Visualizzazione post con etichetta isolamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta isolamento. Mostra tutti i post

venerdì 22 agosto 2025

ISOLARSI PER VIVERE

 


Un fenomeno 

poco conosciuto


 Con la pubblicazione, sul «Corriere della Sera», il 20 agosto, dell’ampia intervista di Walter Veltroni allo psicologo Marco Crepaldi, presidente dell’associazione “Hikikomori Italia”, ha fatto finalmente irruzione sui media un fenomeno  impressionante, che costituisce, in realtà, la punta dell’iceberg del profondo malessere dei giovani nelle nostre società “del benessere”.

 

-       di Giuseppe Savagnone

-        Il termine “hikikomori” è di origine giapponese – dai verbi hiku (‘tirare indietro’) e komoru (‘essere dentro’) – e letteralmente potrebbe essere tradotto “stare in disparte”.

È usato per indicare quei ragazzi tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto scelgono di ritirarsi dalla vita sociale per condurre una esistenza tendente all’isolamento, chiudendosi nella propria stanza, evitando i rapporti con altre persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente, mediante Internet e il telefono cellulare.

Il fenomeno ha avuto origine in Giappone, negli anni Settanta, ma ora è diffuso in tutti i paesi economicamente evoluti (è sconosciuto, invece, in quelli poveri), tra cui anche l’Italia, dove sembra che gli hikikomori, sempre più numerosi, si avvicinino ai centomila, un decimo del totale mondiale, che è di un milione.

In realtà, però, a questo numero bisogna aggiungere quelli che Crepaldi definisce «pre-hikikomori», perché non sono ancora giunti alla fase finale dell’auto-reclusione, ma si avviano ad essa con una serie di comportamenti che gradualmente li portano prima ad isolarsi, a scuola, dai loro compagni (fase uno), poi ad abbandonare gli studi (fase due), infine a isolarsi anche dai genitori, evitando di incontrarli, mangiando per conto proprio, invertendo i ritmi del sono dalla notte al giorno (fase tre).

Se si aggiungono a quelli della fase tre quelli delle altre due fasi, secondo Crepaldi siamo davanti a un fenomeno che in Italia coinvolge duecentomila ragazzi,  soprattutto di sesso maschile, esposti a questa minaccia in un rapporto di 8 a 2 rispetto alle loro coetanee.

Le cause

Poiché implica la sostituzione dei rapporti personali con quelli puramente virtuali, la patologia dell’Hikikomori può essere senz’altro collegata alla dipendenza di molti giovani da Internet. Ma questa, nel caso dell’Hikikomori, non è la causa, bensì l’effetto del suo progressivo isolamento.

Se egli si rifugia nel mondo virtuale è perché non riesce più a reggere l’esperienza di quello reale, non viceversa. Da qui un “ritiro sociale” che è, al tempo stesso, una “ribellione silenziosa” nei confronti della società.

Le cause profonde del fenomeno vanno cercate, piuttosto, nel clima di competitività e nella solitudine che caratterizzano proprio le società più “evolute”, come appunto il Giappone e ora anche l’Italia.

Per quanto riguarda la prima, l’hikikomori è innanzi tutto una persona ansiosa, angosciata dalla percezione della sua incapacità di reggere il continuo confronto che, fin dai primi anni scolastici, seleziona una minoranza di “vincenti” – primi della classe, primi nello sport – rispetto a una maggioranza di “perdenti”. Davanti a questa sfida, carica di ricadute psicologiche e sociali, l’hikikomori, esibisce la sua non-partecipazione, in realtà perché – anche se di solito non lo riconosce – fugge.

Da qui anche il circolo vizioso per cui, quanto più si estranea e resta indietro rispetto agli altri, tanto più si conferma nella sua convinzione di non poter competere e di essere ormai irrimediabilmente in ritardo, escludendo ogni speranza di rientro e di ripresa della vita normale.

«I giovani di oggi», spiega Crepaldi, «avvertono forti pressioni di realizzazione sociale. La società sta accelerando la sua velocità e chiede risultati di successo presto, troppo presto. I social hanno aumentato il confronto sociale con altre persone alimentando la paura di non essere all’altezza, di rimanere fuori».

E la paura determina l’effetto temuto, camuffato come una scelta ostinatamente orgogliosamente difesa nel tempo. Perché di Hikikomori si parla solo dopo sei mesi che un giovane fa questa vita, rendendo sempre più difficile un cambiamento.

Ma c’è anche la solitudine. Che comincia in famiglia e non consiste solo nella eventuale mancanza di interesse da parte dei genitori, spesso troppo presi dal lavoro, ma può manifestarsi anche in un rapporto sbagliato con essi, quando il loro affetto diventa iperprotettivo e soffocante, ma proprio per questo incapace di “vedere” l’identità reale del figlio o della figlia.

Li si colma, magari, di regali, si dice sempre “sì” a qualunque loro richiesta, ma non si ha il tempo per “stare” con loro e ascoltarli.

Questa solitudine in molti casi si riproduce anche nel rapporto con gli insegnanti, spesso intenti più a trasmettere competenze che non a creare un rapporto educativo basato sul dialogo.

Rapporto che non implica, come credono molti genitori e professori, la rinunzia all’esercizio dell’autorità, anzi esige la consapevolezza di un’asimmetria tra l’educatore e la persona che  deve  essere aiutata a crescere. Spesso è proprio l’inadeguatezza dell’adulto, la sua mancanza di autorevolezza – la qualità necessaria a chi esercita l’autorità – che crea smarrimento nel giovane, spontaneamente in cerca di punti di riferimento credibili.

