L’IDEOLOGIA
DEL FARE
E DELL’AVERE
-
di FRANCESCO CICIONE
Parlare di “giovani”
significa parlare di “futuro”. E parlare di “futuro”, per chi come me si occupa
di “innovazione”, significa necessariamente parlare di “cambiamento”. A maggior
ragione in un’epoca senza precedenti per l’intensità, la profondità e la velocità
dei mutamenti in atto. Ma si può davvero parlare di “futuro”, di “innovazione”
e di “cambiamento” autenticamente possibili, senza interrogarsi sul “senso”?
Empi ed infelici
Nella Giornata Mondiale
dei Giovani, papa Leone XIV ha pronunciato un’esortazione che scuote le
coscienze e che, in poche parole, racchiude tanti significati necessari: « Comprare,
ammassare, consumare non basta per placare la sete che arde nel cuore dell’uomo ».
Risuona (probabilmente non per caso) la contestuale lettura domenicale del
Qoelet: « Vanitas vanitatum et omnia vanitas » (« vanità delle
vanità, tutto è vanità»), « praeter amare Deum et illi soli servire »
(«eccetto amare Dio e servire Lui solo»), verrà precisato molti secoli dopo ne L’imitazione
di Cristo. La sapienza biblica ricorda che ogni sforzo, se privo di un
significato autentico, rischia di tradursi in un vano “ rincorrere il
vento”. Pura idolatria del “fare” e dell’”avere”, che ci impedisce di
“essere”. Perché, ricorda ancora una volta il Qoelet, la chiamata universale
dell’umanità e di ogni persona, è ad “essere”, appunto: « Egli ha messo
la nozione dell’eternità nel loro cuore ». L’attuale modello di
sviluppo (e, conseguentemente, di società) è, invece, ontologicamente
acquisitivo, incrementale ed estrattivo. Disumano, dunque. Le mirabili sorti e
progressive ci sono, probabilmente, sfuggite di mano. Un dato, su tutti, lo
testimonia. La tecno-sfera ha raggiunto e superato la massa della bio-sfera. La
massa artificiale prevale sulla massa naturale. Non si tratta, quindi e solo,
di governare l’avvento dell’intelligenza artificiale. Quanto di governare
l’avvento della società artificiale. Dopo la società aperta e la società
liquida siamo, infatti, entrati nell’era dell’antropocene aumentato. Tutto sta
diventando artificiale. E questa artificialità ci schiaccia, ci soffoca, ci
sovrasta, ci uccide. Eppure, ci ostiniamo a non cambiare. Siamo prigionieri di
noi stessi, dei nostri vizi, della nostra voluttà, della nostra ingordigia,
della nostra superbia, del nostro falso benessere. Empi ed infelici. Poiché non
può esserci felicità nell’ingiustizia.
Viviamo da carnefici.
Il
nostro stile di vita costa letteralmente la vita di un pezzo di umanità
presente e futura. La storia ci presenterà il conto. La storia ci sta già
presentando il conto. Dobbiamo cambiare. Dobbiamo ricomporre la frattura tra
verità dell’essere e verità dei fini. Al motto olimpico dobbiamo sostituire il
motto aureo. Dobbiamo ricominciare ad agire da buoni antenati delle future
generazioni e da buoni discendenti delle generazioni che ci hanno preceduti.
Dobbiamo vivere da custodi e non da proprietari del creato. Dobbiamo ricordare
che il nostro diritto di proprietà non è ius utenti et abutendi bensì potestas
procurandi et dispensandi.
Abbiamo urgente bisogno
di una nuova matematica e di una nuova grammatica dello sviluppo. Lo
desideriamo tutti, ma nessuno ha il coraggio di farlo. Nessuno ha la forza di
abbandonare la propria comfort zone. Vorremmo che fossero gli altri a cambiare
affinché ciascuno possa mantenere i propri privilegi. Non può esserci
cambiamento restando all’interno dello schema che vogliamo cambiare. Siamo
chiamati ad essere controintuitivi, ad inseguire “ virtute e nuova
canoscenza”, oltre l’extrema thule del mondo conosciuto.
Speranza di futuro
I giovani, piccolo grande
gregge, possono e debbono essere, vera speranza di futuro. Come scriveva il
filosofo tedesco Wilhelm Dilthey, «il giovane è quel punto di crisi tra ciò che
è stato e ciò che sarà»: una crisi passa per il disorientamento e diventa
soglia creativa, opportunità di ripensare criticamente l’idea stessa di
progresso e di società.
Per assolvere a questo compito ai giovani (oggi come ieri, oggi come domani) è chiesto, però, di scegliere coraggiosamente ed autenticamente: essere “consumatori di presente” o “creatori di futuro”? Inseguire una felicità effimera e non duratura fondata sul possesso dei beni, o ricercare, passo dopo passo, fatica dopo fatica, la gioia che non muore e che dona senso alla vita? Perché è nella fatica che troviamo la verità, ed è nella verità che troviamo la salvezza. Sant’Agostino nel suo Discorso sul Vangelo di Giovanni, ha indicato la via: «Se
vuoi che il mondo
diventi un luogo migliore, comincia a
custodire il tuo cuore». È da questo cuore custodito e
orientato al bene autentico e non retorico che può nascere davvero un mondo
nuovo, un mondo migliore, un mondo armonico.
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