La
teologa Albano: «Vi spiego perché invochiamo Maria e come ci protegge»
- di
Lorenzo Rosoli
«Invocare
Maria come Regina della pace significa riconoscere che la vera pace inizia nel
cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili
o strategie politiche». Così Giuliana Albano aiuta ad andare alla radice della
proposta lanciata da Leone XIV al termine dell’udienza di mercoledì 20 agosto:
«Vivere la giornata» di venerdì 22 agosto «in digiuno e in preghiera,
supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le
lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso». Il 22
agosto, ha sottolineato il Pontefice, si celebra la memoria della Beata Vergine
Maria Regina: da qui l’invito a chiedere la sua intercessione di «Regina della
pace». Giuliana Albano, dottore in Teologia Dogmatica, è docente di Arte sacra
e condirettrice della Scuola di Alta Formazione in Arte e Teologia presso la
Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (dove ricopre anche il
ruolo di segretario generale). Così, nelle riflessioni offerte ai lettori
di Avvenire, teologia e arte si chiamano e intrecciano.
Professoressa
Albano, che cosa significa – anzitutto – definire Maria quale “Regina”? Si
tratta di un titolo forse lontano dalla sensibilità delle donne e degli uomini
d’oggi...
«Il
titolo di Regina attribuito a Maria non rimanda a un potere che domina o
schiaccia, come spesso la nostra sensibilità contemporanea associa al termine,
ma a una regalità di amore e di servizio. Maria è Regina perché ha accolto in
pienezza la volontà di Dio, diventando Madre di Cristo, la sua regalità è
inseparabile dalla maternità. Non è distanza, ma prossimità; non è dominio, ma
cura. Dal punto di vista ecclesiologico, questo titolo esprime che Maria è
icona della Chiesa: la comunità dei credenti è “regale” quando vive
nell’obbedienza al Vangelo e nel dono di sé. Anche l’arte ha interpretato il
titolo di Regina: pensiamo alle numerose Incoronazioni della Vergine dove
la corona non segna il trionfo mondano, ma la trasfigurazione luminosa del
volto materno. È immagine di una dignità che non esclude nessuno, ma indica la
vocazione di ogni credente a essere trasfigurato dall’amore di Dio. Nell’arte
questa regalità si esprime spesso con immagini che, pur dotate di corona,
trasmettono dolcezza e protezione: un trono che diventa grembo, una corona che
illumina, non separa».
E
invocare Maria quale “Regina della pace”?
«Significa
riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con
Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche. Come ha
ricordato Leone XIV proponendo questa giornata di digiuno e preghiera, “Maria è
madre dei credenti” ed “è invocata anche come Regina della pace”, alla cui
intercessione affidarsi “perché i popoli trovino la via della pace”. Dandole il
titolo di “Regina della pace”, la Chiesa afferma che la pace autentica è dono
divino, unisce cielo e terra, trasforma i cuori. Nella catechesi pronunciata
all’udienza generale, il Papa ha sottolineato che realizzare la pace è
possibile anche attraverso il perdono, insegnando che “amare significa lasciare
l’altro libero” e invitando a “fare tutto il possibile perché non sia il
rancore a decidere il futuro”. Ecco che Maria diventa modello per la Chiesa:
una comunità che promuove la pace quando è riconciliata, accogliente e
perdonante. L’arte la rappresenta spesso come Regina non guerresca, ma materna:
un trono che consola, una corona che è carezza, una regalità che disarma con la
tenerezza».
C’è
chi ritiene che pregare o digiunare per la pace e la giustizia sia inutile. O,
peggio, che sia addirittura un alibi, un modo per mettersi la coscienza a posto
di fronte alle tragedie e alle ingiustizie della storia. Ecco: come stanno
davvero le cose, per un cristiano? E che cosa ci insegna Maria, la donna
del Magnificat, il canto che pochi giorni fa – nella solennità
dell’Assunzione – la liturgia ha offerto al nostro ascolto e alla nostra vita?
«Pregare
e digiunare non è un alibi, ma un modo profondamente cristiano di entrare nella
storia con la forza del Vangelo. La preghiera apre il cuore a Dio e cambia lo
sguardo sugli altri; il digiuno libera da ciò che ci appesantisce e ci rende
solidali con chi soffre. Sono gesti semplici ma veri, che rendono possibile la
pace perché cominciano da noi. Maria, la donna del Magnificat, ci
mostra che la fede non è passività ma energia che trasforma. Nel suo canto
proclama che Dio rovescia i potenti e innalza gli umili: non rassegnazione, ma
annuncio di giustizia, che nasce dalla fiducia in Dio e invita a non arrendersi
al male. Ecco perché il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”: non
costruita con le armi, ma con la forza più grande del perdono e della
misericordia. È la pace di Maria, che, come Madre, ci custodisce sotto il suo
manto, e ci ricorda che il bene è più forte del male. Un manto che protegge più
delle armi».
Cosa
suggerisce, infine, a quanti hanno sete di giustizia e di pace la Parola
offerta dalla liturgia nella memoria della Beata Vergine Maria Regina?
«Un
legame molto eloquente: la profezia di Isaia sul “Principe della pace” trova
compimento nell’Annunciazione a Maria. La pace promessa dai profeti non è
un’idea astratta, ma una persona viva che prende carne nel grembo di una donna.
In Maria, la Parola diventa storia. Il suo “sì” fa nascere il Figlio che è la
pace stessa di Dio donata al mondo. Per questo la pace cristiana non è semplice
assenza di guerra, ma presenza di Cristo che riconcilia, perdona, guarisce le
ferite. E ancora una volta l’arte ci aiuta a contemplare questo mistero: nelle
tante Annunciazioni ad esempio del Beato Angelico, quello
spazio silenzioso e luminoso tra l’angelo e Maria diventa simbolo del luogo
interiore dove la pace scende e si fa carne. È il silenzio fecondo in cui la
Parola prende dimora, ed è lì che comincia il mondo nuovo».
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