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giovedì 29 ottobre 2026

GIOVANI E DEMOCRAZIA

 


Incarnare la democrazia 

nella vita e nelle speranze 

dei giovani



-di Heinrich Angga Indraswara

Direttore della ricerca presso Praksis (Centro gesuita per la ricerca e l’advocacy in Indonesia) e dottorando in Scienze politiche alla London School of Economics and Political Science.

«Perché dovrei far sentire la mia voce? Tanto la mia vita non cambierà mai». A pronunciare queste parole rassegnate è stata una giovane donna che vive in un quartiere popolare di Giacarta, in Indonesia. Mentre parlava, gli altri presenti annuivano. È seguito un lungo silenzio, lo stesso che tanti altri giovani mantengono di fronte a una politica democratica che sembra più distante da loro.

Il clima cupo di quella stanza chiusa si estende ben oltre oceani e continenti. In tutto il mondo molti giovani sono frustrati dal modo in cui la democrazia non è riuscita a mantenere la sua promessa inclusiva. Alcuni hanno espresso la loro indignazione in grandi proteste; ma per lo più la maggioranza di loro ha sopportato in silenzio la propria esasperazione, sfiduciata sul fatto che la democrazia tuteli ancora uno spazio per la loro voce.

Tra molti giovani che preferiscono restare in silenzio, la politica rimane comunque una questione centrale. Se potessero, parteciperebbero. Tuttavia, in assenza di una sicurezza economica, di canali efficaci di partecipazione e di competenze civiche adeguatamente coltivate, il voto e la condivisione di contenuti politici sui social media restano le uniche forme di partecipazione a loro accessibili. Il disimpegno non nasce necessariamente da apatia personale. Per tanti giovani la politica è importante, ma essi non credono più che la loro vita e le loro aspirazioni contino davvero per chi detiene il potere.

Come può, allora, la democrazia restituire speranza ai giovani? Perché questi possano riporre fiducia nelle sue istituzioni, la via è una sola: la democrazia deve necessariamente incarnarsi nella loro vita, con tutte le sue gioie e le sue fatiche.

Il disimpegno politico giovanile a Giacarta

Uno studio del 2025 condotto da Praksis (Centro gesuita per la ricerca e l’advocacy in Indonesia) offre un utile punto di partenza[1]. Basato su un’indagine originale che ha riguardato 400 giovani tra i 16 e i 30 anni residenti a Giacarta e su una serie di focus group svolti con alcuni partecipanti, lo studio individua tre vincoli interconnessi che determinano le modalità della partecipazione e del coinvolgimento politico dei giovani. Per «partecipazione politica» si intendono le attività più formali, mentre il «coinvolgimento politico» comprende forme più ampie di coinvolgimento, come seguire le questioni politiche sui social media o prendere parte a discussioni su temi di rilevanza civile.

In primo luogo, la politica appare un lusso riservato ai giovani non gravati dalla precarietà economica. Sebbene più di due terzi degli intervistati abbiano dichiarato di essere interessati alla politica contemporanea e nove su dieci si dicano coinvolti in attività sociali, quasi nessuno prende parte a organizzazioni politiche formali. Interrogato sul perché di un divario così marcato, un intervistato ha osservato: «Nel mio quartiere il livello di istruzione è basso. La gente dice: “A che serve mettersi a protestare? Ogni giorno cerco solo di procurarmi da mangiare e da bere. Il governo non mi dà soldi, devo guadagnarmeli da solo”». Se la sopravvivenza economica domina le loro preoccupazioni quotidiane, la politica e la partecipazione democratica diventano accessibili solo quando non sottraggono tempo al lavoro. Un altro partecipante ha affermato: «Chi ha un reddito basso fatica anche solo a mangiare. È ovvio che gli resti poco spazio per la partecipazione politica».

La vulnerabilità economica influenza anche ciò che i giovani si aspettano dal governo. Tra gli intervistati, le questioni prioritarie risultano essere la disoccupazione, la corruzione e l’inflazione. I politici lo sanno, ed è per questo che ogni campagna elettorale è costellata di promesse in questi ambiti. Ha commentato ironicamente un intervistato: «Ci avevano promesso lapangan pekerjaan (“posti di lavoro”), ma a crescere sono stati i lapangan padel (“campi da padel”)». In queste condizioni, trovano facile accoglienza i programmi populisti che promettono un sollievo economico immediato. Per i giovani economicamente vulnerabili i trasferimenti diretti di denaro non solo alleggeriscono il peso quotidiano, ma consentono anche qualche piccolo margine di respiro. «Per questo pensiamo che la situazione stia migliorando. Per noi, gente comune, anche una piccola somma di denaro ha già molto valore», ha spiegato un partecipante.

