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mercoledì 9 settembre 2026

COME A RICREAZIONE

 

Chiamatelo pure intervallo

Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.  


-di Alessandro D’Avenia

Intervallo, nella lingua di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto da capo. Ri-creato.  

Una bambina mi ha detto che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto «arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i rematori stanchi il porto.  

Fuori dai banchi corpo e anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...  

La vita tutta in quindici minuti di intensissimo qui e ora.  

Per questo, dopo anni di «Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili», ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta, impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.  

Ce ne staremo in quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere. Come a ricreazione.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo

UNA SCUOLA COME IL MONDO

 


C’è una scuola grande come il mondo.


Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.


Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così…
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.


Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno puo’ fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.


Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.


Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso!

Gianni Rodari


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STUDENTI E QUALITA' IN EUROPA

 RAPPORTO PISA

Scuola, Rapporto Pisa 2025: la preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse

Scuola, Rapporto Pisa 2025: la preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse

Rainews24

L'indagine Pisa 2025 ha rappresentato la più vasta valutazione mai

 realizzata, coinvolgendo 760.000 studenti in 91 paesi ed economie

Nei Paesi Ocse oltre 30 Paesi hanno partecipato all'Indagine Ocse Pisa, sono oltre 90 i Paesi partecipanti a livello internazionale tra il 2022 e il 2025. Rispetto al 2022 il rapporto evidenzia un calo rilevante degli esiti.

"Sono pochissimi i Paesi che a livello internazionale evidenziano dei miglioramenti, quasi tutti nell'Estremo Oriente - spiega il presidente di Invalsi Roberto Ricci -  e non sono tanti coloro che hanno mantenuto i loro risultati in tutti i tre gli ambiti. L'Italia è tra questi, si colloca in questo sparuto gruppo di Paesi. In generale, In Scienze e Matematica l'Italia è nella media Ocse, per lettura è sopra la media Ocse. L'indagine si focalizza in particolare sulle Scienze".

I Paesi si raggruppano in tre parti: quelli che hanno risultati superiori con media Ocse, in linea, e con esiti più bassi. I paesi che tra il 2025 e il 2022 sono migliorati, sono solo tre: Regno Unito, Turchia e Repubblica slovacca. C'è poi un folto gruppo di Paesi nella media Ocse e tra questi c'è l'Italia. Infine Slovenia, Spagna, Lettonia ed altri che hanno risultati significativamente più bassi rispetto al 2022.

Il nostro Paese si colloca tra quelli con un buon indicatore di equità, il paese non evidenzia differenze tra scuole particolarmente forti. "Nelle Scienze dobbiamo continuare a investire sui bravi su coloro che hanno risultati alti perchè sono in midura minore rispetto alla media Ocse: il 4% contro il 7%", ha proseguito Ricci. L'indagine mostra che nelle Scienze l'11% dell'esito di una prova dipende dal contesto socio economico ma "la nostra scuola mostra una capacità perequativa buona", conclude Ricci. 

L'indagine Pisa 2025 ha rappresentato la più vasta valutazione mai realizzata, coinvolgendo 760.000 studenti in 91 paesi ed economie.

“La preparazione degli studenti mai così giù nell'area Ocse”

"Il calo del livello di preparazione degli studenti trova conferma nei paesi dell'Ocse, dove i risultati medi risultano i più bassi mai registrati nell'ambito del Programma Ocse per la valutazione internazionale degli studenti (Pisa) in matematica e lettura". Nell'area Ocse, precisa l'organismo internazionale con sede a Parigi, "ormai uno studente quindicenne su cinque presenta un livello insufficiente in scienze, matematica e lettura, contro il 16% del 2022".
 

Ocse: studenti a minimi storici, crollano lettura e matematica

Gli studenti dei Paesi valutati dal rapporto Pisa hanno registrato "il livello medio di rendimento più basso mai osservato", con un deterioramento particolarmente marcato nella lettura e nella matematica. 

"I risultati nelle scienze rimangono approssimativamente stabili, ma c'è un calo di oltre 20 punti nella lettura e nella matematica", ha spiegato Eric Charbonnier, esperto di istruzione dell'Ocse. Secondo l'organizzazione, una variazione di 20 punti equivale approssimativamente a un anno di scolarizzazione.

Tra il 2015 e il 2025, nei Paesi Ocse i punteggi nelle scienze sono diminuiti in media di sette punti. In matematica la flessione raggiunge invece i 22 punti, contro gli otto registrati nel resto dei sistemi educativi esaminati.

Ancora più marcato il deterioramento nella lettura: nell'ultimo decennio i risultati sono scesi di 28 punti nei Paesi Ocse e di 16 negli altri Paesi partecipanti. Una tendenza definita "particolarmente preoccupante" dall'organizzazione, perché la capacità di leggere e comprendere rappresenta la base di gran parte dell'apprendimento scolastico, dal risolvere un problema di algebra all'analizzare una fonte storica o interpretare un esperimento scientifico.

 Gli studenti italiani sono tra quelli più distratti dai dispositivi elettronici nel corso delle lezioni di scienze

Nel dettaglio, il 37% degli studenti italiani dichiara che i compagni sono spesso distratti dall'uso dei dispositivi digitali nella maggior parte o in tutte le lezioni di scienze: percentuale decisamente superiore alla media Ocse (28%), che colloca il nostro paese in 12esima posizione tra gli 83 paesi o economie classificate sul tema nel rapporto.

