- di Giuseppe Savagnone
Gli
insediamenti illegali in Cisgiordania
Non
ha sorpreso l’annuncio del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich,
che è anche responsabile della gestione civile in Cisgiordania, di aver
approvato un nuovo piano di insediamento che prevede la costruzione di
3.400 unità abitative per i coloni.
La
sua realizzazione, ha spiegato con soddisfazione Smotrich, dividerà in due
il territorio originariamente destinato, secondo la risoluzione dell’ONU del
1947, ad una entità politica parallela a quella ebraica, e così
«seppellirà l’idea di uno Stato palestinese», proprio mentre ormai un numero
crescente di paesi occidentali dichiara di avere intenzione
finalmente, di riconoscerlo. È chiaro che la mossa dl governo di Tel Aviv
è una risposta a queste prese di posizione.
Del
resto, già il 29 maggio Israele aveva varato la creazione di ventidue nuovi
insediamenti ebraici in quelli che anticamente erano la Giudea e la Samaria –
oggi Cisgiordania – , con una decisione che lo stesso Smotrich aveva definito
«storica».
Ma
anche subito prima e subito dopo il 7 ottobre, altri insediamenti erano
stati creati, a spese degli abitanti arabi del territorio, cacciati dalle loro
case. La più frequente delle strategie utilizzate dalle istituzioni israeliane
per occupare questi terreni, facendo evacuare i villaggi e spianando le
case con i bulldozer, è la loro trasformazione in aree di addestramento per
l’esercito israeliano.
Il
documentario No Other Land, premio Oscar del 2025 – i cui
registi sono un arabo e un israeliano – narra il caso di Masafer Yatta, un
gruppo di villaggi nel sud della Cisgiordania a cui è stata riservata
questa sorte.
Infine,
in Cisgiordania, i coloni e le autorità israeliane utilizzano anche il
controllo dell’acqua come un’arma. Oggi, Israele controlla circa l’80% delle
riserve idriche della regione e l’estrazione di acqua da qualsiasi nuova fonte richiede
i permessi del governo israeliano, quasi impossibili da ottenere.
La
compente religiosa
Questo
processo, con fasi alterne, dura dal 1967, a partire dalla strepitosa vittoria
israeliana nella guerra dei Sei giorni. Una storica ebrea, Anna Foa, nel suo
recente libro «Il suicidio di Israele», scrive che da questo momento «il
sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo
di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare
tutta la terra di Israele.
Sebbene
al governo fossero i laburisti, a partire dal 1967 iniziava nella West Bank
occupata il fenomeno degli insediamenti da parte dei gruppi estremisti
messianici».
Significativo
che due anni dopo, nel 2018, sia stata introdotta la Legge Fondamentale su
Israele Stato-Nazione del popolo ebraico, di cui un paragrafo recita: «Lo Stato
considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale, e
agirà per incoraggiare e promuovere il suo sviluppo e consolidamento».
Ed
è nella logica del sionismo messianico che queste operazioni di conquista sono
state e continuano ad essere compiute. Alla radice remota ci sono le parole di
Ben Gurion, venerato in Israele come il “padre della patria”, il quale,
contestando il concetto stesso di “Mandato britannico per la Palestina”,
istituito dopo la Prima guerra mondiale, aveva dichiarato: «A nome degli ebrei,
dico che la Bibbia è il nostro Mandato, la Bibbia che è stata scritta da noi,
nella nostra lingua, in ebraico, proprio in questo Paese. Questo è il nostro
Mandato. Il nostro diritto è antico quanto il popolo ebraico».
Ben
Gurion non era un ebreo religioso, ma la Bibbia era il suo punto di
riferimento e in particolare considerava il libro di Giosuè il modello
storico per la conquista della Terra da parte del popolo ebraico, allora come
adesso. Egli, scrive Anna Foa, era un «laico convinto», ed era persuaso che la
religione si sarebbe presto estinta.
«In
realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della
grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al
gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultra-ortodossi».
Non
a caso, in queste occupazioni, si registrano come un dato costante le violenze
di coloni fanatici che si lanciano contro i residenti accusando loro, che
ci vivono da secoli, gli occupanti abusivi, rivendicando la loro proprietà
della “terra promessa” data da Dio ai loro avi.
L’attività
di occupazione israeliana è stata più volte condannata come illegale e
contraria al diritto internazionale dalle Nazioni Unite, ma né il governo di
Tel Aviv né i paesi occidentali hanno mai appoggiato queste denunzie, anzi
il 18 novembre il segretario di stato nel primo governo Trump, Mike Pompeo, ha
dichiarato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non violano il
diritto internazionale.
La
Cisgiordania non è Gaza
Le
vicende della Cisgiordania (o West Bank, come anche viene comunemente chiamata)
solo ora stanno cominciando a venire in piena luce. Finora tutta l’attenzione
dell’opinione pubblica mondiale si è concentrata sulla guerra nella Striscia di
Gaza e sulla reazione di Israele all’attacco del 7 ottobre.
Il
punto è che con Hamas e con quell’attacco i palestinesi della Cisgiordania non
hanno nulla a che fare, perché il territorio sarebbe se mai sotto il controllo
dell’Autorità Nazionale Palestinese, gestita dall’OLP, in rottura radicale con
Hamas – tra le due organizzazioni c’è stata addirittura uno scontro armato
– e che, a differenza di Hamas, ha da tempo riconosciuto lo Stato ebraico.
