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giovedì 19 febbraio 2026

IL PUDORE

 


Elogio del pudore, 
virtù del limite

 

Andrea Tagliapietra traccia “filosofia e icone” di una posizione di resistenza alle pulsioni panottiche della società.

 Non è semplicemente una versione dolce di vergogna o senso di colpa. Contro le spinte a metterci a nudo, è piuttosto cura di sé e segreta ospitalità dell’altro

-         di ENRICO CERASI

Il gesto più antico, ma a ben vedere attualissimo. Il tratto distintivo dell’uomo (Nietzsche: “la bestia dalle guance rosse”), ma non sconosciuto ad altre forme animali. Il più essenziale, al tempo stesso il più esposto alle contingenze, dunque fragilissimo. Quest’insieme di aporie prende il nome di pudore, del quale Andrea Tagliapietra ci fornisce lettura e immagini ( Il gesto più antico. Filosofia e icone del pudore, Donzelli, pagine 232, euro 34,00). Non per la prima volta, del resto, ma già a partire da La forza del pudore (Rizzoli 2006, poi ampliato nell’edizione francese del 2017) e in seguito in molti altri lavori. In questo caso, l’esposizione è tripartita. Praticando una suggestiva lettura iconografica di alcuni capolavori della storia dell’arte, la prima parte traccia un’antropologia del pudore, sospeso tra paura, vergogna e colpa. Col tipico gusto definitorio della cultura anglosassone, negli anni ’30-’50 del secolo scorso Margareth Mead e Ruth Benedict distinsero le shame-culture (culture della vergogna) dalle guilt-culture (culture della colpa), tipiche della cultura individualistica occidentale, segnatamente protestante. Tagliapietra non contesta lo schema, lo problematizza. L’oggetto del suo studio non s’identifica né con la prima («il pudore differisce dalla vergogna come una disposizione abituale si distingue da un movimento impulsivo dell’anima») né con la seconda. Sant’Agostino osservò che il pudore presuppone la colpa. Al contrario: il pudore ben sa l’imperfezione dell’esistenza, ma non desidera liberarsene. Semplicemente, le restituisce l’innocenza che le è propria (Nietzsche avrebbe detto: l’“innocenza del divenire”).

Psicologia del pudore

Nella seconda parte viene proposta una “psicologia del pudore”, in questo caso sospeso tra gli estremi della menzogna e dell’autenticità (entrambe ben note all’autore). L’autenticità è l’espettorazione del soggetto in quanto individuo, pirandelliana maschera sociale. Autentico è l’io che, persuaso della propria unicità, strepita per mettersi in scena – ultimamente nella scomposta declinazione del coming- out , in passato in forme forse più sottili; in ogni caso senza nulla eccepire ai rapporti di sapere-potere di volta in volta egemoni. In altre parole, l’autenticità è una prestazione dell’individuo, prodotto della moderna bianco-fallocentrica guilt-culture. Insistendo nella dimensione individualistica della soggettività, la menzogna non ne costituisce una via d’uscita. Il coming-out può esser autentico o mendace, ma in ogni caso spudorato.

Che cosa sia il pudore, finora affiorato solo per cenni, si comprende soprattutto nella terza parte del libro, dedicata a nulla di meno che alla sua “ontologia”. “Io ho dentro ciò che non si mo-stra”, confessa Amleto. Il pudore dà corpo alla «resistenza al meccanismo panottico della società ». Non si pensi subito a Bentham. Ogni società è attraversata da una pulsione panottica, perché in qualsivoglia sua forma il potere deve controllare anime e corpi dei suoi sudditi.

