Spinoza
sull’inutilità
dell’uccisione del tiranno
«L’unica remora rispetto alla eliminazione violenta del monarca
era il rischio di vederne sorgere uno peggiore»
- di Luciano Canfora, Convertire Casaubon
Riprendiamo la rubrica
sul Filosofo e la città con una serie di quattro articoli sul
tirannicidio. Si tratta di una questione classica che riguarda la domanda circa
la liceità dell’uccisione del governante che esercita in maniera dispotica e
violenta il potere. Questa soluzione, secondo la visione del primo autore che
prendiamo in considerazione, Baruch Spinoza, è sostanzialmente inutile.
Dell’inutilità del tirannicidio Spinoza discute in modo rigoroso nel Tractatus
politicus, dando fondata ragione sia dell’ingenuità della classicheggiante
esaltazione del tirannicida, sia della dissennatezza delle teorie di
monarcomachi e gesuiti del Seicento. Che il massimo teorico della democrazia
come del regime più conforme alla ragione, alla sicurezza e alla libertà dei
cittadini debba essere per questo considerato un fautore dell’assolutismo e un
nemico del diritto di resistenza del popolo al tiranno? La critica spinoziana
alle dottrine monarcomache di matrice cristiano-liberale viene invece qui
ricondotta nel solco del pensiero repubblicano e del realismo politico che da
Machiavelli risale fino a Senofonte.
Il monito contro i
monarcomachi
Nel 1670, quando Spinoza pubblica anonimo il Tractatus
theologico-politicus, l’Europa è già stata teatro di interminabili guerre
di religione nate dalle tensioni politiche tra cattolici e protestanti, negli
anni che immediatamente seguono prima la Riforma, poi il Concilio di Trento.
Appena due anni dopo, nell’estate del 1672, Spinoza assiste sgomento alla
«orrenda uccisione» dei fratelli de Witt, fatti a pezzi da una folla inferocita
di orangisti. Sul luogo del linciaggio – racconterà poi Leibniz – Spinoza
avrebbe voluto deporre una lapide con l’eloquente espressione latina: ultimi
barbarorum. Il Tractatus politicus viene composto negli
anni della restaurazione a opera di Guglielmo III d’Orange di un potere
monarchico di stampo assolutistico. Non è affatto un caso pertanto che Spinoza
nel suo trattato, pur incompiuto e inedito, discuta rigorosamente delle forme
di governo, della sicurezza della società, della libertà dei cittadini e, con
estrema acutezza, della dissennatezza del tirannicidio.
È tra gli antichi greci che troviamo formulato per la prima volta il concetto
di tiranno. Sono proprio i democratici a definire tirannìa i regimi a loro
avversi accusandoli di esercitare in modo arbitrario il potere: la tirannide è
insomma una degenerazione del potere di un monarca. E contro l’abuso di potere
e per la libertà del popolo i democratici non esitano a esaltare il tirannicidio.
Sul rifiuto della tirannide poggia, a ben vedere, anche il mito fondativo di
Roma: è dalla cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, che nasce infatti
la res publica del popolo romano. Alla demistificazione
moderna del mito latino contribuisce una decisiva osservazione del Trattato
teologico-politico, con cui Spinoza a coloro che reputano sia «facile per
un popolo togliere di mezzo il tiranno» obietta: «ma il popolo romano nondimeno
non fece altro che eleggere in luogo di un solo tiranno ancor più tiranni
finché lo Stato, mutando il nome soltanto, tornò ad essere di nuovo una
monarchia». E la ragione è esplicitata nel Trattato politico:
«quando si toglie di mezzo un monarca non cambia lo Stato, ma soltanto il
tiranno».
L’obiezione del filosofo di Amsterdam non è però frutto di una mera critica
storiografica: si tratta piuttosto di un sapiente monito contro le dottrine più
radicali dei moderni monarcomachi. Infatti, nel pieno delle guerre di
religione, una folta schiera di autori riformati recupera temi classicheggianti
contro la tirannide, dall’esaltazione della libertà del cittadino all’elogio
del tirannicida, servendosene per opporsi al dominio dei monarchi cattolici.