In secondo luogo, le istituzioni politiche esistenti appaiono poco reattive rispetto ai bisogni dei giovani. Circa il 76% degli intervistati ha dichiarato di aver votato alle elezioni generali; tuttavia quasi nessuno fa capo a partiti politici, né ha alcun contatto con i propri rappresentanti. «Come possiamo esprimere le nostre idee? Non sappiamo in che modo farlo, né dove», si è lamentato uno dei giovani. Un altro ha aggiunto: «Ci ascoltano solo quando a loro serve farsi fotografare, quando si avvicinano le elezioni. Poi non si fanno più sentire». Quasi la metà degli intervistati prova ormai disgusto per la politica. Non per ignoranza, ma per la ripetuta esperienza di non contare più nulla per chi detiene il potere.

In terzo luogo, i social media, pur rappresentando l’unico spazio rimasto per l’espressione politica, sono un terreno pieno di rischi. Contrariamente a quanto si pensa, la maggior parte dei giovani non produce contenuti politici originali; piuttosto, amplifica contenuti virali, nella speranza che la viralità supplisca alla mancanza di accesso. «Se condividiamo contenuti nostri, non succede nulla. Aspettiamo quindi che qualcuno più influente pubblichi qualcosa e poi lo sosteniamo per renderlo virale». Tuttavia, chi osa esprimere opinioni rischia di essere investito da sistematiche molestie digitali: «Sì, l’account è stato chiuso e ci sono stati molti attacchi coordinati di diffusione di dati personali (doxxing). Quando ne abbiamo creato uno nuovo, gli attacchi sono ricominciati».

In sintesi, per i giovani intervistati, soprattutto per quelli economicamente vulnerabili, l’impegno politico comporta costi elevati e benefìci remoti. Per partecipare, devono sacrificare tempo lavorativo, che non possono permettersi di perdere. E parimenti, non possono aspettarsi che il loro impegno sia efficace, ma nel frattempo si espongono al rischio di subire molestie digitali. I vincoli economici che gravano su di loro li spingono a dare valore alla democrazia solo nella misura in cui porta cibo in tavola. In assenza di benefìci concreti, essa finisce per apparire una realtà estranea alla loro vita con tutte le loro gioie e le loro fatiche. Purtroppo, questo sradicamento non è un fenomeno esclusivo della capitale indonesiana…

Il disincanto globale nei confronti della democrazia

Il distacco dalla democrazia è un fenomeno che attraversa nazioni e continenti. In tutti i Paesi del sud-est asiatico è evidente lo stesso paradosso: molto interesse, ma scarso coinvolgimento. In un’indagine del 2024 condotta su oltre 3.000 studenti universitari in sei Paesi della regione, circa due terzi si sono detti interessati a entrare in organizzazioni sociopolitiche[2]. Ancora più significativamente, non più di metà di quegli studenti ha espresso un sostegno incondizionato alla democrazia. L’altra metà è disposta ad accettare forme di governo diverse, si mostra indifferente, oppure non sa che cosa rispondere. Tendenze analoghe si riscontrano anche nelle democrazie più consolidate del Continente. In Giappone, Corea del Sud e Taiwan, i favorevoli all’abbandono della democrazia liberale superano in numero i sostenitori, e né il livello di istruzione né lo sviluppo economico sembrano bastare a invertire tale tendenza[3]. Per varie ragioni, le democrazie asiatiche non sono riuscite ad affermarsi come l’unica strada percorribile[4].

In Africa, il disimpegno politico giovanile rimane diffuso, in un contesto di crescente insoddisfazione nei confronti della democrazia. In 39 Paesi africani i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni partecipano meno delle generazioni più anziane alle riunioni comunitarie, votano meno alle elezioni e si rivolgono più raramente ai rappresentanti politici[5]. Pur essendo più inclini delle generazioni precedenti a protestare, solo uno su dieci lo fa effettivamente. Questi dati si collocano nel quadro di un più ampio declino del consenso verso la democrazia. Tra il 2011 e il 2023, in 30 Paesi africani il consenso è sceso dal 50% al 38%, mentre anche il rifiuto del governo militare è diminuito dal 76% al 65%[6]. Una frase di un giovane sudafricano riassume efficacemente questa tendenza: «La democrazia non mi interessa. A me importano solo il mio benessere e quello della mia famiglia. Se la democrazia non è in grado di offrire posti di lavoro e una vita dignitosa, a che serve?»[7].

In ogni parte del mondo livelli altrettanto bassi di coinvolgimento caratterizzano anche le democrazie consolidate. Negli Stati Uniti, le condizioni economiche continuano a influenzare in modo decisivo la propensione alla partecipazione civica tra i giovani di oggi[8]. Allo stesso modo dei giovani di Giacarta, quelli statunitensi che non dispongono di un’istruzione superiore o di un’occupazione stabile sono molto meno propensi a impegnarsi in attività di promozione sociale o in forme di organizzazione comunitaria. Inoltre, nonostante l’immagine diffusa di giovani politicamente attivi – per esempio, nelle proteste contro le politiche sull’immigrazione –, solo la metà di loro prende parte al voto, e meno di uno su cinque partecipa a proteste politiche[9]. La ragione è la stessa che si riscontra nei Paesi africani: i livelli limitati di partecipazione rientrano nel contesto di un calato sostegno alla democrazia da parte delle nuove generazioni[10].