Peggio di noi figurano Uruguay, Argentina, Cile, Bulgaria, Polonia, Filippine, Australia, Nuova Zelanda, Paraguay, Costa Rica e Messico. I nostri studenti, inoltre, accusano un peggioramento delle prestazioni legato alle distrazioni tech più marcato rispetto alla media.

A livello Ocse, infatti, "gli studenti che riferiscono la presenza di distrazioni legate all'uso dei dispositivi digitali durante le lezioni di scienze conseguono un punteggio in scienze inferiore di 11 punti rispetto agli studenti che non riportano tali distrazioni, a parità di profilo socio-economico degli studenti e delle scuole», mentre in Italia questa differenza è pari a 13 punti. Questo avviene nonostante negli ultimi anni in Italia siano aumentati sensibilmente i divieti ai dispositivi elettronici a scuola.

Nel 2025 il 63% degli studenti italiani frequentava scuole in cui era in vigore tale divieto (contro una media Ocse del 49%), in aumento rispetto a quanto rilevato nell'indagine Pisa 2022 (46% contro una media Ocse del 34%).

 -Italia sopra media Ocse, il ministro Valditara: "Sistema solido"

La scuola italiana è in ripresa e scala diverse posizioni nell'ultimo rapporto Ocse Pisa. I dati evidenziano una situazione di solidità per il sistema di istruzione dell'Italia che supera significativamente per la prima volta la media Ocse in comprensione dei testi scritti (lettura) e la supera pure in matematica come anche in scienze, dove le competenze migliorano rispetto ai dati del 2022. In scienze, ambito principale di Pisa 2025, gli studenti italiani raggiungono 483 punti, con la media Ocse pari a 482. Di particolare importanza il risultato dell'Italia in lettura: gli studenti italiani raggiungono i 474 punti, rispetto ai 461 della media Ocse.

"Si confermano i segnali positivi già emersi nella ultima rilevazione Invalsi", sottolinea il ministro, "la scuola italiana si è mostrata un sistema solido. In un contesto complesso, che ha visto arretrare in modo preoccupante diversi Paesi, il nostro sistema scolastico ha saputo lavorare sulle criticità, riuscendo peraltro a ridurre i divari storici tra Nord e Sud. Diventiamo un riferimento internazionale importante, lasciandoci alle spalle vecchi pregiudizi. Continueremo lungo la strada tracciata per potenziare le misure a supporto dei docenti e degli studenti", ha concluso Valditara. 

"Per la prima volta ci collochiamo significativamente al di sopra della media internazionale", commenta il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, "il punteggio medio italiano è superiore a quello della Finlandia, sistema che ha rappresentato a lungo uno dei principali riferimenti internazionali in questo ambito".

"In matematica raggiungiamo risultati migliori di Francia, Germania, Usa e Svezia", ha aggiunto Valditara, "il punteggio italiano è pari a 468 punti, a fronte di una media Ocse di 463". Anche la quota di studenti che ottiene almeno il livello di base è leggermente superiore a quella Ocse.

La rilevazione attesta pure la riduzione dei divari fra Nord e Sud del Paese.

 

martedì 8 settembre 2026

SCUOLA-COMUNITA'

 


La scuola 

come 

luogo

 di comunità




-di Silvia Landi

La società odierna ci pone di fronte a nuove sfide educative, spesso complesse, talvolta disorientanti. In questo scenario, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile costruire legami autentici, formare coscienze, generare senso. Ma perché ciò avvenga, è necessario ripensare il ruolo dell’insegnante, della famiglia e delle relazioni che tengono insieme la Comunità scolastica. Quello che segue è il mio sguardo personale su questo mondo in cambiamento: un percorso fatto di esperienze vissute, di difficoltà incontrate, e soprattutto di convinzioni profonde sulla forza educativa della relazione e sull’urgenza di ritrovare un orizzonte condiviso di responsabilità, ascolto e presenza reciproca.

Insegno lingue e letterature straniere da qualche anno e in questi anni di insegnamento ho avuto modo di vivere la scuola da molteplici prospettive: come docente, come formatrice e , soprattutto, come madre. Ogni ambiente mi ha insegnato qualcosa e in tutti ho ritrovato una verità semplice e potente: l’aula è un microcosmo, un piccolo mondo dove si cresce insieme. Ma ciò che davvero ha dato profondità al mio essere insegnante è stata la maternità. Crescere due figlie da sola mentre portavo avanti il mio percorso di studi e professionale è stata una sfida enorme, fatta di notti insonni, rinunce e sacrifici. Ed è proprio in quella fatica che ho scoperto il significato profondo del mio lavoro: accompagnare i ragazzi nella costruzione del loro mondo, con amore e responsabilità.

Inoltre, questo intreccio di ruoli mi ha portato a riflettere profondamente su cosa significhi oggi educare in un’epoca segnata da cambiamenti rapidi, da relazioni fragili e da una crescente disconnessione emotiva. Sento che, più che mai, la scuola deve riscoprire la propria vocazione più autentica: essere luogo di comunità. E intendo “comunità” non come uno slogan, ma come una realtà concreta che si costruisce ogni giorno nella relazione con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie. Una comunità fatta di ascolto, presenza, pazienza e responsabilità condivisa.

Oggi, educare significa affrontare sfide complesse, strettamente intrecciate tra loro. La prima è, senza dubbio, la frammentazione delle relazioni. La comunicazione è diventata istantanea e al contempo superficiale, e anche dentro le scuole si percepisce spesso un clima di distanza: tra studenti, tra docenti, tra scuola e famiglia. Un tempo, il legame tra docente e studente si costruiva nella lentezza e nella fiducia. Oggi, invece, l’insegnante rischia di diventare una figura marginale, vista solo come “erogatore di contenuti”.

