domenica 24 agosto 2025

IL CREDO DI NICEA


NELLA RICORRENZA

 DELL'ANNIVERSARIO 

DEK CONCILIO DI NICEA

I cristiani ripetono nella liturgia la formula del Credo niceno-costantinopolitano, ma forse non molti conoscono il percorso che ha portato alla definizione del Simbolo della fede cristiana. Possiamo «recuperare» il senso di quanto ancora ripetiamo? Rivolgiamo sul tema alcune domande al prof. Emanuele Castelli, docente al Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina, che ha avuto incarichi di studio e di ricerca a Lione, Monaco, Basilea, Heidelberg, Bari, e presso l’Università Gregoriana. È condirettore della collana Nuovi Testi Patristici (insieme a Emanuela Prinzivalli) presso la casa editrice Città Nuova, che di recente ha pubblicato il volume a cura di Samuel Fernández e di Sara Contini, Le fonti antiche sul Concilio di Nicea (Roma 2025).

§  Oggi ripetiamo ancora durante la celebrazione eucaristica la formula del Credo niceno-costantinopolitano, ma forse non ci rendiamo bene conto di quanto ci è voluto per arrivare a questa definizione della formula di fede. Come possiamo “recuperare” il senso di quanto ripetiamo? 

Ha perfettamente ragione. I credenti di oggi ripetono a memoria il testo del Credo niceno-costantinopolitano. Tuttavia molti di loro non sono forse al corrente del lungo e tormentato percorso che ha portato all’elaborazione di questo simbolo di fede e rischiano di non comprenderne adeguatamente il significato. Da più parti si è levata in questi ultimi anni la richiesta di aggiornare il linguaggio di quel Credo o di renderlo in qualche modo comprensibile a tutti i credenti. Oggi esso è solennemente recitato nelle celebrazioni eucaristiche domenicali, ma sono in pochi forse a sapere che il simbolo fissato tra Nicea e Costantinopoli non era stato nemmeno pensato per un uso liturgico. È uno dei paradossi della storia di un testo dalla tradizione plurisecolare.

Stabilito in buona parte a Nicea nel 325, ma rimaneggiato senza timore e addirittura ampiamente implementato a Costantinopoli nel 381, il simbolo di fede doveva servire come punto d’incontro tra posizioni teologiche diverse.[1] Per comprenderlo oggi criticamente, ovvero per recuperarne il “senso”, non ci sono tuttavia scorciatoie.

Al pari dei Vangeli e di ogni altro testo scritto, anche il simbolo niceno-costantinopolitano richiede di essere analizzato quasi parola per parola e di essere valutato nel suo contesto storico, attraverso gli strumenti della filologia e in considerazione dei risultati più recenti della storiografia.

Non si tratta di obiettivi da poco. Del resto, se è vero che è estremamente oneroso ristabilire la verità storica su fatti di diciassette secoli fa – sono necessari specialisti e svariati anni di lavoro –, è parecchio oneroso farla poi conoscere agli altri, specialmente quando si tratta di un vastissimo pubblico di interessati. Solo i cattolici sono oggi stimati in circa un miliardo e quattrocento milioni di persone di svariate nazionalità.

In Italia, quanti desiderano recuperare il senso del Credo niceno-costantinopolitano, e non si occupano per professione di materie storico-teologiche, possono e devono frequentare istituzioni universitarie e quindi studiose e studiosi specializzati sul cristianesimo dei primi secoli. È indispensabile anche disporre anche degli strumenti bibliografici necessari per conoscere il concilio di Nicea e lo svolgimento della crisi ariana fino almeno al 381.

§  In questo senso, qual è lo scopo del libro e di una collana che presenta un approccio diretto ai testi, in un periodo storico-culturale in cui spesso si parla per sentito dire?

Il libro a cura di Samuel Fernández e di Sara Contini – Le fonti antiche sul Concilio di Nicea (Roma 2025), apparso nella Nuova collana di testi patristici (ed. Città Nuova) – viene incontro ad alcune delle esigenze che ho appena enunciato. Al pubblico di lingua italiana è offerta per la prima volta la raccolta delle fonti più antiche sul concilio niceno del 325. Si tratta di testi indispensabili per conoscere i termini del dibattito teologico dei primi decenni del IV secolo e, dunque, per situare storicamente il Credo stabilito a Nicea.