Nei Paesi Oecd l’affluenza alle urne dei giovani tra i 18 e i 24 anni è in media inferiore di 12 punti percentuali rispetto a quella degli adulti tra i 25 e i 50 anni[11]. Uno studio del 2018 condotto su popolazioni degli Stati membri dell’Unione europea ha mostrato con chiarezza che la classe sociale e il livello di istruzione sono fattori determinanti per il grado di partecipazione: i meno coinvolti sono coloro che appartengono agli strati socioeconomici più bassi[12]. I giovani che interrompono gli studi a 18 anni hanno una probabilità dimezzata di entrare in un’organizzazione politica rispetto ai coetanei che proseguono la formazione. A conferma, un’indagine Eurobarometer del 2025 indica che la familiarità con i processi decisionali partecipativi dell’Unione europea varia dal 10% tra coloro che hanno terminato l’istruzione formale a 15 anni al 24% tra coloro che hanno studiato fino ai 20 anni o oltre[13]. Il quadro è coerente: quanto più i giovani sono lontani dall’istruzione e dalla sicurezza economica, tanto più si allontanano dalla partecipazione democratica.

Ma il disincanto e il disimpegno nei confronti della democrazia non riguardano soltanto i giovani: nell’ultimo decennio la fiducia nella democrazia si è indebolita in tutte le generazioni[14]. Tuttavia, tra i giovani questo declino appare più marcato.

Nonostante le profonde differenze che sussistono tra i singoli contesti nazionali, molti Paesi sembrano condividere un medesimo sintomo: le loro democrazie concedono spazio formale ai giovani cittadini tramite il voto, ma essi non si sentono coinvolti nei processi che ne plasmano le vite. È questa distanza istituzionale a spiegare il disimpegno dei giovani. Come osserva la studiosa Intifar Chowdhury, «il disimpegno giovanile non è la causa, ma il sintomo della crisi della democrazia»[15].

Ogni anno, in Italia, più di mille persone muoiono sul lavoro. Un «bollettino di guerra», come lo ha definito papa Francesco nel 2023, i cui numeri risultano più elevati rispetto a quelli delle vittime del crimine organizzato. Ne parliamo con Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di Cassazione, e Alberto Verzulli, presidente per la regione Lazio dell’Anmil.

La disincarnazione delle democrazie contemporanee

Il disimpegno politico dei giovani è solo uno dei molti sintomi di una crisi più ampia che affligge le democrazie del XXI secolo. Oggi quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in regimi autocratici[16]. Secondo la classificazione di Regimes of the World, se ne possono distinguere due tipi (le autocrazie chiuse e quelle elettorali), così come si possono distinguere due tipi di regimi democratici (democrazie elettorali e democrazie liberali)[17]. Nell’ultimo quarto del XX secolo il numero delle democrazie è cresciuto da 37 a 85[18]. Dopo aver raggiunto il picco di 96 nel 2016, è sceso a 88 nel 2024, mentre le autocrazie sono aumentate da 83 a 91. In genere, non è un crollo diretto a trasformare i sistemi democratici in forme autoritarie chiuse, ma un progressivo scivolamento dallo stato di democrazie elettorali a quello di autocrazie elettorali. E poiché gli autocrati cercano ovunque di ampliare il proprio potere, è improbabile che un simile riflusso democratico si arresti in breve tempo.

Alcuni analisti descrivono il processo di trasformazione come segue: a guidare tale tendenza sono aspiranti autocrati che sfruttano i meccanismi democratici per portare avanti ambizioni autoritarie. A differenza dei loro predecessori che giungevano al potere tramite colpi di Stato militari, gli autocrati di oggi procedono per tappe graduali all’interno delle istituzioni democratiche[19]. Il primo passo consiste nel porre limiti all’indipendenza della magistratura, riempiendo i tribunali di fedelissimi. Una volta messa sotto controllo questa garanzia, ricorrono a strategie sofisticate per distorcere la percezione pubblica, disinnescare il dissenso, soffocare gli oppositori politici e ostacolare l’azione della società civile[20]. Poiché tali interventi vengono introdotti progressivamente, i processi di autocratizzazione spesso passano inosservati all’opinione pubblica. Quando il mutamento diventa palese, gli autocrati si trovano già in una posizione difficilmente contestabile.

Per quanto grave sia la loro responsabilità, simili personaggi non avrebbero potuto smantellare le istituzioni democratiche senza il sostegno dell’elettorato. Senza il sostegno popolare, non sarebbero mai riu­sciti a conquistare il potere né a minare le garanzie democratiche. Tuttavia il rapporto tra i leader populisti e i loro sostenitori non si riduce a una mera strumentalizzazione elettorale: si tratta piuttosto di un processo di identificazione reciproca tra capi e seguaci, oltre che tra gli stessi seguaci[21]. È questa duplice identificazione a rendere possibile il successo dei movimenti populisti e il disfacimento delle democrazie. La decadenza di queste ultime risponde a una sorta di «democidio» compiuto dal loro stesso demos: l’uccisione dello stesso sistema che pretende di rappresentarlo ma non riesce a farlo.

