giovedì 7 agosto 2025

CREATORI DI FUTURO

 

 


OLTRE

 L’IDEOLOGIA

 DEL FARE 

E DELL’AVERE


-       di FRANCESCO CICIONE

Parlare di “giovani” significa parlare di “futuro”. E parlare di “futuro”, per chi come me si occupa di “innovazione”, significa necessariamente parlare di “cambiamento”. A maggior ragione in un’epoca senza precedenti per l’intensità, la profondità e la velocità dei mutamenti in atto. Ma si può davvero parlare di “futuro”, di “innovazione” e di “cambiamento” autenticamente possibili, senza interrogarsi sul “senso”?

Empi ed infelici

Nella Giornata Mondiale dei Giovani, papa Leone XIV ha pronunciato un’esortazione che scuote le coscienze e che, in poche parole, racchiude tanti significati necessari: « Comprare, ammassare, consumare non basta per placare la sete che arde nel cuore dell’uomo ». Risuona (probabilmente non per caso) la contestuale lettura domenicale del Qoelet: « Vanitas vanitatum et omnia vanitas » (« vanità delle vanità, tutto è vanità»), « praeter amare Deum et illi soli servire » («eccetto amare Dio e servire Lui solo»), verrà precisato molti secoli dopo ne L’imitazione di Cristo. La sapienza biblica ricorda che ogni sforzo, se privo di un significato autentico, rischia di tradursi in un vano “ rincorrere il vento”. Pura idolatria del “fare” e dell’”avere”, che ci impedisce di “essere”. Perché, ricorda ancora una volta il Qoelet, la chiamata universale dell’umanità e di ogni persona, è ad “essere”, appunto: « Egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore ». L’attuale modello di sviluppo (e, conseguentemente, di società) è, invece, ontologicamente acquisitivo, incrementale ed estrattivo. Disumano, dunque. Le mirabili sorti e progressive ci sono, probabilmente, sfuggite di mano. Un dato, su tutti, lo testimonia. La tecno-sfera ha raggiunto e superato la massa della bio-sfera. La massa artificiale prevale sulla massa naturale. Non si tratta, quindi e solo, di governare l’avvento dell’intelligenza artificiale. Quanto di governare l’avvento della società artificiale. Dopo la società aperta e la società liquida siamo, infatti, entrati nell’era dell’antropocene aumentato. Tutto sta diventando artificiale. E questa artificialità ci schiaccia, ci soffoca, ci sovrasta, ci uccide. Eppure, ci ostiniamo a non cambiare. Siamo prigionieri di noi stessi, dei nostri vizi, della nostra voluttà, della nostra ingordigia, della nostra superbia, del nostro falso benessere. Empi ed infelici. Poiché non può esserci felicità nell’ingiustizia.

Viviamo da carnefici.

 Il nostro stile di vita costa letteralmente la vita di un pezzo di umanità presente e futura. La storia ci presenterà il conto. La storia ci sta già presentando il conto. Dobbiamo cambiare. Dobbiamo ricomporre la frattura tra verità dell’essere e verità dei fini. Al motto olimpico dobbiamo sostituire il motto aureo. Dobbiamo ricominciare ad agire da buoni antenati delle future generazioni e da buoni discendenti delle generazioni che ci hanno preceduti. Dobbiamo vivere da custodi e non da proprietari del creato. Dobbiamo ricordare che il nostro diritto di proprietà non è ius utenti et abutendi bensì potestas procurandi et dispensandi.

Abbiamo urgente bisogno di una nuova matematica e di una nuova grammatica dello sviluppo. Lo desideriamo tutti, ma nessuno ha il coraggio di farlo. Nessuno ha la forza di abbandonare la propria comfort zone. Vorremmo che fossero gli altri a cambiare affinché ciascuno possa mantenere i propri privilegi. Non può esserci cambiamento restando all’interno dello schema che vogliamo cambiare. Siamo chiamati ad essere controintuitivi, ad inseguire “ virtute e nuova canoscenza”, oltre l’extrema thule del mondo conosciuto.

Speranza di futuro

I giovani, piccolo grande gregge, possono e debbono essere, vera speranza di futuro. Come scriveva il filosofo tedesco Wilhelm Dilthey, «il giovane è quel punto di crisi tra ciò che è stato e ciò che sarà»: una crisi passa per il disorientamento e diventa soglia creativa, opportunità di ripensare criticamente l’idea stessa di progresso e di società.

Per assolvere a questo compito ai giovani (oggi come ieri, oggi come domani) è chiesto, però, di scegliere coraggiosamente ed autenticamente: essere “consumatori di presente” o “creatori di futuro”? Inseguire una felicità effimera e non duratura fondata sul possesso dei beni, o ricercare, passo dopo passo, fatica dopo fatica, la gioia che non muore e che dona senso alla vita? Perché è nella fatica che troviamo la verità, ed è nella verità che troviamo la salvezza. Sant’Agostino nel suo Discorso sul Vangelo di Giovanni, ha indicato la via: «Se 

vuoi che il mondo diventi un luogo migliore, comincia a custodire il tuo cuore». È da questo cuore custodito e orientato al bene autentico e non retorico che può nascere davvero un mondo nuovo, un mondo migliore, un mondo armonico.

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