Sono i padri che si fanno chiamare per nome, vantandosi di essere innanzi tutto “amici” dei loro figli (che di amici ne hanno tanti, ma di padre uno solo), sono i docenti che non sanno farsi rispettare – per la loro debolezza o per il loro autoritarismo, entrambi incompatibili con l’autentica autorità – , a far sentire soli i giovani e tolgono loro il supporto indispensabile per crescere e diventare adulti. Non per nulla auctoritas deriva dal verbo augere, che significa “far nascere”, “far crescere” (l’altro sostantivo che ne deriva è auctor).

Così l’hikikomori è un adolescente che non riesce a diventare adulto, un bambino che – anche a causa di una eccessiva precocità nell’uso di strumenti di comunicazione (smartphone, Tv, computer, tablet), che lo hanno esposto a un  piena di stimoli e di messaggi eccessiva per la sua età – non ha conosciuto quella che un tempo si chiamava “infanzia” ed è stato fin dalla più tenera età allevato come un adulto, ma che proprio per questo, da adulto, non cessa di essere bambino, incapace di affrontare la complessità del mondo reale e di assumersi la responsabilità delle scelte che essa comporta.

Non a caso lo psichiatra giapponese Tamaki Saito, a cui si deve l’introduzione del termine “hikikomori”, ha scritto un libro intitolato «Adolescenza senza fine»

Solo la punta di un iceberg

Ma questi problemi – a ben vedere – non sono solo alla base del fenomeno degli hikikomori. Questi ultimi, in realtà, sono la manifestazione patologica più evidente  di un disagio che riguarda tutto il mondo giovanile.

Un disagio molto più profondo di quanto gli adulti di solito non colgano. Assorbiti come siamo dalla frenetica attività di ogni giorno, in una società dove la fretta rende distratti e soprattutto riduce l’attenzione al volto degli altri, scambiamo le rumorose manifestazioni di vitalità dei nostri figli per forme eccessive, ma in definitiva non problematiche, di libertà.

In realtà, «i giovani», scriveva qualche anno fa Umberto Galimberti nel suo libro  L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani , «anche se non ne sono consci, stanno male». Non bisogna lasciarsi ingannare dalla loro chiassosa euforia nelle notti  in discoteca, dal vorticoso succedersi delle loro esperienze sessuali, dalla loro corsa dietro le mode: «Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché  promette di seppellire l’angoscia»

Un’analisi confermata dai dati del rapporto Censis sul mondo giovanile del novembre 2024, da cui risulta che il 49,4% degli adolescenti tra i 18 e i 25 anni vive problemi di ansia e depressione.

Commentando questi risultati, Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione Minotauro, osservava: «Da diverso tempo gli adolescenti e i bambini non sono al centro dell’attenzione degli adulti. Esiste una narrazione sbagliata che associa al disagio la convinzione che i giovani siano eccessivamente amati. In verità a mancare è l’ascolto dei figli»..

E aggiungeva: «I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno con gli adulti che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole restrittive a colmare il vuoto da cui il problema ha origine. Una notazione, fra le altre, andava alla radice del problema di questa solitudine: «La società vive un individualismo di massa che fa paura, in tutti gli ambiti».

Individualismo che poi è alla base dell’altro fattore che abbiamo visto decisivo per gli hikikomori: la competitività spietata che ormai tutti i livelli caratterizza i rapporti umani, da un lato mandando in crisi non solo la pratica, ma il concetto  stesso di “comunità”, fondato sulla cooperazione in vista di un fine comune, dall’altro dando luogo a quella «cultura dello scarto» tante volte denunziata da papa Francesco.

Ma, ancora più a monte, alla radice del disagio dei giovani c’è l’incapacità degli adulti di trasmettere una visione del mondo che valga la pena abitare. Gli ideali del passato, in nome dei quali i giovani erano a volte perfino pronti a morire e he giustificavano la lotta per costruire un mondo migliore di quello attuale, sono ormai tramontati. Le ideologie sono morte, tranne quella del neocapitalismo, che è così potente da farsi credere puro realismo.

Non c’è più speranza di un futuro che non sia la continuazione del presente, magari degli aggiustamenti a livello economico sia individuale che collettivo (la crescita del PIL, un lavoro ben retribuito…).

Non c’è da stupirsi che i giovani si interessino sempre meno a una politica che tra l’altro sta conoscendo abissi mai prima così profondi di cinismo e di dispregio della più elementare umanità. Anzi forse, a questo punto, quello di cui essere sorpresi è che ancora gli hikikomori siano così pochi.

 www.tuttavia.eu

Immagine



 

mercoledì 20 agosto 2025

ALLARME HIKIKOMORI

 


Ragazzi che scompaiono 
dalle aule:

 70mila giovani italiani non escono più di casa, 

la scuola in prima linea 

per intercettare i segnali di ritiro sociale

 

-       di Andrea Carlino

 La cooperativa Stripes ha dato vita a “Segmenti consapevoli”, un’iniziativa pionieristica finanziata dalla Fondazione Cariplo attraverso il bando “Attentamente”. L’acronimo del nome identifica la filosofia d’intervento: Studio-ricerca-intervento-pedagogia extrascolastica, un approccio multidisciplinare rivolto a ragazzi dagli 11 ai 19 anni che vivono condizioni di disagio e ritiro sociale volontario.

