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venerdì 8 agosto 2025

PER UNA SCUOLA DELLA POSSIBILITA'

 


 

Un nuovo modo di insegnare e di valutare a partire dallo sguardo dei bambini

Intervista a Davide Tamagnini, maestro di scuola primaria, docente a contratto all’Università degli Studi Milano-Bicocca, autore di libri sulla pedagogia e la didattica.

 

-di Eleonora Recalcati

 

Per costruire una scuola su misura di bambino occorre superare la logica del “si è sempre fatto così” ed esplorare nuove vie. Davide Tamagnini, ispirandosi alle teorie pedagogiche dei grandi maestri del passato, parte dallo sguardo dei più piccoli per una didattica che ambisce a non dare voti ma ad accompagnare nell'avventura della crescita.

Nel suo libro Si può fare. La scuola come ce la insegnano i bambini parla di come cambia la scuola quando si parte dal punto di vista dello studente. Ci vuole spiegare in che senso?

La scuola che mi hanno insegnato i bambini è, innanzitutto, una scuola della possibilità. Se si è in grado di abbassarsi (o alzarsi) all’altezza dei più piccoli, mettendosi vicino a loro, si scopre che molte cose che si pensavano impossibili, in realtà, non lo sono. Il nostro tempo è dominato dall’ansia e la scuola non ne è immune: insegnanti ed educatori si sentono addosso gli occhi delle famiglie, delle istituzioni, muovendosi tra infiniti vincoli burocratici. Spesso questo li paralizza, scoraggiandoli dallo sperimentare, dal ricercare nuove vie.

Nella mia esperienza di insegnante, mi sono reso conto che se invece ci si affida allo sguardo dei bambini, molte di queste barriere cadono. Con loro si può affrontare qualsiasi domanda, visitare luoghi reali e immaginari impensati, abbandonando le strade lastricate di certezze per costruire nuovi percorsi di apprendimento. Solo così la scuola diventa un luogo vitale che ogni giorno può sorprendere e divertire, un luogo in cui i bambini desiderano tornare.

Come possono gli insegnanti superare questa paralisi, andare oltre la burocrazia e ritrovare il senso, restituendo alla scuola una dimensione più vitale?

Occorre ritrovare un approccio pedagogico, perché la pedagogia è la leva che abbiamo a disposizione per scalzare l’ingessatura della burocrazia vissuta come sterile adempimento. L’insegnante che ha una visione animata da teorie pedagogiche, da una ricerca personale, riesce ad abitare lo spazio istituzionale e burocratico riempiendolo di senso.

Quando questo manca, si finisce per muoversi meccanicamente dentro strade pre-tracciate dalla burocrazia, ponendo domande fasulle di cui già si conosce la risposta, e uccidendo la fantasia e il desiderio di apprendere.


Quando ho iniziato a insegnare alla scuola primaria, una delle cose che mi sentivo ripetere più spesso era “non si può fare”. Continuavo a incontrare barriere che, tante volte, erano immaginarie. Infatti, molte delle innovazioni didattiche che sembravano impraticabili, poi sono riuscito a perseguirle. Spesso questo senso di paralisi viene dalla mancanza di ricerca e conoscenza delle possibilità.

 La pedagogia è la leva che abbiamo a disposizione per scalzare l’ingessatura della burocrazia vissuta come sterile adempimento.

 Nella sua esperienza di docente la ricerca è stata molto importante, tanto che ha deciso di intraprendere un dottorato e ora insegna all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Come interagiscono nella sua professione la dimensione dello studio e quella dell’insegnamento?

Credo che non si possa fare l’insegnante se non si è personalmente in ricerca.
Il mio è uno studio che parte dall’aula e si concretizza dentro la scuola. In campo pedagogico, la pratica quotidiana della didattica e la ricerca accademica si devono contaminare, altrimenti lo scollamento tra questi due mondi rischia di scadere nell’astrazione.
Nella mia professione di insegnante, lo studio mi ha aiutato a gettare sguardi nuovi, a porre domande diverse, ad aprire vie in un mondo, quello della scuola, in cui molto viene dato per scontato.

