dov’è Abele,
tuo fratello?
I nomi dei bambini uccisi
dalla guerra
in Palestina
Dai fratellini israeliani Bibas agli oltre 12mila bimbi palestinesi uccisi dalla guerra, ci sono volute 424 pagine e diverse ore di lettura per fare memoria delle vittime innocenti.
«Non c’è classifica nel dolore»
- di CHIARA PAZZAGLIA
Kfir Bibas, pochi mesi. Ariel Bibas, 4 anni. Poi Abdullah Mohammed Riyad Abdullah Al-Sayed Kul, pochi mesi. Mohammed Amer Yasser Al-Masri, pochi mesi. E via così, per una lettura lunga 424 pagine. Prima i 16 bambini israeliani morti nel raid del 7 ottobre 2023, poi gli oltre 12.000 palestinesi, tra zero e 12 anni. Il doloroso elenco di quelli che non avevano ancora compiuto l’anno d’età impegna ben 34 pagine. Il cardinale Matteo Maria Zuppi, tra le rovine della chiesa di Casaglia a Monte Sole, in Comune di Marzabotto, teatro della più sanguinosa strage di civili (tra cui centinaia di bambini) della seconda guerra mondiale, legge nomi ed età delle vittime del conflitto israelo-palestinese insieme alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, cui la Diocesi ha affidato questo luogo che è anche meta giubilare nell’Anno Santo, purtroppo funestato da guerre e violenza. « La sofferenza dei bambini è quella che deve colpire più di tutti» dice Zuppi, che cita Dossetti e Dostoevskij, ricordando che «le lacrime dei bambini sono la cosa più insopportabile e quindi ci rendono insopportabile la violenza». Lo scopo di questa iniziativa è soprattutto quello di scuotere le coscienze affinché si possano «scegliere altre vie», senza «mettere più in pericolo la vita degli innocenti». E, come ricorda Paolo Barabino, superiore della Piccola Famiglia dell’Annunziata, non si tratta solo di una cerimonia di denuncia civile, ma soprattutto di una preghiera, alla vigilia dell’Assunzione di Maria, cui è dedicato quel che resta della chiesa di Casaglia. Lo scopo, dice il monaco, non è solo commemorativo, ma «riportare il grido degli innocenti ha anche il senso di affidarci a loro, credendo che sono vivi in Dio». I bambini, infatti, esulano da ogni possibile polemica e «disarmano le coscienze.
La nostra presenza di preghiera – prosegue Barabino - è attaccata alla storia. I sentieri dove passiamo, dove preghiamo, sono intrisi di sangue, di grida, di chi scappava, di chi inseguiva. Tutto questo ci fa ancora oggi, così come anche Dossetti desiderava, una presenza orante, ma non per noi stessi, bensì con il senso di una preghiera per il mondo». Come si può cominciare a lavorare adesso per una possibile riconciliazione dei conflitti che stiamo vivendo? «Questo è un problema enorme. Vediamo un odio che cresce e ci chiediamo come far vincere nelle coscienze anche cristiane la parola del Vangelo rispetto al grido della pelle, perché il grido della pelle chiede di vendicare il sangue, l'ingiustizia, l'occupazione. E allora bisogna compenetrare la giustizia e anche la ricerca della fratellanza con l'altro. E questo è difficilissimo: è molto importante certamente la fede, per chi ce l'ha. Qui a Marzabotto e Monte Sole anche chi non ha avuto fede è riuscito a fare un cammino per cessare di odiare, per non volere il male dell'altro. Un cristiano forse riesce più a dire la parola perdono, ma ci sono tante coscienze che sono riuscite a dire “io non odio”. Questo è già uno scalino importantissimo».
E
così, il cardinale Zuppi cerca di trasformare il dolore presente in speranza
futura. « La preghiera non ci porta fuori dal mondo, ma dentro. La sofferenza
diventa intercessione, perché la creazione e le creature chiedono vita, futuro,
speranza. Non chiedono guerra, ma pace! Ogni nome di bambini uccisi è una
richiesta a Dio, ma anche agli uomini, perché li ascoltiamo, ci lasciamo
toccare dall’ingiustizia che ha travolto la loro fragilità. La loro morte, di
tutti loro e di ognuno, susciti le lacrime di commozione e le scelte finalmente
lungimiranti di pace e non tragicamente opportunistiche. Non c’è classifica nel
dolore. Siamo qui per chiedere che nella Terra Santa ogni persona, a cominciare
dai più piccoli, non perda la sua vita per colpa di suo fratello».
Il
cardinale ha poi invitato a riflettere intorno a due domande. « La prima:
“Dov’è Abele, tuo fratello?”. Dio custodisce Abele e difende sempre la
fraternità. Noi? E la seconda: “Che hai fatto?”, come hai potuto farlo, ma
anche “cosa non hai fatto quando mi hai visto che avevo fame, sete, ero nudo,
carcerato, malato?”. “Dove sei tu, dove sta il tuo cuore?». Sullo sfondo, Zuppi
pone un terzo interrogativo, «la domanda - dice - che ci deve inquietare:
abbiamo fatto tutto quello che potevamo per la pace?».
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