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martedì 8 settembre 2026

SCUOLA-COMUNITA'

 


La scuola 

come 

luogo

 di comunità




-di Silvia Landi

La società odierna ci pone di fronte a nuove sfide educative, spesso complesse, talvolta disorientanti. In questo scenario, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile costruire legami autentici, formare coscienze, generare senso. Ma perché ciò avvenga, è necessario ripensare il ruolo dell’insegnante, della famiglia e delle relazioni che tengono insieme la Comunità scolastica. Quello che segue è il mio sguardo personale su questo mondo in cambiamento: un percorso fatto di esperienze vissute, di difficoltà incontrate, e soprattutto di convinzioni profonde sulla forza educativa della relazione e sull’urgenza di ritrovare un orizzonte condiviso di responsabilità, ascolto e presenza reciproca.

Insegno lingue e letterature straniere da qualche anno e in questi anni di insegnamento ho avuto modo di vivere la scuola da molteplici prospettive: come docente, come formatrice e , soprattutto, come madre. Ogni ambiente mi ha insegnato qualcosa e in tutti ho ritrovato una verità semplice e potente: l’aula è un microcosmo, un piccolo mondo dove si cresce insieme. Ma ciò che davvero ha dato profondità al mio essere insegnante è stata la maternità. Crescere due figlie da sola mentre portavo avanti il mio percorso di studi e professionale è stata una sfida enorme, fatta di notti insonni, rinunce e sacrifici. Ed è proprio in quella fatica che ho scoperto il significato profondo del mio lavoro: accompagnare i ragazzi nella costruzione del loro mondo, con amore e responsabilità.

Inoltre, questo intreccio di ruoli mi ha portato a riflettere profondamente su cosa significhi oggi educare in un’epoca segnata da cambiamenti rapidi, da relazioni fragili e da una crescente disconnessione emotiva. Sento che, più che mai, la scuola deve riscoprire la propria vocazione più autentica: essere luogo di comunità. E intendo “comunità” non come uno slogan, ma come una realtà concreta che si costruisce ogni giorno nella relazione con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie. Una comunità fatta di ascolto, presenza, pazienza e responsabilità condivisa.

Oggi, educare significa affrontare sfide complesse, strettamente intrecciate tra loro. La prima è, senza dubbio, la frammentazione delle relazioni. La comunicazione è diventata istantanea e al contempo superficiale, e anche dentro le scuole si percepisce spesso un clima di distanza: tra studenti, tra docenti, tra scuola e famiglia. Un tempo, il legame tra docente e studente si costruiva nella lentezza e nella fiducia. Oggi, invece, l’insegnante rischia di diventare una figura marginale, vista solo come “erogatore di contenuti”.

La scuola, però, non può essere ridotta a questo. Insegnare è un gesto profondamente umano, è costruire ponti tra mondi diversi, è accompagnare ogni ragazzo nella scoperta di sé e degli altri. Un’altra sfida è data dall’aumento delle fragilità che incontriamo quotidianamente: emotive, cognitive, linguistiche, familiari. La scuola è sempre più un luogo di accoglienza di storie complesse. E spesso, come docenti, ci troviamo soli ad affrontare situazioni che richiederebbero invece una rete educativa forte e coesa.

Uno degli episodi che più mi ha colpita è accaduto recentemente nella scuola in cui insegno. Un ragazzo ha spruzzato uno spray al peperoncino nei corridoi, forse per gioco, forse per una sfida tra pari. Per me, quell’atto ha avuto conseguenze abbastanza importanti: due accessi in ospedale e difficoltà respiratorie per qualche giorno. Tuttavia, al di là dell’impatto fisico, ciò che mi ha fatto più male è stata la disconnessione emotiva che quel gesto ha rivelato. Non credo si sia trattato di cattiveria, ma di inconsapevolezza. E allora mi sono chiesta: che cosa stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi? Come possiamo aiutarli a comprendere l’effetto delle loro azioni sugli altri? Credo che ogni episodio critico sia anche un’opportunità educativa. E che il nostro compito, oggi più che mai, sia quello di formare coscienze responsabili, non solo studenti preparati. Dobbiamo tornare a parlare di rispetto, empatia, responsabilità condivisa. Pertanto, sono fermamente convinta che la scuola da sola non basti. Ogni giorno incontro ragazzi che portano dentro ferite, silenzi, fatiche che non sempre riescono a esprimere.