Peraltro, il primo concilio ecumenico produsse, oltre al Credo, anche una normativa (20 canoni) per disciplinare la vita delle Chiese e diede precise disposizioni in merito alla celebrazione della Pasqua: anche su questi aspetti il volume di Fernández e Contini è un preziosissimo strumento di studio.

L’opera di Fernández e Contini presenta le fonti più antiche sull’assise di Nicea del 325 nella lingua originale e in una traduzione italiana commentata. La traduzione ha un duplice pregio: è stata un’occasione, per la curatrice, di un ulteriore confronto critico con i testi raccolti, ed è, contemporaneamente, uno strumento importantissimo per i lettori non specialisti, i quali possono più comodamente familiarizzare con le fonti trattate.

Grazie a questo volume, anche un pubblico non specialista potrà accostarsi più da vicino e sentire quasi la voce dei personaggi coinvolti in vario modo nella grande controversia teologica dibattuta intorno al 325: non solo Ario e il suo vescovo Alessandro di Alessandria, ma anche Eusebio di Cesarea, lo stesso imperatore Costantino e altri.

Chi, invece, desidera una panoramica complessiva della crisi ariana nel IV secolo, dunque fino al concilio di Costantinopoli del 381, può fare riferimento ad alcune grandi sintesi storiografiche. Una di queste, di eccezionale valore, fu prodotta in Italia cinquant’anni fa e possiede ancora oggi grandissimo valore. Mi riferisco a La crisi ariana nel IV secolo, Roma 1975, di Manlio Simonetti.

Dotato di eccezionale acume filologico e talento storiografico, Simonetti ha fatto compiere un notevolissimo salto di qualità agli studi sull’arianesimo nel IV secolo (e non solo), del quale ha ricostruito tutte le fasi in maniera accuratissima. I lettori ne apprezzeranno anche la notevole chiarezza espositiva e il talento letterario.

Per una panoramica generale delle dottrine cristiane dei primi secoli raccomando anche l’importante volume di Emanuela Prinzivalli e dello stesso Manlio Simonetti, La teologia degli antichi cristiani: secoli I-V, Brescia 2012.

Per quanto riguarda la collana Nuovi testi patristici (d’ora innanzi: NTP), questa collezione – pubblicata da una casa editrice tanto benemerita per gli studi patristici quale è Città Nuova – ha scopi molteplici.

In primo luogo, intende tenere vivo l’interesse e lo studio dei testi più importanti del cristianesimo dei primi secoli. Non si tratta di un obiettivo da poco, visto che proponiamo i testi nella lingua originale oltre che in una traduzione italiana commentata. La fioritura degli studi classici avvenuta in Italia specialmente negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso è un periodo felice ormai alle spalle.

Anche la Chiesa cattolica – il riferimento qui è alla sua sfera istituzionale – sembra avere perso interesse per la conoscenza del greco antico e del latino. Oggi molti seminaristi accedono al presbiterato senza aver avuto un’adeguata formazione sulle lingue classiche. Si tratta di un paradosso, visto che è questa la vera tradizione da coltivare e da tenere viva intorno al Vangelo, non forme asfittiche e prive di senso, ormai di epoche passate. Sulla conoscenza delle lingue classiche e sulla capacità di leggere criticamente i testi antichi si gioca molto del futuro del cristianesimo dei prossimi anni.

Il rischio è di trasmettere alla prossima generazione un messaggio depotenziato del Vangelo e un quadro senza colori della straordinaria fioritura della letteratura cristiana nella tarda antichità.

