venerdì 8 agosto 2025

GAZA BRUCIA


 NEL FRATTEMPO

 GAZA BRUCIA

 

Il dibattito

 sullo Stato di Palestina

 

-di GIOVANNI SCARAFILE

 Il recente annuncio, da parte del governo canadese, dell’intenzione di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si inserisce in una sequenza di dichiarazioni analoghe già pronunciate da Francia, Regno Unito, Spagna e Norvegia, a loro volta seguite da formule simili da parte di Australia e Nuova Zelanda. A questo elenco, in continua espansione, si sono già unite anche Irlanda e Slovenia, mentre la Germania, pur ribadendo la necessità che il riconoscimento giunga al termine di negoziati per una soluzione a due Stati, ha sottolineato che quel processo deve cominciare ora, assumendo così una posizione più aperta rispetto al passato.

Ma se si guarda con attenzione al contenuto effettivo di questi riconoscimenti, si scopre che il tempo verbale più adeguato a descriverli non è né il presente né il passato, bensì un futuro ipotetico, condizionato, differito.

Riconosceremo, sì, ma quando saranno stati compiuti alcuni passaggi istituzionali, quando si sarà fatto ordine tra le forze in campo, quando le condizioni saranno favorevoli, quando — infine — si potrà raccontare questa scelta come il frutto maturo di una storia che oggi appare ancora troppo confusa.

Nel frattempo, Gaza continua a bruciare. I corpi estratti dalle macerie si accumulano nei dati ufficiali, che al 30 luglio 2025 superano le sessantamila vittime, mentre l’Unrwa denuncia una carestia effettivamente in corso e blocchi sistematici degli aiuti umanitari da parte israeliana. Si tratta di fatti, non opinioni.

Eppure, proprio la forza innegabile di questi eventi sembra costringere molte istituzioni occidentali a uno slittamento semantico e temporale: non si nega ciò che accade, ma lo si sottopone a un rinvio sistematico di giudizio, come se il tempo, da solo, potesse metabolizzare il disordine, separare i colpevoli dalle vittime, semplificare le responsabilità fino a renderle presentabili.

Nel frattempo, Gaza continua a bruciare.

In questo clima, si fa strada una retorica assai familiare: “la storia ci giudicherà”. Lo si è letto nei comunicati delle organizzazioni internazionali, lo si è sentito pronunciare da leader democratici, e lo si è visto perfino su cartelli sollevati da studenti durante le manifestazioni universitarie. È la stessa espressione che Laurean Michele Jackson, in un lucido articolo pubblicato sul New Yorker, ha definito come la formula retorica del futuro anteriore: un appello al giudizio retrospettivo di una coscienza collettiva non ancora formata, che dovrebbe garantire — per il solo fatto di essere collocata in avanti, nel tempo — una maggiore imparzialità, una capacità di visione più alta, più giusta, forse perfino più umana.

Ma che cosa accade quando questa attesa della storia diventa l’alibi perfetto per la procrastinazione morale? Che cosa si produce, in termini antropologici, quando un’intera cultura democratica rinuncia al presente in nome della promessa che un giorno, col senno di poi, si sarà stati dalla parte giusta? La risposta, tutt’altro che rassicurante, è che ci si sottrae all’urgenza dell’azione; si trasforma il dovere in previsione, la responsabilità in narrazione futura, l’etica in forma retorica.

Nel frattempo, Gaza continua a bruciare.

Dietro l’apparente solennità dell’invocazione storica si nasconde, spesso, l’incapacità di sopportare l’asimmetria che ogni atto morale autentico comporta. Perché decidere oggi, con le informazioni che abbiamo e nella confusione che ci circonda, significa esporsi. Significa prendere posizione prima che sia possibile calcolarne le conseguenze. E questa esposizione, per chi detiene il potere simbolico e politico, è insopportabile. È preferibile, allora, restare in attesa di un tempo che, da solo, sistemerà tutto: i torti, le parole, i silenzi.

Ma il tempo, da solo, non salva nessuno.

Non è di una via d’uscita che abbiamo bisogno, ma del recupero di ciò che dovrebbe precedere ogni decisione: un’etica che non si accontenti di commentare il reale, ma sappia orientarlo. L’etica dell’immediatezza non è un’alternativa tra le altre, ma ciò che da troppo tempo abbiamo disattivato, relegandola a una funzione ornamentale, subordinata agli interessi o alle strategie. Eppure, se tornasse a essere una direttrice delle nostre azioni – principio generativo, non appendice – allora la politica, la diplomazia e il linguaggio stesso potrebbero riconnettersi al reale. Martin Luther King, nella Lettera da una prigione di Birmingham, scriveva che vi è una “strana e irrazionale convinzione che vi sia qualcosa, nel semplice fluire del tempo, che inevitabilmente guarirà tutti i mali”: ma non c’è nulla nel tempo che redima, se chi può agire decide di attendere. 

L’etica dell’immediatezza non chiede eroismi, ma responsabilità: quella di non voltarsi altrove quando ciò che accade – e accade ora – ci riguarda.

 www.avvenire.it

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