Perché, dunque, i cittadini delle democrazie hanno scelto di sostenere attori politici che non si curano della democrazia? In primo luogo, lo si può spiegare con il fatto che sono state le democrazie ad abbandonare loro. Come mostrano chiaramente i giovani più vulnerabili in tutto il mondo, la democrazia conta solo nella misura in cui essi sentono che le loro voci vengono ascoltate e le loro condizioni di vita evidenziano miglioramenti reali. Quando queste due condizioni non si verificano, la democrazia si riduce a un discorso confinato ai ceti più elevati. Sebbene qualche filosofo della politica possa ritenere questi criteri troppo limitati, essi vengono desunti dalle concrete percezioni esistenziali delle persone. Un’economia fuori controllo si è lasciata alle spalle le loro condizioni materiali di vita; i loro valori sono stati destabilizzati da un mondo socioculturale in rapido mutamento; le loro aspirazioni vengono ignorate dai processi democratici che pretendono di rappresentarli. Per gli ultimi tra questi esclusi, l’abbandono è ancora più radicale[22]. Nel momento del bisogno, le democrazie non si sono rese presenti concretamente. La sofferenza di queste persone le induce a rivolgersi a chi promette soluzioni immediate, anche se gravate da costi a lungo termine.

Alla ricerca di democrazie che infondano speranza

La crisi delle democrazie contemporanee è ormai evidente. Per contrastare l’autocratizzazione, esse devono andare oltre le mere formalità elettorali e incarnarsi nelle esistenze delle persone, soprattutto quelle che vivono ai margini della società. Esse attendono da tempo di essere chiamate al grande banchetto, ma chi detiene il potere non le ha ancora invitate.

L’ampiezza della crisi richiede un’incarnazione della democrazia su scala globale. Paradossalmente, però, questo processo deve cominciare dalle comunità locali, attraverso una rinnovata integrazione tra dimensione economica e politica. Sul piano economico, si deve riconoscere che l’iperglobalizzazione non solo non ha mantenuto le sue promesse, ma ha generato diffuse insicurezze in tante comunità locali. Il fallimento è derivato dall’aver considerato il commercio internazionale non come un mezzo per una prosperità condivisa, ma come un fine in sé[23]. Ne è risultato un modello uniforme e rigido, simile alla Torre di Babele, che ha limitato la capacità degli Stati di rispondere ai bisogni dei cittadini. Le insicurezze economiche si sono così diffuse tra i giovani di Giacarta e Durban, di Londra e Washington, ma anche tra le generazioni più anziane nelle aree marginalizzate.

La via da seguire non è quella dell’autarchia, né dell’isolazionismo, ma una globalizzazione che consenta agli Stati di promuovere politiche capaci di garantire, soprattutto ai giovani, posti di lavoro dignitosi. Vale a dire, posti di lavoro che offrano, con parole dell’economista harvardiano Dani Rodrik, «dignità e riconoscimento sociale»[24], perché, come ha ricordato papa Francesco, permettono alle persone di contribuire realmente alla società e di coltivare «i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze»[25]. Questo processo inizia nelle comunità locali, attraverso iniziative di formazione professionale rivolte a chi vive nelle periferie dimenticate. Quando le persone dispongono di un buon lavoro, si vedono restituire la dignità e possono riprendere posto nel grande banchetto che è sempre stato anche il loro.

La sicurezza economica garantita da posti di lavoro dignitosi contribuisce inoltre a prevenire la deriva delle democrazie verso forme autocratiche. Sebbene possa sembrare un’affermazione troppo semplicistica, il legame tra lavoro dignitoso e democrazia è reale[26]. Attraverso il lavoro, le persone sostengono la propria famiglia, ottengono il riconoscimento e partecipano alla vita sociale. Queste esperienze sono alla base di uno spirito di «apertura a tutti» e di un «amore capace di accogliere ogni differenza»[27]. Quando simili atteggiamenti permeano la società, i cittadini non desiderano partecipare al banchetto da soli, ma cercheranno di condurre con sé anche i più fragili.

Tuttavia, il lavoro da solo non basta a incarnare la democrazia. Le democrazie dovrebbero chiedersi come possono generare un senso autentico di partecipazione. Come il grande banchetto può avere luogo solo grazie a chi va incontro alle persone là dove si trovano, così anche le democrazie devono sviluppare forme nuove di relazione con i cittadini. Ciò implica l’innovazione di meccanismi istituzionali e la promozione di competenze civiche.

Al centro delle innovazioni istituzionali vi è l’esigenza di rendere le democrazie realmente sensibili ai bisogni delle persone. Per molti cittadini il problema principale è la poca incisività dei canali di partecipazione: a parte il voto, essi non sanno dove confluiscano le loro aspirazioni né se producano effetti. Perché la democrazia si incarni davvero, la partecipazione deve essere realizzata «in tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni»[28]. Una via consiste nell’istituire meccanismi di consultazione pubblica regolati da procedure chiare e accompagnati dall’obbligo, per le autorità, di fornire risposte. Un’altra è la tutela dei cittadini che esprimono pacificamente le proprie opinioni politiche, proteggendoli da intimidazioni, doxxing e abuso degli strumenti legali per mettere a tacere le critiche. Insieme, queste innovazioni possono permettere ai giovani di accedere al grande banchetto senza attraversare un campo minato.

