oggetti o magnificare situazioni) ora Venere profana (è lei stessa l’oggetto da vendere e usare), è una cultura ipocrita perché prima allena lo sguardo che «fa a pezzi» la donna e poi si scandalizza per la mancanza di rispetto. In una cultura individualistica e consumistica l’educazione sentimentale diventa così ben presto retorica.

Solo un’educazione dello sguardo, e quindi del cuore e della mente, «all’integrità» (il contrario di dis-integrare: «fare a pezzi») dà agli umani un volto. Questo sguardo si struttura sin da piccoli interiorizzando il modo in cui, a casa, a scuola, per strada, in tv, gli adulti si rapportano prima con se stessi e poi tra loro: oggetti o soggetti? La violenza è in tutti, uomini e donne, di tutte le età e strati sociali: è nella persona. E solo un’educazione relazionale può arginarla, perché allena a sentire l’altro come me stesso: se lo ferisco ferisco me, se lo abbraccio, abbraccio me. E tutto comincia dal faccia a faccia della relazione.

 Provate a tenere oggi la mano sul volto di qualcuno per almeno un minuto, in silenzio. Quella stessa mano che potrebbe far violenza sentirà piano piano che il confine del corpo non è l’io ma il noi, un pronome che in una poesia Mariangela Gualtieri definisce largo quanto tutti i viventi. Noi diamo vita all’Umano solo insieme, l’eros ci spinge a unirci e accogliere il peso e il bello della differenza, in una energia e novità d’essere che brilla in quella luce duale che chiamiamo amore.

 Fonte: Corriere della Sera

UN MASCHIO DA LAPIDARE


 La tragica vicenda di Giulia Cecchettin ha lasciato il segno, forse più di altre in cui le vittime sono donne uccise dal loro compagno, marito o fidanzato che sia. E ha innescato un dibattito che però, dice Paolo Crepet, psicologo specializzato in problematiche educative giovanili, non è stato incanalato nella giusta direzione.


Più che interrogarsi sugli omicidi in quanto atti commessi dagli uomini, bisognerebbe spostare l'obiettivo sulla violenza che segna il nostro modo di vivere, su quella mancanza di relazioni interpersonali sane che fanno crescere i ragazzi e anche gli adulti. Anche l'idea di un'ora di sentimenti, in cui parlare, a scuola, di educazione affettiva, lascia il tempo che trova. Meglio, sostiene Crepet, una settimana bianca in cui i ragazzi possano stare con gli altri. L'educazione ai sentimenti si fa anche in parrocchia, nella squadra di calcio o di basket, nelle esperienze con gli amici: bisogna ricominciare dalla vita e imparare, lì, il rispetto.

A cosa ci pone di fronte questa vicenda?

A tanti fallimenti. Prima di tutto quello educativo, non solo nei confronti dei bambini, dei ragazzi, ma anche tra di noi. Una reazione così forte come quella che si è verificata in seguito a questa tragedia non ci porta grandissima speranza. La teoria per cui non c'è da fidarsi perché noi maschi, nel migliore dei casi, siamo dei precursori delle violenze, se non degli assassini, quindi o assassini o inconsciamente assassini, mi sembra una teoria nazista: i nazisti ragionavano così, ovvero secondo genetica. Tutti i maschi sono tali geneticamente parlando, ma sono diversi tra loro per tutto il resto. Giacomo Leopardi è diverso da Lucky Luciano: non è genetica, è cultura. Se questa diversità non esiste, tuttavia, allora vuol dire che anche le donne sono tutte uguali.

È questo il messaggio?

Sì. Non è stato così, invece, nel caso di Cogne: credo che una donna non si identifichi in una madre assassina.

Cos'è che non funziona in questa lettura dei fatti?

Rispetto a quello che è uscito mi aspetterei una donna che dicesse: «Non è esattamente così» C'è una schizofrenia tra una parte politica che dice «Vogliamo l'ora di buoni sentimenti» e i maschi che, però, sono considerati tutti potenzialmente assassini. La violenza inizia sempre con le parole e allora bisogna stare attenti alle parole, perché sono pietre: vogliamo lapidare il maschio? In realtà ci vorrebbe un'assunzione di responsabilità da parte di tutti e due, uomini e donne. È una questione complessa che va risolta come tale. Oppure va bene così, e allora torniamo ai grembiulini rosa da una parte e a quelli azzurri dall'altra. Che lo si dica, però.

Qual è allora la discriminante tra un uomo capace di relazioni rispettose e uno che diventa omicida?

È l'esperienza di vita che ce lo dice, non l'appartenenza genetica.

 Per quale motivo ci sono tanti femminicidi?

Le statistiche dicono che, in maniera molto moderata, i casi sono in calo. I numeri non mi bastano: se anche gli episodi sono 103 o 104, finendo l'anno a 110, siamo di fronte a una quantità enorme. Il fatto che siano meno di quanto capitava dieci anni fa, insomma, non mi consola. Il problema vero è cosa facciamo. Dobbiamo andare oltre: non credo che il problema sia solo il femminicidio, ma la violenza, all'interno della quale c'è l'orrore dell'orrore che è l'omicidio. Nel caso della ragazza (Giulia Tramontano, nda) uccisa dal fidanzato (Alessandro Impagnatiello, nda) mentre era incinta, la donna aveva parlato con l'amante del suo uomo. È stata trucidata, ma non mi pare che dopo quel colloquio qualcuno sia andato dai carabinieri. Non lo dico per colpevolizzare, è per capire. Evidentemente è una situazione complicata.

