mercoledì 31 gennaio 2024

LE DUE ANIME DEL PD

IL CASO DEL VENETO 

LE DUE ANIME 

DEL PD 


- di Giuseppe Savagnone*


 

Un voto che ha sconvolto tutto

Il caso della consigliera regionale dem Anna Maria Bigon, il cui voto ha contribuito alla bocciatura, in Veneto, della legge sul fine vita, merita una riflessione che vada al di là delle polemiche strumentali dei giornali della destra e delle indignate reazioni della segreteria del PD.

 Riassumiamo brevemente i fatti. Il Consiglio regionale del Veneto si accingeva a varare, per la prima volta in Italia, una legge sul fine vita. La normativa prevedeva l’assistenza sanitaria gratuita al suicidio medicalmente assistito – mediante l’auto-somministrazione di un farmaco letale –  riprendendo alla lettera le condizioni stabilite nella sentenza della Corte costituzionale del 2019.

 Le ricordiamo: il proposito di suicidio dev’essere maturato «autonomamente e liberamente», in un soggetto «pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli», «tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili». Entro questi limiti, secondo la Suprema Corte, l’assistenza a una persona che intende togliersi la vita non è più da considerare un reato.

 Di fatto, però, dopo quella sentenza, non c’era stato nessun provvedimento legislativo che la traducesse in concreta pratica sanitaria. Il Veneto, con l’appoggio del suo presidente, il leghista Luca Zaia – in polemica con la linea del proprio partito e del suo segretario Salvini – , si apprestava ad essere la prima regione italiana a fare questo passo.

 I fronti della destra e della sinistra rappresentati nel Consiglio regionale si presentavano a questa votazione spaccati, dando luogo a paradossali alleanze: la Lega si è trovata a votare a favore insieme al M5stelle e a buona parte del PD, mentre contrari erano FI e FdI. Ma la conta dei prevedibili “sì” indicava come  molto probabile l’approvazione della legge.

A scompigliare le carte è stata la decisione della consigliera e vice-segretaria provinciale del PD di Verona, Anna Maria Bigon, di astenersi. Con effetti dirompenti: la legge non ha superato il 50% dei “sì”, com’era necessario alla sua approvazione, per un solo voto, il suo.

 I suoi compagni di gruppo le avevano chiesto di ripensarci, o almeno di uscire dall’aula al momento della votazione, abbassando così il quorum richiesto e consentendo l’approvazione della legge, ma lei si è rifiutata.

 La tempesta

Bufera nel partito. La segretaria nazionale, Elly Schlein si è amaramente rammaricata per l’accaduto: «E’ un’occasione persa, quella del Veneto, che voleva solo dare dei percorsi attuando quanto previsto dalla Corte. Che la destra abbia sconfessato Zaia non stupisce, ma è una ferita che ci sia stato un voto del PD».   

 E ha sollevato un problema di correttezza da parte della consigliera: «Se il gruppo del PD vota a favore e ti chiede di uscire dall’aula, è giusto uscire dall’aula, perché l’esito di quella scelta cade su tutti».

 «Anche per me, come per la nostra segretaria» – ha scritto l’on. Alessandro Zan, attivista per i diritti LGBTQ+, deputato e membro della segreteria del Pd con la delega ai diritti – rappresenta una ferita la decisione della consigliera regionale veneta Anna Maria Bigon di partecipare al voto sulla legge regionale sul fine vita lo scorso 16 gennaio, invece di uscire dall’aula».

 Questa disapprovazione ha avuto una immediata ripercussione a livello regionale con la decisione del segretario provinciale del PD di Verona di destituire la Bigon dalla carica di vice-segretaria.

 Una decisione che, come il segretario regionale del Veneto si è affrettato a precisare, è stata presa in autonomia e a livello locale, ma che corrisponde alle prese di posizione della segreteria nazionale.

 A contestarla sono intervenute le voci di alcuni  autorevoli rappresentanti del PD, come il cattolico Graziano Delrio, che ha definito il provvedimento «un brutto segnale». «Resta inammissibile», ha detto – «che si voglia processare una persona per le sue idee e non può essere accettato».

 Pur non condividendone la decisione, si è schierata con Bigon anche Debora Serracchiani, già vice-segretaria del partito, sottolineando che «l’esercizio della libertà di coscienza non può essere punito» e chiedendo al segretario del PD veronese «di ripensarci».

 Da parte sua, l’incriminata ha reagito con fermezza: «Con il mio voto sono stata all’interno di quelli che sono i principi del PD. Non vedo di cosa dovrei pentirmi. Non potevo far altro che esercitare la mia scelta. Se poi mi butteranno fuori, ne prenderò atto».

 E, più tardi, dopo aver appreso della destituzione: «Continuerò a lavorare nel Partito Democratico continuerò a lavorare nel Partito Democratico, il luogo dove deve essere garantito il pluralismo delle diverse sensibilità ».

 Due anime

In realtà, quello che risulta chiaramente da questa vicenda è che nel PD ci sono due anime, quella “laica”, che reincarna la posizione del partito radicale di Pannella e vede nella continuazione delle sue battaglie la propria vocazione, e quella di un cattolicesimo sociale che guarda con diffidenza l’esasperata insistenza sul tema dei diritti individuali e che vede nel PD innanzi tutto il difensore dei diritti sociali, quelli dei più poveri e dei più deboli.

 Per i sostenitori della prima anima la libertà è quella dell’individuo che deve poter disporre del suo corpo  e della sua vita senza doverne rispondere a nessuno, purché non travalichi il confine della sua sfera privata.

 Si pensi alla logica che sta dietro la rivendicazione del diritto di aborto – «L’utero è mio e ne faccio quello che voglio» – e che è alla base anche delle rivendicazione della istituzionalizzazione del suicidio assistito o, nella forma più piena a cui aspirano i suoi sostenitori, dell’eutanasia. 

