sabato 9 agosto 2025

SIATE PRONTI

 


10 Agosto 2025, 

19° Domenica T.O.


Sap 18, 6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2. 8-19; 
Lc 12, 32-48


VANGELO - Luca 12:32-48

32 Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
33 Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Commento di Ernesto Balducci

Il ritorno del Signore, se lo leggiamo al di fuori della sigla simbolica, è il giorno della fioritura del suo regno e della fine di questo mondo. Sono i due aspetti del giorno del Signore, giorno di giudizio e giorno di cambiamento. Essere vigilanti vuol dire tener presente queste opposte possibilità. E invece quanta dissipazione! 

Nel Vangelo è descritta come la baldoria dei servitori: non c’è il padrone ed essi possono fare quel che vogliono, senza pensare che potrebbe arrivare da un momento all’altro. In questa metafora vedo riflessa la situazione di oggi in cui si dà più importanza a cose frivole. 

Per esempio: che ci siano i nove digiunatori non si legge quasi in nessun giornale. Nessuno ne parla. Basta invece che un divo dello schermo vada in prigione e i giornali ne parlano tutti i giorni. Le cose che ci vengono messe sotto l’attenzione sono frivole, le cose serie, sono fuori dall’attenzione: è la dissipazione nel senso profondo, esistenziale, inguaribile. La cultura, e gli strumenti con cui essa si diffonde, è omogenea a questa distrazione, è un suo prodotto e una sua alimentazione. Ecco perché non possiamo alimentare la nostra saggezza utilizzando gli strumenti che la società ci offre perché essi sono tutti funzionali alla dissipazione. Non si pensa che la fine è possibile.

 Leggevo, nella stessa corrispondenza, che un povero militare americano che doveva stare nella famosa stanza del bottone della bomba atomica, si è rifiutato di starci. È impazzito ed è stato messo in manicomio. Al suo posto ci vuole una persona saggia, uno che consideri possibile toccare il bottone che pone fine al mondo. Insomma, un uomo serio, equilibrato. In un mondo in cui la follia si chiama salute, un uomo veramente savio è il folle! Noi siamo in questa condizione. Lo dico adesso in termini molto generici, ma se voi per deduzione arrivate al quotidiano, vedete che le cose tornano.

La rivoluzione della speranza

Ecco perché dobbiamo fare appello a questa forza rivoluzionaria che è la speranza anche quando, come oggi, essa non può nascere dalla fede perché non ci sono molti segni che le cose possano cambiare. La nostra è una speranza che va avanti al buio, è una speranza da pellegrini, che hanno lasciato la città cioè hanno rotto la solidarietà col mondo esistente, come Abramo che lascia la sua casa. L’uomo della speranza è uno che cammina verso una città futura come qui è detto — che vive quella profonda ascetica della coscienza, che è la rottura dei rapporti i solidarietà col mondo esistente. Siamo cittadini, o non lo siamo; stiamo in questo sistema del mondo, ma non ci stiamo. Il nostro esserci è un puro fatto empirico, ma nelle dimensioni profonde in cui l’esistenza ritrova le sue identità alte, noi non ci siamo. 

La nostra patria è futura

Questo andare verso il futuro non è basato su di una sicurezza, su di una garanzia: «Tutti costoro morirono avendo veduto solo da lontano la terra che era stata promessa». Così siamo noi. È un modo di vivere non facile perché integra in sé l’instabilità del camminare. Cioè è l’abbandono per sempre dell’esistenza sedentaria. Entrare nel cammino è poggiare la propria speranza sulla fede che è possibile ciò che invece, secondo i parametri dominanti, è impossibile. Io personalmente sono convinto che è possibile creare un mondo senza armi. Io ci credo. È una follia secondo la saggezza, anche quella illuminata che ci fa scuola, però sono convinto che è possibile. Così come sono convinto che è vicina l’ora in cui può accadere la fine. La vigilanza è prendere sul serio questa prospettiva della fine. In questo stato di coscienza, il gesto che si deve compiere è quello della speranza che punta sul cambiamento: su di una città diversa, su questa città futura a cui aspirano anche quelli che hanno perso la speranza. Io credo che nella società di oggi e nelle singole coscienze ci siano come delle speranze soffocate sotto un selciato di luoghi comuni, di culture trasmesse. Ci sono polle d’acqua sotto il selciato della strada. Occorre disselciare questi pavimenti, occorre far venire fuori queste polle d’acqua viva, occorre dare voce alla speranza di chi l’ha perduta: è un compito a cui non è garantito nessun successo a breve scadenza. È vero che l’imminenza della fine può abbreviare i tempi; può determinare grandi cambiamenti di coscienza nella collettività umana. Io lo spero. Però chi sceglie questa via della speranza, cammina verso la città futura disposto anche a non arrivarci.

E questo lo statuto di un’esistenza che fa della speranza la propria qualità fondamentale, e oscilla di continuo tra la speranza ragionevole, pubblica, che viene quando ci sono molti segni esterni del cambiamento, e la speranza che non ha altro alimento che la fede.

 Noi dobbiamo vivere della speranza in ambedue i momenti: nel momento diurno dell’evidenza e nel momento notturno in cui la speranza trae dalla fede profonda il sorso d’acqua per vivere.

Da “Il vangelo della pace” vol. 3 anno C

Immagine



 

Nessun commento:

Posta un commento