La scuola, però, non può essere ridotta a questo. Insegnare è un gesto profondamente umano, è costruire ponti tra mondi diversi, è accompagnare ogni ragazzo nella scoperta di sé e degli altri. Un’altra sfida è data dall’aumento delle fragilità che incontriamo quotidianamente: emotive, cognitive, linguistiche, familiari. La scuola è sempre più un luogo di accoglienza di storie complesse. E spesso, come docenti, ci troviamo soli ad affrontare situazioni che richiederebbero invece una rete educativa forte e coesa.

Uno degli episodi che più mi ha colpita è accaduto recentemente nella scuola in cui insegno. Un ragazzo ha spruzzato uno spray al peperoncino nei corridoi, forse per gioco, forse per una sfida tra pari. Per me, quell’atto ha avuto conseguenze abbastanza importanti: due accessi in ospedale e difficoltà respiratorie per qualche giorno. Tuttavia, al di là dell’impatto fisico, ciò che mi ha fatto più male è stata la disconnessione emotiva che quel gesto ha rivelato. Non credo si sia trattato di cattiveria, ma di inconsapevolezza. E allora mi sono chiesta: che cosa stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi? Come possiamo aiutarli a comprendere l’effetto delle loro azioni sugli altri? Credo che ogni episodio critico sia anche un’opportunità educativa. E che il nostro compito, oggi più che mai, sia quello di formare coscienze responsabili, non solo studenti preparati. Dobbiamo tornare a parlare di rispetto, empatia, responsabilità condivisa. Pertanto, sono fermamente convinta che la scuola da sola non basti. Ogni giorno incontro ragazzi che portano dentro ferite, silenzi, fatiche che non sempre riescono a esprimere.

In questi casi, il mondo adulto deve saper fare rete. La scuola non può essere vista come antagonista della famiglia, ma come una sua alleata. Solo insieme possiamo davvero costruire un percorso educativo efficace. Lo dico anche da madre: so bene quanto sia difficile, nel vortice delle giornate, mantenere sempre la lucidità, la coerenza, l’energia necessaria per educare. So cosa significa lasciar correre, pur sapendo che in quel momento si sta rinunciando a un’occasione educativa. Ma proprio per questo dobbiamo smettere di giudicarci e iniziare a sostenerci. Educare non significa proteggere i figli da tutto, ma aiutarli ad affrontare le difficoltà, a riconoscere gli errori, a chiedere scusa. E questo lo si può fare solo se si lavora insieme, scuola e famiglia, fianco a fianco. Quando parlo di “comunità” penso a una scuola che torni ad essere un luogo di incontro vero. Dove ogni persona (studente, docente, genitore, dirigente) viene riconosciuta nella propria unicità e nel proprio valore. 

Ricostruire la Comunità significa rimettere al centro le relazioni, anche quelle imperfette, fragili, quotidiane. Significa accettare che educare non è un percorso lineare, ma fatto di inciampi, ripartenze, ascolti reciproci. Serve coraggio, serve tempo, serve umiltà educativa. Nessuno educa da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se c’è un messaggio che sento di voler condividere con chi mi legge è questo: non perdiamo la speranza nella scuola. Non smettiamo di credere che ogni relazione autentica possa generare cambiamento. Ogni volta che un adulto e un ragazzo riescono a capirsi, anche solo per un attimo, lì nasce una Comunità. E da lì possiamo ricominciare.

Educare è, in fondo, un gesto di fiducia quotidiana nel futuro. E la scuola può ancora essere il luogo dove questo futuro si costruisce insieme, passo dopo passo.

Educare.it

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domenica 30 agosto 2026

UN'EDUCAZIONE DI VALORE

 


Papa Leone 

e la scuola, 

l’educazione, 

la tutela 

dei diritti universali



-di Stefano Pagnifredi

Nella sua enciclica Papa Leone XIV tratta anche il tema della scuola, dell'educazione e della tutela dei diritti universali.  Diverse sono le riflessioni sull'argomento.

Per quanto riguarda la scuola, vi è la denuncia, a chiare lettere, dell'insufficienza degli investimenti sui sistemi formativi e l'educazione in generale, a tutela degli apprendimenti per tutti. Investimenti in senso materiale ma anche nel significato di impegno a sostenere a priori il valore di un'educazione all’umanità nel tempo della tecnica.

<<In non pochi Paesi>> nota Papa Leone << lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale.>> Il discorso non è una citazione isolata ma costituisce un punto di partenza per richiedere maggiori investimenti e risorse non solo sulla scuola ma sull’educazione a principi di umanità, giustizia e pace. Un discorso che investe tutti noi

<< dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.>> e ancora a proposito dell'IA e dell'esserci situato afferma << Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo>>

Questa costante domanda di investimento sulla scuola e sull'educazione si accompagna all'esortazione a non restare inerti, a non accontentarsi della sola dichiarazione dei principi. Che sarebbe una testimonianza a metà, un impegno cristiano di facciata. << In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi>>  Un ruolo attivo dunque, che esclude di per sé il far finta di non vedere, esclude - e qui si viene al tema dei diritti-il disimpegno nei riguardi dei diritti inviolabili della persona umana ad essa connessi, esclude l'indifferenza a come tali diritti siano tutelati e posti a fondamento anzi dei nostri sistemi legislativi, esclude anzi la rinuncia a che siano tutelati

 << Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla «ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi>>.


martedì 25 agosto 2026

NEVE SHALOM WAHAT

 

    UNA SCUOLA 

DA 

SALVARE

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam ha lanciato un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiutava di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, fondato nel 1972 tra Gerusalemme e Tel Aviv, è un esempio di convivenza tra ebrei e arabi basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Che solo dopo lunghe trattative è stata salvata, ma la classe prima sarà totalmente a carico del Villaggio mentre le altre classi restano pubbliche.