 È ciò che suggerisce il detto secondo cui «la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella dell’altro».  Che però non è affatto “di sinistra”, ma nasce nel clima dell’individualismo liberale settecentesco e non a caso ha ispirato il partito radicale, appassionato alle libertà dei singoli, ma tutt’altro che sensibile ai problemi della giustizia sociale.

 Questa metamorfosi dell’anima socialista del PD ha spiazzato l’altra, quella cattolica, che invece punta, in linea con l’insegnamento sociale della Chiesa, sul primato del bene comune e ha della libertà un’idea molto diversa, fondata, piuttosto che sulle esigenze soggettive dell’individuo, sulla sua responsabilità verso gli altri.

 Giustamente la Bigon si è rifiutata di uscire dall’aula perché, riducendo la questione a una semplice tutela della propria coscienza, avrebbe tradito questa prospettiva, che è politica, contribuendo all’approvazione di una legge che, certo, rispetta le condizioni poste dalla Corte  costituzionale, ma lascia da parte le sue raccomandazioni a garantire quelle cure palliative che possono offrire al malato un’alternativa al suicidio. Come del resto è avvenuto nell’applicazione pratica della legge sull’aborto, che in teoria prevederebbe – contestualmente al diritto di ricorrere, in caso estremo, all’aborto – un impegno concreto della comunità per consentire  alle madri per permettere loro di non abortire. 

 Il punto è che nella prima prospettiva, “sacro” è il diritto del singolo a disporre di sé (come dimostra, nel caso dell’aborto, la levata di scudi e l’indignazione “morale” contro ogni voce che ne sottolinea la drammaticità e cerca di riportarlo al suo senso originario di “ultimo rimedio”).

 Nella seconda i diritti devono sempre rapportarsi ai doveri – verso se stesi, verso le altre persone, verso la comunità – e a questi ultimi il singolo deve subordinare le proprie preferenze e i propri interessi privati.

 Di fatto ormai da molto tempo il PD ha visto il prevalere della prima anima sulla seconda. La segreteria Schelen ha solo confermato e rafforzato questa tendenza. Ne è una conferma la totale incomprensione nei confronti della scelta della Bigon di non limitarsi a pensare alla salvezza della propria anima, uscendo dall’aula, come se in gioco non ci fosse piuttosto un modo di vedere la libertà e la società che lei, proprio perché fedele alle motivazioni della sua militanza, non poteva condividere.

 Ma un partito che adotta una filosofia liberale, senza neppure accettare di rimetterla in discussione, non è più “di sinistra”, anche se per abitudine continua a dire di esserlo. E infatti le sue battaglie, più che sul terreno della giustizia sociale, si sono incentrate prevalentemente sulla tematica dei diritti.

E probabilmente nell’aumento esponenziale del fenomeno dell’astensionismo, nelle penultime e nelle ultime elezioni, ha avuto un ruolo importante anche lo sgomento di chi ormai si trova a dover scegliere tra i partiti di destra del governo e  una opposizione metà populista e metà post-liberale. Senza parlare di coloro che ormai, quando votano PD, lo fanno vedendo in questa sigla l’acronimo di “per disperazione”.

 Dopo tanto silenzio, anche i vertici cattolici dei dem cominciano finalmente a mostrare di avere coscienza della situazione. «Chiariamoci,», ha detto Delrio, «se il mio partito, nato per essere custode dell’incontro tra i valori dell’umanesimo cristiano e di quello socialista, diventa una copia del Partito radicale, che pure molto rispetto, allora non mi sentirei più a casa mia». Sì, forse è venuto il momento per i (veri) socialisti e per i (veri) cattolici del PD di far sentire la loro voce.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura Arcidiocesi Palermo

www.ttuttavia.eu

martedì 30 gennaio 2024

I SOCIAL. LUCI ED OMBRE

"I social?

 Un’atmosfera.

 Solo il senso critico

 elimina

 l’inquinamento"



 -          intervista a Gianfranco Ravasi  a cura di Guido Bandera 

-          

Internet e i social sono un’atmosfera: inquinata o meno, la respirano tutti. L’importante è avere una maschera che la depuri. Questa maschera è il senso critico". La voce del cardinale Gianfranco Ravasi arriva dalla Roma vaticana limpida, cordiale. Non racconta dell’età che, per norma canonica, tiene lontano il biblista e teologo dai grandi incarichi a cui è stato chiamato. Fra i quali la guida del Pontificio consiglio della Cultura, di cui è presidente emerito.

Eminenza, Internet sta cambiando la nostra vita: in meglio o in peggio?

"Serve una premessa. Per una figura mitica come Marshall McLuhan (sociologo canadese teorico del villaggio globale, ndr ) i mezzi di comunicazione sono un’estensione della persona. Telefono, televisione, il telescopio... erano protesi dei sensi umani. Oggi invece sono un ambiente. Ci viviamo immersi. Quest’atmosfera ci impegna, ma ci rende anche schiavi. Il filosofo Luciano Floridi parla di infosfera. Un altro strato che avvolge il globo. Un’aria che è anche inquinata. Ma molti la maschera della capacità critica non la vogliono o non ce l’hanno".

Allora il web ci peggiora...

"Non necessariamente. Vorrei dare un messaggio equilibrato. Umberto Eco distingueva gli uomini davanti alle novità fra ’apocalittici’ e ’integrati’. Non si può essere apocalittici, ma integrandosi ci si adatta anche alla parte corrotta".

L’immagine è tutto sui social. È lavoro, risorsa economica, relazione fra persone... E spesso qualcuno ne resta vittima.