 Come spiega Dafne Guida, presidente e direttrice della cooperativa, a Sky TG24, “siamo partiti due anni fa e abbiamo intercettato, fino ad oggi, circa 800 tra ragazzi e ragazze e, di questi, ne abbiamo presi in carico una settantina accompagnandoli lungo un percorso educativo, psicologico e creativo”. 

La rete operativa copre quattro territori della provincia  milanese: LegnanoAbbiategrassoMagenta e Castano Primo, con base operativa a Rho. L’intercettazione avviene attraverso le segnalazioni delle scuole, delle neuropsichiatrie e del terzo settore.

Metodologie d’intervento e segnali di allarme

L’approccio metodologico del progetto non prevede forzature ma costruisce ponti relazionali attraverso gli strumenti digitali“Costruiamo momenti di contatto in contesti protetti: supporto psicologico online, corsi da remoto di arte, fumetto e scrittura creativa”, precisa Guida. Al ragazzo viene affiancato un educatore domiciliare, figura chiave che cerca di entrare in relazione con il giovane e la famiglia, coinvolgendo anche i servizi sociali e la scuola.

Le radici familiari e sociali dell’isolamento giovanile

L’origine del disturbo Hikikomori affonda le radici in dinamiche familiari compromesse e pressioni sociali eccessive. Gli esperti hanno identificato nell’iperprotettività genitoriale uno dei fattori scatenanti principali, accompagnata dal peso dell’idealizzazione e dal timore costante di deludere aspettative familiari, scolastiche e sociali.

“La paura di fallire è una componente necessaria nella coscienza dell’uomo; lo sprona a fare sempre di più, a migliorarsi”, ha osservato il presidente dell’associazione Hikikomori Italia, Marco Crepaldi. Tuttavia, quando questo timore supera una “soglia critica” diventa paralizzante: “Gli adolescenti si paralizzano, si nascondono”. L’ansia sociale rappresenta un ulteriore elemento determinante nel deterioramento del benessere psico-fisico dei giovani, compromettendo la loro capacità relazionale e di integrazione nel tessuto sociale.

I primi campanelli d’allarme si manifestano attraverso il rifiuto saltuario di frequentare la scuola per sottrarsi al confronto sociale. Paradossalmente, spesso colpisce ragazzi con alto funzionamento cognitivo e ottimi voti scolastici, che però non riescono a gestire l’ansia da prestazione e le relazioni interpersonali. Episodi di bullismo e cyberbullismo rappresentano ulteriori fattori scatenanti. Il fenomeno riguarda prevalentemente il genere maschile e può protrarsi per anni se non adeguatamente intercettato.

Estate critica e welfare comunitario

Il periodo estivo rappresenta una fase particolarmente delicata per le famiglie coinvolte. “L’estate è per tutti sinonimo di vita sociale e libertà. Per questi ragazzi e per le loro famiglie è ancora più difficile affrontarla”, sottolinea la responsabile del progetto. Molte famiglie rinunciano completamente agli spostamenti per non lasciare il figlio solo, coinvolgendo nel ritiro sociale l’intero nucleo familiare.

L’importanza dell’intervento precoce emerge chiaramente: agire entro i sei mesi dall’inizio del ritiro sociale risulta fondamentale per il successo del percorso riabilitativo. Solo attraverso un approccio vigile e coordinato è possibile garantire una presenza costante e contrastare efficacemente questo fenomeno in crescita.

 Orizzonte scuola

 Immagine


venerdì 15 agosto 2025

ISOLAMENTO DIGITALE

 Isolamento digitale dei giovani, l’allarme di Daniele Novara: abitudini notturne, video brevi e calo del rendimento spingono verso regole condivise e uso cooperativo dei device in classe

Di Andrea Carlino

Intervento denso e frontale quello di Daniele Novara a EduFest 2025, dove il pedagogista ha rilanciato il tema dell’“isolamento virtuale” degli adolescenti, collegandolo all’appello promosso con Alberto Pellai.

“Chiediamo al governo di impegnarsi perché nessun ragazzo o ragazza abbia uno smartphone personale prima dei 14 anni e un profilo social prima dei 16 ha ricordato, sottolineando la natura regolatoria e non proibizionista della proposta. L’intervento si è inserito nella Sessione “Equilibri in digitale” del programma ufficiale del festival, ospitato al Parco di Villa Ghirlanda, con focus su connessione e rischio di isolamento nelle nuove generazioni.

“Ragazzi agganciati agli schermi”: i dati e i rischi per la scuola

Novara ha richiamato le evidenze emerse dalle ricerche recenti, citando lo studio EYES UP dell’Università di Milano-Bicocca guidato da Marco Gui, che documenta l’effetto dell’accesso precoce a smartphone e social media sul rendimento scolastico e sulle disuguaglianze educative, con dati longitudinali su 6,609 studenti lombardi e correlazione con i risultati INVALSI. Dal report emergono abitudini diffuse: oltre il 50% dello smartphone “appena svegli”, il 22% anche “durante la notte”, il 98% su video brevi e il 51% a tavola, elementi che alimentano frammentazione attentiva e peggioramento degli esiti tra chi ha iniziato molto presto a usare i social.

Una cornice che, secondo Novara, interpella direttamente la scuola, già oggetto della stretta ministeriale sull’uso dei cellulari in classe fino alla terza media, misura che il ministro Valditara ha definito coerente con l’appello dei pedagogisti.

