lunedì 25 agosto 2025

LA REGINA DELLA PACE

 

La teologa Albano: «Vi spiego perché invochiamo Maria e come ci protegge»

 


-       di Lorenzo Rosoli 

 

«Invocare Maria come Regina della pace significa riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche». Così Giuliana Albano aiuta ad andare alla radice della proposta lanciata da Leone XIV al termine dell’udienza di mercoledì 20 agosto: «Vivere la giornata» di venerdì 22 agosto «in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso». Il 22 agosto, ha sottolineato il Pontefice, si celebra la memoria della Beata Vergine Maria Regina: da qui l’invito a chiedere la sua intercessione di «Regina della pace». Giuliana Albano, dottore in Teologia Dogmatica, è docente di Arte sacra e condirettrice della Scuola di Alta Formazione in Arte e Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (dove ricopre anche il ruolo di segretario generale). Così, nelle riflessioni offerte ai lettori di Avvenire, teologia e arte si chiamano e intrecciano.

Professoressa Albano, che cosa significa – anzitutto – definire Maria quale “Regina”? Si tratta di un titolo forse lontano dalla sensibilità delle donne e degli uomini d’oggi...

«Il titolo di Regina attribuito a Maria non rimanda a un potere che domina o schiaccia, come spesso la nostra sensibilità contemporanea associa al termine, ma a una regalità di amore e di servizio. Maria è Regina perché ha accolto in pienezza la volontà di Dio, diventando Madre di Cristo, la sua regalità è inseparabile dalla maternità. Non è distanza, ma prossimità; non è dominio, ma cura. Dal punto di vista ecclesiologico, questo titolo esprime che Maria è icona della Chiesa: la comunità dei credenti è “regale” quando vive nell’obbedienza al Vangelo e nel dono di sé. Anche l’arte ha interpretato il titolo di Regina: pensiamo alle numerose Incoronazioni della Vergine dove la corona non segna il trionfo mondano, ma la trasfigurazione luminosa del volto materno. È immagine di una dignità che non esclude nessuno, ma indica la vocazione di ogni credente a essere trasfigurato dall’amore di Dio. Nell’arte questa regalità si esprime spesso con immagini che, pur dotate di corona, trasmettono dolcezza e protezione: un trono che diventa grembo, una corona che illumina, non separa».

E invocare Maria quale “Regina della pace”?

«Significa riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche. Come ha ricordato Leone XIV proponendo questa giornata di digiuno e preghiera, “Maria è madre dei credenti” ed “è invocata anche come Regina della pace”, alla cui intercessione affidarsi “perché i popoli trovino la via della pace”. Dandole il titolo di “Regina della pace”, la Chiesa afferma che la pace autentica è dono divino, unisce cielo e terra, trasforma i cuori. Nella catechesi pronunciata all’udienza generale, il Papa ha sottolineato che realizzare la pace è possibile anche attraverso il perdono, insegnando che “amare significa lasciare l’altro libero” e invitando a “fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro”. Ecco che Maria diventa modello per la Chiesa: una comunità che promuove la pace quando è riconciliata, accogliente e perdonante. L’arte la rappresenta spesso come Regina non guerresca, ma materna: un trono che consola, una corona che è carezza, una regalità che disarma con la tenerezza».

C’è chi ritiene che pregare o digiunare per la pace e la giustizia sia inutile. O, peggio, che sia addirittura un alibi, un modo per mettersi la coscienza a posto di fronte alle tragedie e alle ingiustizie della storia. Ecco: come stanno davvero le cose, per un cristiano? E che cosa ci insegna Maria, la donna del Magnificat, il canto che pochi giorni fa – nella solennità dell’Assunzione – la liturgia ha offerto al nostro ascolto e alla nostra vita?

«Pregare e digiunare non è un alibi, ma un modo profondamente cristiano di entrare nella storia con la forza del Vangelo. La preghiera apre il cuore a Dio e cambia lo sguardo sugli altri; il digiuno libera da ciò che ci appesantisce e ci rende solidali con chi soffre. Sono gesti semplici ma veri, che rendono possibile la pace perché cominciano da noi. Maria, la donna del Magnificat, ci mostra che la fede non è passività ma energia che trasforma. Nel suo canto proclama che Dio rovescia i potenti e innalza gli umili: non rassegnazione, ma annuncio di giustizia, che nasce dalla fiducia in Dio e invita a non arrendersi al male. Ecco perché il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”: non costruita con le armi, ma con la forza più grande del perdono e della misericordia. È la pace di Maria, che, come Madre, ci custodisce sotto il suo manto, e ci ricorda che il bene è più forte del male. Un manto che protegge più delle armi».

Cosa suggerisce, infine, a quanti hanno sete di giustizia e di pace la Parola offerta dalla liturgia nella memoria della Beata Vergine Maria Regina?

«Un legame molto eloquente: la profezia di Isaia sul “Principe della pace” trova compimento nell’Annunciazione a Maria. La pace promessa dai profeti non è un’idea astratta, ma una persona viva che prende carne nel grembo di una donna. In Maria, la Parola diventa storia. Il suo “sì” fa nascere il Figlio che è la pace stessa di Dio donata al mondo. Per questo la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma presenza di Cristo che riconcilia, perdona, guarisce le ferite. E ancora una volta l’arte ci aiuta a contemplare questo mistero: nelle tante Annunciazioni ad esempio del Beato Angelico, quello spazio silenzioso e luminoso tra l’angelo e Maria diventa simbolo del luogo interiore dove la pace scende e si fa carne. È il silenzio fecondo in cui la Parola prende dimora, ed è lì che comincia il mondo nuovo».

www.avvenire.it

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