"Vedo tre rischi fondamentali. Il primo è per i nativi digitali. C’è una moltiplicazione esponenziale dei dati disponibili. Questo può produrre un’anarchia intellettuale e morale... Guardi gli studenti e le loro tesine. Su ogni singolo vocabolo ci sono 20mila risultati. Chi li aiuta a selezionare? Vengono sconvolte le gerarchie oggettive dei valori. Il filosofo seicentesco Thomas Hobbes scriveva ’la regola la fa l’autorità, non la verità’".

Secondo rischio?

"Solo in apparenza c’è una democratizzazione. Dietro la deregulation della globalizzazione informatica si nasconde una sottile operazione di condizionamento. Il controllo delle grandi corporation. C’è poi un terzo pericolo: il trionfo delle fake news, delle fandonie travestite da verità pseudo-oggettiva. E poi c’è la parola colorata...".

Ovvero?

"La parola che spicca: violentissima, degenerata, minacciosa. Attraverso questi meccanismi diventa comune, accettata. E poi torna nel mondo reale e si trasforma in violenza. Si dice che i giovani stiano perdendo l’udito. Forse è il volume delle cuffie, forse è evoluzione. Presto non saremo più in grado di sentire i pianissimo della musica. Lo stesso è per le parole".

È pessimista?

"No. Il realismo non giustifica il pessimismo radicale".

Politica e istituzioni promettono nuove regole.

"Dobbiamo interrogarci e agire. Non solo per l’intelligenza artificiale, di cui tutti parlano. Bisogna partire dalle basi. Serve educazione informatica. Non solo per la tecnica, ma per i fornire capacità critica. Ci sono esperienze in Francia e in Israele. La scuola è il luogo giusto. In classe non bisogna solo istruire, inserire dati, ma anche educare, fare uscire la persona nella propria umanità. Oggi la scuola è quasi muta, come la cultura. Mancano figure che sapevano incidere, come don Lorenzo Milani, padre Turoldo, Norberto Bobbio. Presenze vive, che educavano. La Chiesa, nonostante le difficoltà, ha un ruolo importante. E quella di Papa Francesco è una figura che incide...".

Proprio in questi giorni ha parlato di social e Vangelo.

"È un tema su cui torna spesso. Ha parlato anche di intelligenza artificiale, etica e pace. E ha paragonato quelle che ho definito ’parole colorate’, offensive e corrotte, alla guerra. Certe volte, come vediamo, fanno vittime reali. La Chiesa non sarà più quel cuore del villaggio a cui la domenica tutti accorrevano, ma è una presenza che cerca una nuova strada".

Ci sono sacerdoti che, fra alterne fortune, sui social fanno evangelizzazione.

"Vero. Anche io uso Twitter".

E cosa le insegna Internet?

"Che se interpelli direttamente, spesso hai una risposta creativa. C’è chi dice qualcosa. Certo, c’è anche chi attacca a prescindere. Però segue. Nella storia dell’arte il crocifisso è spesso oggetto di attacco. Ma se si sente il bisogno di farlo è perché è un simbolo forte. E questa è epoca di simboli, più che di astrazione. E in fondo la tecnica di Gesù è molto simile a Twitter. I suoi ’loghia’, i suoi detti sono più sintetici di un cinguettio. ’Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ in greco sono forse solo 53 caratteri...".

 

Quotidiano Nazionale 

 

 

lunedì 29 gennaio 2024

MEMORIA. OGNI GIORNO DOPO

CIO' CHE CI PROVOCA ANGOSCIA TENDIAMO A DIMENTICARLO



-         -di Franco Vaccari

 

Il giorno dopo. Dipende da cosa e come si è vissuto quello prima. Se è stato il “Giorno della Memoria”, il giorno dopo inizia il problema: come non dimenticare. Perché aveva ragione il poeta: «e involve Tutte cose l’oblio nella sua notte». A questa legge non si sottrae neanche una ricorrenza che fa del ricordare il suo stesso contenuto. Certo, non un ricordo qualsiasi, ma quel ricordo: la Shoah. La Shoah stessa è intrisa fin dal suo orribile concepimento della dinamica dell’oblio: fu un’idea di eliminazione dall’umanità di un gruppo di persone, appunto la cancellazione dalla memoria di milioni e milioni di persone “per la sola colpa di essere nati”. Fu un’azione che confidava nell’oblio, la sua radice maligna si nutriva di alcuni componenti costitutivi della persona umana: dimenticare, rimuovere, adattarsi.

 Circa il dimenticare non può certo consolarci la forza della tecnologia che promette di rendere “eterni” i ricordi. Quanto alla rimozione Sigmund Freud ce lo ha svelato irrevocabilmente: ciò che ci dà angoscia tendiamo a rimuoverlo. Considerando la forza formidabile ma ambivalente dell’adattamento, conviene ricordare quanto mi disse una giovane armena: «Cosa c’è di peggiore della guerra? Adattarsi alla guerra». I testimoni stessi degli orrori lo sanno bene: ricordare con precisione è un duro impegno per non rischiare di non essere creduti, prestando il fianco al negazionismo. Se dunque siamo naturalmente inclini a dimenticare, rimuovere, adattarci, come raccogliere, il giorno dopo, il messaggio di ricordare che ci viene dal giorno prima? Evitare, il giorno prima, la dimensione celebrativa che collega la rilevanza al clima culturale e politico del momento, cioè alla possibilità o meno di agganciarsi con interessi estranei e di parte.Ma soprattutto, ricordando che Shoah è una parola di fuoco, evitare la banalizzazione o l’enfasi eccessiva: nel primo caso sarebbe svuotata di significato, nel secondo caricata di retorica. Due modi di tradirla. Sì, dobbiamo temere un approccio superficiale, visivo, collegato a volte agli eventi, ripetuti o ripetitivi, “di massa”, senza che incidano sui singoli. La ricerca di impatti quantitativi più che qualitativi.