Linee operative: limiti d’età, notti “device free”, centralità del gruppo

Nel passaggio più operativo, Novara ha proposto una serie di indicazioni “di sopravvivenza educativa” in attesa di una cornice normativa uniforme: niente video nei primi tre anni; tempi video contenuti e progressivi nell’infanzia; stop allo smartphone fino alla prima superiore; “nessun dispositivo digitale di notte”; evitare l’uso “promiscuo” dello smartphone dei genitori; mantenere la possibilità di verifica dei device in età minorile; privilegiare carta e penna per la lectoscrittura nella primaria; uso delle tecnologie a scuola solo in modalità comune e cooperativa, non individuale.

“L’alternativa all’addiction digitale è il gruppo: stare insieme, fare compagnia” ha scandito, legando il contrasto all’isolamento virtuale alla ricostruzione di comunità educanti e a un’“alleanza” tra famiglie, scuole e istituzioni, in linea con il patto per il benessere digitale presentato dai Comuni dell’area Nord Milano nel contesto del festival.

Orizzonte Scuola

martedì 3 dicembre 2024

ADOLESCENTI e SMARTPHONE

 

Smartphone agli adolescenti? 
Riduce concentrazione, rallenta la memoria, compromette il sonno, causa isolamento. Giusto limitarne l’uso”.


Intervista alla dottoressa Angela Grassi


Di Fabio Gervasio

Il digitale tra opportunità e rischi. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Maria Angela Grassi, Pedagogista, Psicologa, Fondatrice e Direttrice della Rivista Professione Pedagogista, Pubblicista e Presidente di ANPE, l’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani, che opera nel settore dal 1990 e che ha promosso l’approvazione della legge 55/2024, riguardante Disposizioni in materia di ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative e istituzione dei relativi albi professionali.

Dottoressa Grassi, ultimamente si parla molto sull’opportunità di introdurre un divieto sull’utilizzo di smartphone e social media legati ad una specifica età, tanto da portare ad una petizione firmata da molti professionisti del settore educativo. Ci dice cosa ne pensa e se è utile introdurre delle limitazioni?

Inizialmente, ero piuttosto scettica riguardo all’idea di introdurre un divieto sull’utilizzo di smartphone e social media per determinate fasce di età, poiché ritenevo che un approccio restrittivo non fosse educativo e potesse essere percepito come una limitazione alla libertà dei giovani. Tuttavia, dopo aver approfondito il tema, ascoltando il parere di esperti del settore, in particolare medici e neurologi, ho cominciato a rivedere la mia posizione. Gli studi scientifici che analizzano gli effetti degli smartphone e dei social media sulla salute mentale e fisica dei bambini e dei ragazzi sono sempre più preoccupanti. Il loro uso eccessivo è associato a problematiche come l’aumento dei disturbi dell’umore, dell’ansia, e dei problemi legati al sonno, nonché a disturbi della concentrazione e al rischio di isolamento sociale.

Ma non sono solo la salute mentale e fisica a essere a rischio: l’utilizzo prolungato e senza regole di dispositivi tecnologici influisce anche negativamente sull’apprendimento e sul rendimento scolastico. Diversi studi hanno evidenziato come l’uso incontrollato degli smartphone e dei social media possa ridurre la capacità di concentrazione dei ragazzi, rallentare la memoria a breve termine e compromettere la qualità del sonno, un fattore cruciale per la memorizzazione e il recupero delle informazioni apprese durante il giorno. La continua distrazione causata dalla disponibilità di notifiche, messaggi e interazioni sui social impedisce loro di immergersi profondamente nelle attività scolastiche, rendendo più difficile lo studio e l’assimilazione delle informazioni.

Alla luce di queste evidenze, credo che sia opportuno intervenire con misure più forti, come l’introduzione di limitazioni sull’utilizzo di dispositivi tecnologici da parte dei più giovani. Queste misure non devono però essere percepite come un divieto fine a sé stesso, ma come un’opportunità per educare alla responsabilità digitale, proteggendo i nostri ragazzi da rischi che, se non correttamente gestiti, potrebbero compromettere non solo la loro crescita psicologica e sociale, ma anche il loro rendimento scolastico. È fondamentale, infatti, accompagnare queste restrizioni con un’educazione mirata sull’uso consapevole e salutare della tecnologia, affinché i ragazzi possano trarne il massimo beneficio senza esserne sopraffatti.

Per quanto riguarda la scuola il Ministro Valditara ha già approvato un provvedimento sul divieto, dall’altro lato sarebbero le famiglie a dover vigilare sui propri figli. In una società dove i genitori vivono grosse difficoltà, dovute ad un modello educativo in crisi e ad una cronica mancanza di tempo, è possibile realizzare questa alleanza?

Come pedagogista e Presidente dell’ANPE, credo fermamente che i pedagogisti possano e debbano svolgere un ruolo centrale nel facilitare e supportare l’alleanza tra scuola e famiglia, in particolare su temi complessi come quello del divieto d’uso degli smartphone e dei social media. È vero che oggi le famiglie si trovano ad affrontare difficoltà crescenti, legate sia ai modelli educativi in crisi che alla scarsità di tempo e risorse. Tuttavia, non credo che questo debba rappresentare un ostacolo insormontabile, ma piuttosto un’opportunità per creare soluzioni condivise.

La scuola e le famiglie sono chiamate a lavorare insieme per il benessere dei ragazzi, ma affinché questa alleanza sia efficace, è necessario che entrambe le parti ricevano un supporto adeguato. I pedagogisti, con la loro esperienza, sono in grado di facilitare questo dialogo, aiutando sia i docenti che i genitori a comprendere i bisogni dei ragazzi e a sviluppare strategie educative che possano essere messe in pratica concretamente, nonostante le difficoltà quotidiane.