Sino a pochi giorni dalla riapertura della scuola, infatti, il Ministero dell’istruzione israeliano rifiutava di approvare la classe prima di quest’anno. Proprio per questo, la portavoce del Villaggio, Samah Salaime, aveva lanciato un appello per chiedere il sostegno (anche internazionale) alla battaglia della famiglie di Neve Shalom Wahat al-Salam per salvare la loro primaria bilingue e binazionale. «Da 42 anni – scriveva Samah – la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica». E aggiungeva: «Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico».

Il Villaggio ha portato avanto una lunga trattativa, supportata da consulenti legali e da professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. «Nell’ambito di questo sforzo collettivo – precisava Samah – ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna».

Oggi finalmente è arrivata la risposta del Ministero dell’Istruzione, che soddisfa solo in parte le richieste del Villaggio, ma che permette almeno la continuità educativa. «Abbiamo ricevuto la conferma ufficiale dall’autorità scolastica locale che è stata concessa l’autorizzazione ad aprire una classe di prima elementare nella nostra scuola bilingue e binazionale per il prossimo anno scolastico. Si tratta di un risultato significativo, frutto di un’intensa campagna pubblica che ha coinvolto il nostro consiglio di istituto neoeletto, la comunità scolastica e i genitori, l’assistenza legale e l’impegno a favore dei diritti civili, il dialogo con i membri della Knesset e un’ampia copertura mediatica».

L’approvazione consente di aprire la classe a spese del Villaggio, il che rappresenta ora un’importante sfida economica. «Nonostante questo, ottenere l’autorizzazione ufficiale era essenziale per salvare la continuità della scuola e garantire che questo progetto educativo arabo-ebraico unico nel suo genere possa continuare a crescere».

La portavoce del Villaggio ringrazia «tutti coloro che hanno sostenuto, incoraggiato e sono stati accanto alla scuola nel corso di questa campagna. La determinazione della comunità ha fatto davvero la differenza. Ora possiamo concentrare le nostre energie sulla preparazione del nuovo anno scolastico e continuare a rafforzare la qualità, i valori e la sostenibilità a lungo termine della scuola. Grazie per averci sostenuto e per aver creduto nell’importanza di un’istruzione condivisa, bilingue e binazionale, specialmente in questo momento difficile».

Per maggiori informazioni e per contribuire alla campagna a sostegno della scuola primaria del Villaggio, è possibile contattare l’Associazione italiana amici di Neve Shalom Wahat al-Salam: it@nswas.info

 

venerdì 21 agosto 2026

PALESTRA DEL PENSIERO

 


Latino e scrittura a mano come palestra del pensiero, la dirigente scrive al Ministro Valditara: "Dare ai ragazzi gli anticorpi per non farsi travolgere" 



La Dirigente Scolastica, Antonella Mongiardo, ha inviato una lettera al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, per richiamare l’attenzione sui risultati delle prove INVALSI 2026 e sull’opportunità rappresentata dal ritorno del latino nella scuola media.

La dirigente scrive in qualità di operatrice del settore, mossa dall’osservazione quotidiana delle classi e dalla lettura dei dati nazionali.

La lettera prende atto dei miglioramenti registrati nella riduzione della dispersione scolastica e nei progressi in inglese e competenze digitali, ma segnala con preoccupazione gli esiti negativi in italiano e matematica.

I dati indicano che 4 ragazzi su 10 presentano una competenza carente in matematica, mentre molti studenti mostrano difficoltà nella comprensione di un testo scritto in italiano e nell’espressione di un pensiero strutturato nella propria lingua madre.

La dirigente osserva che le prove standardizzate misurano le capacità di attenzione e di ragionamento, e che il dato di quattro su dieci rappresenta un campanello d’allarme, non una pagella negativa per le scuole.

L’emergenza linguistica e la responsabilità condivisa

La lettera sottolinea che il problema non è solo scolastico, ma assume i contorni di un’emergenza sociale. La scuola, da sola, non può affrontare l’impoverimento della lingua italiana, che la dirigente definisce un’emergenza nazionale. Le responsabilità sono diffuse e riguardano le famiglie, i media, le istituzioni e le imprese culturali.

La dirigente richiama la necessità di un corretto patto di corresponsabilità tra famiglia e scuola e avverte che, senza la capacità di argomentare in un italiano corretto e senza gli strumenti logico-matematici per analizzare i fatti, i giovani rischiano di essere privati della cittadinanza attiva e degli strumenti critici necessari per il loro futuro.

La dirigente sottolinea, poi, che i dati INVALSI non possono essere letti come una valutazione negativa per le scuole, che si impegnano con attività curricolari ed extracurricolari, recuperi pomeridiani e progetti di ampliamento dell’offerta formativa.

Viene evidenziato il contrasto tra la disinvoltura degli studenti nei codici della cultura pop globale e le difficoltà nella lingua madre e nella logica elementare.

Il latino come palestra del pensiero e le richieste al Ministero

La dirigente ha accolto con entusiasmo il ritorno del latino alla scuola media, denominato LEL, acronimo di Latino per l’Educazione Linguistica. La lettera precisa che l’interesse per il latino non è dettato da ragioni nostalgiche o dallo studio fine a sé stesso delle declinazioni, ma dalla consapevolezza che il latino offre una chiave di apertura culturale e allena la mente al ragionamento e alla precisione.