 La Shoah è una vicenda che è nata nell’intimo delle persone, delle loro relazioni, all’inizio quasi sussurrata e poi cresciuta, ostentata, urlata e dilagata nella retorica del terrore. Perché non torni più, l’orrore di quella vicenda – insieme alla forza di chi gli si oppose – deve incidere nell’intimo delle persone di oggi, delle loro relazioni, abbandonando nuove retoriche, ostentazioni e urla. Chiede di esserci il giorno dopo; non nelle riunioni, nelle piazze o nelle televisioni, ma dove si sbriciola nell’ordinarietà della vita quotidiana.

 Perché in quella vita ordinaria, molti anni fa, diligenti impiegati tedeschi si trasformarono in ubbidienti contabili di morte del Reich e buoni italiani andarono a denunciare conoscenti ebrei, così come, alcuni anni dopo, pacifici vicini di casa divennero assassini della porta accanto nei Balcani, e altri uomini e donne, oggi, in Ucraina, in Israele, a Gaza, stanno compiendo efferatezze, certamente convinti, nella loro falsa coscienza, di fare la cosa giusta o di ubbidire agli ordini. I bambini che sopravviveranno a questi nuovi orrori saranno potenziali incubatori di odio.

 Il Giorno della Memoria esige una convinta pratica quotidiana: così il giorno prima si coniuga con il giorno dopo in una continuità che si chiama educazione. Conosco una docente di storia che si guarda bene dal celebrare il Giorno della Memoria. Per lei il 27 gennaio è un giorno come gli altri perché – dice – nel normale programma di storia i miei studenti e le mie studentesse vengono a conoscenza della Shoah, si interrogano con me e ne usciamo inquieti, con domande nuove sul come agire di conseguenza.

 Fu una decisione che prese un giorno in cui la sua scuola aveva dedicato una settimana intera alla Memoria e un suo alunno sincero esclamò: «Basta con questa Shoah! Non se ne può più». La professoressa fu intelligente e non reagì, ma il giorno dopo riunì gli studenti e mise a tema l’intervento politicamente scorretto del loro compagno, senza indignarsi, ma col gusto di ascoltare. Insieme presero la decisione di «vivere la memoria in tutto l’anno di storia e non celebrarla».

 Mi piacerebbe che ciascuno di noi appartenesse a quella classe, il giorno dopo, convinto della necessità di andare alla radice di quello che è accaduto e non solo al suo esito palesemente tragico: come l’odio ha covato ed è cresciuto nel suo brodo di cultura naturale che è l’indifferenza. Quella radice, infatti, non è di “allora”, ma è di “oggi”, non si è sviluppata solo in “quelli là”, ma si può sviluppare, anzi si sta sviluppando in “noi qua”. 

Ciascuno è un portatore sano di una possibilità di odio e di indifferenza, sulla soglia tra il giorno prima e il giorno dopo c’è ciascuno di noi. La Memoria di quell’odio diventa allora la memoria del nostro odio, del mio possibile odio, della mia possibile indifferenza.

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sabato 27 gennaio 2024

UN AMORE CHE LIBERA


TACI ed ESCI !


- IV Domenica del Tempo Ordinario B

 Vangelo: Mc 1,21-28  


Commento di S. E. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

 Domenica scorsa abbiamo ascoltato l’invito di Gesù a convertirci (Mc 1,15), a muovere i primi passi di una vita nuova. Abbiamo detto che questo è possibile, per tutti, e che proprio questa è la buona notizia che Gesù è venuto ad annunciare.

 Ebbene, questa conversione assume nel Vangelo di oggi (Mc 1,21-28) un tratto particolare.

 Vediamo infatti che fin dall' inizio della sua vita pubblica, Gesù si incontra e si scontra da subito con una questione centrale per la vita dell'uomo, ovvero il problema del male.

 L’evangelista Marco mette in chiaro che Gesù dovrà affrontare questo nemico, e che la lotta sarà dura.

 Di questo Vangelo ci soffermiamo su alcuni elementi.

 Gesù, entrando nella sinagoga di Cafarnao, trova un uomo posseduto da uno spirito impuro, il quale, alla vista di Gesù, esce allo scoperto e inizia a gridare.

 L’uomo, innanzitutto, è posseduto dallo spirito impuro. Cioè è abitato da uno spirito che lo tiene prigioniero, che non lo lascia libero di essere se stesso, che lo tiene lontano dalla vita.

 Allora capiamo subito qual è la battaglia che Gesù deve affrontare: la battaglia è quella per riportare l’uomo alla signoria di Dio, per riportarlo dentro quel Regno che si è fatto vicino, che si è aperto per far rientrare l’uomo smarrito e lontano. La battaglia di Gesù è quella per restituirci la libertà, perché nessuno ha il diritto di tenerci prigionieri, di possedere la nostra vita.

 Il contrario di possedere, potremmo dire, è la modalità con cui Gesù ama, che nel brano di oggi è riassunta in un termine che torna due volte, ovvero la sua autorità (Mc 1,22.27). L’amore di Gesù è un amore autorevole, che fa crescere; non possiede, ma libera, e libera in ciascuno la sua parte migliore, mette in moto la sua conversione.

 Lo spirito impuro, che possiede l’uomo, grida, parla, e ciò che dice ci rivela quale logica, quale pensiero sottostà l’esperienza del male: “Che vuoi da noi, Gesù nazareno? Sei venuto a rovinarci?” (Mc 1,24).

 Lo spirito impuro dice tutte cose giuste, perché è vero che Gesù è venuto proprio per mandare in rovina l’impero del male, la sua signoria sull’uomo. Ma le sue parole dicono anche altro.

 Infatti, cos’è il male se non pensare a Dio come a qualcuno che rovina, che sia nemico dell’uomo; cos’è il male se non il sospetto che Dio sia contro di noi?

 Tutta la storia della relazione dell’uomo con Dio è abitata da questo sospetto, da questo spirito impuro, che vede il male dove non c’è, che non si fida del bene che è in Dio.