Il nostro compito è quello di fornire strumenti pratici e supporto continuo, creando momenti di formazione e di confronto, affinché genitori e insegnanti possano collaborare in modo più consapevole ed efficace. La responsabilità educativa non può essere delegata esclusivamente alla scuola o alla famiglia: entrambe le istituzioni devono agire come partner in un progetto comune di crescita. I pedagogisti possono essere il ponte tra questi due mondi, favorendo una comunicazione aperta e promuovendo azioni che siano realistiche e sostenibili, tenendo conto delle reali difficoltà che le famiglie e gli insegnanti si trovano ad affrontare.

In Italia a scuola si consolida sempre più la figura dello psicologo ma manca quella specialistica del pedagogista, la prima cura il disagio, la seconda cerca di prevenirlo. Lei che guida un’associazione come l’ANPE, non ritiene che sarebbe importante dotare le scuole di questi professionisti soprattutto per educare i ragazzi anche su un uso corretto dei dispositivi digitali?

Condivido pienamente la sua osservazione: la figura del pedagogista nelle scuole è fondamentale e, sebbene lo psicologo svolga un ruolo importante nel supportare i ragazzi che affrontano situazioni di disagio, è altrettanto fondamentale che i pedagogisti siano presenti per affrontare il disagio in modo preventivo, lavorando a monte per educare i bambini e i ragazzi a un uso consapevole e corretto dei dispositivi digitali. La presenza dei pedagogisti nelle scuole, anche nell’ambito dell’educazione digitale, risponde a una necessità che oggi è sempre più urgente.

Il pedagogista non si limita a intervenire in situazioni già problematiche, ma si occupa di formare e sensibilizzare le nuove generazioni, proponendo percorsi educativi che li aiutino a comprendere l’importanza di un uso equilibrato della tecnologia. Attraverso attività di ascolto e supporto, il pedagogista è in grado di cogliere le difficoltà e i segnali precoci di disagio, prima che possano trasformarsi in problemi più gravi. Il lavoro preventivo è quindi essenziale per sviluppare la resilienza nei ragazzi e aiutarli a navigare il mondo digitale in modo sano e consapevole.

Inoltre, il pedagogista è un professionista in grado di collaborare con tutte le componenti scolastiche, contribuendo a creare un ambiente di apprendimento positivo e inclusivo. Insieme agli insegnanti, i pedagogisti possono promuovere un’educazione digitale che non si limiti solo all’insegnamento dell’uso della tecnologia, ma che affronti anche le problematiche legate all’isolamento, alla dipendenza digitale, e alla gestione delle emozioni e delle relazioni online.

Credo che investire nella presenza dei pedagogisti nelle scuole possa contribuire non solo ad arricchire l’offerta educativa, ma sia una risposta concreta e necessaria per affrontare le sfide del mondo contemporaneo, preparando i giovani a diventare cittadini digitali responsabili e a prevenire le varie forme di disagio prima che emergano.

Un’ultima domanda, abbiamo parlato di educare al buon uso di smartphone e social media, ma quant’è importante anche dare il buon esempio mettendo in pratica noi stessi le indicazioni che diamo ai nostri ragazzi?

Sono convinta che la frase di Paolo Borsellino, ‘Si educa con quello che si dice, ancor di più con quello che si fa, ma molto di più con quello che si è’, rappresenti una verità fondamentale, che si applica perfettamente anche al contesto educativo di oggi. Educare non significa solo impartire nozioni o imporre regole, ma soprattutto essere un modello per i giovani. Nel contesto digitale, questo principio è ancora più rilevante. I ragazzi, infatti, apprendono non solo dai discorsi degli adulti, ma soprattutto dal comportamento che questi ultimi adottano nelle loro interazioni quotidiane, anche nel mondo digitale.

Se vogliamo educare i giovani a un uso consapevole dei dispositivi digitali, dobbiamo essere i primi a dimostrare come utilizzare la tecnologia in modo equilibrato, responsabile e rispettoso. Il nostro esempio è fondamentale. Un adulto che vive la tecnologia come un’opportunità di crescita e non come una dipendenza, che sa fare un uso critico e riflessivo delle risorse digitali, diventa un modello di riferimento per i giovani.

In questo senso, il ruolo dei pedagogisti, così come quello degli insegnanti e dei genitori, è cruciale. Non si tratta solo di insegnare, ma di accompagnare i ragazzi in un percorso di consapevolezza che li aiuti a comprendere le potenzialità e i rischi della tecnologia. Si educa anche attraverso l’ascolto, la presenza, e soprattutto l’esempio. Solo così potremo sperare di formare una generazione in grado di affrontare il mondo digitale con consapevolezza, equilibrio e responsabilità.

Orizzonte Scuola

Immagine

 

lunedì 2 ottobre 2023

IL SELFIE, UNA TRAGEDIA

Fotografiamo la vita

 mentre lei se ne va

 da un’altra parte


 Il filosofo Umberto Galimberti lo aveva già ben spiegato qualche mese fa ai lettori della Stampa. L’articolo si intitolava: «L’autoritratto è indecente» e lì spiegava come la dittatura dell’immagine e, segnatamente, del selfie rappresenti una tragedia della società attuale.