La dirigente propone di chiamare la disciplina anche LELL, ovvero Latino per l’Educazione Linguistica e Logica, perché tradurre dal latino costringe a smontare il pensiero, a capire i nessi e a usare la precisione, in modo analogo al debugging di un codice o alla risoluzione di un’equazione.

Il latino alle medie viene definito uno strumento di uguaglianza meritocratica, perché offre a tutti la stessa cassetta degli attrezzi.

Le nuove Linee Guida, secondo la dirigente, vanno nella direzione indicata e offrono due indicazioni preziose: la riscoperta della scrittura a mano, che rallenta il pensiero e lo rende riflessivo, e il valore dell’errore come opportunità di miglioramento, principio che il latino insegna immediatamente attraverso il sistema delle desinenze.

La dirigente chiede al Ministro un indirizzo nazionale chiaro e risorse vere, con laboratori, formazione e la possibilità di avere docenti con le competenze adeguate nell’organico.

La lettera conclude che il latino, la scrittura a mano e il valore dell’errore sono strumenti di libertà e anticorpi per il futuro, per dare ai ragazzi la capacità di pensare, di scegliere e di non farsi travolgere dal rumore.

Orizzonte Scuola

giovedì 13 agosto 2026

INVALSI PROSPETTIVE


RIFLESSIONI

 E 

PROSPETTIVE



L'editoriale del Presidente

Come ogni anno la presentazione dei Risultati INVALSI 2026 offre l’opportunità di tracciare un bilancio del nostro sistema scolastico ed è certamente un momento di grande importanza per orientare le scelte future. Il quadro generale che emerge è sostanzialmente positivo e delinea una Scuola aperta all’innovazione, capace di raccogliere le sfide della contemporaneità. Il Presidente Roberto Ricci ne traccia un’analisi che pone interessanti riflessioni, sia per il presente sia in una visione di lungo periodo.

Tra le notizie più significative che emergono dagli esiti della Rilevazione del 2026 spicca l’ulteriore calo della dispersione scolastica, che diminuisce ancora rispetto al 2025. È questo un successo collettivo frutto dell’impegno di insegnanti e scuole, che ha permesso a un numero importante di ragazzi e ragazze in più rispetto al passato di proseguire negli studi e di portarli a compimento.

Riprende un cammino positivo anche la dispersione implicita, e si riduce di quasi un punto percentuale. Questo traguardo molto rilevante impone però una riflessione cruciale sugli esiti di apprendimento. Trattenere un numero maggiore di studenti e studentesse significa infatti accogliere e mettere in condizione di permanere a Scuola chi ha maggiori difficoltà e in passato avrebbe abbandonato il percorso di studi.

Analizzando i diversi cicli, la Scuola secondaria di secondo grado mostra lievi miglioramenti e quella di Primo grado appare sostanzialmente stabile.

Emerge, tuttavia, un campanello d’allarme per la Scuola primaria, i cui esiti non crescono. I cali che i numeri mettono in evidenza non sono rilevanti ma, come sottolinea Ricci, il mancato aumento degli esiti deve chiamarci a riflettere, a trovare le soluzioni metodologiche, didattiche, pedagogiche, operative più adeguate.

Queste misure, tuttavia, devono essere individuate funzionalmente al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento […] se noi non teniamo sufficientemente forte il legame tra l’ambiente di apprendimento – che deve essere più positivo possibile – e gli esiti di quell’apprendimento, rischiamo di perdere di vista una delle missioni principali della scuola e forse la leva più importante per garantire equità al sistema, ossia buoni apprendimenti per tutti e per ciascuno.

Sul versante delle discipline, l’Inglese conferma una tendenza positiva pluriennale sia nella Lettura sia nell’Ascolto. È un andamento che si registra in tutti territori e in tutti i gradi scolastici, con incrementi di oltre 10 punti percentuali medi rispetto alle rilevazioni d’esordio per questa materia.

La vera novità dell’anno è stata però l’estensione della rilevazione delle competenze digitali a tutta la popolazione scolastica del Grado 10 – cioè del secondo anno della Scuola secondaria di secondo grado – non più circoscritta alle classi campione, come è avvenuto nel 2025. La somministrazione, benché su base volontaria, ha registrato un’adesione elevata, con oltre il 90% delle scuole.

Gli esiti mostrano competenze solide, in linea con i livelli intermedi europei, e registrano una crescita significativa nel passaggio dal secondo al quinto anno delle superiori.

Ciò indica una scuola aperta all’innovazione e al confronto, anche con il concorso di strumenti ed esperti esterni, per una verifica costruttiva della propria azione formativa.

I dati a disposizione confermano inoltre l’efficacia delle misure del PNRR orientate alla personalizzazione della didattica per garantire a ogni allievo il conseguimento di elevati livelli di apprendimento

Sebbene emergano per la Scuola primaria motivi di attenzione, con luci e ombre che certamente richiedono attenta riflessione

Abbiamo tutti ragione di essere grati alla nostra scuola e di supportarla […] nel compito di conseguire e garantire buoni ed elevati livelli di apprendimento.

INVALSI

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Una strada che i dati dicono intrapresa positivamente.

sabato 8 agosto 2026

GUCCINI A SCUOLA

 

Cremonini: “Vorrei che le sue canzoni venissero studiate nelle scuole insieme ai grandi poeti italiani”



Indice

Guccini alla Maturità

Le parole della famiglia

Le parole sulla scuola

Il messaggio agli alunni nel 2024

Il 6 agosto, a Pavana (Pistoia), circondato dall’affetto della moglie, della figlia e dei familiari, si è spento, a 86 anni Francesco Guccini. . Inutile dire che sono tantissimi i messaggi di cordoglio da parte di celebrità e istituzioni in onore del “Maestrone”.