 La liberazione da questo sospetto non è indolore: questo è molto chiaro nel brano di oggi, così come ciascuno di noi sa bene che la nascita in noi di qualcosa di nuovo ha in qualche modo sempre un prezzo da pagare, qualcosa da lasciare. Qualcosa deve morire perché nasca il nuovo.

 Gesù si rivolge allo spirito impuro parlandogli severamente, letteralmente “sgridandolo”, un termine che l’evangelista Marco utilizza altre volte per dire di una parola che rimette le cose in ordine (cfr Mc 8,33), che rimette le cose al proprio posto.

Da una parte, dunque, c’è lo spirito impuro che grida forte, che crea caos e confusione. Ma dall’altra c’è Gesù che sgrida, che rimette in ordine, che riporta vita.

 Lo fa con due imperativi: taci ed esci (Mc 1,25).

 Innanzitutto, Gesù vuole far tacere tutto ciò che in noi dice altro da quanto Lui vuole dirci, tutto ciò che ci impedisce di ascoltarlo. Il primo passo per un cammino di liberazione è riaprire il canale dell’ascolto, è liberarlo da tutte quelle interferenze che confondono la voce del Signore e la sua Parola.

 Poi lo spirito impuro deve uscire. Non può rimanere dentro l’uomo, perché l’uomo non sarà libero finché questi non sarà fuori di lui.

 Lo spirito esce dall’uomo straziandolo: c’è un dolore in questa liberazione, che è come il dolore di un parto; se non si passa attraverso di esso, non si cresce verso la libertà.

 Ecco, dunque, cos’è la conversione: essenzialmente un lasciarsi liberare da Colui che viene a dimorare in mezzo a noi, dentro di noi.

 +Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme


UNA CATTEDRA INCLUSIVA


 La “cattedra inclusiva”, rivoluzione per una scuola attenta ai più fragili

 

Un gruppo di esperti ha presentato un progetto di legge che prevede che tutti gli insegnanti, su posto comune o di sostegno, si occupino dell’istruzione degli alunni disabili. Investimento in formazione di 900 milioni in sei anni

-         di PAOLO FERRARIO

«Nelle scuole di ogni ordine e grado tutti i docenti incaricati sui posti comuni effettuano una parte del loro orario con incarico su posto di sostegno, mentre tutti i docenti con incarico su posto di sostegno effettuano, anche nell’ambito dell’ampliamento dell’offerta formativa dell’istituto, una parte del loro orario su posto comune ». È questa la rivoluzione della “cattedra inclusiva”, definita da un progetto di legge presentato ieri a Roma, al Centro multimediale “Esperienza Europa David Sassoli”. L’obiettivo è superare «malintese deleghe, rendendo effettiva la corresponsabilità » dei docenti, spiegano i promotori del progetto di legge, un gruppo di noti esperti formato da Evelina Chiocca, Paolo Fasce, Fernanda Fazio, Dario Ianes, Raffaele Iosa, Massimo Nutini e Nicola Striano. «Questo – spiegano i promotori – è un provvedimento legislativo e prima ancora culturale, con il quale la scuola viene riportata al centro delle politiche inclusive, affrontando finalmente quel vulnus, in modo che l’inclusione costituisca fattivamente, come dice Andrea Canavero, «un’occasione straordinariamente utile per accrescere il benessere di giovani che stanno maturando nell’apprendimento e per l’apprendimento, per aiutarli a realizzare il loro progetto di vita». A sostegno della proposta è stata lanciata una raccolta di firme sulla piattaforma change.org.

 Inoltre, una ricerca condotta dalla Fondazione Erickson lo scorso ottobre, ha evidenziato che, su più di tremila insegnanti intervistati, sia di sostegno che ordinari, oltre il 70% si sono dichiarati favorevoli all’ipotesi della cattedra polivalente.

 Operativamente, il percorso verso la cattedra inclusiva durerà sei anni, dall’entrata in vigore della legge, perché «non è semplice ripensare l’organizzazione della scuola», ricorda il pool di esperti. Così, nel corso del primo anno, sarà coinvolto «non meno del dieci per cento dei docenti in servizio presso ogni istituzione scolastica» e questa quota crescerà a decorrere dal secondo anno, fino a raggiungere la totalità degli insegnanti. Unici esclusi, a meno che non chiedano di partecipare, saranno maestri e professori  di 60 anni e più o che abbiano maturato un’anzianità di servizio, di ruolo e pre-ruolo, superiore ai venticinque anni. 

«Questa riorganizzazione – spiegano i proponenti – consente di affrontare con maggiore decisione anche la sfida della continuità didattica, aspetto così delicato con il quale oggi fanno i conti molti studenti con disabilità e le loro famiglie, come pure quello, fondamentale, dell’ampia corresponsabilità educativa. L’ipotesi – puntualizzano gli esperti – non prelude ad alcuna riduzione di personale. Anzi: resta ferma la disponibilità di organico, consolidata per le finalità della legge».

 Un ruolo di primo piano l’avrà «l’investimento sulla formazione ». A questo proposito, il progetto di legge prevede un investimento di 150 milioni di euro per ciascuno dei sei anni necessari a completare la transizione verso la cattedra inclusiva, per complessivi 900 milioni di euro. «È innanzitutto previsto un piano straordinario di formazione in servizio che interessa sia docenti con incarico su posto comune privi di specializzazione, sia gli insegnanti con incarico su sostegno e privi di abilitazione all’insegnamento – si legge in una nota dei gruppo di esperti –. La formazione, erogata in parte in presenza e in parte in remoto, è assicurata dalle università. Ma l’attenzione è anche sulla formazione iniziale – prosegue il comunicato –. Il relativo percorso universitario di formazione iniziale e di abilitazione all’insegnamento comprende la formazione finalizzata a sviluppare e accertare le competenze culturali, pedagogiche, psicopedagogiche, didattiche e metodologiche, necessarie a promuovere l’inclusione scolastica e, in particolare, l’inclusione degli alunni con disabilità».