Dopo il dottorato in Educazione nella società contemporanea sono tornato a scuola perché è proprio lì che si gioca la mia ricerca e, d’altronde, vedo che l’efficacia dei corsi che tengo in università si fonda proprio sulla commistione tra teoria e pratica.
Anche i maestri che studio e che mi hanno ispirato (come Maria Montessori o Gianni Rodari) hanno abitato la scuola a partire da diversi sguardi e professioni: c’è chi era medico, chi scrittore, e anche attraverso questa loro dimensione hanno provato a dare un contributo alla pedagogia.

Da quando sono maestro di scuola primaria, ho sempre tenuto un giorno libero per fare altro e allargare lo sguardo: per formare altri docenti, fare ricerca e coltivare i rapporti con l’università. Faccio parte del Movimento di Cooperazione Educativa e per anni ho coordinato il Gruppo Nazionale sulla Valutazione, anche grazie alle ricerche e alle pratiche didattiche che mi sono valse l’etichetta del “maestro che non mette i voti”.

Parliamo proprio del suo approccio alla valutazione: come è cominciata la sua sperimentazione a riguardo e a che conclusioni è arrivato?

Ho iniziato questo percorso nel 2013, chiedendo, come maestro di scuola primaria, di sperimentare sul tema della didattica e della valutazione in nome di una norma presente nel DPR 275 che lo permetteva. Partivo dall’idea che non si potesse, e non fosse giusto, classificare i bambini. Il voto classico istituisce una graduatoria, indicando al bambino a che livello si colloca rispetto agli altri, e si rivela invece del tutto inadeguato a descrivere un percorso di apprendimento. Il fatto di prendere 6 piuttosto che 9 indica allo studente e alla sua famiglia soltanto se il livello di apprendimento è maggiore o minore rispetto a quello di altri, ma non offre indicazioni utili sul percorso, su ciò che il bambino sa o non sa fare, su quanto può ancora apprendere. Così ho cercato modalità meno standardizzanti e più attente alle differenze, partendo per esempio dall’idea di usare i colori del semaforo per rappresentare, insieme ai bambini, il grado di comprensione e apprendimento. Abbiamo ragionato insieme su cosa significasse il verde piuttosto che il rosso, li ho coinvolti nel processo di valutazione mettendomi al loro fianco e dando indicazioni che potessero sostenere concretamente l’apprendimento: invece di stilare una graduatoria, meglio invitare tutti a riflettere. All’inizio mancavano normative in questo senso, nel 2020 è arrivata l’Ordinanza 172, che ha stabilito la possibilità della valutazione descrittiva per la scuola primaria, di fatto dando via libera alle pratiche che avevo cominciato a mettere in atto.

L’ordinanza del 2025 torna a un giudizio più sintetico, ma ormai con i miei studenti il nuovo metodo è avviato. Così, a volte, affido a tutti i bambini di una classe lo stesso livello (ottimo, per esempio) e poi dettaglio con un feedback formativo e una valutazione approfondita che offra elementi utili per capire. Perché altrimenti allievi e famiglie si fermano al voto, che sia “ottimo”, “buono” o “insufficiente”, e non si chiedono ciò che conta davvero.

Come hanno reagito le famiglie a questa innovazione?

I genitori, all’inizio, possono essere spiazzati, quindi è giusto lavorarci e coinvolgerli.
Ho investito molto tempo per incontrarli e spiegare loro che poteva esserci un altro modo per valutare i bambini. Ho illustrato il metodo del semaforo e ho proposto loro di usarlo con i propri figli e di confrontarci lungo il percorso. Ho avviato una collaborazione perché, quando si vuole aiutare qualcuno a parlare una lingua nuova occorre farla praticare il più possibile. In gran parte ha funzionato, le famiglie si sono anche spese pubblicamente a sostegno di questo nuovo metodo.

Poi ci sono genitori che protestano, a volte perché sono interessati a inserire il proprio figlio in una classifica, un meccanismo di cui il nostro mondo è pervaso, ma io mi sottraggo a questa pretesa. A me non interessa fare graduatorie, ma dare elementi utili agli studenti e alle famiglie per capire davvero cosa un bambino sa o non sa fare, e come può migliorarsi.

E i docenti? Ha rilevato interesse per questo nuovo metodo di valutazione tra i colleghi?