Allo stesso tempo, è necessario coltivare le competenze civiche, soprattutto nelle comunità locali svantaggiate. Per i giovani economicamente vulnerabili l’impegno politico nasce da pratiche quotidiane e concrete: momenti di confronto su questioni pubbliche nei contesti abitativi, religiosi ed educativi; percorsi di accompagnamento che aiutino a formulare le proprie aspirazioni; forme di attivismo radicate nel territorio. Esse creano spazi che danno modo ai giovani non solo di esprimersi, ma anche di essere ascoltati. Con tale sicurezza e con competenze civiche adeguate, i giovani possono partecipare al grande banchetto con la dignità di essere «protagonisti del cambiamento»[29].

Queste tre iniziative possono contribuire a rendere la democrazia quel gran banchetto vitale che promette di essere: uno spazio di autentico dialogo tra Stato e cittadini, fondato sull’ascolto reciproco. Al suo centro non vi sono procedure formali, ma persone presenti, coinvolte e riconosciute nella loro dignità. Una democrazia siffatta permette a tutti di prosperare e, così facendo, infonde speranza anche nei più piccoli. Con questo respiro di speranza, forse i più giovani potranno affermare: «Dovrei far sentire la mia voce. La mia vita cambierà».

La Civiltà Cattolica

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[1] Cfr A. Indraswara – A. Suryadi – M. R. Sedjahtera, «Aspiration without Institutions: Dynamics and Causes of Political (Dis)engagement of Young Jakarta Citizens», in Praksis, 10 dicembre 2025(https://praksis.id/journal-detail/paspirasi-tanpa-institusip). Le citazioni comprendono dati originali non presenti nel rapporto. Per il rapporto pubblicato, si veda lo studio citato.

[2] Cfr N. Saat et Al., Youth and Civic Engagement in Southeast Asia: A Survey of Undergraduates in Six Countries, Singapore, ISEAS – Yusof Ishak Institute, 2025 (https://www.iseas.edu.sg).

[3] Cfr D. Chull Shin, «Democratic deconsolidation in East Asia: exploring system realignments in Japan, Korea, and Taiwan», in Democratization, 28 gennaio 2021, 150.

[4] Cfr J. J. Linz – A. C. Stepan, Problems of Democratic Transition and Consolidation: Southern Europe, South America, and Post-Communist Europe, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1996, 5.

[5] Cfr «African Insights 2025: Citizen Engagement, Citizen Power: Africans Claim the Promise of Democracy», in Afrobarometer (https://www.afrobarometer.org/feature/african-insights-2025).

[6]      Cfr «African insights 2024: Democracy at risk – the people’s perspective», in Afrobarometer (https://www.afrobarometer.org/feature/flagship-report).

[7]       «Political Fatalism and Youth Apathy in South Africa», in Accord (https://www.accord.org.za/conflict-trends/political-fatalism-and-youth-apathy-in-south-africa), 27 novembre 2019.

[8]      Cfr R. B. Booth, «Youth Lack Community Connections that Are Critical to Civic Engagement», in Circle (circle.tufts.edu/latest-research/youth-lack-community-connections-are-critical-civic-engagement), 3 dicembre 2025.

[9]      Cfr O. Hebert, «“This isn’t America anymore”: Thousands rally against ICE in SF’s Dolores Park», in Sfgate (https://www.sfgate.com/bayarea/article/sf-dolores-park-ice-rally-21325277.php), 30 gennaio 2026; A. Speri, «Students and faculty at over 100 US universities protest against Trump’s attacks», in The Guardian, 7 novembre 2025.

[10]      Cfr C. Claassen – P. C. Magalhães, «Public Support for Democracy in the United States Has Declined Generationally», in Public Opinion Quarterly 87 (2023/3) 719-732.

[11]      Cfr OECD, Society at a Glance 2024: OECD Social Indicators, Paris, OECD Publishing, 20 giugno 2024.

[12]      Cfr M. Kitanova, «Youth political participation in the EU: evidence from a cross-national analysis», in Journal of Youth Studies (https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13676261.2019.1636951#d1e123), 23 luglio 2020, 819-836.

[13]      Cfr European Union, Eurobarometer Report 2025, «Protecting and Promoting Democracy», Special Barometer, 568 (europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3383).

[14]      Cfr R. Wike – J. Fetterolf – J. Schulman, «Dissatisfaction with democracy remains widespread in many nations», in Pew Research Center (https://www.pewresearch.org/short-reads/2025/06/30/dissatisfaction-with-democracy-remains-widespread-in-many-nations), 30 giugno 2025.