La NTP si propone dunque di offrire alcuni grandi classici di questa letteratura e, contemporaneamente, intende proporre al pubblico interessato alcune opere patristiche generalmente meno note ma non per questo meno importanti. Tra gli obiettivi della collezione si può senz’altro annoverare quello di offrire veri e propri strumenti di ricerca. Il volume di Samuel Fernández e Sara Contini è uno di questi. Il prossimo volume sarà dedicato al Liber pontificalis romano, opera fondamentale da conoscere per chi si occupa della storia della Chiesa di Roma.[2]

Inaugurata nel 2020, la NTP vanta già una serie di volumi su autori come Agostino, Evagrio Pontico, Marcello di Ancira, Pietro Siculo e Filone di Alessandria, quest’ultimo considerato da san Girolamo un cristiano honoris causa. La collezione è stata inaugurata da una nuova edizione critica dell’A Diogneto e ospita anche una perla della letteratura cristiana di contenuto escatologico, il Carme a Flavio Felice sulla resurrezione e sul giudizio.

Ho l’onore di condividere la direzione di questa collana con Emanuela Prinzivalli (emerita di Storia del cristianesimo e delle Chiese della Sapienza Università di Roma), studiosa di fama internazionale.

§  Torniamo a questioni di ordine storico. Ricostruire i dibattiti teologico-culturali del tempo di Nicea in che modo ci è utile ancora oggi?

In linea generale, ricostruire i dibattiti teologici culturali del cristianesimo antico consente di sapere come i fatti siano realmente avvenuti. In questo modo ci si sottrae a presentazioni distorte del passato, un rischio sempre presente quando, su determinati eventi storici, premono posizioni ideologiche, confessionali o comunque di parte.

Per i credenti, poi, la conoscenza (quantomeno nelle linee generali) di questi dibattiti è importante per almeno due ragioni: anzitutto, è la via per conoscere e comprendere storicamente la formula di fede niceno-costantinopolitana; in secondo luogo, è anche uno strumento concettuale, per sottrarsi a un altro rischio estremamente subdolo, quello di ipostatizzare acriticamente le formule di fede fissate nella tarda antichità (a Nicea, a Costantinopoli o in altra assise) ritenendole qualcosa di intoccabile o indiscutibile.

Quest’ultimo punto merita qualche precisazione. Come ho sopra accennato, a Costantinopoli nel 381 non si è esitato a riprendere in mano il simbolo di fede formulato a Nicea e a rimaneggiarlo, implementarlo, persino riorientarlo teologicamente ponendo Padre, Figlio e Spirito Santo sostanzialmente su un piano di parità. Ciò significa che i vescovi riuniti a Costantinopoli non consideravano intoccabile la formula di fede nicena, ma la ritenevano un punto di partenza teologico su cui poter lavorare.

La consapevolezza, manifestata dai padri riuniti a Costantinopoli, della storicità del simbolo di fede prodotto a Nicea è un ottimo antidoto contro ogni forma di assolutizzazione di considerazioni teologiche sul mistero e, più in generale, contro l’idea che il cosiddetto «magistero» della Chiesa sia immutabile, indiscutibile, sempre valido o in tutto e per tutto intoccabile.

Globalmente considerate (estendo ora il discorso anche ad altri versanti, come quello della morale o dell’organizzazione delle Chiese), le tradizioni messe sotto l’etichetta di «magistero» della Chiesa hanno in realtà conosciuto nel corso dei secoli una evoluzione e persino un allontanamento dal vangelo, anche su aspetti rilevanti. Alcune di queste tradizioni magisteriali sono addirittura in contraddizione tra loro. La constatazione di evoluzioni e contraddizioni deve essere francamente riconosciuta e detta.

I padri riuniti a Costantinopoli hanno, insomma, saputo relativizzare certe posizioni dottrinali precedenti. Mi rendo ben conto che oggi, in certi ambienti, l’idea di relativizzare anche solo una virgola di aspetti teologici-dottrinali non goda affatto di buona fama.

Tuttavia, mi pare che i sostenitori di un’idea così intransigente dimentichino alcuni fatti fondamentali. È stato anzitutto Gesù di Nazareth a relativizzare i discorsi di quanti, al suo tempo, si ritenevano esclusivi possessori della verità su Dio e sul prossimo; e lo ha fatto in modo inequivocabile, chiarendo, per esempio, che chi compie la volontà del Padre non è, o rischia di non essere, il sacerdote o il levita che scende da Gerusalemme, ma chi, agli occhi dei più, è uno scomunicato, un eretico, un emarginato dai “benpensanti” della società: un samaritano, che non conoscerebbe Dio.