Anche grazie ai corsi di formazione per gli insegnanti, ho avuto modo di incontrare moltissimi colleghi e devo dire che, spesso, riguardo alla valutazione, non c’è moltissimo approfondimento: semplicemente si fa come si è sempre fatto.
All’inizio pensavo non fosse particolarmente utile incentivare pratiche innovative di valutazione se non all’interno di un cambiamento complessivo della didattica, ma ultimamente ho notato come cambiare il modo di valutare possa scardinare anche pratiche di insegnamento logore. Mettendo in discussione il nervo sensibile del “voto” si sovvertono abitudini consolidate, con un effetto a cascata. La necessità di dare feedback formativi, al posto dei vecchi giudizi, costringe infatti a pianificare diversamente tutto il percorso di apprendimento e può essere un grande incentivo a rinnovare la didattica. Una valutazione che miri a formare e non a classificare diventa allora il perno per realizzare una scuola a misura di bambino, per rivitalizzare pratiche arrugginite ripartendo dal senso e dall’approccio pedagogico.

 https://www.boltonforeducation.org/per-una-scuola-della-possibilita/

 

mercoledì 30 luglio 2025

EDUCARE E' LIBERARE

 


"Educare è liberare, 

ma la politica lo ignora.


 Folle la scuola che insegue 

il sistema produttivo"

 

La rivoluzione richiede pensiero critico, 

l’istruzione non sia ossessionata dagli sbocchi occupazionali.

di : Massimo Cacciari

Quale dovrebbe essere il compito fondamentale di uno Stato? La risposta che ci proviene dalle voci che stanno all’origine della nostra civiltà è una sola: nutrire, allevare ed educare i giovani. Nutrire e allevare il loro corpo, formare ed educare la loro anima. Nella loro indissolubile unità. Di che cosa infatti dovrebbe avere massima cura una città, una polis retta secondo ragione, se non della propria forza e della propria durata? E che cosa le garantisce se non nuove generazioni attrezzate in tutti i sensi ad affrontare anche l’imprevedibile? È un’idea gerontocratica dell’educazione quella che la riduce essenzialmente a trasmissione di saperi. Educare, come dice la stessa parola, significa trarre fuori dal giovane la potenza che già è in lui, aprire la sua mente, i suoi occhi, e non informarlo di ciò che padri e nonni hanno compreso e vissuto. Educare significa liberare. 

Il peccato mortale della nostra politica consiste nell’ignorare tutto ciò. Il suo fallimento è palese, ma ci si ostina a nasconderlo. I dati lo denunciano impietosamente. La sfiducia nelle capacità formative del nostro sistema cresce con disarmante regolarità. I laureati nella fascia d’età 25/34 anni sono il 30% (ma al Sud solo il 20%), il 10% in meno rispetto alla media europea. Di questi laureati quelli che prendono la via dell’emigrazione crescono ogni anno dall’inizio del nuovo millennio, passando da qualche centinaio a parecchie migliaia. Chi trova lavoro in patria lo ottiene, nella stragrande maggioranza dei casi, irregolare e sottopagato. E per ogni capitolo di questo dramma il Sud vede peggiorare la propria situazione rispetto al Centro-Nord. Sono dati a disposizione di tutti, non opinioni. La formazione delle nuove generazioni non rappresenta la priorità della nostra politica. E una politica che nella sua agenda non esprime questa priorità cessa di avere un qualsiasi futuro. 

Non si tratta soltanto di investimenti, di difendere almeno il potere d’acquisto degli stipendi di personale e insegnanti, di armare il cervello dei giovani piuttosto che riarmare eserciti per far guerre per interposta persona. Né la crisi della scuola italiana può essere semplicemente trattata come un capitolo del progressivo esaurirsi delle politiche di Welfare, del venire meno della volontà stessa da parte dello Stato di garantire a tutti i servizi essenziali. Nella sua politica per la scuola una classe dirigente ha sempre espresso, cosciente o no, nel modo più chiaro il proprio livello culturale e la propria strategia complessiva. L’assetto della scuola è lo specchio più veritiero della sua qualità. Quale idea di società emerge dagli attuali ordinamenti? Una confusa contrapposizione al modello classista gentiliano ha condotto a inseguire quello di una scuola “al servizio” del sistema economico-produttivo. Una scuola che tradisce il suo stesso etimo per diventare nec-otium, negozio, una sorta di pre-lavoro. 