[15]      I. S. Chowdhury, «Are Young People Turning Away from Democracy? A Comparative Study of Youth Disengagement in Advanced Democracies», Tesi di dottorato, Australian National University, 2023, 12.

[16]      Cfr M. Nord et Al., Democracy Report 2025: 25 Years of Autocratization – Democracy Trumped?, University of Gothenburg, V-Dem Institute, 2025.

[17]      Cfr A. Lührmann – M. Tannenberg – S. I. Lindberg, «Regimes of the World (RoW): Opening New Avenues for the Comparative Study of Political Regimes», in Politics and Governance 6 (2018/1) 60-77.

[18]      Per calcolare queste cifre ci siamo avvalsi del dataset V-Dem elaborato da M. Coppedge et Al., «V-Dem [Country-Year/Country-Date] Dataset v15», in Varieties of Democracy (V-Dem) Project (v-dem.net/data/dataset-archive), 2025.

[19]      Cfr D. Runciman, How Democracy Ends, London, Profile Books, 2018, 26-28.

[20]      Cfr N. C. Curato – D. Fossati, «Authoritarian Innovations: Crafting support for a less democratic Southeast Asia», in Democratization, 27 luglio 2020, 1006-1020.

[21]      Cfr F. Panizza – P. Ostiguy – B. Moffitt, «Conclusions: Reflections on the Lessons Learned», in Idd. (edd.), Populism in Global Perspective: A Performative and Discursive Approach, New York, Routledge, 2020, 261.

[22]      Cfr A. Rodríguez-Pose, «The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it)», in Cambridge Journal of Regions, Economy and Society 11 (2018/1)  189-209.

[23]      Cfr D. Rodrik, Shared Prosperity in a Fractured World: A New Economics for the Middle Class, the Global Poor, and Our Climate, Princeton, Princeton University Press, 2025, 55-58.

[24]      Ivi, 126.

[25]      Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, n. 162.

[26]      Cfr D. Rodrik, Shared Prosperity in a Fractured World, cit., 91-95.

[27]      Francesco,  Lettera enciclica Fratelli tutti, nn. 190; 191.

[28]      Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 191.

[29]      Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, n. 174.



 

domenica 25 ottobre 2026

GIOVANI SENZA GIOIA


 'I giovani non hanno più gioia, 
resta solo la rabbia' 

Lo psichiatra Crepet: «Con lo scrolling sui social ti passano davanti dal bene al male, dal carino all’orrore. 

Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero»


 -di Nadia Ferrigo 

 Quanto accaduto è una lezione sociologica che si ripete da decenni: la prima generazione si integra, la seconda si chiede il perché», ragiona lo psichiatra, educatore e saggista Paolo Crepet. Da dove nasce la rabbia dei cortei e delle piazze? 
 «Chi arriva per primo in un nuovo Paese per lavorare cerca di omologarsi. I figli nati qui, che quello stesso lavoro non l’hanno trovato, invece cercano il proprio posto. Perché mi guardano male, mi fanno le battute? Perché non sono integrato, cos’ho in meno? In Francia siamo alla terza, quarta generazione: la prima sta alle regole, le altre le discutono». E i giovanissimi che distruggono le vetrine a Milano che cosa si aspettano dagli adulti? «Le minoranze, perché statisticamente così vanno definite, che hanno assaltato i negozi non vogliono nulla se non portarsi a casa le scarpe di valore. Ma siamo stati noi, la nostra cultura occidentale, a rendere una sneaker una sorta di icona. 
Ho un vecchio ricordo di prima della caduta del muro di Berlino. Io lavoravo dall’altra parte e una mia collega diceva “per andare di là mi farei ammazzare”». La benzina non è la povertà, ma la disuguaglianza? «Qualcuno dice che lottano per cambiare un mondo dove pochissime persone hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze. Per la prima volta la classe operaia è in combutta con la classe dirigente: il capitalismo digitale è molto complicato e diverso da quello tradizionale. Quando prendi una pizza e te la fai portare a casa o stai tutto il giorno con l’intelligenza artificiale o su Tik Tok, stai usando gli strumenti posseduti dalle persone che contesti». 
 Anche la lotta di classe è diventata complicata? «Quella ce l’hanno davanti agli occhi. Potrebbero dire “ci rifiutiamo di mangiare la pizza consegnata da un rider sfruttato” o rinunciare alla moda fast fashion. Fare contro informazione. Se ne discute in Francia, in Italia un po’ meno. Perché non lo fanno? Non lo so. Io sto dalla parte dei ragazzi». Perché? «O i giovani sono degli psicolabili e quindi è vero che servono psicologi in tutti i licei del mondo o sono delle persone da ascoltare perché hanno delle idee. Hanno occupato via Roma a Torino per cose buone e giuste. 
Vogliano cambiare la scuola, ma come? Chiediamolo a loro. Io protesterei contro la chat dei genitori, il registro elettronico, l’orario d’ingresso a scuola». È un’adolescenza quasi medicalizzata e poco responsabilizzata? «Mi fa rabbia sentir parlare di rottura di patto generazionale, quando al contrario c’è una saldatura che nasce dalla complicità tra scuola e famiglia e porta la mamma in piazza a proteggere il figlio. 
Dobbiamo essere noi i primi a credere in loro, a crescerli come persone autonome. 
Devono andare in piazza e prendersi tutte le responsabilità. Se la cosa degenera, te ne vai e la volta dopo torni e ti inventi qualcosa di diverso». Siamo abituati alla violenza? «Con lo scrolling sui social ti passano davanti mille immagini: il gol della domenica e il bimbo ammazzato. Dal bene al male, dal carino all’orrore. 
Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero». È una generazione di nero vestita. «Com’era negli Anni 50: completo grigio, camicia bianca e cravatta scura. 
Il nero è metaforicamente il colore della morte e rispecchia la loro totale mancanza di gioia. Si aspettavano più libertà e più diritti. 
Non li hanno avuti».

