GAZA BRUCIA
Il dibattito
sullo Stato di Palestina
-di
GIOVANNI SCARAFILE
Ma
se si guarda con attenzione al contenuto effettivo di questi riconoscimenti, si
scopre che il tempo verbale più adeguato a descriverli non è né il presente né
il passato, bensì un futuro ipotetico, condizionato, differito.
Riconosceremo,
sì, ma quando saranno stati compiuti alcuni passaggi istituzionali, quando si
sarà fatto ordine tra le forze in campo, quando le condizioni saranno
favorevoli, quando — infine — si potrà raccontare questa scelta come il frutto
maturo di una storia che oggi appare ancora troppo confusa.
Nel
frattempo, Gaza continua a bruciare. I corpi estratti dalle macerie si
accumulano nei dati ufficiali, che al 30 luglio 2025 superano le sessantamila
vittime, mentre l’Unrwa denuncia una carestia effettivamente in corso e blocchi
sistematici degli aiuti umanitari da parte israeliana. Si tratta di fatti, non
opinioni.
Eppure,
proprio la forza innegabile di questi eventi sembra costringere molte
istituzioni occidentali a uno slittamento semantico e temporale: non si nega
ciò che accade, ma lo si sottopone a un rinvio sistematico di giudizio, come se
il tempo, da solo, potesse metabolizzare il disordine, separare i colpevoli
dalle vittime, semplificare le responsabilità fino a renderle presentabili.
Nel
frattempo, Gaza continua a bruciare.
In
questo clima, si fa strada una retorica assai familiare: “la storia ci
giudicherà”. Lo si è letto nei comunicati delle organizzazioni internazionali,
lo si è sentito pronunciare da leader democratici, e lo si è visto perfino su
cartelli sollevati da studenti durante le manifestazioni universitarie. È la
stessa espressione che Laurean Michele Jackson, in un lucido articolo
pubblicato sul New Yorker, ha definito come la formula
retorica del futuro anteriore: un appello al giudizio retrospettivo di una
coscienza collettiva non ancora formata, che dovrebbe garantire — per il solo
fatto di essere collocata in avanti, nel tempo — una maggiore imparzialità, una
capacità di visione più alta, più giusta, forse perfino più umana.
Ma
che cosa accade quando questa attesa della storia diventa l’alibi perfetto per
la procrastinazione morale? Che cosa si produce, in termini antropologici,
quando un’intera cultura democratica rinuncia al presente in nome della
promessa che un giorno, col senno di poi, si sarà stati dalla parte giusta? La
risposta, tutt’altro che rassicurante, è che ci si sottrae all’urgenza
dell’azione; si trasforma il dovere in previsione, la responsabilità in
narrazione futura, l’etica in forma retorica.
Nel
frattempo, Gaza continua a bruciare.
Dietro
l’apparente solennità dell’invocazione storica si nasconde, spesso,
l’incapacità di sopportare l’asimmetria che ogni atto morale autentico
comporta. Perché decidere oggi, con le informazioni che abbiamo e nella
confusione che ci circonda, significa esporsi. Significa prendere posizione
prima che sia possibile calcolarne le conseguenze. E questa esposizione, per
chi detiene il potere simbolico e politico, è insopportabile. È preferibile,
allora, restare in attesa di un tempo che, da solo, sistemerà tutto: i torti,
le parole, i silenzi.
Ma
il tempo, da solo, non salva nessuno.
Non è di una via d’uscita che abbiamo bisogno, ma del recupero di ciò che dovrebbe precedere ogni decisione: un’etica che non si accontenti di commentare il reale, ma sappia orientarlo. L’etica dell’immediatezza non è un’alternativa tra le altre, ma ciò che da troppo tempo abbiamo disattivato, relegandola a una funzione ornamentale, subordinata agli interessi o alle strategie. Eppure, se tornasse a essere una direttrice delle nostre azioni – principio generativo, non appendice – allora la politica, la diplomazia e il linguaggio stesso potrebbero riconnettersi al reale. Martin Luther King, nella Lettera da una prigione di Birmingham, scriveva che vi è una “strana e irrazionale convinzione che vi sia qualcosa, nel semplice fluire del tempo, che inevitabilmente guarirà tutti i mali”: ma non c’è nulla nel tempo che redima, se chi può agire decide di attendere.
L’etica dell’immediatezza non chiede eroismi, ma responsabilità:
quella di non voltarsi altrove quando ciò che accade – e accade ora – ci
riguarda.
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