poco conosciuto
- di
Giuseppe Savagnone
-
È
usato per indicare quei ragazzi tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto
scelgono di ritirarsi dalla vita sociale per condurre una esistenza tendente
all’isolamento, chiudendosi nella propria stanza, evitando i rapporti con altre
persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente,
mediante Internet e il telefono cellulare.
Il
fenomeno ha avuto origine in Giappone, negli anni Settanta, ma ora è diffuso in
tutti i paesi economicamente evoluti (è sconosciuto, invece, in quelli poveri),
tra cui anche l’Italia, dove sembra che gli hikikomori, sempre più numerosi, si
avvicinino ai centomila, un decimo del totale mondiale, che è di un
milione.
In
realtà, però, a questo numero bisogna aggiungere quelli che Crepaldi definisce
«pre-hikikomori», perché non sono ancora giunti alla fase finale
dell’auto-reclusione, ma si avviano ad essa con una serie di comportamenti che
gradualmente li portano prima ad isolarsi, a scuola, dai loro compagni (fase
uno), poi ad abbandonare gli studi (fase due), infine a isolarsi anche dai
genitori, evitando di incontrarli, mangiando per conto proprio, invertendo i
ritmi del sono dalla notte al giorno (fase tre).
Se
si aggiungono a quelli della fase tre quelli delle altre due fasi, secondo
Crepaldi siamo davanti a un fenomeno che in Italia coinvolge duecentomila
ragazzi, soprattutto di sesso maschile, esposti a questa minaccia in un
rapporto di 8 a 2 rispetto alle loro coetanee.
Le
cause
Poiché
implica la sostituzione dei rapporti personali con quelli puramente virtuali,
la patologia dell’Hikikomori può essere senz’altro collegata alla
dipendenza di molti giovani da Internet. Ma questa, nel caso dell’Hikikomori,
non è la causa, bensì l’effetto del suo progressivo isolamento.
Se
egli si rifugia nel mondo virtuale è perché non riesce più a reggere
l’esperienza di quello reale, non viceversa. Da qui un “ritiro sociale”
che è, al tempo stesso, una “ribellione silenziosa” nei confronti della
società.
Le
cause profonde del fenomeno vanno cercate, piuttosto, nel clima di
competitività e nella solitudine che caratterizzano proprio le società più
“evolute”, come appunto il Giappone e ora anche l’Italia.
Per
quanto riguarda la prima, l’hikikomori è innanzi tutto una persona ansiosa,
angosciata dalla percezione della sua incapacità di reggere il continuo
confronto che, fin dai primi anni scolastici, seleziona una minoranza di
“vincenti” – primi della classe, primi nello sport – rispetto a una maggioranza
di “perdenti”. Davanti a questa sfida, carica di ricadute psicologiche e
sociali, l’hikikomori, esibisce la sua non-partecipazione, in realtà perché –
anche se di solito non lo riconosce – fugge.
Da
qui anche il circolo vizioso per cui, quanto più si estranea e resta indietro
rispetto agli altri, tanto più si conferma nella sua convinzione di non poter
competere e di essere ormai irrimediabilmente in ritardo, escludendo ogni
speranza di rientro e di ripresa della vita normale.
«I
giovani di oggi», spiega Crepaldi, «avvertono forti pressioni di realizzazione
sociale. La società sta accelerando la sua velocità e chiede risultati di
successo presto, troppo presto. I social hanno aumentato il confronto sociale
con altre persone alimentando la paura di non essere all’altezza, di rimanere
fuori».
E
la paura determina l’effetto temuto, camuffato come una scelta ostinatamente
orgogliosamente difesa nel tempo. Perché di Hikikomori si parla solo dopo
sei mesi che un giovane fa questa vita, rendendo sempre più difficile un
cambiamento.
Ma
c’è anche la solitudine. Che comincia in famiglia e non consiste solo
nella eventuale mancanza di interesse da parte dei genitori, spesso troppo
presi dal lavoro, ma può manifestarsi anche in un rapporto sbagliato con essi,
quando il loro affetto diventa iperprotettivo e soffocante, ma proprio per
questo incapace di “vedere” l’identità reale del figlio o della figlia.
Li
si colma, magari, di regali, si dice sempre “sì” a qualunque loro richiesta, ma
non si ha il tempo per “stare” con loro e ascoltarli.
Questa
solitudine in molti casi si riproduce anche nel rapporto con gli
insegnanti, spesso intenti più a trasmettere competenze che non a creare un
rapporto educativo basato sul dialogo.
Rapporto
che non implica, come credono molti genitori e professori, la rinunzia
all’esercizio dell’autorità, anzi esige la consapevolezza di un’asimmetria tra
l’educatore e la persona che deve essere aiutata a crescere. Spesso
è proprio l’inadeguatezza dell’adulto, la sua mancanza di autorevolezza – la
qualità necessaria a chi esercita l’autorità – che crea smarrimento nel
giovane, spontaneamente in cerca di punti di riferimento credibili.