Modello non solo culturalmente odioso, ma semplicemente idiota, poiché esso prefigura una scuola che si troverà sempre in costante ritardo rispetto alle trasformazioni organizzative e tecnologiche. Se la scuola deve essere nec-otium la si chiuda e si promuovano soltanto forme di learn-by-doing gestite da imprese e società, al loro interno. La rivoluzione tecnologica (e delle stesse forme di vita) in cui viviamo richiede persone capaci di capire, apprendere rapidamente, educate a un pensiero critico, pronte nel cogliere i segni del salto, della discontinuità nei processi economici e sociali. Altro che adattarsi allo stato presente e integrarsi in esso. 

Tutto si tiene. Una scuola, a tutti i gradi, che persegue l’obbiettivo di addomesticare il giovane al mercato, ossessionata dalla peregrina idea dello “sbocco occupazionale”, sarà necessariamente il trionfo dell’ordinamento burocratico, del controllismo formale. L’oppressione burocratica schiaccia l’autonomia didattica, omologa al basso, rende vacua chiacchiera ogni selezione meritocratica. L’insegnante ha sempre meno tempo per leggere, studiare, continuare a formarsi; produzione di riunioni per mezzo di riunioni, redazione di piani e progetti, rendiconti continui non sulle proprie conoscenze, ma sull’osservanza di procedure e metodi soffocano il suo spirito di iniziativa. Come ha bene spiegato Ivano Dionigi nel suo libro “Magister” ormai la scuola non la fanno i maestri, ma i ministri. 

È il sistema dell’universale sorveglianza. Tutto si svolge sotto il timore della punizione. Non hai seguito la regola, non hai riempito con diligenza i moduli prescritti, la controversia legale, magari fino al Tar, sta in agguato. Per essere tranquilli, obbedisci ai comandamenti ministeriali, per quanto stupidi possano essere e anche se ciò ostacola fino a impedirla la tua volontà di crescita intellettuale, di cambiare, di innovare dove le cose non ti sembra funzionino. Bada anzitutto al “successo formativo”, che si misura sulla percentuale degli studenti che finiscono il corso negli anni previsti. “Successo formativo” significa perciò non avere “bocciati”, non avere “fuori corso”. Il “sindacato Famiglia” vigila che così sia. La meritocrazia può attendere, anche perché quale meritocrazia potrebbe esserci in un regime che non ha alcuna politica per un reale diritto allo studio?. 

 L’astratto metodologismo imperante determina anche i piani di studio. La competenza disciplinare lascia il posto a indigeribili melting-pot specie nelle materie cosiddette umanistiche, infarinature di impressioni generiche su letteratura, arte, storia, invece di letture dirette, poche ma solide, conoscenze specifiche, limitate ma reali, fondate. Il “politicamente corretto” completerà l’opera di metamorfosi della conoscenza disciplinare in chiacchiera universalistica. 

Così non si educa il giovane e così lo Stato abdica alla sua funzione politica essenziale. Docenti e studenti debbono allearsi nel combattere questa intollerabile situazione. Solo da questa lotta può nascere anche una nuova élite politica, una nuova classe dirigente del Paese.

Fonte: La Stampa

 

giovedì 9 aprile 2020

IL MONDO CHE VERRA'

Aspettando il dopo-virus

Sulle pagine dell'Osservatore Romano l'intervista al presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali sul dopo coronavirus, che includerà "nemici" importanti, a partire dal neoliberismo, ma anche e soprattutto un'epoca migliore


