cercano di far passare noi come stupidi,
opponendo alla sterilità del nostro dire disarmato
l’efficacia della violenza.
La preghiera restituisce forza alla parola.
Facciamo
macchine sempre più intelligenti e guerre sempre più stupide.
(Non
è un’attenuante, è un’aggravante: l’orrore, che si legittima senza vergogna,
insulta anche la mente umana). La devastazione programmata – il campo di
battaglia sono direttamente le case e le chiese, le scuole e gli ospedali – fa
impressione, se pensiamo alla boria dei nostri proclami di civiltà e progresso.
Sono guerre orribili, pogrom civili più che scontri militari, pulsioni di puro
annientamento, le cui argomentazioni si nascondono dietro il pretesto – fasullo
– di vantaggi territoriali, politici, economici, strategici.
Questo pretesto, che porta in campo spiegazioni alle quali i libri di scuola ci hanno abituato, è in realtà sempre più fasullo, a uso dell’Onu e dei media. Il grado di evoluzione e di diffusione delle possibilità di convivenza, di cooperazione, di nutrimento, di istruzione e di cura, infatti, sono ora di portata planetaria. E la loro distribuzione non conflittuale è – forse per la prima volta – realmente possibile. (Persino l’intelligenza artificiale – combinatoriamente utile e sentimentalmente ottusa com’è – troverebbe soluzioni soddisfacenti, senza passare attraverso la distruzione totale di interi popoli e di interi habitat). Il “nemico”, in questi chiari di luna, è sempre più ciecamente individuato in qualcuno – una religione, una popolazione, un insediamento umano – che non dovrebbe “esistere”.
Questa
pulsione è un effetto senza causa, una fede senza ragione. Come fai ad
argomentare la sua necessità? Come fai a cercare una morale nell’olocausto che
essa predica?
Dunque,
la nostra accorata preghiera per la pace, che il presidente della Cei, il
cardinale Zuppi, ripropone con forza, dovrà stressare la misericordia
di Dio come la vedova importuna del Vangelo. E che cosa chiede, anzitutto?
Chiede maggiore determinazione nei confronti della violenza che sbeffeggia e
ammutolisce la parola.
Come
cresceranno insieme generazioni umane tra le quali sta soltanto il silenzio di
parole della convivenza in cui sono stati resi sordi, ciechi, muti?
La
preghiera ci dà la forza di dirle adesso, e di dire già ora, insieme con loro,
le parole che ristabiliscono i legami degli affetti di cui gli umani – tutti –
vogliono vivere. Troveremo il coraggio di dirle e di farle dire a tutti coloro
che non vogliono semplicemente farsi inghiottire dall’ottusità della logica
dell’annientamento? Dovremo fare miracoli coi sordi, i ciechi i muti, come
Gesù. E va bene, se ci assiste, faremo anche quelli.
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