sul piano educativo»
Le
norme che puniscono l’utilizzo illecito del web e dei social ci sono ma il
problema resta. Non è sufficiente varare leggi severe se non si affronta a
monte il nodo di una trasformazione sociale, culturale e tecnologica ormai
fuori controllo
-di RUBEN RAZZANTE
Nel
cuore della civiltà iperconnessa, dove ogni individuo ha potenzialmente accesso
a un palcoscenico globale e ogni gesto può diventare spettacolo, si sta
consumando una crisi silenziosa e drammatica: la sistematica, crescente e ormai
normalizzata violazione dei diritti della personalità in Rete. Non ci si
riferisce a fenomeni nascosti negli angoli oscuri del dark web, ma
a eventi che si svolgono quotidianamente alla luce del sole, sotto gli occhi
distratti o consenzienti di milioni di utenti, spesso in diretta streaming,
accompagnati da like, commenti, cuoricini e perfino da risate.
L’ennesima
dimostrazione di questa deriva è arrivata pochi giorni fa dalla Francia, dove
Raphael Graven, conosciuto in Rete come Jean Pormanove, è morto durante una
diretta sulla piattaforma Kick. Graven, 46 anni, era diventato noto per i suoi
contenuti estremi in cui si sottoponeva regolarmente a violenze fisiche e
umiliazioni da parte di altri streamer. Una specie di spettacolo sadico in
diretta, seguito da centinaia di migliaia di spettatori, nel quale il dolore e
la degradazione venivano trasformati in intrattenimento. Nessuna regola ha
impedito questo scempio, nessun codice etico ha filtrato la follia, nessun
algoritmo è intervenuto a bloccare lo streaming di una morte. Eppure, le
piattaforme hanno strumenti, mezzi e capacità per prevenire queste tragedie:
sono capaci di riconoscere il volto di un utente, profilare le sue abitudini,
suggerire contenuti con chirurgica precisione. Ma quando si tratta di
intervenire per tutelare i diritti fondamentali della persona, tutto si fa
improvvisamente complesso, vago, delegato all’autoregolamentazione.
Un
altro episodio recente dimostra quanto sia fragile la linea che separa la
libertà d’espressione dalla violazione della dignità umana: il gruppo Facebook
“Meta Mia moglie”, dove migliaia di uomini condividevano immagini intime delle
proprie compagne all’insaputa di queste ultime. Un gruppo chiuso, sì, ma
neppure tanto nascosto, che per mesi ha prosperato indisturbato fino
all’intervento tardivo della piattaforma, che lo ha rimosso solo dopo
l’indignazione pubblica. Eppure dal 2019 in Italia esiste l’articolo
612 ter del codice penale che punisce il cosiddetto revenge porn, l’utilizzo
illecito di materiale pornografico senza il consenso della persona ritratta. La
norma c’è, la violazione anche, la piattaforma pure, ma il problema resta.
Perché? Perché non è più sufficiente limitarsi a varare leggi severe se
non si affronta a monte il nodo di una trasformazione sociale, culturale e
tecnologica ormai fuori controllo. La verità è che questa deriva non nasce da
un vuoto normativo, ma da un collasso etico e da un’economia dell’attenzione
che premia gli eccessi, amplifica la morbosità e monetizza la violenza. La
legge da sola non basta quando gli strumenti che governano l’infosfera sono
progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, non per promuovere
il rispetto reciproco. L’algoritmo non ha coscienza, ma chi lo costruisce sì. È
per questo che la responsabilità non può più ricadere solo sull’utente o sul
legislatore, ma deve investire anche le piattaforme digitali, che non possono
più limitarsi a essere “ospiti neutri” del dibattito pubblico.
Occorre imporre loro precisi obblighi di trasparenza e, soprattutto, di
progettazione etica: gli algoritmi devono essere addestrati in funzione della
tutela dei diritti fondamentali, e i criteri di selezione dei contenuti devono
rispondere a logiche che non siano solo commerciali.
Serve
una svolta anche sul piano dell’educazione: senza un grande investimento
istituzionale nella formazione digitale, etica e civica dei cittadini fin dalla
scuola dell’obbligo, ogni nuova generazione sarà più vulnerabile della
precedente agli abusi, ai ricatti e alla spettacolarizzazione del dolore.
Sensibilizzare è diventato urgente quanto normare: non basta sapere che
esistono diritti, bisogna riconoscerli e pretendere che vengano rispettati. I
luoghi della cultura, della scuola, dell’informazione devono tornare a essere
spazi in cui si coltiva senso critico, empatia, rispetto.
La
violazione dei diritti della personalità online non è un problema marginale, ma
una questione che riguarda la salute democratica delle nostre società. Una
comunità che si abitua a ridere di un uomo che muore in diretta o a spiare una
donna a sua insaputa è una comunità che ha perso il senso della dignità umana.
Il problema, quindi, non è solo giuridico, ma anche e soprattutto morale. Le
norme esistono, e sono abbastanza aggiornate ai nuovi contesti digitali, ma non
incidono se restano lettera morta o vengono applicate solo in casi eclatanti.
Occorre invece una strategia integrata, che unisca legge, educazione, cultura e
tecnologia per rimettere al centro il valore della persona. Altrimenti,
continueremo ad assistere inermi a un’involuzione collettiva che non avviene
nei meandri nascosti della Rete, ma sotto i riflettori accecanti delle nostre
stesse coscienze digitali.
www.avvenire.it
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