 La Stampa

venerdì 23 ottobre 2026

EDUCARE I GIOVANI

 «A Milano servono 500 educatori, non (solo) 500 militari»

Dietro i saccheggi a Milano, il disagio delle seconde generazioni.

 Per don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas della zona sud di Milano, la repressione non basta: servono educatori, scuole rafforzate nella loro missione, adulti consapevoli e presidi di comunità. Luca Cereda Una vetrina si ripara. La distanza che separa un ragazzo dal mondo che vede ogni giorno, invece, non si ricuce con una serranda nuova né con una pattuglia in più. 
La frattura
È in quella frattura che don Massimo Mapelli invita a cercare le domande lasciate dalle violenze di Milano: senza attenuanti per chi ha saccheggiato e colpito, ma anche senza l’alibi di chi, condannato il gesto, pensa di avere finito il proprio compito. Sacerdote della diocesi ambrosiana dal 1997, fondatore dell’associazione Una casa anche per te e direttore della Caritas Sud Milano, Mapelli dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" di Milano e nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, la massima onorificenza del Comune di Milano, oggi vive con una quarantina di adolescenti e li incontra anche nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri», racconta: non è un’astrazione, ma qualcosa che attraversa relazioni e conflitti quotidiani. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse», osserva. Mapelli ricorda alcuni minorenni accolti in comunità dopo essersi ritrovati a vivere nei box di una zona come il Corvetto. Nella stessa Milano ci sono coetanei che ogni fine settimana possono partire per una capitale europea o per le Maldive. 
Iperccompetività
La distanza non è soltanto economica: riguarda le possibilità immaginabili, gli strumenti per raggiungerle e la presenza di una famiglia capace di sostenere. «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva», dice il sacerdote. E la domanda che dovremmo porci è semplice e scomoda: che cosa succede a chi non tiene il passo? A chi non ha risorse, appoggi, occasioni? Che cosa gli raccontiamo: che vale zero? È in questa disuguaglianza vissuta ogni giorno che Mapelli colloca una parte della rabbia dei ragazzi, anche di quelli di seconda o terza generazione che sono cresciuti qui e che spesso vengono ancora raccontati anzitutto attraverso le origini familiari. 
L'esclusione
Non propone una spiegazione unica né trasforma la provenienza in un destino. Invita a guardare una condizione comune: giovani che abitano la stessa città e desiderano essere riconosciuti, ma non sentono di avere accesso allo stesso mondo. Per molti di loro l’esclusione non si manifesta soltanto nella mancanza di denaro. Si misura anche nei segni visibili del successo: la marca sulle scarpe, il cappellino firmato, l’oggetto che permette di non sentirsi fuori posto. «Vorrei entrarci anch’io»: una frase che può stare dietro l’assalto a una vetrina, non come spiegazione di ogni gesto, ma come indizio di un desiderio di appartenenza deformato in possesso. Mapelli lo ha visto con ragazzi che vivevano in un box al Corvetto: avere un cappellino di marca, magari di un marchio dell’alta moda, diventava fondamentale, perché ai loro occhi sembrava poter restituire un riscatto. «Poi non è quella roba lì che te lo dà», aggiunge. Ma qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo, aiutandoli a riconoscere il proprio valore al di là delle cose che indossano. 
La violenza
 La domanda, allora, non è se rubare una scarpa o spaccare una vetrina sia giusto. Non lo è. «La violenza va condannata, questo è fuori discussione», scandisce Mapelli. Capire da dove arriva, però, è un’altra cosa rispetto ad assolverla. Se ci fermiamo alla punizione, rischiamo di non vedere le condizioni che hanno preparato il terreno: famiglie fragili, scuole con poche risorse, agenzie educative lasciate a reggere da sole situazioni sempre più complesse. «Non succede per miracolo», avverte. La rabbia non scompare perché decidiamo di non guardarla. C’è poi un particolare che dovrebbe inquietare più di molti slogan: tra i ragazzi coinvolti ci sono anche preadolescenti di undici o dodici anni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede il sacerdote. La risposta non sta soltanto nell’accusa ai genitori. La responsabilità educativa resta decisiva, ma Mapelli invita a chiedersi perché sia diventato così difficile porre limiti, affrontare i conflitti e accompagnare la crescita. Per paura dello scontro, osserva, gli adulti rischiano di rinunciare proprio a quello scontro necessario tra genitori e figli, tra educatori e ragazzi, in cui si costruiscono regole e fiducia. 
La famiglia
 E non basta chiedere conto alle famiglie il giorno dopo, magari riducendo tutto a una frase rabbiosa o a un titolo facile. Che cosa facciamo per aiutare quei genitori che hanno pochi strumenti, che vivono a loro volta una precarietà materiale o affettiva? Come li sosteniamo prima che la fatica diventi solitudine? «Nessuno vive su un pianeta a sé», ricorda Mapelli. Questi ragazzi incontreranno i nostri figli a scuola e nei quartieri: la loro fragilità non resta confinata nelle periferie. 
Per questo, secondo il sacerdote, anche la distinzione tra centro e periferia non basta più. I confini amministrativi non corrispondono necessariamente ai confini vissuti dai giovani: Milano è anche la sua città metropolitana, le aree in cui si studia, si lavora, si prende un autobus e si cerca un posto nel mondo. La questione delle seconde generazioni non si riduce alla cronaca delle origini: le relazioni tra adolescenti attraversano da tempo le categorie con cui gli adulti li classificano. La ragazza italiana e il ragazzo di seconda o terza generazione originario del Marocco non abitano due pianeti diversi. Il discrimine decisivo, sempre più spesso, è tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori. 
La guerra
 C’è poi un’altra contraddizione che gli adulti dovrebbero avere il coraggio di riconoscere. Viviamo in un tempo in cui i leader più potenti parlano continuamente di guerre, bombe, distruzione. Poi chiediamo ai ragazzi di rispettare un manuale di comportamento impeccabile, come se le parole pubbliche non lasciassero tracce. «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa», osserva Mapelli. Non significa attribuire agli adulti la responsabilità diretta dei saccheggi, ma riconoscere che il linguaggio della forza modella l’immaginario, soprattutto quando mancano parole per nominare il disagio. 
La repressione
La risposta, dunque, non può essere soltanto repressiva. Mapelli conosce anche le carceri, comprese quelle minorili, e mette in guardia dal pensare che rinchiudere un ragazzo basti a risolvere il problema. Il rischio è restituirlo alla società più arrabbiato e più solo di prima. La sicurezza è necessaria, ma non esaurisce la politica: servono scuole attrezzate, sostegno alle famiglie, luoghi di aggregazione e presenze educative continuative, prima dell’emergenza. Dopo gli scontri a Milano, due facce da bambini e gli occhi sul cellulare «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice con una battuta amara. E propone un’immagine concreta: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori»? Non è una contabilità contro la sicurezza, ma la misura di ciò che manca: adulti riconoscibili, disposti ad ascoltare e a restare; luoghi in cui un adolescente sia accompagnato, non soltanto contenuto. È un lavoro meno spettacolare delle forze dell’ordine e più lento di una risposta d’emergenza. 
La comunità
Ma dopo gli scontri la partita è questa: ricostruire comunità, legami, dialogo. «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri», avverte Mapelli. E quegli altri possono essere proprio coloro che alimentano la rabbia e la trasformano in un gesto di cui, domani, i ragazzi stessi potrebbero pentirsi. Una vetrina rotta si vede subito. Il vuoto educativo, invece, resta a lungo sotto gli occhi di tutti, finché qualcuno non decide di farsene carico. Don Gino Rigoldi: «Aiutiamo i giovani a vedere il futuro» 