A supporto delle attività didattiche, in ciascuna scuola è, infine, prevista la costituzione del Coordinamento pedagogico e di un Coordinamento pedagogico territoriale, in accordo con gli enti locali e le istituzioni sanitarie. Perché, ricordano gli esperti, «l’inclusione e le opportunità devono andare anche oltre le mura della singola istituzione scolastica».

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MEMORIA E ANTISEMITISMO

Il significato del Giorno della Memoria e l’antisemitismo

 

-         di Giuseppe Savagnone*

Polemiche per il Giorno della Memoria

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno, per commemorare le vittime della Shoah. A istituirla è stata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 60/7 del 1 novembre 2005. Con essa si è voluto non soltanto garantire  il ricordo del genocidio dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, ma anche – come si dice all’art. 2 della legge n.211, con cui la giornata è stata introdotta in Italia – assicurarsi «che simili eventi non possano mai più accadere».

 È questo secondo e fondamentale scopo della celebrazione che quest’anno, segnato dalla guerra di Gaza, l’ha resa oggetto di amare polemiche. Già in passato, a dire il vero, qualche problema era sorto. Come nel gennaio 2022, quando Moni Ovadia, uno degli artisti ebrei più famosi d’Italia, lanciò l’iniziativa, a Ferrara, di una “Settimana delle Memorie”, in cui ricordare tutti i genocidi compiuti nel ‘900, da quello degli armeni ad opera dei turchi a quello dei tutsi in Ruanda. Un’idea che non era piaciuta al presidente della Comunità ebraica della stessa città, Fortunato Arbib. «Il rischio», aveva obiettato Arbib in un comunicato, «è che con il Festival si abbia un effetto di banalizzazione, di diluizione e di spettacolarizzazione di una tragedia unica per finalità, dimensione sia numerica che territoriale, modalità e scientifica ferocia».

 Ma più ancora della banalizzazione, ad essere temibile, secondo Liliana Segre – una delle ultime superstiti viventi di Auschwitz – sarebbe l’abitudine: «So cosa dice la gente del Giorno della memoria. La gente già da anni dice, “basta con questi ebrei, che cosa noiosa’”», notava la senatrice alla vigilia della giornata nel 2023. «Il pericolo dell’oblio c’è sempre (…). Tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella».

 Per non parlare dello squallido fenomeno del negazionismo, per cui c’è addirittura che sostiene, contro ogni prova storica, che l’Olocausto in realtà non è mai avvenuto ed è un’invenzione degli ebrei. Una presa di posizione che, secondo una sentenza della Corte di Cassazione del 2022, «integra il reato di propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico».

 Non c’è paragone, tuttavia, tra quanto ha potuto turbare il clima del Giorno della Memoria negli anni scorsi e il clima rovente in cui si svolge in questo 2024. Ne è un segnale evidente  l’invito, chiaramente provocatorio, rivolto su HuffPost da un noto giornalista, Pierluigi Battista: «Un consiglio: disertate le manifestazioni ufficiali del Giorno della Memoria celebrate da chi non dice una parola sulla caccia all’ebreo che sta funestando il mondo intero dopo il 7 ottobre. Dai professionisti del “mai più” che fanno finta di non accorgersi che siamo in un clima fetido da “ancora una volta”. Da chi non ha nulla da obiettare (…) a chi vuole distruggere lo Stato ebraico».

 In questo contesto è scoppiata la polemica per la manifestazione pro-Palestina indetta a Roma  per il 27 gennaio da Movimento degli studenti palestinesi. Suscitando le proteste del presidente della Comunità Ebraica, Victor Fadlun: «Sarebbe una sconfitta per tutti. Non capiamo come sia stato possibile concedere l’autorizzazione in una ricorrenza che è internazionale e per di più dopo il massacro antisemita del 7 ottobre. Alle istituzioni, nazionali e locali, chiediamo di impedire questa vergogna».

 Da parte loro, gli organizzatori hanno rivendicato il senso della loro iniziativa, volta a «smascherare le incoerenze e le ipocrisie di un sistema che si batte il petto per le vittime di un genocidio già avvenuto, mentre volta lo sguardo indifferente e complice di un genocidio in corso».

 La risposta del ministero degli Interni, Matteo Piantedosi, è stata una circolare alle questure di tutta Italia in cui ha invitato non a vietare, ma a rinviare ad altra data i cortei in sostegno alla popolazione palestinese organizzati per sabato 27 gennaio.

 Il punto di vista dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Per capire e spiegare questi contrasti bisogna risalire alla diversa – anzi opposta – visione di quanto si sta svolgendo in questi mesi in Palestina e sul modo in cui la comunità internazionale  sta reagendo ad essa.

 Per Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), la data fondamentale in cui si riassume tutto ciò che sta accadendo è il 7 ottobre, il giorno dell’attacco spietato di Hamas.

 «Non abbiamo ancora trovato un nome univoco per far comprendere l’orrore che si è abbattuto su tutto il popolo ebraico, ha scritto la Di Segni. «Il 7 mattina è cambiato il nostro destino, è cambiato il mondo, e nulla può tornare come prima».

 Questo strazio è accresciuto, secondo lei, «dal silenzio di chi dovrebbe denunciare l’accaduto: «Silenzio dell’ONU per le sevizie contro bambini e neonati, violenze e torture sulle donne, rapimento di civili e la lista è lunga. Silenzio della Croce Rossa che non lamenta o non prova a visitare ed accertare la situazione degli ostaggi. Silenzio di tutte le Ong di difesa diritti umani per quanto avvenuto il 7 ottobre e per quanto sta accadendo in questi giorni in molte nostre comunità in tutto il mondo. In parallelo al silenzio assordante, ci sono gli slogan urlati da chi difende in modo superficiale e demagogico il popolo palestinese e attacca gli interventi di difesa dell’esercito israeliano».

