martedì 26 agosto 2025

IL MIRACOLO C'INTERROGA


 Non solo scienza: 
quando il miracolo 

interroga filosofia 

e teologia

 

-     

 - di Roberto Righetto 

 

La liquefazione del sangue di san Gennaro

Forse nessuno come Cormac McCarthy fra gli scrittori contemporanei ha riservato spazio e attenzione al miracolo. Nel suo romanzo più famoso, La strada, un viaggio di padre e figlio alla ricerca di una vita possibile sul filo della fine del mondo, il bambino rappresenta il verbo, la parola, ciò che rende possibile l’umano in un mondo spietato. Se resta in vita il bambino, allora vuol dire che Dio continua a parlare. In un altro passo lo stesso autore americano può concludere: “Il mestiere di Dio è perdonare”. Ma che cos’è il miracolo, e che cosa lo rende possibile? La storia dell’arte è piena di riferimenti ai miracoli di Gesù e in particolare a quello più famoso, la resurrezione di Lazzaro. Nella Cappella degli Scrovegni a Padova, Giotto lo presenta cadaverico e impacciato dalle bende, del tutto incredulo. Mentre Caravaggio, nell’opera conservata al Museo regionale di Messina, raffigura il corpo dell’amico di Gesù prima del miracolo, pallido e verdastro, con le sorelle affrante. Diciamo la verità, il miracolo ci esalta e ci inquieta. Ci lascia esterrefatti e ci riempie di domande: perché accade ad alcune persone e non ad altre? E l’intervento di Dio che interferisce con l’ordine naturale dell’universo è un sovvertimento delle leggi che regolano il cosmo o solo una sua interruzione temporanea e del tutto gratuita?

A questi interrogativi hanno cercato di rispondere la filosofia e la teologia nel corso dei secoli, anche se in tempi recenti hanno finito per censurare o quantomeno snobbare l’argomento. Ora Andrea Aguti, che insegna Filosofia della religione all’Università Carlo Bo di Urbino, si cimenta coraggiosamente e lucidamente con il tema nel saggio Il miracolo (Morcelliana, pagine 222, euro 20,00). Prendendo molto sul serio la questione e contravvenendo alle tesi di Carlo Augusto Viano che vent’anni fa ha pubblicato da Einaudi il volume Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni, Aguti annota immediatamente come il mondo dei filosofi «ha dismesso da tempo il tema del miracolo perché ritenuto superato e filosoficamente impresentabile», mentre «i teologi cercano di sbarazzarsi del miracolo senza darlo troppo a vedere». Senza evitare la possibilità di imposture che si verificano in questo ambito e anche ammettendo che vi possa talora essere una spiegazione scientifica, adesso o nel futuro, «il miracolo rimane un tema che merita di essere preso sul serio, analizzato e riflettuto e quindi anche difeso o ripudiato per chiunque abbia un minimo di interesse intellettuale verso la religione». Il libro compie un approfondito excursus delle posizioni emerse nella storia del pensiero a proposito del miracolo, a partire dalla filosofia antica e soprattutto medievale. Agostino sostiene che «il miracolo non accade contro natura, ma contro quella parte della natura che noi conosciamo». Una concezione non interventistica che contrasta con quella di Tommaso d’Aquino, per il quale Dio può agire contro natura senza eliminare l’intero ordine della natura stessa, «ma soltanto quello che intercorre tra una cosa particolare e l’altra. Pertanto non è sconveniente che talvolta si faccia qualcosa contro l’ordine della natura in favore della salvezza dell’uomo che consiste nel suo essere ordinato al fine ultimo dell’universo». Aguti sembra preferire questa interpretazione, facendo propria la definizione del miracolo come violazione delle leggi di natura.

Si precisano così i contorni di una ulteriore specificazione della definizione del miracolo: l’inesplicabilità, la causazione di tipo soprannaturale e l’esibizione di un significato coerente con una visione religiosa del mondo. Si ripercorrono le varie posizioni dei filosofi durante la modernità fino ai nostri tempi, dalla messa in guardia di Spinoza e Hume alla maggiore apertura di Wittgenstein e Blondel. Perfino di scrittori come Whitman e Lewis. Se Goethe da par suo considerava il miracolo come “il figlio prediletto della fede”, per il filosofo ebreo Rosenzweig «per la teologia è solo l’occasione di imbarazzo».

Pur raccomandando prudenza e discrezione, Aguti si sente vicino all’argomentazione di Karl Barth – e anche di Newman, Guardini e Kasper –. Il teologo svizzero ha ricordato che «la teologia non è soltanto, ma necessariamente è anche la logica del miracolo» e che naturalizzare i miracoli, disdegnarli oppure ritenerli solo come «simbolizzazioni di eventi semplicemente spirituali», sono atteggiamenti che la teologia stessa non dovrebbe permettersi.

www.avvenire.it

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