non è mai astratta.
- di
Mauro Magatti:
Tuttavia,
la libertà individuale, da sola, non è sufficiente.
Non
si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi,
strutture materiali e simboliche.
Nascere
e morire, venire al mondo e lasciarlo.
Per
secoli, le soglie fondamentali della vita sono state considerate eventi
naturali, inscritti dentro ritmi biologici e regolati da culture stabili di
matrice religiosa.
In
pochi decenni è cambiato tutto.
Il
combinarsi dell’innovazione tecnologica (si pensi, per fare l’esempio più
banale, alla pillola) e dei mutamenti culturali fanno si che oggi la nascita e
la morte non siano più vissute come eventi dati, ma come «fatti sociali».
Si
«decide» se, quando e come mettere al mondo, spesso dopo lunghi percorsi di
valutazione, attesa e progettazione.
E
così per il morire: si può essere tenuti in vita artificialmente, oppure
affrontare la questione del fine vita tra scelte mediche, dibattiti etici,
richieste di accompagnamento e di autodeterminazione.
In
questo scenario, l’elemento naturale, che pure resta, si ridefinisce in
rapporto a una rete di dispositivi tecnici, norme giuridiche, pratiche sociali
e aspettative soggettive Il che comporta un aumento della complessità, che si
traduce poi in un sovraccarico di responsabilità individuali, sociali e
istituzionali.
Decremento
demografico
Le
grandi questioni demografiche che agitano il nostro tempo sono la concretissima
ricaduta di questi cambiamenti profondi.
E
della capacità (o meno) di dare risposte adeguate.
Nei
Paesi sviluppati (in primis in Italia), la natalità è in costante calo.
Non
che le persone non desiderino avere figli.
Ma
farlo non bastano più l’istinto, l’amore o il caso.
Servono
tutta una serie di condizioni che vanno socialmente curate e rese disponibili:
un lavoro stabile, una casa accessibile, servizi per l’infanzia, supporti
relazionali e comunitari.
E
anche quando tutto questi elementi sembrano esserci, la scelta di diventare
genitori è comunque esposta a incertezze e paure che rispecchiano l’instabilità
del tempo presente.
L’invecchiamento
La
stessa cosa vale per l’invecchiamento. E anche qui l’Italia è in testa alle
classifiche.
L’allungamento
della vita è uno dei grandi successi della modernità.
Ma
ciò fa emergere nuove sfide. L’accanimento terapeutico, la medicalizzazione
estrema, la solitudine degli anziani, il venir meno delle reti familiari e
comunitarie hanno trasformato l’ultima fase della vita in un processo lungo,
spesso disumanizzante.
Di
conseguenza nascono nuove domande: come accompagnare la vita fino alla fine in
modo dignitoso, consapevole, umano?
Quando
e come può essere presa la decisone di porre fine alla propria vita?
In
questo quadro si inserisce la crescente attenzione alle cure palliative, ai
percorsi di fine vita, alle richieste di autodeterminazione espresse da chi si
trova in situazioni di sofferenza irreversibile.
Anche
qui, come per la nascita, la dimensione istituzionale, per quanto importante,
non basta: occorre un contesto sociale e culturale che permetta di affrontare
la morte non come una rimozione o una tecnica, ma come parte costituiva
dell’esperienza umana, da vivere nel modo più degno.
In
entrambi i casi — nascere e morire — il tema della libertà individuale è
centrale.
È
giusto che ciascuno possa scegliere se e quando avere figli, così come è
importante che si possa esprimere la propria volontà rispetto alla fine della
vita.
Tuttavia,
la libertà individuale, da sola, non è sufficiente.
Non
si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi,
strutture materiali e simboliche.
Se
una donna non può contare su un sistema di asili, su un’abitazione dignitosa o
su una rete di sostegno, la sua libertà di diventare madre sarà una libertà
solo formale.
Se
una persona gravemente malata non ha accesso a cure palliative adeguate, a un
accompagnamento psicologico o a un supporto familiare, la sua libertà di
affrontare la morte è di fatto gravemente compromessa.
Le
leggi sono necessarie, ma non sufficienti.
Servono
investimenti adeguati nelle infrastrutture sociali: nei servizi pubblici, nella
formazione degli operatori, in una cultura condivisa della cura, della
responsabilità e della dignità della vita, in tutte le sue fasi.
Occorre,
cioè, la cura delle condizioni sociali che rendono sensato e possibile ciò che
una volta veniva inscritto nell’ordine naturale.
Cò
significa che il modo in cui una società si rapporta alla nascita e alla morte
oggi dice moltissimo della sua qualità etica e politica.
Oltre
che delle sue possibilità economiche.
Definire
la cornice dei diritti individuali è il primo passo.
Ma
occorre poi costruire le condizioni concrete che permettano a ciascuno di
attraversare i passaggi fondamentali dell’esistenza in modo umano,
accompagnato, riconosciuto.
Oggi
più che mai, occorre recuperare una visione integrale della vita, che tenga
insieme libertà e responsabilità, individuo e società, diritto e cura.
Solo
così potremo affrontare con dignità e senso le grandi soglie dell’umano: venire
al mondo e lasciarlo.
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