Sono
i padri che si fanno chiamare per nome, vantandosi di essere innanzi tutto
“amici” dei loro figli (che di amici ne hanno tanti, ma di padre uno
solo), sono i docenti che non sanno farsi rispettare – per la loro debolezza o
per il loro autoritarismo, entrambi incompatibili con l’autentica autorità – ,
a far sentire soli i giovani e tolgono loro il supporto indispensabile per
crescere e diventare adulti. Non per nulla auctoritas deriva
dal verbo augere, che significa “far nascere”, “far crescere”
(l’altro sostantivo che ne deriva è auctor).
Così
l’hikikomori è un adolescente che non riesce a diventare adulto, un bambino che
– anche a causa di una eccessiva precocità nell’uso di strumenti di
comunicazione (smartphone, Tv, computer, tablet), che lo hanno esposto
a un piena di stimoli e di messaggi eccessiva per la sua età – non
ha conosciuto quella che un tempo si chiamava “infanzia” ed è stato fin dalla
più tenera età allevato come un adulto, ma che proprio per questo, da adulto,
non cessa di essere bambino, incapace di affrontare la complessità del mondo
reale e di assumersi la responsabilità delle scelte che essa comporta.
Non
a caso lo psichiatra giapponese Tamaki Saito, a cui si deve l’introduzione del
termine “hikikomori”, ha scritto un libro intitolato «Adolescenza senza fine»
Solo
la punta di un iceberg
Ma
questi problemi – a ben vedere – non sono solo alla base del fenomeno degli
hikikomori. Questi ultimi, in realtà, sono la manifestazione patologica
più evidente di un disagio che riguarda tutto il mondo giovanile.
Un
disagio molto più profondo di quanto gli adulti di solito non colgano.
Assorbiti come siamo dalla frenetica attività di ogni giorno, in una società
dove la fretta rende distratti e soprattutto riduce l’attenzione al volto degli
altri, scambiamo le rumorose manifestazioni di vitalità dei nostri figli per
forme eccessive, ma in definitiva non problematiche, di libertà.
In
realtà, «i giovani», scriveva qualche anno fa Umberto Galimberti nel suo
libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani ,
«anche se non ne sono consci, stanno male». Non bisogna lasciarsi ingannare
dalla loro chiassosa euforia nelle notti in discoteca, dal vorticoso
succedersi delle loro esperienze sessuali, dalla loro corsa dietro le mode: «Il
presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché
questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire
l’angoscia»
Un’analisi
confermata dai dati del rapporto
Censis sul mondo giovanile del novembre 2024, da cui risulta che il
49,4% degli adolescenti tra i 18 e i 25 anni vive problemi di ansia e
depressione.
Commentando
questi risultati, Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle
università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione
Minotauro, osservava: «Da
diverso tempo gli adolescenti e i bambini non sono al centro dell’attenzione
degli adulti. Esiste una narrazione sbagliata che associa al disagio
la convinzione che i giovani siano eccessivamente amati. In verità a mancare è
l’ascolto dei figli»..
E
aggiungeva: «I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su
internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno
con gli adulti che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a
impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole
restrittive a colmare il vuoto da cui il problema ha origine. Una notazione,
fra le altre, andava alla radice del problema di questa solitudine: «La società
vive un individualismo di massa che fa paura, in tutti gli ambiti».
Individualismo
che poi è alla base dell’altro fattore che abbiamo visto decisivo per gli
hikikomori: la competitività spietata che ormai tutti i livelli caratterizza i
rapporti umani, da un lato mandando in crisi non solo la pratica, ma il
concetto stesso di “comunità”, fondato sulla cooperazione in vista di un
fine comune, dall’altro dando luogo a quella «cultura dello scarto» tante volte
denunziata da papa Francesco.
Ma,
ancora più a monte, alla radice del disagio dei giovani c’è l’incapacità degli
adulti di trasmettere una visione del mondo che valga la pena abitare. Gli
ideali del passato, in nome dei quali i giovani erano a volte perfino pronti a
morire e he giustificavano la lotta per costruire un mondo migliore di quello
attuale, sono ormai tramontati. Le ideologie sono morte, tranne quella del
neocapitalismo, che è così potente da farsi credere puro realismo.
Non
c’è più speranza di un futuro che non sia la continuazione del presente, magari
degli aggiustamenti a livello economico sia individuale che collettivo (la
crescita del PIL, un lavoro ben retribuito…).
Non
c’è da stupirsi che i giovani si interessino sempre meno a una politica che tra
l’altro sta conoscendo abissi mai prima così profondi di cinismo e di dispregio
della più elementare umanità. Anzi forse, a questo punto, quello di cui essere
sorpresi è che ancora gli hikikomori siano così pochi.
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