ed
eclissi del Welfare
-di
VITTORIO PELLIGRA
La
questione centrale è che l’adesione al mito non ha una valenza puramente
individuale. Come hanno mostrato Alberto Alesina e George-Marios Angeletos, in
un celebre studio, infatti, la fede più o meno convinta nella meritocrazia
modella le scelte politiche: quanto più crediamo che il mercato premi il
merito, tanto meno siamo disposti a tassare chi ha di più per sostenere chi ha
di meno.
Le
nostre credenze non fotografano il mondo in maniera obiettiva: lo costruiscono
e lo plasmano. Se penso che il sistema sia giusto, accetterò le sue
disuguaglianze. Se le accetto, non vorrò cambiarlo. Così, il mito del merito
diventa una profezia che si autoavvera – e lo Stato sociale, lentamente,
svanisce.
Come
è stato possibile smontare così facilmente il Reddito di cittadinanza, o
bloccare un’iniziativa legislativa sul salario minimo, ignorare il fatto che i
lavoratori poveri sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e far uscire del
tutto il tema delle povertà dal dibattito politico? Eppure, anche i miti, a
volte, si incrinano. Quando la disuguaglianza cresce troppo, e i più ricchi
sembrano vivere in un altro mondo, il racconto vacilla. Uno studio recente di
Sánchez Rodríguez e colleghi (2023) ha mostrato che l’aumento eccessivo delle
diseguaglianze può ridurre la fede nella meritocrazia. Quando il divario si fa
troppo ampio e diventa impossibile giustificarlo con l’impegno e il talento, le
persone aprono gli occhi e iniziano a dubitare. Che il merito sia un’illusione
ben confezionata?
Gli
esseri umani non sono né perfettamente egualitari né fanatici del merito.
Cercano un equilibrio.
Desiderano
che le opportunità siano distribuite con equità, ma accettano che i risultati
differiscano – a patto che le regole del gioco siano chiare e il campo non sia
truccato. È un equilibrio sottile, fragile. Basta un’ombra – la corruzione, il
nepotismo, il razzismo sistemico – e tutto si incrina.
Il
messaggio che ci consegnano questi studi e questi autori è semplice ma
profondo: le credenze meritocratiche non sono neutrali. Non sono solo una lente
attraverso cui guardiamo il mondo: sono il telaio su cui costruiamo le nostre
politiche, i nostri giudizi morali, il nostro consenso allo Stato. Ma sono
anche vulnerabili. E quando si spezzano, ci lasciano nudi di fronte alla
diseguaglianza, senza più le parole per giustificarla, né la forza per
combatterla.
Con
i divari che crescono e il Welfare che arretra, la sfida oggi non è solo
redistribuire risorse. È riformare il nostro immaginario. Ricostruire una
narrazione della giustizia che tenga insieme la valorizzazione del talento e il
riconoscimento dei limiti, il premio all’impegno e la cura per chi è rimasto
indietro. Perché nessuno prospera da solo e nessuno si salva da solo. Una
società giusta non è quella in cui ognuno riceve in base a ciò che ha dato, ma
quella in cui ognuno può dare ciò che ha, senza che la sorte o il privilegio
decidano in partenza chi può contribuire e chi no.
Nessun commento:
Posta un commento