Tiranno è il re che non condivide la religione del suo popolo; contro un
monarca irreligioso è lecito ai sudditi esercitare il diritto di resistenza;
alla volontà popolare è perciò legittimamente concesso di punire, deporre e
uccidere un re che si sia rivelato empio oppressore dei suoi sudditi. Le
dottrine monarcomache si diffondono ben presto anche tra i teorici cattolici,
prontamente riprese dai gesuiti della seconda scolastica (da Suárez a Juan de
Mariana). Proprio contro tali tesi si leva l’ammonimento spinoziano
sull’inutilità del tirannicidio.
Molti motivi monarcomachi confluiscono intanto nella teoria liberale dello
Stato già a partire da Locke. La posizione di Spinoza appare tuttavia più
prossima a quella di Hobbes, il quale ritiene non vi sia alcuna distinzione
sostanziale tra monarchia e tirannide. Sul nesso tra i due è stato scritto
molto; basti qui rilevare la coincidenza per lo meno di una certa idea di
sovranità di matrice machiavelliana. Ma cosa induce il filosofo olandese a
rigettare la dottrina del tirannicidio per tornare a Machiavelli? La ragione è
nella lezione stessa del predecessore Fiorentino che Spinoza sintetizza
magistralmente così: egli ci mostra «che è senza senno il tentativo di molti di
eliminare un tiranno, pur non potendosi eliminare le cause per cui un principe
è tiranno. E che anzi queste cause sono tanto più accentuate, quanto più si
offra al principe un motivo più grande di timore; il che accade quando una
moltitudine punisce esemplarmente un principe e si gloria di un parricidio come
di un’azione ben fatta».
«Le cause per cui un
principe è tiranno»
C’è da chiedersi ora quali siano le cause che conducono un sovrano a farsi
inevitabilmente tiranno. Recepito l’insegnamento degli antichi ebrei, dei
filosofi greci e degli storici romani Spinoza ci mostra che l’origine della
tirannide risiede non tanto nell’immoralità del regnante, quanto nel timore che
egli nutre verso i suoi stessi sudditi. Ma ripercorriamo l’argomentazione
spinoziana, partendo dal Trattato teologico-politico per
approdare alle tesi del Trattato politico. Dalle storie degli Ebrei
il filosofo ha tratto alcuni importanti ammaestramenti: a) la rovina dello
Stato nasce dalla discordia civile; b) le sedizioni rendono precario il potere
del re; c) la precarietà del regno genera la tirannia; d) la rottura della
concordia è causata dalla tensione tra re e profeti. I profeti si servono
infatti delle discordie per rovesciare il re e impossessarsi del potere.
Facendo leva sulle sedizioni, neppure ai profeti può riuscire però di
instaurare un regno sicuro. Perciò, osserva Spinoza, costoro «non facevano
altro che comprare un nuovo tiranno con il molto sangue dei cittadini»,
perpetuando la precarietà del loro stesso regno.
Dalla riflessione filosofica greca e romana deriva una concezione della
tirannide come di una generica degenerazione della forma di governo monarchico.
Nel pensiero politico classico, si faceva corrispondere a ogni regime politico
una sua forma corrotta: all’aristocrazia si oppone così l’oligarchia, alla
democrazia l’oclocrazia, alla monarchia infine la tirannia. Da Platone ad
Aristotele, da Cicerone a Seneca, la nozione di governo tirannico come
decadenza del potere di un sovrano sembra poggiare su considerazioni più di
natura etica che politica. L’esercizio tirannico del potere sarebbe infatti da
ricondurre non alla costituzione di un certo regime politico, ma alla
corruzione morale, ai limiti e ai vizi del singolo monarca di volta in volta
regnante. Una analisi delle motivazioni psicologiche che spingerebbero un
sovrano all’abuso del proprio potere potrebbe risultare anche utile, non
consente però – come nota Canfora – di «valutare un regime per quello che è» e,
invece di definire gli elementi costitutivi della tirannide, si limita a
«valutare i comportamenti dei suoi interpreti».