 Segue l’invito a «far cessare gli appelli umanitari diretti unicamente verso Israele, un paese che agisce secondo morale e non si è sottratto alle norme internazionali». Infine, la conclusione della presidente dell’UCEI: «L’antisemitismo è tutto questo. Non è mai sopito e si è presentato in questi trenta giorni con il volto del terrorismo radicale e l’abbraccio europeo dell’ignoranza e l’ottusità dilagante».

 In queste parole è evidente il richiamo al pathos della Shoah e , legato a questo, l’identificazione della causa dell’ebraismo con quella dello Stato ebraico. L’antisemitismo sarebbe evidente nelle critiche di chi «attacca gli interventi di difesa dell’esercito israeliano» e il governo di Tel Aviv, «che agisce secondo morale e non si è sottratto alle norme internazionali».

 Ma i fatti dicono altro…

Bisogna capire e rispettare lo stato d’animo di chi rivive nella tragica vicenda del 7 ottobre  una storia del passato che sembra riprodursi nel presente. Ma ci sono dei fatti incontestabili che contrastano nettamente con la versione che ne dà la Di Segni.

 Primo fra tutti non è vero che l’ONU, la Croce Rossa e le varie Associazioni internazionali abbiano taciuto. A cominciare dal segretario generale dell’ONU, Guterres: «Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele. Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni».

 Al tempo stesso, però, ha continuato, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». Certo, ha concluso «le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas». Ma, a loro volta, questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese».

 Significativa la reazione furibonda dell’ambasciatore israeliano all’ONU: «Il segretario generale dell’ONU, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’ONU. Lo invito a dimettersi immediatamente». È la linea della Di Segni.

 Chiunque accenni alla storia di violenze  – documentate e innegabili – che prima del 7 ottobre hanno esasperato lo scontro fra israeliani e ed arabi – non certo per giustificare la strage di Hamas, ma per capirne l’origine – , è accusato di “tacere” sulla gravità di quella strage.

 Così come, secondo la presidente dell’UCEI, “tace” chiunque fa notare che la razione di Israele è stata molto di più che un’operazione “di difesa” – come a lungo anche la stampa e i governi occidentali hanno sostenuto – e ha configurato piuttosto un massacro indiscriminato di persone (quasi 26.000 civili, per gran parte donne e bambini, uccisi nei primi tre mesi e mezzo); una deportazione in massa dal nord al sud e un taglio delle risorse alimentari, energetiche e sanitarie;  una sistematica distruzione di abitazioni, di scuole, di moschee, di uffici, di ospedali; una altrettanto sistematica e deliberata devastazione dell’ambiente (inquinamento delle falde idriche, desertificazione del territorio, che lo ha reso di fatto inabitabile). Anche dopo questo – non solo per la strage del 7 ottobre – «è cambiato il mondo, e nulla può tornare come prima!

 A confermare la gravità di quanto sta accadendo è la sentenza del Tribunale penale internazionale dell’Aia che, proprio alla vigilia del Giorno della memoria, ha chiesto a Israele di adottare «le misure necessarie per evitare un genocidio», riconoscendo così la plausibilità della gravissima accusa rivolta a Israele dal Sud Africa. Significativa la reazione del ministro della sicurezza israeliano Itamar Ben Gvirha, che ha definito la Corte dell’Aia «antisemita».

In realtà, ad essere assordante è stato il silenzio dei governi occidentali su questo massacro. Anche se ultimamene perfino loro hanno cominciato a mostrare un certo disagio. Significativo, a questo proposito, lo sfogo dell’alto rappresentante dell’Unione Europa per gli Affari eteri, Joseph Borrell: «La situazione umanitaria a Gaza non potrebbe essere peggiore, non c’è cibo, medicine e le persone sono sotto le bombe (…). Non è il modo di condurre un’operazione militare, e lo dico nel rispetto delle vittime del 7 ottobre».

 Celebrare il Giorno della Memoria non può significare legittimare la politica e il modo di condurre la guerra dello Stato ebraico. Si può discutere sui cortei, ma non sul fatto che rimpicciolire questa ricorrenza, riducendola a una consacrazione delle pretese ragioni di uno Stato che sta mostrando il suo volto peggiore, significa tradire le stesse vittime della Shoah, che hanno diritto di  essere ricordate non per un presunto collegamento con quello Stato, ma perché esseri umani. Come i palestinesi.

 *Scrittore ed Editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu

 

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venerdì 26 gennaio 2024

LE PAROLE E LA VITA

 


-di  ALESSANDRO D’AVENIA

 

Nel primo appello dell’anno 2024 ho invitato ciascuno dei miei studenti di quinta al consueto gioco di scegliere una parola per l’anno nuovo. Le parole che ci abitano diventano nell’ordine: pensieri, azioni, carattere, destino, in una parola, carne. Quindi scegliere la parola che deve farsi carne mi sembra essenziale per difendersi dalle parole che la cultura dominante ci impone. Dove c’è il vuoto interiore è lo spirito del tempo a occuparlo, perché abbiamo bisogno di legami con il mondo, ma così rischiamo di accettare i fili di cui cantava Bennato nel 1977: “è stata tua la colpa allora adesso che vuoi/ volevi diventare come uno di noi/ e come rimpiangi quei giorni che eri/ un burattino senza fili/ e invece adesso i fili ce l’hai!”.

