sabato 9 agosto 2025

IL MITO FRAGILE DEL MERITO

 

Disuguaglianze

 ed 

eclissi del Welfare

 

 

-di VITTORIO PELLIGRA

 C’è un racconto che amiamo sentirci ripetere. Un racconto che accarezza il nostro orgoglio e ci solleva dal peso della sorte. È il mito del merito: l’idea che il successo sia il riflesso limpido del talento e della fatica, la giusta ricompensa per chi ha saputo impegnarsi, l’esito naturale di un gioco equo dove le regole valgono per tutti allo stesso modo. Questo racconto è radicato a fondo nelle società occidentali, ma con differenze significative. Negli Stati Uniti, per esempio, il mito fiorisce come un vero e proprio dogma laico: chi ha, ha meritato; chi non ha, non ha fatto abbastanza. Nell’Europa nordica, invece, il merito convive con un senso più ampio di giustizia: anche chi è caduto merita cura, e chi ha corso più veloce, spesso, lo può fare perché c’è qualcun altro che gli ha spianato la strada.

La questione centrale è che l’adesione al mito non ha una valenza puramente individuale. Come hanno mostrato Alberto Alesina e George-Marios Angeletos, in un celebre studio, infatti, la fede più o meno convinta nella meritocrazia modella le scelte politiche: quanto più crediamo che il mercato premi il merito, tanto meno siamo disposti a tassare chi ha di più per sostenere chi ha di meno.

Le nostre credenze non fotografano il mondo in maniera obiettiva: lo costruiscono e lo plasmano. Se penso che il sistema sia giusto, accetterò le sue disuguaglianze. Se le accetto, non vorrò cambiarlo. Così, il mito del merito diventa una profezia che si autoavvera – e lo Stato sociale, lentamente, svanisce.

Come è stato possibile smontare così facilmente il Reddito di cittadinanza, o bloccare un’iniziativa legislativa sul salario minimo, ignorare il fatto che i lavoratori poveri sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e far uscire del tutto il tema delle povertà dal dibattito politico? Eppure, anche i miti, a volte, si incrinano. Quando la disuguaglianza cresce troppo, e i più ricchi sembrano vivere in un altro mondo, il racconto vacilla. Uno studio recente di Sánchez Rodríguez e colleghi (2023) ha mostrato che l’aumento eccessivo delle diseguaglianze può ridurre la fede nella meritocrazia. Quando il divario si fa troppo ampio e diventa impossibile giustificarlo con l’impegno e il talento, le persone aprono gli occhi e iniziano a dubitare. Che il merito sia un’illusione ben confezionata?

Gli esseri umani non sono né perfettamente egualitari né fanatici del merito. Cercano un equilibrio.

Desiderano che le opportunità siano distribuite con equità, ma accettano che i risultati differiscano – a patto che le regole del gioco siano chiare e il campo non sia truccato. È un equilibrio sottile, fragile. Basta un’ombra – la corruzione, il nepotismo, il razzismo sistemico – e tutto si incrina.

Il messaggio che ci consegnano questi studi e questi autori è semplice ma profondo: le credenze meritocratiche non sono neutrali. Non sono solo una lente attraverso cui guardiamo il mondo: sono il telaio su cui costruiamo le nostre politiche, i nostri giudizi morali, il nostro consenso allo Stato. Ma sono anche vulnerabili. E quando si spezzano, ci lasciano nudi di fronte alla diseguaglianza, senza più le parole per giustificarla, né la forza per combatterla.

Con i divari che crescono e il Welfare che arretra, la sfida oggi non è solo redistribuire risorse. È riformare il nostro immaginario. Ricostruire una narrazione della giustizia che tenga insieme la valorizzazione del talento e il riconoscimento dei limiti, il premio all’impegno e la cura per chi è rimasto indietro. Perché nessuno prospera da solo e nessuno si salva da solo. Una società giusta non è quella in cui ognuno riceve in base a ciò che ha dato, ma quella in cui ognuno può dare ciò che ha, senza che la sorte o il privilegio decidano in partenza chi può contribuire e chi no.

 www.avvenire.it

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