 Secondo il filosofo, l’autoscatto è il punto più alto del narcisismo umano: si tende a volersi rappresentare da soli «per paura che l’altro possa dire qualcosa di sbagliato o di male nei propri confronti». E continua: «Quando si va per musei – definiti da Galimberti “la tomba dell’arte” – si tende più a fotografare le opere e condividerle sui social, piuttosto che “godersi” la visita: così si finisce per appiattire l’intera esperienza riducendola alla visione di uno schermo».

 Aggiunge: «Io mi faccio un selfie, tutti si fanno un selfie, io sono tutti»: con questo sillogismo aristotelico giochiamo a riassumere la società di oggi, dominata dall’avvento dei social e dall’autoritratto digitale, oltre che dall’assenza di una propria personalità. E precisa: «Chi guarda sé stesso è fuori da ogni relazione. Solo l’altro dice chi siamo: fin dai tempi dei greci e dei latini, la relazione con l’altro è qualcosa di fondamentale e ci rappresenta, in un modo o nell’altro».

 Ma oggi, intervistato dalla fotografa Silvia Camporesi per Artribune, il filosofo è andato oltre, paragonando il selfie a una tragedia. E la sua analisi è stata ripresa da molti giornali stranieri. «Siamo passati dall’era dell’homo sapiens a quella dell’homo videns che, spostandosi dall’essere all’avere, soggiace alla necessità di fotografare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, creando una forma di compulsione del possesso delle immagini». E così ci illudiamo, fotografando la vita, di vivere frapponendo fra noi e la realtà, una protesi che si chiama telefonino, congelando così una vita che non abbiamo mai davvero vissuto.

 Fotografiamo tutto - spiega - noi stessi nello specchio dell’ascensore, un tramonto, un’alba, una nascita, di fatto non vivendo mai in modo diretto la realtà, ma pensando all’inquadratura, a frapporre fra noi e la vita che sta accadendo, un congelatore di immagini e sensazioni, che accumuleremo in una memoria digitale destinata a non essere consultata mai, perdendoci così il sapore vero della vita».

  Il selfie, una proiezione evanescente di sé

«Il selfie poi, – prosegue – come simulacro di perfezione è null’altro che una proiezione evanescente di sé: ma del resto non è autentica. Aristotele diceva che “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono»

 Il fotografare se stessi selfie rappresenta dunque un’ iperbole mediatica priva di fondamento. Sono le ombre proiettate all’interno della caverna nel racconto platonico. Bisogna uscire dunque uscire dalla doxa (opinione superficiale e variabile) data dall’immaginario evanescente del selfie, quindi delle ombre sulle pareti della caverna per trovare la verità nella spontaneità.

 Come aveva già scritto sulla Stampa, Galimberti continua a preferire l’isolamento piuttosto che la socialità di persona. «C’è anche – precisa – una sostanziale differenza tra cercare gli altri e farsi vedere da questi ultimi: il selfie ha proprio quest’ultima funzione, quindi qualcosa di puramente egocentrico».

 Il monito di questa lezione potrebbe essere «instagrammisti di tutto il mondo lasciate il telefonino ed entrate nella vita. Più like e followers si hanno, più si pensa di essere qualcuno e importante: in realtà, però, questo è soltanto presenzialismo senza sostanza, senza un qualcosa di rilevante ai fini della valorizzazione della nostra identità».

 Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 31 dicembre 2021

PANDEMIA. NESSUN UOMO E' UN'ISOLA !


 

Una svolta epocale

A Capodanno il Covid compie due anni. La sua presenza fu segnalata in Cina per la prima volta il 31 dicembre 2019 e da allora il virus ha dilagato, con le sue varianti, in tutto il mondo, raggiungendo proprio in questi giorni, in Europa e negli Stati uniti, picchi impressionanti di contagi. 

Non possiamo certo festeggiare questo compleanno. Esso, tuttavia, merita –come dovrebbe essere per tutti i compleanni – che ci fermiamo a riflettere su ciò che il tempo trascorso ha portato di nuovo e di diverso, nonché sulla direzione che si profila per quello futuro. Una riflessione resa più urgente e significativa dal fatto che questa pandemia si è ormai imposta come un evento epocale, capace di coinvolgere l’intera umanità non solo per quanto riguarda la salute fisica, ma anche nei suoi stati d’animo, nei suoi atteggiamenti esistenziali, nei suoi stili di vita.

Come la grande epidemia di peste nera, nel XIV secolo, caratterizzò il passaggio dal medioevo all’età moderna, così anche questa del coronavirus sembra destinata a segnare una svolta di civiltà, di cui ancora non siamo in grado di misurare tutta la portata (come non lo furono sicuramente i nostri antenati medievali), ma che, nel bene e nel male, inciderà profondamente sulla nostra cultura e sul nostro modo di vivere.

Dalla libertà modellata sulla proprietà…

Un esempio eclatante di questa “rivoluzione culturale” è il cambiamento dell’idea di libertà. Nel corso della modernità essa è stata sempre più chiaramente definita sul modello della proprietà privata. Fu in Inghilterra – a partire dal XIV secolo, con un processo sempre più accelerato – , che quest’ultimo concetto, estremamente marginale al tempo del feudalesimo, acquistò importanza.

Prima di allora le terre erano comuni (oper fields) e venivano lavorate dai contadini in una logica cooperativa, ispirata più ai bisogni della popolazione contadina che non a produrre merci per il mercato. Le crescenti esigenze economiche della monarchia – di quella inglese prima, seguita però poi dalle altre dell’Europa occidentale – spinsero i sovrani ad avviare il fenomeno delle recinzioni (enclosures), cioè della vendita a privati di parti di questo territorio demaniale, che veniva di conseguenza recintato e utilizzato in modo esclusivo dal nuovo proprietario.

