la parola “no”
per educare
i nostri ragazzi
- - di Lello Ponticelli
«La
violenza è fuori controllo». «I ragazzi… non sanno controllare i propri
impulsi». La parola «controllo», a lungo considerata quasi una cattiva parola
da una certa cultura pedagogica, sta tornando in uso. Tra i più attenti, c’è
chi riconosce la necessità di recuperarla nel vocabolario pedagogico insieme ai
«no» da pronunciare e ai «limiti» cui allenare. Il paradosso è che,
contemporaneamente, nella quotidianità, si annidano dinamiche di ipercontrollo,
per certi aspetti esagerate, manipolative, quando non patologiche e
incattivite.
Tanti
genitori rifiutano di dare regole esplicite e limiti motivati ai loro figli –
persino in età infantile – ma esercitano il controllo attraverso le tecnologie
o finiscono per intervenire all’improvviso, a gamba tesa, quando i figli son
già grandi, illudendosi di recuperare ciò cui avevano abdicato. Ragazzi,
giovani e adulti, soprattutto maschi, aborriscono qualunque limite alle loro
scelte, ma pretendono di esercitare controllo e potere sulle loro compagne,
fino alla violenza psicologica e fisica, quando esse non ne accettano più la
condotta.
«Ci
sono denominatori comuni, in quest’aggressività violenta, armata e assassina
contro le donne? E, più in generale, nel crescendo di violenza fisica e di
indifferenza morale che caratterizza molti comportamenti dei giovani? – si
chiede la dottoressa A. Graziottin –. Il primo denominatore – afferma – è la
carenza educativa a controllare gli impulsi. Molti studi scientifici confermano
che negli ultimi decenni la progressiva latitanza educativa, dei genitori
prima, e poi della scuola, ha rallentato in modo evidente la capacità di
controllare l’impulsività». Ma, senza generalizzare, alcuni psicologi
ridicolizzano o colpevolizzano un’educazione all’autocontrollo, o esercitano
pavidamente il silenzio del politicamente corretto.
Anche
nella comunità ecclesiale si riscontra il timore che l’esercizio della
vigilanza e del controllo – proprio del servizio dell’autorità – venga
percepito come autoritarismo o attaccamento al potere, e talvolta si rinuncia
alla responsabilità di non lasciar peggiorare situazioni che avrebbero, a
monte, promettenti margini di recupero. Con troppa facilità è stata
stigmatizzata ogni forma di controllo, dandole solo accezione negativa,
confondendola con la repressione, sviluppando quasi un’allergia all’esercizio
della funzione educativa della vigilanza. Non ho la risposta alle sfide poste
dalle situazioni accennate e da altre ancòra, ma non posso evitare di chiedermi
se siamo onestamente disposti a fare autocritica, esplorare un rimedio senza
polarizzazioni, estremismi, senza cercare capri espiatori; se siamo pronti a
trasformare tutto ciò in occasione di crescita anziché regressione; ad
interrogarci sul significato vero dell’educazione; a promuovere pratiche
pedagogiche che accompagnino a sviluppare una matura capacità di autocontrollo
e autodisciplina, sul piano personale e collettivo.
È
fondamentale – già dall’infanzia – accompagnare a riconoscere, assumere,
sopportare frustrazioni e limiti, ad agire secondo ragione e valori attinti da
esempi costruttivi e credibili. Mi sembra alquanto ipocrita stracciarsi ogni
volta le vesti di fronte a condotte improntate all’impulsività, agli esiti
drammatici di un «no», di una qualsivoglia limitazione, senza verificare con
onestà e attenzione le premesse culturali e pedagogiche spesso “ideologizzate”,
miste, magari, a debolezza affettiva e immaturità personali.
Sacerdote,
psicologo-psicoterapeuta
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