giovedì 28 agosto 2025

NON MI RIGUARDA !

“Guerre, soprusi, menzogne: vediamo tutto, niente ci scuote. Ma perché?”

Viviamo immersi in un tempo in cui tutto ci appare visibile, eppure nulla ci attraversa davvero. Siamo esposti – ogni giorno, ogni ora – a notizie, immagini, testimonianze di dolore. Eppure, la realtà, quella viva e drammatica, non ci scuote più.

 

-       -di Paolo Venturi

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La guardiamo, ma non ci guarda. Ci sfiora, ma non ci ferisce.

È come se un vetro spesso ci separasse dal mondo: vediamo tutto, ma non sentiamo più niente.

Non si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più inquietante: una forma di anestesia collettiva.

Un ottundimento morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci interrogare dalla sofferenza dell’altro.

Non siamo diventati cinici, ma stanchi. È la stanchezza, la fatica di restare umani in un tempo che ci chiede di essere efficienti, performanti, inattaccabili.

Pier Paolo Pasolini aveva visto tutto questo con una lucidità dolorosa.

Parlava di una “mutazione antropologica”: l’uomo nuovo del consumismo, privo di radici, scollegato da ogni legame comunitario, incapace di sentire davvero.

Un uomo libero, sì – ma di una libertà svuotata.

Una libertà ridotta a spazio privato, astratto, senza relazione.

Non più promessa di vita piena, ma pretesa individuale, diritto senza dovere, espressione senza responsabilità.

Il desiderio si è trasformato così in desiderio di consumo, le relazioni in competizione, l’amicizia in management.

Il pensiero, sempre più tecno-oligarchico, ha convertito ogni respiro comunitario in agency individuale, ogni legame in branding personale.

E la realtà, privata della sua densità simbolica e affettiva, diventa inconsistente.

Invisibile.

Se non ci tocca, semplicemente non esiste. Numeri, statistiche, breaking news.

Ma senza carne, senza volto, senza tempo.

A luglio, l’Unicef ha riportato che oltre 18.000 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza. È un numero spaventoso. Eppure, cosa sentiamo davvero?

Che cosa ci resta dentro, dopo aver letto una cifra così? Ma cosa accade a una società che non riesce più a sentire?

Che ha smarrito il senso del limite, che rimuove la fragilità, che censura perfino la morte, come fosse uno scandalo?

La vera posta in gioco, oggi, è la libertà.

Non quella vuota e gridata, ridotta a diritto di dire qualunque cosa o a difesa dei propri confini identitari.

Ma la libertà autentica. Quella che crea legami. Che riconosce l’altro.

Che costruisce futuro.

Una libertà che non si accontenta di essere liberi da, ma che sceglie di essere liberi per.

Liberi per… cambiare le cose. Per non accettare la disuguaglianza come destino.

Per abitare i conflitti invece di negarli. Per rigenerare le comunità, le istituzioni, i territori.

Per dare voce a chi non ha voce. Per scegliere l’umano, ogni volta che ci viene chiesto di scegliere tra l’umano e il funzionale, tra il giusto e l’utile, tra la verità e la convenienza.

Ma la libertà, per esistere, ha bisogno di relazione...

Non può fiorire nell’individualismo e neppure nell’utilitarismo.

L’impotenza di fronte alla realtà nasce da una condizione impaurita di isolamento: le persone in cerca di protezione si isolano, e così facendo, paradossalmente – come ricorda Robert Castel – aumentano la loro insicurezza.

Un circolo vizioso che rende la persona più fragile, la rende impermeabile rispetto a ciò che succede, e depotenzia la sua capacità di azione e attivazione.

La desertificazione della relazione sottrae alla società il dono.

Il dono – cosa ben diversa dalla donazione – nel suo senso più profondo, è relazione.

È pedagogia per riscoprire la realtà, quell’atto che rompe la solitudine, che crea comunità, che ci ricorda che siamo parte di qualcosa di più grande di noi.

Il dono, come relazione, esercitato tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica, in quella economica come in quella istituzionale, è ciò che manca e che sarebbe in grado di rigenerare il rapporto con il reale, trasformando la percezione individuale in un’esperienza collettiva.

Come sottolineato da Arrow (1999): «Gran parte della ricompensa derivante dalle relazioni interpersonali è intrinseca; la ricompensa, cioè, è la relazione stessa».

Per vivere, e non semplicemente sopravvivere, in un tempo di anestesia morale, non basta più costruirsi una percezione della realtà: occorre avere un rapporto reale con essa.

Non basta più muoversi come singoli: occorre commuoversi – nel vero senso etimologico: muoversi insieme verso…

Riscoprire la nostra inquietudine e la nostra natura relazionale, come ha affermato papa Leone XIV ai giovani durante il Giubileo, diventa così non solo un atto profondamente umano, ma anche un atto politico.

 www.avvenire.it

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