Molti,
pur perplessi di fronte alla reazione israeliana al 7 ottobre, si sono
chiesti che cosa avrebbe potuto fare di diverso il governo di Tel Aviv. A
dare una valutazione critiche risponde a questa domanda è Anna Foa, che
racconta: «Invece di tirare dalla sua parte i palestinesi della West Bank e di
prospettare la creazione dello Stato, mossa che avrebbe potuto dividerli da
Hamas, il governo appoggiava le aggressioni contro i palestinesi (…) nei
territori dell’autorità Palestinese».
In
realtà, spiega la Foa, a Israele non interessava affatto rafforzare il suo
rapporto con quella parte del popolo palestinese a cui non poteva rimproverare
di volerlo distruggere e che quindi avrebbe avuto le carte in regola per
formare uno Stato palestinese. Paradossalmente, il suo fine era lo stesso di
quello di Hamas: «sabotare la soluzione dei due Stati».
È
in questa logica che lo Stato ebraico ha sempre cercato di impedire la
sostituzione, al vertice dell’Autorità Palestinese, del vecchissimo e corrotto
Abu Mazen, tenendo in carcere – anzi gli ultimi due anni in isolamento – Marwan
Barghouti, un leader della lotta per l’indipendenza della Palestina che non fa
parte di Hamas ed èmolto popolare tra i palestinesi, al punto da essere da
molti considerato un potenziale successore di Abu Mazen.
I
palestinesi chiedono da tempo la sua liberazione, ma Israele si è sempre
opposta e, proprio in questi giorni, ha fatto circolare un video dove viene
contestato e deriso, nella sua cella, da Ben Gwir, che insieme a Smotrich
rappresenta l’ala estremista del governo di Netanyahu.
La
moglie di Barghouti, Fadwa, che guida una campagna internazionale per ottenere
è il suo rilascio, ha dichiarato di non riuscire a riconoscere il marito nel
video. «Forse una parte di me non vuole ammettere tutto ciò che il tuo viso e
il tuo corpo esprimono, e ciò che tu e gli altri prigionieri state sopportando»
ha detto. Drammatico parallelismo con quello che dicono i parenti degli
ostaggi di Hamas davanti ai video dei loro cari.
La
smentita di una narrazione
Tutto
questo getta un’ombra pesante sulla narrazione del governo israeliano,
accettata e difesa da tutti suoi sostenitori, dopo il 7 ottobre, per
giustificare la sua politica verso i palestinesi.
Le
occupazioni e le violenze dei coloni, sostenuti dall’esercito, non possono
essere in alcun modo giustificate con il mantra «Israele ha il diritto di
difendersi», che ha a lungo coperto i massacri di civili nella Striscia.
Neppure ha posto il motivo della vendetta. Nella West Bank non ci
sono terroristi, responsabili della strage di ebrei, che si
fanno scudo dei civili e, se questi vengono aggrediti e uccisi, non è certo
per difendersi o vendicarsi. È per cacciarli o distruggerli e prendersi
la loro terra.
È
guardando ai palestinesi della Cisgiordania che trova una irrefutabile conferma
l’accusa di un genocidio, sia pure finalizzato alla pulizia etnica,
rivolta sempre più frequentemente ad Israele a proposito della guerra di
Gaza.
Siamo
davanti a un evidente progetto di sostituzione etnica che non riguarda in alcun
modo la sopravvivenza di Israele, ma minaccia piuttosto quella degli altri.
Appaiono
del tutto unilaterali e fuorvianti, in questo quadro, gli inviti di Noemi
Di Segni presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,
che, nel gennaio 2024 – mentre già erano evidenti sia la spietatezza
dell’offensiva nella Striscia sia la politica di conquista nella Cisgiordania –
chiedeva accoratamente di «far cessare gli appelli umanitari diretti
unicamente verso Israele, un paese che agisce secondo morale e non si è
sottratto alle norme internazionali», bollando le critiche nei suoi confronti
come un chiaro rigurgito di «antisemitismo», frutto «dell’ignoranza e
dell’ottusità dilagante».
Come
appaiono inaccettabili i silenzi e la complicità dei governi “democratici”, che
hanno per anni assistito, senza battere ciglio, a questa progressiva
realizzazione di un progetto ispirato ad un sionismo messianico e fanatico, e
che tutt’ora esitano nel sospendere il loro appoggio politico e militare ad
Israele.
Il
rischio è che, a causa di questa colpevole inerzia, il progetto che
sale a Ben Gurion sia ormai troppo avanti per essere fermato e che, con
l’azione congiunta a Gaza e nella West Bank, si realizzi davvero, sulla pelle
dei palestinesi, il Grande Israele, che, a questo punto nessuno potrà più
essere rimesso in questione.
Anna
Foa, racconta di un filosofo ebreo, Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di
Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele, da lui rifiutato,
il quale «negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e
sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani
trasformandoli in “giudeo-nazisti”». Forse siamo assistendo, grazie ai nostri
governi, alla nascita del primo Stato democratico-giudeo-nazista della storia.
Nessun commento:
Posta un commento