La rivoluzione digitale

L’iconografia addotta al testo di Tagliapietra lo conferma in abundantia. Ma è vero che la rivoluzione digitale (fase “suprema” o “finale” dello spettacolo) ha esasperato il controllo, rendendo il panottico quasi perfetto. Mai come oggi il bios che noi siamo è sottoposto alla coazione spudorata della propria messa- a-nudo, in ogni senso del termine. Ma il pudore non si limita a un gesto negligente. Può sottrarsi alla volgare violenza dello spettacolo perché conserva risorse alternative. È gesto di difesa reso possibile dalla singolarità che noi siamo. Conserva il segreto del nostro esser-qui, che mai dipende dalle mode in voga. È il caso, ad esempio, del protagonista di Bartleby lo scrivano di Melville. Sottraendosi alle richieste inquisitorie del potere (in questo caso rappresentato dal suo mite datore di lavoro), l’oscuro impiegato si limita a rispondere I would prefer not to: “avrei preferenza di no”. “Preferirei non rispondere”. Una formula cortese e al tempo stesso inflessibile, come il pudore che rappresenta. Non asseconda spettacolari gesti rivoluzionari, senza flettere d’una virgola nella difesa dell’unicità d’ogni singolo esistente. Bartleby è l’«apologia del segreto incondizionato», ossia della cura di ciò che noi siamo contro qualsivoglia forma d’universalizzazione. Al tempo stesso, «il pudore … è la fiduciosa attesa dell’altro», del suo dono sempre a-venire (Derrida). Il pudore custodisce la nostra unicità aprendoci alla singolarità di ognuno, comprese le forme di vita cosiddette non umane.

La cura di se

Il pudore è cura di sé e segreta ospitalità dell’altro. Mai garantite una volta per tutte, perché – come la vita – il pudore avviene nella contingenza, nel sempre possibile smarrimento. Molto c’è da apprendere da questo prezioso lavoro di Andrea Tagliapietra, al tempo stesso erudito e militante. Nondimeno, resta una domanda. Nella prima parte propone una «contro-interpretazione del mito edenico», a suo avviso improntato alla nostalgia d’una presunta perfezione, colpevolmente perduta. Al contrario, il pudore non conosce nostalgie né sensi di colpa. Come si è notato, è forse la forma più aggiornata e convincente della nietzschana “innocenza del divenire”. Vale a dire, Tagliapietra lo sa benissimo, volontà di potenza, indefinito incremento della propria volontà d’esistere. Al contrario, il pudore ben sa che la vita è inseparabile dall’entropia, dalla senilità e dalla morte.

L’accettazione del limite

È accettazione del limite, dell’imperfezione che ci è connaturata. Con Montaigne, Tagliapietra ci esorta ad accettarla, senza nostalgie per un paradiso perduto e senza speranze in un qualsivoglia Salvatore, ulteriore figura di un immaturo senso di dipendenza. Tuttavia, vi è davvero finitezza senza dipendenza, se non altro dalle leggi della biologia? Non ci siamo finalmente liberati dal mito illuministico della libertà come non-dipendenza? Non si tratta dunque di scegliere, di scommettere? Dipendere dalla vita, nella sua cieca mancanza di scopo, o da un Salvatore irriducibile alle leggi dell’immanenza?

www.avvenire.it

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sabato 18 ottobre 2025

EDUCARE I SENTIMENTI

 


Educare a sentire:

 la scuola come

 laboratorio

 dell’indignazione,

 del ribrezzo, 

della pietà

 e della coscienza

 

-di Nobile Filippo

 C’è un livello dell’educazione che non si misura con i voti, né con le prove standardizzate. È quello che tocca le fibre profonde dell’essere umano, che educa al sentimento del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, della dignità e dell’abiezione.

È la didattica dell’indignazione, la didattica del ribrezzo, la didattica della pietà, la didattica della coscienza: quattro parole che, se riportate al centro del discorso educativo, possono ridare senso alla missione della scuola in un tempo di indifferenza e di anestesia morale.

La didattica dell’indignazione

Indignarsi è un atto di libertà.

È il primo segno che la coscienza è viva.

Insegnare ai giovani a indignarsi non significa incitarli alla rabbia o alla protesta sterile, ma educarli al rifiuto consapevole dell’ingiustizia. L’indignazione è ciò che spinge a non accettare il sopruso, la menzogna, la discriminazione.

Come scriveva Stéphane Hessel, “indignatevi!” non è un grido di rivolta, ma un appello a riscoprire la responsabilità.

Una scuola che insegna a indignarsi è una scuola che non si limita a trasmettere saperi, ma che forma cittadini capaci di dire no davanti al razzismo, alla violenza, all’odio, alla menzogna travestita da verità.

L’indignazione autentica è cultura del limite e del rispetto. È la prima lezione di democrazia.

La didattica del ribrezzo

Il ribrezzo è una reazione istintiva, ma può diventare una forma di coscienza morale.

Provare ribrezzo di fronte all’orrore, alle immagini dei campi di sterminio, alle guerre, alle torture, alle disuguaglianze estreme, non significa cedere alla retorica della commozione. Significa riconoscere che il male non è un concetto astratto, ma una realtà che si tocca con mano.

