Ma le ispirazioni profetiche vengono dagli estremi e non dalla "mediana" tra le possibilità.
Lo
stesso pericolo lo vivono le associazioni di volontariato.
- di
Luigino Bruni
Le
teorie, i metodi e le tecniche della consulenza aziendale e del management
stanno entrando decisamente nelle congregazioni, nei conventi, nei movimenti e nelle
comunità. Il fenomeno più visibile è l’organizzazione di assemblee e di
capitoli che ormai non si svolgono più senza uno o più esperti esterni che
conducono – “facilitano” –, come se in un decennio avessimo dimenticato secoli
di sapienza carismatica e fossimo diventati analfabeti relazionali. Ormai i
post-it segnano il nuovo ambiente, le/i responsabili sono spinti a partecipare
a corsi di leadership, le comunità chiamate a scoprire la propria mission e il
proprio purpose, sulla base della propria vision che emerge durante i world
cafè, parole sacre del nuovo karma della vita religiosa.
Una
suora di un carisma missionario, dopo uno di questi corsi mi diceva stupita:
«Sai che ho scoperto che anche noi abbiamo una mission?» . Il tema della
leadership è forse il fenomeno più preoccupante, e per questo lo guarderemo da
vicino nel prossimo articolo. Strumenti che piacciono molto, sono agili,
leggeri, femminili, e incantano.
Tecniche
e prassi nate nel mondo delle grandi imprese che le avevano mutuate dalla
psicologia delle organizzazioni. E quindi delle grandi imprese globali portano
i tratti somatici ed etici, anche se si presentano come tecnica neutrale. In
realtà nessuna tecnica è esente da ideologie e valori, ma la grande ideologia
della tecnica è il suo presentarsi senza ideologia.
Da
cosa dipende questa crescente “aziendalizzazione” della vita religiosa?
Tra
le molte ragioni una è decisiva. Le comunità carismatiche sono nate con una ben
precisa idea di governo e di relazioni, che recentemente è entrata in crisi
nell’incontro-scontro con la cultura moderna. Quelle antiche istituzioni erano
infatti espressione di una società ineguale, gerarchica e patriarcale. I tre
voti religiosi erano strumenti adeguati per assicurare il loro funzionamento:
persone celibi senza famiglia, senza diritti sulle proprie ricchezze ed
eredità, e legati ai superiori da un vincolo sacro di obbedienza. Nello spazio
di una generazione questo modello si è frantumato, e le comunità sono rimaste
relazionalmente mute, soprattutto con i giovani figli di questo nuovo
mondo.
Ecco
allora che in questa profonda silente crisi identitaria i potenti strumenti
aziendali vengono percepiti come salvezza. La consulenza riempie un vuoto, ma
poi velocemente crea infantilizzazione e mancanza di autonomia delle comunità,
che si somma alla dipendenza (addiction) e alla crescente insicurezza dei
responsabili che quindi chiedono sempre più consulenze per tutto; e così i
tecnici finiscono per diventare non solo ghostwriter di discorsi e documenti,
ma anche direttori e superiori invisibili. Si capisce allora che è la domanda
(da parte delle comunità) che genera l’offerta.
È
superfluo affermare che i consulenti onesti della vita religiosa (ne conosco
alcuni) ci sono e ci vogliono, soprattutto quando cercano di adattare strumenti
e tecniche, tentando ibridazioni tra carismi e mondo aziendale e psicologico.
Ma il centro del problema sta in capo alle comunità che devono riprendere in
mano il proprio destino.
Occorre
qualcosa di diverso, di molto diverso, e subito. Le comunità carismatiche non
sono imprese. Sono certamente organizzazioni, ma con note identitarie troppo
diverse da quelle delle imprese per poterle trattare con gli stessi strumenti.
Sono simili al 98%, come il nostro DNA e quello degli scimpanzé, ma se non si
vede e conosce quel 2% diverso non capiamo nulla di un convento o di un
monastero.
Una
suora non è una dipendente del suo istituto, non è una collaboratrice, non è
una risorsa umana, né una follower di una leader. Non ha un purpose, non ha una
vision: ha un carisma (senza possederlo), che è qualcosa di profondamente
diverso da tutto ciò che si insegna nelle scuole di business o di psicologia
del lavoro. La quasi totalità dei tecnici e degli esperti non hanno né possono
avere una sufficiente cultura biblica o teologica, né tantomeno una vera
frequentazione del mondo misterioso dei carismi e dello Spirito, il più
misterioso e stupendo della terra. Non dimentichiamo poi che l’ingresso di
tecnici esterni dentro le aziende è nato dall’esigenza di mediare le relazioni
di lavoro dirette, affinché quindi i manager non “toccassero” le emozioni delle
loro persone sempre più complicate e fragili.
L’esperto
esterno, infatti, “tocca” le persone al posto dei “leader”. Le tecniche sono
quindi strumenti di immunità relazionale. Ma, chiediamoci: che cosa resta delle
comunità carismatiche se si afferma la cultura immunitaria, se è vero che
l’immunitas è la negazione della communitas?
I
carismi sono eredi dei profeti biblici, e le soluzioni e le idee profetiche
provengono (quasi) sempre dagli estremi, dagli scarti, non dalle mediane. Se si
applica il metodo della mediana nei capitoli si finisce infatti per scrivere
documenti dove non si troveranno le idee più innovative - è il fenomeno che il
mio amico Tommaso Bertolasi chiama della “galletta di riso”: la possono
mangiare tutti perché sa di poco. Nessuna idea di Isaia, del Battista o di Gesù
sarebbe oggi selezionata da un facilitatore, perché troppo devianti dalla
mediana.
Stesso
risultato mediano quando i documenti finali si scrivono sommando le sintesi dei
lavori di gruppi. La sindrome della mediana tende ad evita o ridurre i
conflitti; ma nei carismi non si trova nessuna soluzione vera senza affrontare,
far emergere e accudire i conflitti (basti pensare alla Bibbia, a Paolo e ai vangeli). I n sintesi, se le comunità
carismatiche scavassero di più nel cuore del carisma troverebbero intuizioni e
sapienza che, attualizzati, sarebbero il solo modo giusto per condurre la
comunità, capitoli e assemblee.
Occorre
quindi cambiare. Una comunità spirituale che non vuole morire o trasformarsi in
una Ong, dovrebbe usare poco e sussidiariamente la consulenza, sceglierli
oculatamente, e lavorare essa stessa di più sulla cultura organizzativa del
proprio carisma. Esternalizzare le relazioni comunitarie non è come appaltare
la mensa o le pulizie del convento - nelle relazioni ci si gioca tutto del
carisma. Il primo e decisivo passo spetta alla comunità, con le persone e i
talenti che ha, qui ed ora, come sa e come può. “Date voi stessi loro da
mangiare” (Lc 9,13). Questo lavoro va custodito gelosamente dentro una intimità
collettiva, altrimenti a breve, e senza accorgercene, del carisma resteranno
qualche quadro del fondatore e un pensiero per gli auguri di Natale.
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