di Marco Bellizi

Nel “nuovo mondo” del dopovirus il nemico numero uno sarà il liberismo. E insieme ad esso, almeno in Italia, la burocrazia, l'ostinazione nel rifiutare il principio di sussidiarietà, la resistenza alle opportunità che la tecnologia ha dimostrato di poter fornire. Nonostante questo compito impegnativo all'orizzonte, secondo Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali, il futuro comunque sarà migliore del passato. L'Europa, per esempio, sarà più forte e i sovranismi, nell'immediato, saranno costretti ad arretrare. Perché tutto questo accada, però, occorrono iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. In Italia, per esempio, servirebbe un think tank, un gruppo di esperti  politicamente indipendenti e  desiderosi di dare una mano al loro paese, in grado di elaborare nel termine di poche settimane un vasto progetto con cui ripartire, quando si avvierà finalmente la famosa “fase 2”.
Professor Zamagni, prima di tutto mi permetta una domanda ineludibile: lei è favorevole alla riapertura in Italia, in tempi brevi, delle attività produttive, anche correndo qualche rischio, o preferisce attendere il via libera degli scienziati?
R. - Il punto è delicato e richiede una risposta articolata. Circola uno studio recente realizzato da un team di esperti dell'Università di Alicante, istituzione piuttosto attendibile, secondo il quale in Italia e in Spagna il 24 aprile sarà  la data di un deciso cambio di rotta, in positivo, dell'epidemia. Se questo è vero  ha un senso riaprire. Altri studi però mostrano scenari diversi. Ci sono pareri discordanti anche a livello scientifico: questo va detto. I police makers, i governanti, sono costretti a basarsi su questi dati, che non sono concordi. Purtroppo, negli anni passati, quando era possibile farlo, gli istituti scientifici non sono stati messi nella condizione di effettuare studi che adesso sarebbero preziosi. Bisogna dire con chiarezza, però, che non si muore solo di virus: se entro due mesi la situazione non si risolvesse si potrebbe cominciare  a morire anche per denutrizione, per cattiva alimentazione, per insufficiente assistenza sanitaria. I modi per riaprire gradualmente ci sono. Occorre iniziare con le attività che producono valore aggiunto: le partite di calcio, tanto per intendersi, non sono fra queste.  Fino ad ora, durante questa crisi, abbiamo solo redistribuito valore, senza produrlo. E' chiaro che così non possiamo reggere. E qui devo dire che le autorità italiane non hanno mostrato di voler valorizzare i tanti organismi del cosiddetto “terzo settore” che potrebbero fare un mondo di bene. Ho sottoscritto, assieme ad altri, un appello per avviare il servizio civile universale. Ci sono 80000 giovani che in base agli ultimi bandi sono pronti a lavorare gratuitamente per un anno. Lo stesso vale per molte fondazioni sanitarie. Sarebbe un vero e proprio esercito pronto a scendere in campo. Parliamo di circa 360 mila organizzazioni. Il problema è che ci sono alcuni settori che sono contrari al principio di sussidiarietà. C'è troppo dogmatismo e poca cultura. Prendiamo il tema della fragilità e della vulnerabilità, di cui si parla molto in questi giorni. Sfugge una distinzione fra queste due categorie. Noi in questi giorni siamo intervenuti a favore dei più fragili, di chi si trova in condizione di bisogno. Ed era giusto farlo. Ma la vulnerabilità è la condizione di chi, con una percentuale di probabilità superiore al 50 per cento, entro un determinato lasso di tempo potrebbe trovarsi fra quelli che oggi vengono  definiti fragili.
In questi giorni abbiamo sentito molti pareri, anche diversi, in merito agli effetti che il lockdown avrà sull'economia italiana e su quella mondiale. Si può dire ormai, almeno a grandi linee, quali saranno le principali emergenze che si dovranno affrontare nell'immediato?