 Famiglia Cristiana

VIOLENZA GIOVANILE

  
  QUALI 

POSIZIONI 

DI FONDO ?


-di Giuseppe Savagnone

Sulle violenze di sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto emergere, per darne alla fine una valutazione critica.

No, senza se e senza ma, alla violenza

La prima interpretazione, sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».  E aveva qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città».

Sulla stessa linea tutti gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una sostanziale complicità.

E di fronte alla violenza della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni, responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.

Fin da ora, dunque, entra in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria.

Ma ci sono anche nuove misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore (cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più rapidamente con un decreto ingiuntivo.

È inoltre introdotto il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone.

Infine, fino al 31 dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.

Pugno di ferro, dunque, contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66% degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il 6,6% non si pronuncia.

Punire, ma soprattutto capire

In radicale contrasto con la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».

Ma, a loro volta, i partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto: «Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che oscurare».

Senza attaccare il governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti».

Ancora più esplicita è la distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza, in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto di cui parlava anche Schlein…

Nel silenzio del governo, sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza futuro.

La violenza dei giovani come frutto del nichilismo

È tuttavia possibile – anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.

Ma è, in generale, lo stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni, in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui cellulari.

Umberto Galimberti, qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il gesto violento».

Ma la cultura del nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine; il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.  

I giovani che a Milano hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in famiglia, a scuola, nelle parrocchie.

Questo livello di lettura non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della società sia del malessere esistenziale dei giovani.

Il problema è che è più facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.