*Una
generazione
che ha sete
di bellezza*
-
di Susanna Tamaro
Che
sorpresa il milione di ragazzi presente l’altra sera a Tor Vergata! Un Papa
ancora poco conosciuto e una società in cui la presenza della Chiesa sembra
essere ormai svaporata, faceva immaginare un ben altro esito.
E
che dire dei loro sguardi? Sguardi straordinariamente vivi e commossi, uno
diverso dall’altro, come se la clonazione estetica imposta dai media non avesse
mai attecchito nelle loro vite. Lo spirito del tempo — che è quello dello
scrolling ossessivo e annoiato — sembrava aver reso ormai impossibile quel
lungo tempo di attenzione, immobilità e silenzio che ha accompagnato
l’adorazione eucaristica. Eppure è accaduto. Era come se tutta l’enorme
spianata trattenesse il fiato, fissando emozionata il Santissimo che
riverberava di luce dalla sua teca d’oro sull’altare.
Questa
visione mi ha riportato agli anni della mia tormentata adolescenza, quella
degli anni 70, anni impregnati di un fanatismo ideologico che difficilmente
lasciava scampo. Nata in una famiglia super laica, in una città laicissima come
Trieste, covavo delle domande nel mio cuore a cui nessuno sembrava capace di
rispondere. Una tra tutte: cosa rendeva una vita davvero degna di essere
vissuta? Così a 16 anni, in autostop, avevo raggiunto Assisi. Lì sapevo che
c’era stato un ragazzo inquieto come me che si era ribellato ai fanatismi del
suo tempo, consegnandosi a una dimensione di libertà che trovava affascinante.
E che cosa cercano i cuori inquieti, se non questo? Una libertà che non sia il
tutto poter fare, ma il tutto poter leggere in una dimensione più grande. Un
saper leggere che ci impedisce di venire trascinati via dalla, a volte
inestricabile, complessità dei nostri giorni.
Ma
mentre la mia generazione doveva destreggiarsi con furori ideologici partoriti
nel Novecento — furori che hanno portato ovunque dolore e morte e la cui
impronta è ancora visibile in sottotraccia nella nostra società — la
generazione attuale si trova a vivere la più grande transizione antropologica
dell’umanità. Non si tratta di un cambiamento di costumi ma di una vera e
propria modifica nello sviluppo del cervello. L’uso eccessivo dello smartphone
riduce infatti, specie nei bambini e negli adolescenti, il volume cerebrale,
soprattutto nelle regioni subcorticali, quelle regioni che aiutano a regolare
il comportamento e a controllare le emozioni. I tanti troppi episodi di
insensata violenza giovanile ci parlano proprio di questa incapacità di
controllo.
Per
riuscire a sfuggire a questa pericolosa e inquietante deriva, bisogna forse
tornare a contemplare il meraviglioso albero dell’evoluzione. Il nome zoologico
che ci definisce è l’ homo sapiens sapiens . Guardandosi in giro, in
questi tempi di devastanti guerre e odi di ogni tipo, è abbastanza difficile
trovare appropriata questa espressione. Eppure, in quel sapiens si nasconde
proprio la chiave di volta. Sapiens deriva dalla parola latina sapere, di origine
indoeuropea, che significa: avere sapore, essere saggio. La differenza tra un
cibo sciapo e uno salato la conosciamo tutti. Il nostro tempo vive nel culto
del sapere, ma il sapere che ci viene proposto è propriamente tecnico e
scientifico, slegato da ogni realtà più sottile. Dante ci ricorda invece che la
sapienza è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Non si tratta quindi di
qualcosa da acquisire con un programma, ma di una misteriosa emanazione che
nasce dal cuore.
Quegli
occhi luminosi e attenti ci parlano di una generazione che, nonostante sia
cresciuta nell’ignavia educativa e tra cascami del nichilismo novecentesco, ha
ancora una sete inestinguibile di verità, di bellezza e di costruzione di
rapporti capaci di resistere all’usura del tempo, anche imparando a rinunciare
a qualcosa — come ha detto la ragazza che ha posto una delle tre domande a papa
Leone — perché la vita dell’uomo acquisisce senso non nel consumo ma nella
costruzione che richiede, a volte, scelte difficili. La natura umana è forte e
coraggiosa e, quando attinge alle sue risorse, non ha bisogno di droghe,
pillole o corsi di resilienza.
Nel
Giubileo della Speranza la visione di questo milione di ragazzi ci ha aperto
una finestra su un mondo che credevamo perso per sempre. Il mondo di chi ha
sete, ed è capace di mettersi in cammino alla ricerca dell’acqua che disseta.
Forse quello che corrode la nostra società opulenta è proprio il non
comprendere la grande arsura che la attraversa.
Corriere
della Sera
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