Quanto complicata?

Ho avuto una paziente che mi ha stalkerizzato per anni, lo so quanto è difficile. Sono andato a denunciare, ma non è che questo risolve. Non basta andare al centro antiviolenza. Quando lo hai fatto, va via l'ansia? Io avevo l'ansia di uscire di casa. Ce l'avevo ovunque andassi, avevo le guardie del corpo. Non voglio farla troppo semplice e concludere che anche le donne stalkerizzano, ma sottolineare che questo discorso non può essere ideologizzato. Che poi sono gli uomini che agiscono in maniera più definitiva e violenta lo so, ma il fenomeno non è maschile. La violenza è maschile, in gran parte forse, ma anche femminile. Vogliamo andare a vedere in una separazione in Tribunale chi tra l'uomo e la donna è più crudele, più aggressivo, chi fa più ricatti?

Di cosa c'è bisogno per comprendere questa complessità?

C'è bisogno di tutto fuorché di ulteriore violenza. Questa ragazza che è morta davvero avrebbe voluto dividere il mondo con un pregiudizio così profondo, così totalizzante? Secondo me non avrebbe voluto essere motivo di tutto questo. Invece c'è questa vittimizzazione maschile per cui siamo tutti lì con il capo cosparso di cenere e non possiamo dire niente. E non faccio questo discorso perché sono un maschio. Se si parla di una figura come la madre che può diventare negativa, poi, apriti cielo. E perché? Non posso parlare male di una madre diseducativa? Non ho detto “di tutte le madri”. Nella mia esperienza ne ho vista una quantità esorbitante. Sto dicendo madre ma potrei dire padre, ovviamente. Sto dicendo che nessuno si può tirare indietro.

 Da cosa possiamo cominciare?

Cominciamo dai bambini: pensiamo che sia meglio metterli insieme perché crescendo la loro sessualità possa essere concepita meglio? Allora pensiamo in modo positivo le nostre relazioni, ma così non posso arrivare alla conclusione di prima. Facciamo qualcosa di bello per i bambini senza pensare che il maschietto diventerà un assassino: è un problema culturale, educativo, non genetico.

C'è un problema di educazione alla relazione?

Un problema enorme.

Anche l'ora di relazione a scuola sarebbe inutile?

 Cambiamo la scuola per quello che è. Favoriamo una scuola che duri più tempo, che sia a tempo pieno. Cosa significa il rientro pomeridiano di un'ora e mezza ogni tanto? Questo evento tragico ha aperto i cancelli a cose che mai mi sarei immaginato potessero essere dette, dal governo all'opposizione, senza soluzione di continuità. Come il rientro un'ora e mezza due volte al mese per questi corsi. Un'attrice nota mi ha detto: «Da qualche parte bisogna pure cominciare». Cosa vuol dire? Che si va a caso? Siamo un Paese alla deriva. La mia paura è che qualcuno metta un mental coach al liceo classico. Ho sentito con le mie orecchie che fra i candidati a questa accademia dei buoni sentimenti ci può essere un influencer. Mi vengono i brividi. Non so se qualcuno abbia una vaga idea dell'universo degli influencer, degli o delle youtuber. Sono delle teste vuote.

 Ma questa educazione alle relazioni allora da dove comincia? Dalla famiglia?

Dalla vita: un po' in parrocchia, un po' a basket, un po' in discoteca, al baretto, a scuola. Anche giocare a pallone ti insegna i sentimenti: se dai un calcio alla tibia a quello davanti lui piange, hai fatto una cosa scorretta, te ne penti, chiedi scusa. C'è rispetto.

 Viviamo in un mondo che ti porta a pensare a te stesso e basta: è un ostacolo che si può superare?

 Non si fanno più neanche le gite scolastiche: i ragazzi non ci vogliono andare, perché è una rottura di scatole, anche sabato e domenica preferiscono stare in camera. Tutto quello che era per generazioni e generazioni libertà, occasione di incontro, svago, gioia, adesso è orrore. I genitori sono ancora più contenti perché così non si fanno male, non devono preoccuparsi con chi dormono, né di cosa possono fare in albergo in montagna se fanno la settimana bianca con la scuola. Quindi meglio che stiano in camera da letto con il telefonino. In questa realtà, in cui famiglia e scuola si mettono d'accordo per non fare niente, arriva l'idea della Schlein e della Meloni dell'educazione sentimentale. La settimana bianca è educazione sentimentale: dovrebbe essere obbligatoria, e se c'è una famiglia che non ha i soldi dovrebbe pagarla lo Stato. Ci sarà casino alle 2 di notte? Possibile. Poi a volte è difficile anche trovare insegnanti che si prestano alle gite, perché rischiano una denuncia. Se ci sono ragazzi che si danno quattro schiaffi per via di una ragazza, il padre di chi le ha prese denuncia soprattutto il professore che non è stato vigile. Il risultato più ovvio, allora, è stare a casa.

 Fonte: Italia Oggi