R. - In primo luogo bisogna passare dal Welfare State alla Welfare Society: ammettere anzitutto che la salute non è un bene privato ma pubblico. Questo virus ce lo sta dimostrando chiaramente: se io mi ammalo finisco con il fare ammalare anche gli altri. Diventa un problema comune. Poi occorre passare dal modello  della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” alla “convergenza scuola-lavoro”, perchè i due mondi non sono alternativi. Nei progetti educativi bisogna introdurre il termine “conazione” (conoscenza e azione). Il sapere va usato in senso trasformativo. Oggi le imprese hanno fame di conoscenza eppure non riescono a impiegare chi la possiede. Naturalmente ciò comporta riscrivere l'architettura filosofica che è alla base della scuola. E' lo stesso concetto attorno al quale ruota il progetto educativo che il Papa ha inteso promuovere e che verrà rilanciato nei prossimi mesi. Un altro punto fondamentale è quello della deburocratizzazione. Nessuno ha l'onestà di dire che la burocrazia c'è per colpa di tutti i partiti politici, e sottolineo tutti,  che l'hanno creata a colpi di leggi a partire dagli anni '80 del secolo scorso in poi (il miracolo economico precedente si è potuto verificare proprio in assenza di questo genere di ostacoli). La burocrazia la si tiene in vita in virtù di quella che viene definita la rentseeking: non è altro che uno strumento per mantenere o estrarre rendita. Ecco, bisogna far partire una lotta senza quartiere contro le posizioni di rendita che si annidano nella burocrazia. Anche perché per mantenere il burocrate, per giustificare il suo stipendio, l'unico modo è fargli produrre carte su carte, in un processo autorigenerativo. Altro punto fondamentale è quello del tasso di imprenditorialità, che in Italia è calato molto: muoiono molte più imprese di quante ne nascano, e quando dicono “muoiono” mi riferisco anche a quelle che passano di mano ad aziende francesi o tedesche pur mantenendo il marchio formalmente invariato. C'è differenza fra imprenditorialità e managerialità. In Italia ci sono tanti bravissimi manager, abbiamo ottime e numerose business school. Il problema è che mentre il manager ha bisogno di tecnica, l'imprenditore ha bisogno di cultura, di alta cultura. E qui le nostre università hanno delle colpe, sfido chiunque a dimostrare il contrario. Infine c'è la questione della “tassazione promozionale”, quella che gli inglesi definiscono Optimal taxation theory: le tasse le deve pagare soprattutto chi ha rendita, non chi produce valore. Se questo facesse parte di un programma elettorale scommetto che la gente lo voterebbe in massa. Mi piacerebbe sapere cosa hanno da dire su questo punto i grandi fautori della meritocrazia...Se si fosse realmente meritocratici si dovrebbe essere d’accordo. Ma bisogna intervenire subito. Serve un think tank composto da esperti indipendenti, liberi da vincoli partitici, che  abbiano a cuore le sorti del paese e che nel termine di tre mesi siano in grado di elaborare un progetto.
Cosa ci ha insegnato, ci sta insegnando, questa pandemia, sotto il profilo dei rapporti economici e sociali?
R. - La lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. Fino a qualche tempo fa c'era chi ancora inneggiava al neoliberismo. O chi confondeva il globalismo con la globalizzazione, quando naturalmente si tratta di cose molte diverse. È sempre il vecchio concetto caro ad Adam Smith, secondo cui la marea quando si alza solleva tanto le imbarcazioni grandi quanto quelle piccole, la teoria secondo la quale in economia c'è sempre una mano invisibile che aggiusta  tutte le cose. C'è voluto il Papa con la Evangelii Gaudium a fare presente che non è così. Oggi chi ancora sostiene le posizioni neoliberiste o è un incompetente o lo fa in cattiva fede. La pandemia di questi giorni somiglia tanto  alla “distruzione creatrice” di cui parlava Joseph Schumpeter  nel 1912, quella che viene considerata la componente fisiologica del capitalismo, la cui ontologia ruota attorno appunto al principio darwiniano  del far morire per ricreare. Secondo l'economista austriaco, non c'è niente che si può fare per evitarlo. Il problema è che dalla dimensione economica questo principio si è spostato a livello sociale. E i più poveri, i più fragili, sono quelli che pagano. Lo vediamo in questi giorni, anche a livello sanitario, con la drammatica scelta di chi curare. Questo meccanismo va domato: la dimensione del creare deve prevalere su quella distruttiva, in modo che la prima possa compensare gli effetti della seconda. Ma sono certo che questo accadrà, perchè la gente sta aprendo gli occhi. Vede, bisogna distinguere sempre fra capitalismo ed economia di mercato. Dire che bisogna accettare il primo per salvare il secondo è una grande falsità. Dovremmo cambiare anche i libri di economia in uso all'università, che finora hanno insegnato questo. Poi naturalmente occorre continuare a lavorare anche sull'eccessiva finanziarizzazione dell'economia, che del resto è già entrata in crisi da tempo...