Chi assolutizza dottrine teologiche o istituzioni ecclesiastiche e ne fa un motivo “magisteriale” per escludere e condannare gli altri, dimentica anche ciò che è scritto nel prologo del vangelo di Giovanni: «Dio nessuno lo ha mai visto. Solo il Figlio unigenito “ne ha fatto l’esegesi”», lo ha spiegato, lo ha fatto conoscere, mostrandone il volto di amore assoluto per il genere umano.

Per il resto, parafrasando ora la tradizione filosofica contemporanea francese, non si dovrebbe mai dimenticare che la nostra conoscenza è limitata, l’ignoranza su tante questioni rimane vasta, il mistero divino – per quelli che credono – rimane su altri aspetti imperscrutabile. Per i credenti, e dunque per la Chiesa – intendo qui ogni Chiesa, al di là di rigidi steccati confessionali –, la stella polare dovrebbe essere sempre il vangelo, non l’attaccamento a mere tradizioni e teologie costruite nel corso dei secoli.

Relativizzare: lo insegnano anche i vangeli canonizzati, che presentano nel titolo l’indicazione «secondo»: secondo Marco, secondo Matteo, secondo Luca, secondo Giovanni. Persino su Gesù gli antichi cristiani riconoscevano di non avere o poter imporre agli altri una verità assoluta su ogni punto.

In fin dei conti, anche il tentativo avvenuto a Costantinopoli nel 381 di sanare in qualche modo la crisi ariana, introducendo una precisazione («prima di tutti i secoli») che Ario avrebbe sicuramente sottoscritto, se solo ne avesse avuto la possibilità, è un’esemplare testimonianza storica del fatto che i pronunciamenti teologici non sono materia intoccabile e perciò non possono né dovrebbero essere usati come strumenti di esclusione di chi pensa altrimenti.

La Chiesa antica ha sostanzialmente dovuto tener conto della necessità di relativizzare questi aspetti, soprattutto quando la pretesa di disporre della verità assoluta su Dio mette in discussione il nucleo centrale della fede – il vangelo – e dunque quanto compiuto e insegnato da Gesù di Nazaret.

In definitiva, conoscere quanto realmente avvenuto a Nicea e Costantinopoli nel IV secolo nutre profondamente la vita dello spirito, ma è anche un vaccino potenzialmente molto efficace contro ogni teologia che si ritenga esclusiva depositaria della verità. In questo risiede una indubbia utilità della conoscenza storica di quei fatti.


[1] A Nicea si cercò di definire la figliolanza divina di Cristo dal Padre onnipotente senza ledere il dato di fede dell’unicità di Dio. Il simbolo stabilito a Nicea fu tuttavia fallimentare sul breve periodo, sicché la crisi ariana, invece di trovare soluzione, finì per deflagrare in un accesissimo dibattito dottrinale. Solo dopo parecchi decenni di aspre polemiche teologiche e ripetuti tentativi di mediazione, una nuova assise, a Costantinopoli nel 381, cercò di chiudere la controversia rimaneggiando in vario molto il credo stabilito a Nicea. Si specificò, tra l’altro, che Cristo era stato generato “prima di tutti i secoli”: affermazione interpretabile in più di un senso e perciò capace di venire incontro a sensibilità teologiche differenti. La stessa assise si pronunciò in dettaglio anche sullo Spirito Santo, di cui fu riconosciuta la divinità al pari del Padre e del Figlio, ma senza usare la parola “dio”.

[2] Ho potuto anticipare una serie di risultati sul genere letterario dell’opera in un recente lavoro: E. Castelli, «Contro i trasgressori dei “Canones apostolorum”: genere letterario e finalità del “Liber pontificalis” romano», in Cristianesimo nella storia. Ricerche storiche, esegetiche, teologiche 2/2024, pp. 443-492,

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