La proposta è arrivata da più parti: “Guccini va studiato nelle scuole”. Oltre a Marcello Bramati, insegnante e giornalista, che lo ha scritto in un articolo pubblicato su Panorama, a sostenerlo è anche il celebre cantautore Cesare Cremonini.

Ecco cosa ha scritto nella sua pagina Instagram: “Grazie Francesco Guccini, ma ancor di più grazie a tutti i ragazzi e ragazze che lo hanno ascoltato studiando i suoi versi poetici. Vorrei che le sue canzoni venissero studiate nelle scuole insieme ai grandi poeti italiani”.

Guccini alla Maturità

C’è da ricordare una “chicca”: Francesco Guccini è entrato ufficialmente nella storia dell’Esame di Maturità nel giugno 2004, quando la sua “Canzone per Piero” stata scelta dal Ministero come traccia d’analisi della prima prova di italiano.

Ecco come aveva commentato, come riportato da Flc Cgil: “Sono imbarazzato e un po’ anche mi vergogno. Esser citato assieme a Cicerone e a Dante, ma via? Gli amici hanno sempre più pretesti per prendermi in giro. E poi queste cose succedono quando uno è morto, e io faccio ampi gesti di scongiuro. E chi è che sceglie i temi per la maturità? Perché, se è stato il ministro Moratti, allora mi spiace molto. La riforma che porta il suo nome a me non piace per niente”.

Le parole della famiglia

La famiglia, “nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre”.

Guccini è stato tra i più rappresentativi e popolari cantautori italiani. Dopo il debutto nel 1967, è iniziata una carriera lunga oltre venti album di canzoni. Fu lui a scrivere “Dio è morto” e “La locomotiva”.

Le parole sulla scuola

Qualche anno fa Guccini aveva parlato di scuola. “Gli studenti universitari fanno degli errori clamorosi, per questo bisogna intervenire già dalle elementari”, aveva dichiarato all’agenzia Dire.

Guccini che oltre ad essere stato un docente di lingua italiana al Dickinson College a Bologna, scuola off-campus dell’Università della Pennsylvania, ha detto: “non sono più le elementari di una volta, quando il sistema forse era troppo feroce e classista”.

A tal proposito, l’autore de “L’avvelenata”, ha ricordato un particolare della propria famiglia, un diario di una zia, la sorella di sua mamma, “che lo tenne per tutta la vita, dove raccontava la storia della famiglia. La zia frequentava le elementari e aveva una proprietà di linguaggio, nessun errore di sintassi, nessun errore di ortografia. C’era un senso. Questo per dire che le elementari di una volta insegnavano a leggere e scrivere bene. Considerando che è sparita anche la calligrafia, dalle elementari si usciva sapendo scrivere, senza errori”.

Guccini non aveva risparmiato nemmeno le scuole medie: “per andarci serviva l’esame di ammissione- spiega- Bisognava sapere l’analisi logica molto bene. Ora le medie sono obbligatorie, la maggior parte le fa e si parcheggia li’. È un bene, ma manca la base. Si commettono errori di grammatica ridicoli, grossolani”.

Quindi per il cantautore, avendo delle pessime basi alle elementari e medie, si supera la maturità e si arriva all’università con errori incredibili per ragazzi di quella età.

Per Guccini c’era una spiegazione a ciò, ovvero un problema generale dell’istruzione italiana, dove la figura del maestro è svilita: “il maestro elementare ormai è protetto dal Wwf, non ne esistono più, sono come i panda. Lo stipendio è piccolo, non c’è prestigio sociale: una volta c’era il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il medico condotto e il maestro, erano personaggi all’interno della società con notevolissima importanza. Oggi, ci sono solo maestre, che hanno un secondo lavoro. Fanno un po’ le mamme. Prima erano feroci. Ricordo miei compagni alle elementari che sanguinavano per le bacchettate in testa. Se succede ora, diventa un caso da prima pagina. Erano severissime, oggi sono troppo buone”.

Il messaggio agli alunni nel 2024

In occasione della Giornata della Memoria 2024 il cantante aveva inviato un video messaggio ad una classe di una scuola che ha ricordato la Shoah cantando la canzone “Auschwitz” del cantautore modenese.

Ecco le parole di Guccini, riportate da La Repubblica: “Cari ragazzi della quinta elementare di Erbusco e cara maestra Laura, io vi ringrazio molto perché mi hanno detto che per la Giornata della memoria avete ascoltato la mia canzone ‘Auschwitz’. Ricordiamo tutti di avere questa memoria dentro di noi. Grazie ancora”.

Il video è stato postato sul gruppo Facebook “Sei di Erbusco se”, dove viene spiegato che gli alunni della 5A non si sono limitati ad ascoltare il brano di Guccini, ma l’hanno anche cantato, “splendidamente diretti dalla maestra Laura”.

Guccini, un docente: cantautori esclusi dalla letteratura, va studiato a scuola. Un brano del “Maestrone” traccia alla Maturità 2004

Tecnica della Scuola

 

giovedì 6 agosto 2026

SCUOLA - COMUNITA'

 

Be for Education Foundation 


 FARE SCUOLA

 E' 

FARE COMUNITA'



1.    Intervista a Anna Teresa Ferri: fare scuola...

Perché ha deciso di diventare insegnante?