Da qui una utilizzazione molto più redditizia di queste terre, che ebbe come risvolto doloroso la cacciata di parte della popolazione contadina che prima viveva su di esse e che permise, però, lo sviluppo della nuova economica capitalista.

È significativo che proprio in Inghilterra si sia sviluppata, nel corso del Seicento, quella filosofia liberale che ridefiniva l’idea di libertà. Quest’ultima non veniva più identificata con il “libero arbitrio”, bensì come la possibilità di agire senza impedimenti da parte di altri. In questa visione, destinata ad affermarsi nella cultura occidentale successiva, si è liberi nella misura in cui si può fare o avere quello che si vuole.

Ovviamente una libertà così concepita può essere ammessa solo nella sfera ristretta in cui l’individuo dispone di sé senza invadere l’analoga libertà degli altri. Essa ha dunque dei limiti precisi, espressi nella famosa formula secondo cui «la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella dell’altro». Formula che suppone che vi sia una sfera entro cui si può disporre di sé e della propria vita come si vuole, senza dover accettare interferenze altrui, salvo a doversi fermare al confine in cui comincia la libertà dell’altro.

Come nella proprietà privata.

E non a caso il modello della proprietà veniva adottato in queste filosofie per definire la persona, concepita non più in termini di “essere”, ma di “avere”: si è se stessi in quanto proprietari delle proprie facoltà mentali e fisiche. Una visione che si è ampiamente consolidata nella società contemporanea.

Basta ricordare lo slogan dei cortei femministi in occasione del referendum sull’aborto: «L’utero è mio e ne faccio quello che voglio». Una visione analoga fa da sfondo alla recente proposta popolare di referendum sul suicidio assistito, secondo cui, anche in assenza di insopportabili sofferenze fisiche dovrebbe essere consentito il porre fine alla propria vita senza risponderne a nessuno.

È a questa prospettiva che, già durante il dibattito sul testamento biologico, si ispirava una intelligente esponente della cultura “laica”, Michela Marzano, quando scriveva: «Sono anni che il fronte del “no” invoca il concetto di “sacralità della vita”, facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri» («La Repubblica», 27 febbraio 2017).

Neppure la scienza. È ancora Michela Marzano che lo scrive, con perfetta coerenza, polemizzando contro il ruolo assegnato ai medici nella legge sul testamento biologico: «Dovevo essere io a decidere. Io paziente, io che soffro e chiedo solo di andarmene via, io che ho diritto di restare fino alla fine soggetto della mia vita. E invece niente. Alla fine, l’ultima parola spetterà ancora ai medici» («La Repubblica» del 20 marzo 2017).

… Alla libertà come responsabilità

Ebbene, il Covid ci sta costringendo a ripensare questa convinzione. Anche se essa è tanto tenacemente radicata da resistere di fronte all’evidenza, come dimostrano le perduranti opposizioni dei novax e no pass ad ogni misura restrittiva della loro “libertà”. Ed effettivamente, nella logica di una libertà intesa come proprietà assoluta del proprio corpo e come scelta insindacabile del soggetto, in una sfera individuale che nessuno ha il diritto di violare, sono perfettamente comprensibili il rifiuto di vaccinarsi e la protesta indignata contro ogni misura direttamente o indirettamente repressiva di questa scelta individuale.

Per una volta, però, la realtà si impone sulle ideologie e ci costringe a superarle. La pandemia ci ha fatto toccare con mano l’infondatezza della visione “insulare” di un individuo che, nella sua sfera personale, può disporre di sé come vuole e che un netto confine divide dalla sfera della libertà altrui. Questa sfera non esiste.

Ognuno, anche quando decide del suo destino, influisce inevitabilmente su quello degli altri. Non è vero che siamo liberi fino al confine che ci separa dall’altro, perché questo confine è un’illusione otica: l’altro è sempre con noi, dentro di noi, per un’appartenenza reciproca che possiamo cercare di misconoscere, ma che non per questo viene cancellata.

Il Covid ce lo ha ricordato: quello che io faccio di me stesso, del mio corpo, non riguarda mai soltanto me, ma tutti gli altri, che soffriranno le conseguenze delle mie scelte (e questo vale anche per l’aborto e per il suicido assistito!). La logica di quello che uno storico ha definito «individualismo possessivo» non è conforme alla realtà. La libertà è sempre anche responsabilità.

E oggi, sotto l’incalzare della pandemia, gli stessi Paesi neocapitalisti, dove questa cultura continua per altri versi a dominare, sono costretti a contraddirsi, adottando misure in cui si prende atto che esiste un bene comune che non è la somma e l’equilibrio degli interessi individuali interpretati dai singoli, ma un bene oggettivo di tutti (anche dei contestatori), a cui tutti devono concorrere e che lo Stato deve garantire.

Perché l’individuo – come soggetto assolutamente autonomo, indipendente dagli altri e legittimato a comportarsi come tale, all’interno della sua sfera privata – non esiste. Noi siano sempre indissolubilmente legati a tutti gli altri uomini e donne della terra. 

Lo ha scritto, tanto tempo fa, un poeta inglese del Seicento, John Donne, in un testo che avrebbe dato il titolo a un famoso romanzo di Hemingway, «Per chi suona la campana»: «Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, l’Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica, o la tua stessa casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te».