 Le parole possono essere fili che soffocano, come mostrano i recenti fatti di cronaca, parole dette con superficialità e ampliate da un sistema mediatico vorace e spietato. Quale parola avrebbe guidato ognuno dei miei studenti nell’anno che li porterà nella tappa di vita per cui sono serviti 13 anni di scuola? È stato interessante raccogliere le loro scelte per poterle magari rispolverare lungo i prossimi mesi. La parola è chiamata a farsi vita, ma se la parola che domina la mia interiorità è “successo” la mia vita sarà di un tipo, se è “gioia” sarà di un altro. Quali parole si stanno facendo carne in noi? Ma poi hanno veramente questo potere?

Concreto o astratto?

Bruce Chatwin racconta nel libro “In Patagonia” che il missionario anglicano Thomas Bridges per spiegare il vangelo agli aborigeni della Terra del Fuoco compilò un dizionario della lingua Yaghan, popolo di pescatori di quei fiordi. Si rese presto conto che mancavano i concetti astratti di cui aveva bisogno, perché in quella lingua tutto era concreto: la monotonia si indicava con l’assenza di amici maschi; la depressione con la fase vulnerabile del granchio che, perso il guscio, aspetta che cresca il nuovo; pigro deriva da un tipo di pinguino; adultero da un falchetto che svolazza qua e là per scagliarsi poi sulla vittima; il singhiozzo è un groviglio di alberi caduti; la vecchiaia è come le cozze (il loro cibo base) fuori stagione. Fu proprio Bridges a chiamarli “Yaghan” dal nome di un luogo, ma loro si riferivano a se stessi come Yámana che, come verbo, significa “vivere, respirare, essere felice, guarire o essere sano” e, come nome, “persone” in contrapposizione ad animali. Concludeva Chatwin, per spiegare l’assurdità di sottrarli ai luoghi natii: “le associazioni metaforiche che formavano il loro terreno mentale incatenavano gli indios alla loro terra natale con legami che non potevano essere spezzati. Un territorio della tribù, per quanto scomodo, era sempre un paradiso”. Lingua e parole che usiamo ci ancorano a una terra simbolica che è la nostra patria. Come è la terra delle nostre parole? Che patria abbiamo?

La lingua modella il pensiero

Mi è tornato in mente l’articolo in cui Lera Boroditsky, professoressa di scienze cognitive a Stanford, mostra come la lingua modella il pensiero: “Sono accanto a una bambina di cinque anni a Pormpuraaw, comunità aborigena nel nord dell’Australia. Quando le chiedo di indicare il nord lo fa con precisione e senza esitare: la mia bussola conferma. Tornata in un’aula alla Stanford University, faccio la stessa richiesta a un pubblico di eminenti studiosi: chiudere gli occhi e indicare il nord. Molti si rifiutano o non sanno rispondere. Coloro che lo fanno ci pensano a lungo e poi puntano il dito in tutte le direzioni possibili. Ho ripetuto l’esperimento a Harvard e Princeton, a Mosca, Londra e Pechino, ottenendo sempre lo stesso risultato. Una bambina di cinque anni in una cultura può fare con facilità ciò che eminenti scienziati faticano a fare in altre. È una gran differenza nelle abilità cognitive. Come si spiega?”. La risposta sembra essere la lingua: “a differenza dell’inglese, la lingua parlata a Pormpuraaw non utilizza termini spaziali relativi come sinistra e destra. Ci si esprime in termini di punti cardinali assoluti (nord, sud, est, ovest). Anche in inglese li utilizziamo ma solo per scale spaziali più vaste. Non diremmo, ad esempio: “Hanno messo le forchette per l’insalata a sudest di quelle da cena!”, ma in Kuuk Thaayorre i punti cardinali si usano in tutte le scale. Si dirà “la tazza è a sudest del piatto” o “il ragazzo in piedi a sud di Mary è mio fratello”. A Pormpuraaw è necessario rimanere sempre orientati” (Scientific American, febbraio 2011). Questo perché la comunità abita in un territorio dove perdersi è fatale e bisogna sapersi orientare in ogni istante e circostanza. Fuor di metafora, le parole che usiamo ci permettono di abitare il mondo e orientarci nella vita?

L’anti-lingua

Già anni fa Italo Calvino si scagliava contro l’anti-lingua, che non dice le cose con precisione rifugiandosi in perifrasi e approssimazioni che rendono le parole prive di energia e sostanza (avete presente il politichese, o quello che chiamo il “temese”: quando allungavamo i temi per fingere di aver qualcosa da dire?). Scriveva in “Esattezza”: “Mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze… la letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio” (Lezioni americane). Più abbiamo parole precise più mondo vediamo e meno siamo manipolabili.

La parola

Credo sia fondamentale allenare l’uso preciso e concreto della parola, ed è quello che chiedo ai ragazzi nella scelta di quella annuale: ne va del loro destino. Ecco alcune delle loro parole: vivere non sopravvivere, resilienza, ambizione, squilibrio, mietitura, fioritura, accettazione, evoluzione, luce, spensieratezza, fuori, paraocchi, avocado… Sono sicuro che quelle che incuriosiscono di più sono le più concrete, per questo ho usato la più strana per titolare l’articolo! Io ho scelto “creazione” che, in una mia personale lingua Yagan, suonerebbe “fare come le api, nutrirsi da buone fonti per fare un buon miele” e se parlassi la lingua di Pormpuraaw starebbe a est, dove sorge il Sole. Avendo sperimentato che nella mia vita c’è tanta gioia quanta creazione, spero che questa sia la parola a incarnarsi, portandone con sé altre come studio, silenzio, pazienza, meraviglia, ascolto, verità, attenzione, cura, bellezza… proteggendomi da altre ancora come fretta, rumore, approssimazione, pigrizia, invidia, distrazione…

 E voi a che parola/e vi affidate? Potremmo dedicare qualche minuto a scegliere le cinque più significative e ripeterle ad alta voce. Quella sarà la nostra patria, la nostra bussola, la nostra carne.

 Prof2.0

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