Ad ogni modo, nessuna spiegazione moraleggiante del regime tirannico è
rintracciabile in Spinoza. La determinazione spinoziana delle cause della
tirannide procede invece da ragioni di puro realismo politico: seguendo la
lezione machiavelliana, l’origine della tirannia è fatta risalire alla
inevitabile paura del sovrano per i suoi stessi sudditi. Questa tesi è già
presente nel Trattato teologico-politico, laddove l’autore ricorda
che un monarca deve sempre temere le congiure in primo luogo dei parenti più
stretti (che vanno pertanto inviati lontano in missioni di pace), in secondo
luogo dai consiglieri più saggi, infine da tutti i suoi sottoposti e soprattutto
dai migliori tra i suoi cittadini. In altri termini, con le parole stesse di
Spinoza: «se infatti avessero il massimo potere quanti sono temuti al massimo
grado, deterrebbero il massimo potere i sudditi dei tiranni, che dai tiranni
sono temuti al massimo grado». E la motivazione della paura del regnante verso
il suo stesso popolo risiede nel fatto che «è facilissimo trasferire a un altro
il potere che si è tutto concentrato nelle mani di un solo individuo».
Delle tre forme di governo che Spinoza discute nel suo Trattato
politico la monarchia appare dunque la più incline a trasformarsi in
tirannia perché il potere in mano a un solo regnante resta in ogni caso il più
precario tra tutti. Infatti, come il filosofo sottolinea insistentemente e in
più luoghi, «quanto più tutto il diritto dello Stato è trasferito in un solo
individuo, tanto più facilmente può essere trasferito in un altro». Questa
manifesta facilità nel togliere di mezzo un sovrano per sostituirvene un altro
è la causa prima della instabilità del regime monarchico che per conservare sé
stesso si muta in tirannide. E questo è ciò che Machiavelli intese insegnarci
con il suo controverso De principatibus. «Quest’uomo saggio» dice
infatti Spinoza «ha voluto mostrare quanto una moltitudine libera si deve
guardare dall’affidare la sua salvezza a un solo e unico individuo, il quale, a
meno che non sia un vanesio e creda di piacere a tutti, deve temere ogni giorno
le congiure. Ed è quindi costretto a pensare alla sua sicurezza e a restituire
congiure ai danni di tutti, piuttosto che provvedere al bene di tutti».
Nel solco della
tradizione repubblicana
È una lettura repubblicana, storiograficamente minoritaria, del Principe,
ma ripresa e rilanciata da Rousseau fino a Leo Strauss. L’«acutissimo» e
«prudentissimo» Machiavelli di Spinoza seppe dare invero «saluberrimi consigli»
per la difesa della libertà dei cittadini; allo stesso modo il Fiorentino di
Rousseau è un autore tacitamente repubblicano. O, per lo meno,
così lo interpreta il ginevrino ne Il contratto sociale, che
argomenta: «supponendo i sudditi sempre perfettamente sottomessi, l’interesse
del Principe sarebbe che il popolo fosse potente, in modo che tale potenza,
essendo la sua, lo rendesse temibile per i suoi vicini»; ma «poiché tale
interesse è soltanto secondario e subordinato, poiché le due supposizioni sono
incompatibili, è naturale che i Principi preferiscano sempre il principio che
gli è più immediatamente utile», cioè che «il Popolo sia debole, miserabile, e
non possa mai resistergli». E così chiosa: «è ciò che Machiavelli ha fatto
vedere con chiarezza. Fingendo di dare insegnamenti ai Re, ne ha dati di grandi
ai popoli. Il Principe di Machiavelli è il libro dei
repubblicani».
