Viviamo immersi in un tempo in cui tutto ci appare visibile, eppure nulla ci attraversa davvero. Siamo esposti – ogni giorno, ogni ora – a notizie, immagini, testimonianze di dolore. Eppure, la realtà, quella viva e drammatica, non ci scuote più.
- -di
Paolo Venturi
-
La guardiamo, ma non ci guarda. Ci sfiora, ma non ci ferisce.
È
come se un vetro spesso ci separasse dal mondo: vediamo tutto, ma non sentiamo
più niente.
Non
si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più
inquietante: una forma di anestesia collettiva.
Un
ottundimento morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci
interrogare dalla sofferenza dell’altro.
Non siamo diventati cinici, ma stanchi. È la stanchezza, la fatica di restare umani in un tempo che ci chiede di essere efficienti, performanti, inattaccabili.
Pier
Paolo Pasolini aveva visto tutto questo con una lucidità dolorosa.
Parlava
di una “mutazione antropologica”: l’uomo nuovo del consumismo, privo di radici,
scollegato da ogni legame comunitario, incapace di sentire davvero.
Un
uomo libero, sì – ma di una libertà svuotata.
Una
libertà ridotta a spazio privato, astratto, senza relazione.
Non
più promessa di vita piena, ma pretesa individuale, diritto senza dovere,
espressione senza responsabilità.
Il
desiderio si è trasformato così in desiderio di consumo, le relazioni in
competizione, l’amicizia in management.
Il
pensiero, sempre più tecno-oligarchico, ha convertito ogni respiro comunitario
in agency individuale, ogni legame in branding personale.
E la
realtà, privata della sua densità simbolica e affettiva, diventa inconsistente.
Invisibile.
Se non ci tocca, semplicemente non esiste. Numeri, statistiche, breaking news.
Ma
senza carne, senza volto, senza tempo.
A luglio, l’Unicef ha riportato che oltre 18.000 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza. È un numero spaventoso. Eppure, cosa sentiamo davvero?
Che cosa ci resta dentro, dopo aver letto una cifra così? Ma cosa accade a una società che non riesce più a sentire?
Che
ha smarrito il senso del limite, che rimuove la fragilità, che censura perfino
la morte, come fosse uno scandalo?
La
vera posta in gioco, oggi, è la libertà.
Non
quella vuota e gridata, ridotta a diritto di dire qualunque cosa o a difesa dei
propri confini identitari.
Ma la libertà autentica. Quella che crea legami. Che riconosce l’altro.
Che
costruisce futuro.
Una
libertà che non si accontenta di essere liberi da, ma che sceglie di essere
liberi per.
Liberi per… cambiare le cose. Per non accettare la disuguaglianza come destino.
Per abitare i conflitti invece di negarli. Per rigenerare le comunità, le istituzioni, i territori.
Per dare voce a chi non ha voce. Per scegliere l’umano, ogni volta che ci viene chiesto di scegliere tra l’umano e il funzionale, tra il giusto e l’utile, tra la verità e la convenienza.
Ma
la libertà, per esistere, ha bisogno di relazione...
Non
può fiorire nell’individualismo e neppure nell’utilitarismo.
L’impotenza
di fronte alla realtà nasce da una condizione impaurita di isolamento: le
persone in cerca di protezione si isolano, e così facendo, paradossalmente –
come ricorda Robert Castel – aumentano la loro insicurezza.
Un
circolo vizioso che rende la persona più fragile, la rende impermeabile
rispetto a ciò che succede, e depotenzia la sua capacità di azione e
attivazione.
La
desertificazione della relazione sottrae alla società il dono.
Il
dono – cosa ben diversa dalla donazione – nel suo senso più profondo, è
relazione.
È
pedagogia per riscoprire la realtà, quell’atto che rompe la solitudine, che
crea comunità, che ci ricorda che siamo parte di qualcosa di più grande di noi.
Il
dono, come relazione, esercitato tanto nella sfera privata quanto in quella
pubblica, in quella economica come in quella istituzionale, è ciò che manca e
che sarebbe in grado di rigenerare il rapporto con il reale, trasformando la
percezione individuale in un’esperienza collettiva.
Come
sottolineato da Arrow (1999): «Gran parte della ricompensa derivante dalle
relazioni interpersonali è intrinseca; la ricompensa, cioè, è la relazione
stessa».
Per
vivere, e non semplicemente sopravvivere, in un tempo di anestesia morale, non
basta più costruirsi una percezione della realtà: occorre avere un rapporto
reale con essa.
Non
basta più muoversi come singoli: occorre commuoversi – nel vero senso
etimologico: muoversi insieme verso…
Riscoprire
la nostra inquietudine e la nostra natura relazionale, come ha affermato papa
Leone XIV ai giovani durante il Giubileo, diventa così non solo un atto
profondamente umano, ma anche un atto politico.
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