Didattica a distanza, smart working, telelavoro, ecommerce: meno tempo sprecato, meno inquinamento, maggiore efficienza. Sarà davvero questa l'eredità positiva che il virus lascerà al mondo o fatalmente si tornerà indietro?
R. - Se non fosse accaduto quello che è accaduto ci sarebbero voluti anni per convincerci ad andare in questa direzione. Ora, se non altro, possiamo dire che se dopo l'emergenza un'azienda non si adatta allo smartworking o al telelavoro la colpa è solo sua: la tecnologia, come si è visto, c'è e funziona senza particolari problemi. Purtroppo anche qui è ben presente la mentalità di cui si parlava prima, quella della rendita di posizione, del timore di usare criteri di valutazione diversi. Una trasformazione del genere farà cambiare anche i meccanismi di contrattazione collettiva e le relazioni industriali. Anche il mondo sindacale potrebbe venirne rinvigorito, a patto che i suoi esponenti ne siano all'altezza. Si dovrà essere pagati non in base al tempo di lavoro, ma in base ai progetti, imparare a valutare l'outcome, non l'output, il risultato finale, non il mero prodotto quotidiano.
Al momento comunque rimangono alcune note dolenti. O quanto meno alcune criticità. A suo parere come si sta comportando l'Europa? E' davvero a un bivio, come osservano in molti? Come ne uscirà?
R. - Ne uscirà rafforzata. Anche i paesi più ricchi della comunità si renderanno conto che occorre riscrivere i trattati, da quello di Maastricht a quello di Dublino. Di fronte a situazioni come quelle che stiamo vivendo, occorre prendere coscienza che non ci si può fermare all'unione monetaria ma occorre andare avanti. Torna anche qui il concetto di vulnerabilità: a un certo punto l'Europa si è sentita forte, meno fragile. Ma rimane al momento estremamente vulnerabile. Credo però, come già sta accadendo in questi giorni,  che gli antieuropeisti e i sovranisti, inevitabilmente, verranno messi a tacere. Almeno per qualche tempo.  I nazionalisti pretendono di essere interpreti del bene della nazione e degli interessi del popolo. La realtà ci dice invece che la salvezza è nella cooperazione.
Questo a livello europeo. In scala mondiale alcuni dei paesi più influenti o emergenti  sono guidati però da leader che nel passato si sono dimostrati un po' refrattari all'idea della cooperazione...
R.- In effetti, a livello mondiale sono un po' meno ottimista. La colpa anche qui è tutta occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso che certi stati diventassero dei giganti economici, potenti ma fondati su linee di sviluppo così lontane da quelle proprie delle nostre democrazie e soprattutto così noncuranti dei diritti umani...Bisogna cambiare registro. E per  questo occorre un'Europa forte. Le potenzialità per primeggiare ci sono, ci sarebbero tutte. Eppure continuiamo ad azzannarci fra noi, a insistere su politiche di austerità che tra l'altro non hanno alcun vantaggio scientificamente fondato.
Quanto l'economia civile, l'economia verde, la microeconomia possono realmente costituire un'occasione concreta di sviluppo?
R. - L'economia civile è un paradigma teorico che viene rifiutato forse anche perché nasce in ambienti cattolici. Le sue caratteristiche sono semplici: non esclude nessuno dal mercato; afferma che il fine dell'agire economico è il bene comune, non il bene totale; afferma che l'ordine sociale è il frutto dell'interazione fra stato, mercato e società civile; non accetta il principio del “Noma”, dei Non-overlapping magisteria (la teoria secondo qui scienza e religione avrebbero aree di indagine diverse e non sovrapponibili, ndr). Quest'ultima è una teoria antica. Se ne può trovare origine sin dal  1829, quando Richard  Whatley, arcivescovo anglicano e professore di economia a Oxford, affermava che l'economia è una scienza neutrale che deve essere separata dall'etica e dalla politica. Un concetto antico ma assolutamente inaccettabile.
Chi a suo parere può assumere la leadership nel guidare questi processi innovativi?
R.- Questo è un falso problema. È l'uso che dà il metodo, secondo l'epistemologia: è una delle poche affermazioni di Kant sulle quali sono d'accordo. Prima di cercare il leader devi creare le coscienze. A quel punto il leader verrà fuori. Bisogna che la gente cambi, come dire, il mindset. Fece lo stesso anche Gesù, in fondo, affidandosi agli analfabeti, Pietro per primo, ed esortandoli ad andare in giro a convincere gli altri. Quando nelle persone inietti il desiderio del cambiamento, si è già a buon punto.