Educare al ribrezzo è educare al senso del limite umano.

Chi non prova più ribrezzo per la violenza, chi scrolla le spalle davanti all’umiliazione dell’altro, è già un essere addormentato, un’anima resa tiepida dall’indifferenza.

Il ribrezzo è il freno etico che impedisce alla civiltà di scivolare nella barbarie. La scuola deve avere il coraggio di mostrarlo, di nominarlo, di farlo sentire.

La didattica della pietà

Pietà non è commiserazione.

È empatia profonda, capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere la fragilità come valore e non come difetto.

La pietà è l’altra faccia della giustizia: senza pietà la legge è cieca, la ragione è fredda, la conoscenza è sterile.

Educare alla pietà significa insegnare che ogni vita ha lo stesso peso, che ogni lacrima ha lo stesso valore, che il dolore di uno appartiene a tutti.

È la lezione che la Shoah, la guerra, la povertà, la malattia, continuano a impartirci. È la dimensione umana che trasforma il sapere in coscienza morale.

Un insegnante che sa generare pietà nei suoi studenti ha già compiuto un atto educativo supremo.

La didattica della coscienza

La coscienza è la casa dell’anima civile.

Non nasce per caso: si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, la conoscenza e l’esercizio del dubbio.

La scuola deve tornare ad essere il luogo della coscienza critica, dove si impara non soltanto a conoscere, ma a discernere, a pensare con autonomia, a scegliere con responsabilità.
Una didattica della coscienza mette insieme tutte le altre: dall’indignazione trae la forza morale, dal ribrezzo la capacità di riconoscere il male, dalla pietà la compassione, dalla conoscenza la libertà.

È la didattica che non si ferma al “sapere”, ma arriva al “capire” e al “sentire”.

Una pedagogia per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca che sembra aver perso il senso del limite e della vergogna.
Le parole vengono svuotate, la storia piegata, la memoria usata come strumento politico. In questo deserto emotivo, la scuola ha il compito più alto: ricostruire l’alfabeto dei sentimenti morali.

Serve un nuovo umanesimo educativo, in cui la cultura non sia solo trasmissione di nozioni, ma trasformazione interiore, esperienza di libertà e di responsabilità.

Insegnare la matematica, la storia, la letteratura o la scienza deve significare anche insegnare a provare emozione, a reagire, a commuoversi.

Educare a sentire per imparare a vivere

Una scuola che non insegna a sentire è una scuola che prepara tecnici, non uomini.

L’indignazione, il ribrezzo, la pietà, la coscienza non sono accessori dell’educazione: ne sono il cuore pulsante.

Nei banchi dove si apprende la libertà, si deve anche imparare a dire “basta” davanti al male, a chinarsi davanti al dolore, a custodire la verità, a sentire il peso e il valore delle proprie azioni.

Solo così l’educazione diventa atto di civiltà.

E allora sì, possiamo dire che ogni viaggio della memoria, ogni lezione di storia, ogni lettura di un testo che racconta la sofferenza, non serve solo a “sapere”, ma a diventare uomini capaci di provare vergogna davanti al male e responsabilità davanti alla vita.

Perché educare a sentire è l’unico modo per imparare davvero a vivere.

 Orizzonte Scuola

 

mercoledì 13 agosto 2025

LA PAROLA E LA VERGOGNA


Le guerre ci ammutoliscono: 

cercano di far passare noi come stupidi, 

opponendo alla sterilità del nostro dire disarmato 

l’efficacia della violenza. 

La preghiera restituisce forza alla parola.



  Pierangelo Sequeri 

Facciamo macchine sempre più intelligenti e guerre sempre più stupide. 

(Non è un’attenuante, è un’aggravante: l’orrore, che si legittima senza vergogna, insulta anche la mente umana). La devastazione programmata – il campo di battaglia sono direttamente le case e le chiese, le scuole e gli ospedali – fa impressione, se pensiamo alla boria dei nostri proclami di civiltà e progresso. Sono guerre orribili, pogrom civili più che scontri militari, pulsioni di puro annientamento, le cui argomentazioni si nascondono dietro il pretesto – fasullo – di vantaggi territoriali, politici, economici, strategici. 