L’influenza del pensiero machiavelliano nel Tractatus politicus non
è limitata alle controverse dottrine esposte nel De principatibus:
la sottile trattazione dell’origine della tirannide e dell’inutilità del
tirannicidio da parte di Spinoza presuppone un’accurata lettura dell’altra
opera fondamentale e d’ispirazione apertamente repubblicana di Machiavelli:
i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Non si farà ora un
raffronto tra i due trattati sulla questione della monarchia e della sua
corruzione. Ma basti rinviare il lettore ad almeno un paio di capitoli decisivi
sul tema del tirannicidio: si legga allora anzitutto il lungo capitolo sesto
del terzo libro dei Discorsi intitolato eloquentemente Delle
congiure; si torni quindi indietro a leggere il cruciale secondo capitolo
del secondo libro dedicato alla discussione della difesa della libertà dei
cittadini, Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come
ostinatamente quegli difendevono la loro libertà, e si noti qui la
sostanziale coincidenza delle tesi machiavelliane con quelle spinoziane sulla
tirannide e il riferimento del Fiorentino a Senofonte.
Per un’ulteriore definitiva prova della distanza siderale di Spinoza dalle
dottrine dell’assolutismo, di Hobbes o Clapmarius, si riporta un brano
del Trattato politico sul tema tacitiano de arcaniis
imperii: «è meglio che i piani onesti di uno Stato siano noti ai nemici,
piuttosto che i piani segreti disonesti dei tiranni siano ignoti ai cittadini.
Chi può trattare in segreto gli affari dello Stato ha tutto lo Stato in suo
potere: in guerra insidia il nemico, ma in pace tende insidie ai cittadini. Che
spesso il riserbo sia utile allo Stato è verità innegabile, ma nessuno ha mai
dimostrato che senza di esso lo Stato non possa sopravvivere. Non può mai darsi
invece che senza riserve si affidino gli affari di tutti a qualcuno e insieme
si conservi la libertà. È dunque estrema stoltezza evitare un piccolo danno con
un male che è immenso. Ma questa fu sempre la cantilena di quelli che
concupiscono il dominio assoluto: è nell’interesse dello Stato che i
suoi affari restino segreti e altre frasi simili, le quali, quanto più
sono ammantate di una parvenza di utilità, tanto più vanno a finire in
un’odiosa servitù».
Spinoza insomma non solo prende apertamente le distanze da ogni forma di
assolutismo politico, ma appare diffidare prudentemente anche del governo di
uno solo. Come il predecessore fiorentino, infatti, il filosofo olandese esorta
il popolo a non affidare il potere nelle mani di un unico re che possa essere
facilmente rimpiazzato. Il regime monarchico è per questa ragione la forma di
governo più precaria: il monarca è soggetto al timore dei sudditi, è costretto
a far prevalere l’interesse privato a quello pubblico, e perciò è incline a
trasformarsi in tiranno per conservare se stesso al potere. Poiché la causa
prima di un esercizio tirannico del potere risiede nella paura del sovrano nei
confronti dei suoi cittadini, le sedizioni, le congiure e i tentativi di
rimuovere il monarca non fanno altro che togliere di mezzo un tiranno per
sostituirvene uno peggiore. Qualora riesca, infatti, il tirannicidio elimina il
tiranno ma non le cause che lo hanno reso tale, che ne risultano invece
accresciute. È con tale rigore logico e realismo politico che Spinoza ci mostra
dunque che il tirannicidio è inutile e persino dannoso.
Riferimenti bibliografici
Le
citazioni del Tractatus theologico-politicus e del Tractatus
politicus sono tratte da Spinoza, Opere, a cura di Filippo
Mignini e Omero Proietti, Mondadori, Milano 2007, pp. 425-752, 1107-1217.
– «Tirannia e tirannicidio», voce a cura di Felice Battaglia (1937), in Enciclopedia
Italiana Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/tirannia-e-tirannicidio_%28Enciclopedia-Italiana%29/
– Luciano Canfora, Il Principe, in Senofonte, La tirannide,
a cura di Gennaro Tedeschi, Sellerio, Palermo 1992, pp. 11-15.
– Luisa Simonutti, Contro la servitù delle coscienze. Assolutisti e
monarcomachi di fronte alla tolleranza nella Francia d’Ancien régime, in
«Scienza e politica», 21 (1999), pp. 87-111.
– Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale, a cura di Roberto
Gatti, BUR Rizzoli, Milano 2017.
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