Tutto è iniziato da bambina, alle scuole elementari. Ero affascinata dalla mia maestra, dal suo modo di stare con noi piccoli e di fare giochi e attività insieme. A poco a poco ho capito che quell’esperienza mi stava aiutando, già allora, a trovare il modo giusto di prendermi cura delle persone. 

Periodicamente, infatti, mi metteva accanto a un compagno con diverse fragilità: io lo aiutavo a riordinare la cartella, a sistemare le sue cose. Questo mi ha permesso di leggere più facilmente i bisogni degli altri e di sviluppare una maggiore attenzione verso le persone.

Poi ho seguito il percorso di studi per l’insegnamento e ho iniziato con i più piccoli, nella scuola dell’infanzia. Sono stata assunta subito di ruolo, senza passare da supplenze o gavetta. La scuola dell’infanzia mi piaceva moltissimo perché più i bambini sono piccoli, maggiori sono le possibilità di sperimentare attività diverse.
Ho insegnato per dieci anni, durante i quali ho avuto tante occasioni per progettare, sperimentare e mettermi alla prova. Eravamo alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, un periodo di grande fermento pedagogico, con nuovi orientamenti e molte idee in circolazione.

Così ho deciso di laurearmi in Pedagogia: mi appassionava e volevo approfondire le mie competenze. Con la laurea ho potuto sostenere il concorso direttivo, che ho vinto.

Come è maturata la scelta di diventare dirigente scolastico?

All’epoca si parlava ancora di ruolo direttivo: ho lavorato per diversi anni; poi, con il passaggio agli istituti comprensivi, il ruolo è diventato quello di dirigente scolastico, dopo il 2000.

In questa scelta ha avuto un ruolo anche mio padre, che mi diceva, tra il serio e il faceto: “Adesso va tutto bene, ti piace il tuo lavoro, ti dà molta soddisfazione. Però pensa a quando sarai più anziana: non potrai stare sempre accovacciata con i bambini e continuare a fare tutto come adesso”. Era il primo concorso dopo tanti anni in cui non ce n’erano stati, e mi ci sono buttata. Ho affrontato la sfida con una certa leggerezza, quella che Calvino descrive come capacità di vedere l’essenza delle cose senza appesantirle con troppe aspettative. Alla fine l’ho vinto e così ho assunto l’incarico molto rapidamente, a San Giuliano Milanese.

Come cambia il lavoro da insegnante a dirigente?

Moltissimo.
Il direttore didattico di quando insegnavo fu felice quando vinsi il concorso e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato e che mi ha sempre guidato da quando sono dirigente: “Tu hai insegnato, ma ora non insegni più”. Voleva dire che, per svolgere bene questo ruolo, serve la giusta distanza. Devi conoscere i bisogni degli insegnanti, immaginare le loro difficoltà e le loro aspettative, ma non sei più chiamata a fare quel lavoro. Devi avere una visione più ampia, saper coordinare, creare le condizioni perché attività e progetti si realizzino.

E, soprattutto, devi anche saper dire dei no, quando serve. A volte alcune proposte non funzionano davvero, o non sono realistiche nella loro attuazione. Il dirigente deve saper valutare un’attività educativa o un’uscita didattica, prevedere eventuali imprevisti e dare indicazioni chiare per evitare che si verifichino problemi difficili poi da gestire.

Dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Com’è cambiata la scuola in questi anni?

La scuola si è trasformata ed è diventata più complessa. Oggi è un intreccio di professionalità diverse. Non si tratta più solo di insegnare a leggere e a far di conto, come accadeva quando ero piccola io: oggi s’intrecciano indissolubilmente l’attenzione educativa verso i minori e i bisogni sociali delle famiglie.
Io ho sempre lavorato, per scelta, in territori periferici: a San Giuliano Milanese, nelle frazioni periferiche di Bollate, e anche alla Rinnovata Pizzigoni, che si trova ai margini di Milano. In questi contesti è fondamentale costruire solide reti con i servizi del territorio: i servizi sociali, le UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza), le reti di prossimità. Quando ho cominciato a lavorare nella scuola questo aspetto non ricopriva la stessa centralità di oggi.

Nel frattempo, molti aspetti del nostro lavoro sono diventati più burocratici, e spetta alla sensibilità del singolo dirigente ritagliare spazi per non perdere l’umanità che ha intorno: è cruciale, in tal senso, la gestione del personale, non solo dei docenti, ma anche dei collaboratori scolastici e della segreteria. Se vuoi che una scuola funzioni, devi costruire una squadra. Serve una leadership diffusa. E ci sono anche dei “no” da dire, che spettano solo a te, e vanno ribaditi talvolta con decisione.

Quali ostacoli incontra oggi nel suo lavoro?

Alcuni processi, nati con l’idea di semplificare le attività, hanno finito paradossalmente per complicarle. Faccio un esempio: ogni giorno abbiamo molti documenti da firmare. Se sono cartacei, ci metto pochi minuti; se devo firmarli digitalmente, tra PIN, accessi e caricamento su piattaforme, il tempo si allunga moltissimo.

Per altre incombenze, al contrario, la digitalizzazione ci ha realmente facilitato la vita: non devo rifare ogni anno tutto da capo, posso recuperare materiali e circolari, modificarli, ampliarli, tagliarli. Questo ci alleggerisce sicuramente il carico di lavoro. Però, nella pratica, la maggior parte delle procedure si è appesantita, e cose che sembrano semplici, in realtà, spesso si rivelano complesse.

Come ha affrontato il suo incarico presso la Rinnovata Pizzigoni?