lunedì 6 gennaio 2020

INSEGNANTE O IMPIEGATO? UNA SCELTA QUOTIDIANA.

Quella scelta tra insegnare
 e fare l’impiegato 
che si pone ogni mattina

 di Cinzia Billa

La demotivazione degli insegnanti italiani è legata allo stipendio? I dati internazionali smentiscono questo assunto. Il nodo è la passione ideale
Archiviato il caso Fioramonti, torno indietro a un articolo del Messaggero di inizio dicembre su Ocse-Pisa e demotivazione degli insegnanti italiani. L’articolo sosteneva che il motivo per cui una larga percentuale di 15enni italiani del campione di indagine avrebbe risposto “no” alla domanda se i propri docenti in classe si mostrassero entusiasti e divertiti del loro lavoro, risiederebbe nel fatto che questi sono precari e mal pagati. Non è chiaro allora il motivo per cui, come peraltro riportato dallo stesso articolo, ancor più demotivati degli insegnanti italiani vi siano, ad esempio, gli insegnanti della Germania che guadagnano quasi il doppio. Quelli che paiono più motivati ai propri studenti sono i colleghi dell’Albania e del Kosovo.
Ora, volendo tralasciare le molte differenze amministrativo-organizzative che il sistema di istruzione tedesco presenta rispetto a quello italiano o a quello dell’Albania, sembra interessante non lasciare passare questa stranezza: è possibile che dove guadagnano di più, gli insegnanti sembrino meno entusiasti del loro lavoro.
I dati, si sa, possiamo farli parlare come vogliamo. Ma la stranezza, in questo caso, impone una domanda: cosa motiva veramente un insegnante, così che i suoi alunni ne percepiscano l’entusiasmo per il lavoro che fa?
Non è solo lo stipendio o il posto fisso. Altrimenti non si spiega come non siano rari i casi, tra gli insegnanti italiani, di precari con il minimo dello stipendio che fanno “riaccendere” l’interesse di una classe. Perché sono più giovani, spiega l’articolo già citato, ed è minore il gap generazionale, per cui c’è maggiore empatia tra docente e discente. Forse. Perché se così fosse, allora fare l’insegnante e fare il calciatore sarebbe uguale: a 40 anni sei già fuori uso. Cioè l’esperienza non conta. Io ricordo che al mio primo anno di insegnamento, quando avevo 29 anni, non ero così capace di empatia. Anzi. Ero tesa come chi sa che ha molto da imparare sul campo. E l’autorevolezza verso i miei studenti e le mie studentesse me la sono dovuta sudare, sfida dopo sfida. L’esperienza conta, eccome.
Quando un insegnante appare motivato ai suoi studenti? Quando ha il gusto di riscoprire la propria materia con loro fino al punto di sfidarli dentro un lavoro di studio e scoperta, per una stima verso di loro e il loro destino. Appare motivato l’insegnante che non molla lo studente, che le studia tutte, che al suono della campana non scappa, che a ricreazione alza gli occhi dal registro per chiedere a un giovane come sta, che lo rimprovera e l’attimo dopo si riparte. Che non gli mette 7 o 4 senza dirgli perché. Appare motivato l’insegnante che non ha la preoccupazione di apparire motivato, ma che è “preso” da qualcosa (la materia) e da qualcuno (l’alunno, il suo bene), anche a costo di essere talvolta poco empatico.
Cosa lo rende così? Non è lo stipendio. Questa è una categoria che applichiamo quando guardiamo alla scuola e all’istruzione come a un settore del pubblico impiego, ossia esito di una cultura che considera insegnare come “avere il posto statale”. Equivoco per cui non si considera il sistema di istruzione e formazione come il motore dello sviluppo del paese, la formazione iniziale dei docenti è considerata una perdita di tempo e il carico burocratico che grava sugli insegnanti tende a portare sullo sfondo l’essenziale del lavoro dell’insegnante – educare insegnando –. Questo è un equivoco de-motivante in partenza. Perché fa fuori la natura dell’insegnante.
Cosa lo motiva, allora? Una meta preziosa. Per cui insegnare. Che significa, oggi, insegnare? Oggi più che mai significa imparare e seguire. Lasciare spazio alle sfide sempre nuove e alle domande che ogni giorno sorgono nell’affronto della disciplina con gli studenti, facendo insieme a loro un cammino di conoscenza autentico, mai scontato, umile, possibilmente chiedendo aiuto a un collega più bravo o che rischia lo stesso desiderio.
Muove e motiva me e gli studenti scoprire che posso verificare se il pezzo di realtà che sto incontrando adesso ha un significato che può  riguardare me, con la mia attesa di bellezza, col mio bisogno di scoprire la verità di me, ciò per cui sono al mondo, che mi fa dire “questo sì e questo no”, che mi fa scoprire che io non sono il mio fallimento, ma il mio ragionevole desiderio di compimento.