 ·         Pastorale scolastica Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 Immagine: Il mondo di Orsosgnante


 

venerdì 8 ottobre 2021

BAMBINI E LOCKDOWN


 Save the Children: 

allarme per l'aumento di ansia

 nei bambini 

a causa dei lockdown

In vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale, che sarà celebrata il 10 ottobre, i dati offerti da Save the Children dicono che nell'83% dei bambini sono aumentati i sentimenti negativi a causa della pandemia

Vatican News

A causa della pandemia, l'83% dei bambini di tutto il mondo ha avvertito un aumento dei sentimenti negativi e tra i minori sono in crescita i livelli di depressione, ansia, solitudine e autolesionismo. Nei Paesi dove le scuole sono rimaste chiuse dalle 17 alle 19 settimane, il malessere psicologico è aumentato nel 96% dei casi. E’ l’allarme lanciato da Save the Children, in un comunicato, in prossimità con la Giornata Mondiale della Salute Mentale, che ricorre il 10 ottobre. I dati emergono da un sondaggio condotto dall’Organizzazione a settembre 2020 su oltre 13.000 bambini in 46 Paesi e sottolineano come le chiusure prolungate per il Covid-19 stiano avendo un impatto devastante sulla salute mentale dei bambini a livello globale. Inoltre, secondo una nuova analisi basata sui dati dell'Oxford Covid-19 Government Response Tracker, dall’inizio della pandemia i bambini di tutto il mondo hanno trascorso in media circa sei mesi totali in casa a causa dei lockdown.

I rischi dell'isolamento

I bambini costretti a rimanere in lockdown per molto tempo corrono un maggiore rischio di stress. In alcuni casi, lo stress prolungato, l'incertezza e l'isolamento sociale possono portare ad ansia, aggressività, introversione o persino depressione e autolesionismo. Per questo motivo, Save the Children esorta tutti i governi a includere la salute mentale e il supporto psicosociale per bambini e adolescenti nel servizio sanitario nazionale. “Coloro che vivono in povertà o in situazioni svantaggiate o di vulnerabilità sono ancora più a rischio a causa delle conseguenze dannose dei lockdown prolungati”, ha dichiarato Marie Dahl, responsabile dell'Unità di salute mentale e supporto psicosociale di Save the Children. “La mancanza di stimoli sociali può avere un grave impatto sulla loro salute mentale e sul loro sviluppo. Sebbene i lockdown siano importanti per limitare la diffusione del Covid-19, l'isolamento sociale può portare a sconforto, ansia e depressione tra i bambini. Se non affrontiamo questa crisi di salute mentale, il benessere, lo sviluppo e la salute dei bambini potrebbe risentirne ancora per molto tempo anche dopo la revoca delle restrizioni”.

Il lockdown nei diversi Paesi

In quasi tutti i Paesi del mondo i minori hanno vissuto una qualche forma di chiusura durante la pandemia di Covid-19. Il Venezuela è il Paese in cui si è trascorso più tempo a casa a causa dei lockdown intermittenti e i bambini sono rimasti nelle loro abitazioni fino a 16 mesi. In India, dove si sono registrate più di 448.000 morti per Covid-19, i bambini hanno trascorso almeno 100 giorni a casa. Per fornire un supporto alla salute mentale dei minori, Save the Children ha istituito una linea telefonica di consulenza gratuita per bambini e giovani ricevendo quest'anno più di 2.900 chiamate. 

Supporto psicosociale ai bambini

Naya è una ragazza di 14 anni che nel 2013 si è trasferita nei Paesi Bassi dalla Siria ed è rimasta a casa per nove mesi. “Il supporto psicosociale mi ha aiutato ad aumentare la fiducia nelle mie capacità e a rendermi conto che non ho bisogno di vergognarmi del mio passato. Le mie paure e i miei incubi sono scomparsi. Avere amici mi ha aiutato molto a elaborare le mie esperienze e a farmi sentire a casa" ha detto Naya, che in prima persona ha vissuto l’impatto positivo che può avere il supporto alla salute mentale e ora, insieme a Save the Children, si batte per promuovere la salute mentale tra i bambini. Lo scorso giugno, ha invitato il governo a supportare maggiormente gli insegnanti nel fornire supporto psicosociale ai bambini con un background migratorio.

La situazione in Italia

Anche in Italia un’indagine condotta tra i genitori di figli minori per verificare l’impatto della prima ondata di Covid-19 mostra come il 72% dei genitori giudicava i propri figli più nervosi e più tristi; il 77% affermava che si sentivano soli e che avevano avuto, nel 70% dei casi, un incremento dei disturbi del sonno iniziati, per circa il 12%, con dei tic che non c’erano prima della pandemia. Quasi il 40% delle famiglie intervistate ha ammesso un peggioramento delle proprie condizioni economiche. Per contribuire ad una azione concreta per promuovere il benessere di bambini e adolescenti, Save the Children ha messo a disposizione una piattaforma multimediale online.

Investire nella salute dei bambini

La richiesta di Save the Children a tutti i governi è di dare priorità alla salute mentale e di investire nel benessere e nell'apprendimento dei bambini durante e dopo la pandemia di Covid-19. L'Organizzazione chiede inoltre che la salute mentale e il benessere dei bambini siano riconosciuti come un diritto, esortando i governi ad affrontare lo stigma e le violazioni dei diritti umani nei confronti dei bambini con problemi di salute mentale e disabilità psicosociali.

 Vatican News

 SAVE THE CHILDREN