19° Domenica T.O.
VANGELO - Luca 12:32-48
Il ritorno del Signore, se lo leggiamo al di fuori della sigla simbolica, è il giorno della fioritura del suo regno e della fine di questo mondo. Sono i due aspetti del giorno del Signore, giorno di giudizio e giorno di cambiamento. Essere vigilanti vuol dire tener presente queste opposte possibilità. E invece quanta dissipazione!
Nel Vangelo è descritta come la baldoria dei servitori: non c’è il padrone ed essi possono fare quel che vogliono, senza pensare che potrebbe arrivare da un momento all’altro. In questa metafora vedo riflessa la situazione di oggi in cui si dà più importanza a cose frivole.
Per esempio: che ci siano i nove digiunatori non si legge quasi in nessun giornale. Nessuno ne parla. Basta invece che un divo dello schermo vada in prigione e i giornali ne parlano tutti i giorni. Le cose che ci vengono messe sotto l’attenzione sono frivole, le cose serie, sono fuori dall’attenzione: è la dissipazione nel senso profondo, esistenziale, inguaribile. La cultura, e gli strumenti con cui essa si diffonde, è omogenea a questa distrazione, è un suo prodotto e una sua alimentazione. Ecco perché non possiamo alimentare la nostra saggezza utilizzando gli strumenti che la società ci offre perché essi sono tutti funzionali alla dissipazione. Non si pensa che la fine è possibile.
Leggevo,
nella stessa corrispondenza, che un povero militare americano che doveva stare
nella famosa stanza del bottone della bomba atomica, si è rifiutato di starci.
È impazzito ed è stato messo in manicomio. Al suo posto ci vuole una persona
saggia, uno che consideri possibile toccare il bottone che pone fine al mondo.
Insomma, un uomo serio, equilibrato. In un mondo in cui la follia si chiama
salute, un uomo veramente savio è il folle! Noi siamo in questa condizione. Lo
dico adesso in termini molto generici, ma se voi per deduzione arrivate al
quotidiano, vedete che le cose tornano.
La rivoluzione della speranza
Ecco perché dobbiamo fare appello a questa forza rivoluzionaria che è la speranza anche quando, come oggi, essa non può nascere dalla fede perché non ci sono molti segni che le cose possano cambiare. La nostra è una speranza che va avanti al buio, è una speranza da pellegrini, che hanno lasciato la città cioè hanno rotto la solidarietà col mondo esistente, come Abramo che lascia la sua casa. L’uomo della speranza è uno che cammina verso una città futura come qui è detto — che vive quella profonda ascetica della coscienza, che è la rottura dei rapporti i solidarietà col mondo esistente. Siamo cittadini, o non lo siamo; stiamo in questo sistema del mondo, ma non ci stiamo. Il nostro esserci è un puro fatto empirico, ma nelle dimensioni profonde in cui l’esistenza ritrova le sue identità alte, noi non ci siamo.
La nostra patria è futura.
Questo andare
verso il futuro non è basato su di una sicurezza, su di una garanzia: «Tutti
costoro morirono avendo veduto solo da lontano la terra che era stata
promessa». Così siamo noi. È un modo di vivere non facile perché integra in sé
l’instabilità del camminare. Cioè è l’abbandono per sempre dell’esistenza
sedentaria. Entrare nel cammino è poggiare la propria speranza sulla fede che è
possibile ciò che invece, secondo i parametri dominanti, è impossibile. Io
personalmente sono convinto che è possibile creare un mondo senza armi. Io ci
credo. È una follia secondo la saggezza, anche quella illuminata che ci fa
scuola, però sono convinto che è possibile. Così come sono convinto che è
vicina l’ora in cui può accadere la fine. La vigilanza è prendere sul serio
questa prospettiva della fine. In questo stato di coscienza, il gesto che si
deve compiere è quello della speranza che punta sul cambiamento: su di una
città diversa, su questa città futura a cui aspirano anche quelli che hanno
perso la speranza. Io credo che nella società di oggi e nelle singole coscienze
ci siano come delle speranze soffocate sotto un selciato di luoghi comuni, di
culture trasmesse. Ci sono polle d’acqua sotto il selciato della strada.
Occorre disselciare questi pavimenti, occorre far venire fuori queste polle
d’acqua viva, occorre dare voce alla speranza di chi l’ha perduta: è un compito
a cui non è garantito nessun successo a breve scadenza. È vero che l’imminenza
della fine può abbreviare i tempi; può determinare grandi cambiamenti di
coscienza nella collettività umana. Io lo spero. Però chi sceglie questa via
della speranza, cammina verso la città futura disposto anche a non arrivarci.
E questo lo statuto di un’esistenza che fa della speranza la propria qualità fondamentale, e oscilla di continuo tra la speranza ragionevole, pubblica, che viene quando ci sono molti segni esterni del cambiamento, e la speranza che non ha altro alimento che la fede.
Noi dobbiamo vivere della speranza in ambedue i
momenti: nel momento diurno dell’evidenza e nel momento notturno in cui la
speranza trae dalla fede profonda il sorso d’acqua per vivere.
Da
“Il vangelo della pace” vol. 3 anno C
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