DEL PAPA
AL MEETING
DI RIMINI
I
deserti sono in genere luoghi scartati e ritenuti inadatti alla vita. Eppure,
là dove sembra che nulla possa nascere, la Sacra Scrittura continuamente
ritorna a narrare i passaggi di Dio. Nel deserto, anzitutto, nasce il suo
popolo. È infatti soltanto in cammino fra le sue asperità che matura la scelta
della libertà. Il Dio biblico – che osserva, ascolta, conosce le sofferenze dei
suoi figli e scende a liberarli (cfr Es 3,7-8) – trasforma il
deserto in un luogo di amore e di decisioni, lo fa fiorire come un giardino di
speranza. I profeti lo ricordano come scenario di un fidanzamento, al quale
ritornare ogni volta che il cuore si intiepidisce, per ricominciare dalla
fedeltà di Dio (cfr Os 2,16). Monache e monaci, da millenni,
abitano il deserto a nome di tutti noi, in rappresentanza dell’intera umanità,
presso il Signore del silenzio e della vita.
Il
Santo Padre ha apprezzato che una delle mostre caratterizzanti il Meeting di
quest’anno sia dedicata alla testimonianza dei martiri di Algeria. In essi risplende la
vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera
umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le
culture, nell’imitazione integrale del movimento di incarnazione e di donazione
del Figlio di Dio. È questa via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di
“dialogo della vita” la vera strada della missione. Non un’auto-esibizione,
nella contrapposizione delle identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi
adora giorno e notte, nella gioia e fra le tribolazioni, Gesù solo come
Signore.
Non
mancheranno, come è consuetudine, dialoghi tra cattolici di diverse sensibilità
e con credenti di altre confessioni e non credenti. Sono importanti esercizi di
ascolto, che preparano i “mattoni nuovi” con cui costruire quel futuro che già
Dio ha in serbo per tutti, ma si dischiude solo accogliendoci l’un altro. Non
possiamo più permetterci di resistere al Regno di Dio, che è un Regno di pace.
E là dove i responsabili delle Istituzioni statali e internazionali sembrano
non riuscire a far prevalere il diritto, la mediazione e il dialogo, le
comunità religiose e la società civile devono osare la profezia. Significa
lasciarsi sospingere nel deserto e vedere fin d’ora ciò che può nascere dalle
macerie e da tanto, troppo dolore innocente. Papa Leone XIV ha raccomandato ai
Vescovi italiani di «promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza,
iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che
trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro». E ancora ci
chiede: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a
disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e
si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile,
fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione.
E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale
Italiana, 17 giugno 2025).
Il
Santo Padre, dunque, incoraggia a dare nome e forma al nuovo, perché fede,
speranza e carità si traducano in una grande conversione culturale.
L’amato Papa Francesco ci ha insegnato che
«l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale,
sociologica, politica o filosofica» ( Evangelii gaudium, 198). Dio, infatti,
ha scelto gli umili, i piccoli, i senza potere e, dal grembo della Vergine
Maria, si è fatto uno di loro, per scrivere nella nostra storia la sua storia.
Autentico realismo è, allora, quello che include chi «ha un altro punto di vista,
vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si
prendono le decisioni più determinanti» (Fratelli tutti, 215). Senza le vittime
della storia, senza gli affamati e gli assetati di giustizia, senza gli
operatori di pace, senza le vedove e gli orfani, senza i giovani e gli anziani,
senza i migranti e i rifugiati, senza il grido di tutta la creazione non avremo
mattoni nuovi. Continueremo a inseguire il sogno delirante di Babele,
illudendoci che toccare il cielo e farsi un nome sia il solo modo umano di
abitare la terra (cfr Gen 11,1-9). Dal principio, invece,
negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari
e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un Mistero
sempre altro, di cui è segno la differenza di ciascuno.
Disarmata
e disarmante, la presenza di cristiani nelle società contemporanee deve
tradurre con competenza e immaginazione il Vangelo del Regno in forme di
sviluppo alternative alle vie di crescita senza equità e sostenibilità. Per
servire il Dio vivente va abbandonata l’idolatria del profitto che ha
pesantemente compromesso la giustizia, la libertà di incontro e di scambio, la
partecipazione di tutti al bene comune e infine la pace. Una fede che si
estranei dalla desertificazione del mondo o che, indirettamente, contribuisca a
tollerarla, non sarebbe più sequela di Gesù Cristo. La rivoluzione digitale in
corso rischia di accentuare discriminazioni e conflitti: va dunque abitata con
la creatività di chi, obbedendo allo Spirito Santo, non è più schiavo, ma figlio.
Allora il deserto diventa un giardino e la “città di Dio”, preannunciata dai
santi, trasfigura i nostri luoghi desolati.
Papa
Leone invoca l’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella del mattino,
affinché sostenga l’impegno di ciascuno in comunione con i Pastori e le
comunità ecclesiali in cui è inserito: «In sinergia con tutte le altre membra
del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che
l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il
discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!» (Omelia nella Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le
Associazioni e le Nuove Comunità, 7 giugno 2025)
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