interroga filosofia
e teologia
-
- di
Roberto Righetto
La
liquefazione del sangue di san Gennaro
Forse
nessuno come Cormac McCarthy fra gli scrittori contemporanei ha riservato
spazio e attenzione al miracolo. Nel suo romanzo più famoso, La
strada, un viaggio di padre e figlio alla ricerca di una vita
possibile sul filo della fine del mondo, il bambino rappresenta il verbo, la
parola, ciò che rende possibile l’umano in un mondo spietato. Se resta in vita
il bambino, allora vuol dire che Dio continua a parlare. In un altro passo lo
stesso autore americano può concludere: “Il mestiere di Dio è perdonare”. Ma
che cos’è il miracolo, e che cosa lo rende possibile? La storia dell’arte è
piena di riferimenti ai miracoli di Gesù e in particolare a quello più famoso,
la resurrezione di Lazzaro. Nella Cappella degli Scrovegni a Padova, Giotto lo
presenta cadaverico e impacciato dalle bende, del tutto incredulo. Mentre
Caravaggio, nell’opera conservata al Museo regionale di Messina, raffigura il
corpo dell’amico di Gesù prima del miracolo, pallido e verdastro, con le
sorelle affrante. Diciamo la verità, il miracolo ci esalta e ci inquieta. Ci
lascia esterrefatti e ci riempie di domande: perché accade ad alcune persone e
non ad altre? E l’intervento di Dio che interferisce con l’ordine naturale
dell’universo è un sovvertimento delle leggi che regolano il cosmo o solo una
sua interruzione temporanea e del tutto gratuita?
A
questi interrogativi hanno cercato di rispondere la filosofia e la teologia nel
corso dei secoli, anche se in tempi recenti hanno finito per censurare o
quantomeno snobbare l’argomento. Ora Andrea Aguti, che insegna Filosofia della
religione all’Università Carlo Bo di Urbino, si cimenta coraggiosamente e
lucidamente con il tema nel saggio Il miracolo (Morcelliana,
pagine 222, euro 20,00). Prendendo molto sul serio la questione e
contravvenendo alle tesi di Carlo Augusto Viano che vent’anni fa ha pubblicato
da Einaudi il volume Le imposture degli antichi e i miracoli dei
moderni, Aguti annota immediatamente come il mondo dei filosofi
«ha dismesso da tempo il tema del miracolo perché ritenuto superato e
filosoficamente impresentabile», mentre «i teologi cercano di sbarazzarsi del
miracolo senza darlo troppo a vedere». Senza evitare la possibilità di
imposture che si verificano in questo ambito e anche ammettendo che vi possa
talora essere una spiegazione scientifica, adesso o nel futuro, «il miracolo
rimane un tema che merita di essere preso sul serio, analizzato e riflettuto e
quindi anche difeso o ripudiato per chiunque abbia un minimo di interesse
intellettuale verso la religione». Il libro compie un approfondito excursus
delle posizioni emerse nella storia del pensiero a proposito del miracolo, a
partire dalla filosofia antica e soprattutto medievale. Agostino sostiene che
«il miracolo non accade contro natura, ma contro quella parte della natura che
noi conosciamo». Una concezione non interventistica che contrasta con quella di
Tommaso d’Aquino, per il quale Dio può agire contro natura senza eliminare
l’intero ordine della natura stessa, «ma soltanto quello che intercorre tra una
cosa particolare e l’altra. Pertanto non è sconveniente che talvolta si faccia
qualcosa contro l’ordine della natura in favore della salvezza dell’uomo che consiste
nel suo essere ordinato al fine ultimo dell’universo». Aguti sembra preferire
questa interpretazione, facendo propria la definizione del miracolo come
violazione delle leggi di natura.
Si
precisano così i contorni di una ulteriore specificazione della definizione del
miracolo: l’inesplicabilità, la causazione di tipo soprannaturale e
l’esibizione di un significato coerente con una visione religiosa del mondo. Si
ripercorrono le varie posizioni dei filosofi durante la modernità fino ai
nostri tempi, dalla messa in guardia di Spinoza e Hume alla maggiore apertura
di Wittgenstein e Blondel. Perfino di scrittori come Whitman e Lewis. Se Goethe
da par suo considerava il miracolo come “il figlio prediletto della fede”, per
il filosofo ebreo Rosenzweig «per la teologia è solo l’occasione di imbarazzo».
Pur
raccomandando prudenza e discrezione, Aguti si sente vicino all’argomentazione
di Karl Barth – e anche di Newman, Guardini e Kasper –. Il teologo svizzero ha
ricordato che «la teologia non è soltanto, ma necessariamente è anche la logica
del miracolo» e che naturalizzare i miracoli, disdegnarli oppure ritenerli solo
come «simbolizzazioni di eventi semplicemente spirituali», sono atteggiamenti
che la teologia stessa non dovrebbe permettersi.
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