Ho dovuto formarmi sul campo: una cosa è la teoria, un’altra è l’applicazione concreta del metodo Pizzigoni. All’inizio ho lavorato in due modi: osservando gli insegnanti e, in un secondo momento, progettando insieme a loro, per comprendere davvero come si svolge la didattica.

Poi è arrivato il Covid, proprio all’inizio del secondo quadrimestre, e tutto si è bloccato. Gli insegnanti non erano più fisicamente a scuola, la didattica si svolgeva online. Io, invece, sono sempre venuta in presenza, perché la scuola ha una fattoria didattica e il personale che gestiva gli animali e la parte agricola doveva per forza continuare a prendersene cura. Mi sembrava giusto esserci anch’io, per rispondere con la massima immediatezza ai bisogni della scuola da un lato, e delle famiglie dall’altro.
In quel frangente abbiamo coordinato anche interventi di sostegno da parte del Municipio, come buoni spesa e altre piccole azioni di aiuto per le famiglie più fragili. Tutto questo non lo puoi fare da casa: il lavoro del dirigente richiede la presenza costante.
Oggi la Rinnovata Pizzigoni è un luogo meraviglioso. Dopo una lunga fase di progettazione, è iniziata ufficialmente la ristrutturazione, che sarà un restauro conservativo. In questi anni abbiamo lavorato molto con architetti e ingegneri per capire la funzionalità e la bellezza degli spazi e come valorizzarli al meglio.
Accanto a tutto questo c’è ovviamente la parte pedagogica, che è quella più importante e che ci stimola dal punto di vista culturale. Ogni idea può aprire sviluppi infiniti. Oggi, per esempio, stiamo lavorando con l’Università degli Studi di Milano a un progetto di Philosophy for Children, per sviluppare nei bambini il pensiero critico. Collaboriamo molto anche con l’Università Milano-Bicocca per i tirocini di Scienze della formazione primaria. Ma, per far sì che tutta questa progettualità diventi patrimonio comune e che le iniziative non restino solo sulla carta, bisogna sempre individuare la dimensione umana di ogni progetto.

Cosa cambierebbe della scuola oggi?

Andrebbe affrontato drasticamente il tema dell’edilizia scolastica. Io sono fortunata, perché alla Rinnovata Pizzigoni è in corso un grande investimento, ma spesso le scuole devono attendere a lungo prima di venire ristrutturate o rinnovate, e non tutte hanno comunque la fortuna di vedere interventi migliorativi.

Su questo tema sono molto “pizzigoniana”: un luogo bello aiuta l’apprendimento. Giuseppina Pizzigoni diceva che la monotonia spegne l’intelligenza. Anche l’ambiente educativo deve essere stimolante per i bambini, colorato, vario, mai piatto. E, purtroppo, non sempre le aule delle scuole italiane possiedono queste caratteristiche.
Bisognerebbe svecchiare gli ambienti e far sì che la scuola stia al passo con i tempi, in sintonia con la contemporaneità. Come diceva Pizzigoni, scuola è il mondo: dobbiamo allargare il concetto di scuola fino a sentirci nel mondo, mentre viviamo e sperimentiamo tutto ciò che ci circonda.

Nell’ambito scolastico, oggi, c’è poi un altro problema: si continuano a introdurre nuove regole e normative, senza soluzione di continuità. Non fai in tempo ad assimilarne una, che devi già occuparti di altre tre o quattro. Non è facile coordinare tutto questo, e spesso si ha la sensazione di dover tenere insieme i pezzi senza mai fermarsi, col timore di essersi dimenticati qualcosa. Servirebbero tempi più distesi: non certo per restare immobili, senza cambiare il proprio lavoro, ma per assimilare, sperimentare e rielaborare ciò che si è appena fatto.

Un’ultima nota: in Italia siamo bravissimi a progettare e sperimentare, ma meno capaci di documentare bene quello che realizziamo. E senza una puntuale documentazione si fa più fatica a rinnovare.

Un dirigente può fare la differenza?

Sì, assolutamente. La chiave è la capacità di ascolto, verso tutti: docenti, studenti, personale e famiglie.

Non avrei saputo rispondere a questa domanda qualche mese fa, ma ora è diverso: da quando si è saputo che sarei andata presto in pensione, sono stati gli studenti, gli insegnanti e molti genitori a darmi questa risposta. I ragazzi mi hanno scritto moltissime lettere, che non mi sarei mai aspettata. Così hanno fatto anche insegnanti e genitori, dichiarando tutti che in questi anni si sono sentiti ascoltati.
Questo non significa che io abbia sempre detto sì a tutto e a tutti. Anzi. La reazione dei ragazzi, in particolar modo, mi ha confermato quanto abbiano bisogno di attenzione da parte di noi adulti. Spesso pensiamo che non la cerchino affatto, perché li vediamo sempre connessi e distratti dai loro dispositivi, ma in realtà hanno un grande bisogno di relazione. Siamo noi adulti che dobbiamo trovare il modo giusto per avvicinarci e far capire loro che ci siamo.

Mi ha colpito inoltre la lettera di un’ex studentessa, una ragazza cinese rientrata in Italia dopo il Covid, che mi ha scritto di aver vissuto questa scuola come una casa e, attraverso il lavoro degli insegnanti, di aver scoperto qui il modo di essere sé stessa. Credo che non ci sia nulla di più bello per un insegnante e per un dirigente: capire che, anche nei giorni più pesanti – quelli in cui si è stanchi, scoraggiati, arrabbiati –, la propria presenza a scuola ha sempre avuto un senso per gli altri.

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