Questo pretesto, che porta in campo spiegazioni alle quali i libri di scuola ci hanno abituato, è in realtà sempre più fasullo, a uso dell’Onu e dei media. Il grado di evoluzione e di diffusione delle possibilità di convivenza, di cooperazione, di nutrimento, di istruzione e di cura, infatti, sono ora di portata planetaria. E la loro distribuzione non conflittuale è – forse per la prima volta – realmente possibile. (Persino l’intelligenza artificiale – combinatoriamente utile e sentimentalmente ottusa com’è – troverebbe soluzioni soddisfacenti, senza passare attraverso la distruzione totale di interi popoli e di interi habitat). Il “nemico”, in questi chiari di luna, è sempre più ciecamente individuato in qualcuno – una religione, una popolazione, un insediamento umano – che non dovrebbe “esistere”. 

Questa pulsione è un effetto senza causa, una fede senza ragione. Come fai ad argomentare la sua necessità? Come fai a cercare una morale nell’olocausto che essa predica? 

 Messe a confronto con l’enormità dello sviluppo e della distribuzione dell’intelligenza umana – di cui la nostra epoca si vanta! – le guerre portano oggi in campo anche l’ammutolimento della parola. (La stessa diplomazia, guardate come arranca). In altri termini, le guerre odierne cercano sempre più di far passare noi come stupidi, opponendo alla sterilità della parola disarmata l’efficacia della violenza armata. 

 È così che siamo rimasti senza parole. L’indecenza e la vergogna della brutalità sono scese in campo e dilagano, approfittando di un clima favorevole. Quale clima? Quello che anche da noi, dove la guerra è al momento sospesa, insegna ai nostri ragazzi a farsi valere con ogni mezzo. L’obiettivo dell’accrescimento illimitato della potenza arriva a giustificare l’abbattimento dell’altro che lo ostacola. E la vendetta di chi è oggetto di questa prevaricazione è fatalmente sospinta ad apprenderne la logica. 

Dunque, la nostra accorata preghiera per la pace, che il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, ripropone con forza, dovrà stressare la misericordia di Dio come la vedova importuna del Vangelo. E che cosa chiede, anzitutto? Chiede maggiore determinazione nei confronti della violenza che sbeffeggia e ammutolisce la parola. 

 La reazione della preghiera sta in primo luogo nella restituzione della forza alla parola. Dio può farlo. Senza parole con cui parlarsi, del resto, cosa faranno le generazioni che sopravvivono a queste guerre brutali e stupide? 

Come cresceranno insieme generazioni umane tra le quali sta soltanto il silenzio di parole della convivenza in cui sono stati resi sordi, ciechi, muti? 

La preghiera ci dà la forza di dirle adesso, e di dire già ora, insieme con loro, le parole che ristabiliscono i legami degli affetti di cui gli umani – tutti – vogliono vivere. Troveremo il coraggio di dirle e di farle dire a tutti coloro che non vogliono semplicemente farsi inghiottire dall’ottusità della logica dell’annientamento? Dovremo fare miracoli coi sordi, i ciechi i muti, come Gesù. E va bene, se ci assiste, faremo anche quelli. 

 Il secondo tratto della nostra preghiera porterà i segni e le parole della vergogna, che accetteremo di condividere e di portare con i più vulnerabili alla odiosa ottusità della guerra. «Signore, noi siamo impressionati della mancanza di vergogna che la guerra di odio riesce a esibire, come se fosse un vanto di identità, una forza d’animo, una prova di coraggio. Ci vergogniamo di non essere stati abbastanza pronti a smascherare la vergogna di questa esibita impudenza. Ci vergogniamo del fatto che il genere umano al quale tutti apparteniamo si aggrappi a discorsi di auto-celebrazione così stupidi e a pulsioni così vergognose. Un’immensa misericordia è necessaria, per far scoprire agli uomini e alle donne di questo tempo la loro vergognosa nudità, bisognosa della tua protezione» (Gn 3, 21). 

 Il cristianesimo, che in molti luoghi conosce a sua volta la brutalità delle deprivazioni e delle persecuzioni, sarà lievito anche in questo. La nostra preghiera per la pace, ormai, dovrà avere, come fattore visibile di testimonianza che l’accompagna, un generoso gemellaggio istituzionale con le comunità cristiane ferite del pianeta. Da cambiare la faccia della Chiesa. Ne dovrà venire uno scuotimento salutare anche per il resto del mondo, che è tentato di mettersi in salvo per proprio conto.

 Avvenire

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