In questi casi, il mondo adulto deve saper fare rete. La scuola non può essere vista come antagonista della famiglia, ma come una sua alleata. Solo insieme possiamo davvero costruire un percorso educativo efficace. Lo dico anche da madre: so bene quanto sia difficile, nel vortice delle giornate, mantenere sempre la lucidità, la coerenza, l’energia necessaria per educare. So cosa significa lasciar correre, pur sapendo che in quel momento si sta rinunciando a un’occasione educativa. Ma proprio per questo dobbiamo smettere di giudicarci e iniziare a sostenerci. Educare non significa proteggere i figli da tutto, ma aiutarli ad affrontare le difficoltà, a riconoscere gli errori, a chiedere scusa. E questo lo si può fare solo se si lavora insieme, scuola e famiglia, fianco a fianco. Quando parlo di “comunità” penso a una scuola che torni ad essere un luogo di incontro vero. Dove ogni persona (studente, docente, genitore, dirigente) viene riconosciuta nella propria unicità e nel proprio valore. 

Ricostruire la Comunità significa rimettere al centro le relazioni, anche quelle imperfette, fragili, quotidiane. Significa accettare che educare non è un percorso lineare, ma fatto di inciampi, ripartenze, ascolti reciproci. Serve coraggio, serve tempo, serve umiltà educativa. Nessuno educa da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se c’è un messaggio che sento di voler condividere con chi mi legge è questo: non perdiamo la speranza nella scuola. Non smettiamo di credere che ogni relazione autentica possa generare cambiamento. Ogni volta che un adulto e un ragazzo riescono a capirsi, anche solo per un attimo, lì nasce una Comunità. E da lì possiamo ricominciare.

Educare è, in fondo, un gesto di fiducia quotidiana nel futuro. E la scuola può ancora essere il luogo dove questo futuro si costruisce insieme, passo dopo passo.

Educare.it

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venerdì 28 agosto 2026

IL GIORNO PIU' BELLO

 

Il giorno più bello 

di Madre Teresa: 

la poesia per scoprire
 e vivere la vera felicità

  

di Saro Trovato

Come si può trovare la gioia? Scoprilo con “Il giorno più bello” di Madre Teresa di Calcutta discorso poetico che tutti dovremmo fare nostro.

Il giorno più bello di Madre Teresa di Calcutta è un vero e proprio inno alla vita. Attraverso una struttura in versi concisa ed efficace, la Premio Nobel per la Pace del 1979 offre le coordinate fondamentali per affrontare l’esistenza nel migliore dei modi.

Si tratta di un autentico “manuale d’istruzioni” per riscoprire il valore della felicità, dell’amore, dell’altruismo e del rispetto verso gli altri.

Le riflessioni di Madre Teresa non lasciano spazio all’ambiguità: si snodano attraverso una sequenza di domande e risposte immediate e folgoranti, capaci di guidare chi legge verso un approccio alla vita autenticamente virtuoso e consapevole.

Il giorno più bello è un discorso poetico contenuto nel libro La matita di Dio. Conversazioni con Madre Teresa di Calcutta di Borja Loma Barrie, scrittore spagnolo che racconta il viaggio romanzato dell’incontro di Ramon Basualdo, un giovane che vive una vita difficile, con la grande “Missionaria della carità”.

In occasione dell’anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta (26 agosto 1910), leggiamo questa poesia per apprezzarne i validi suggerimenti e cogliere il suo pensiero.

Il giorno più bello di Madre Teresa

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.

La cosa più facile? Sbagliarsi.

L’errore più grande? Rinunciare.

La radice di tutti i mali? L’egoismo.

La distrazione migliore? Il lavoro.

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

I migliori professionisti? I bambini.

Il primo bisogno? Comunicare.

La felicità più grande? Essere utili agli altri.

Il mistero più grande? La morte.

Il difetto peggiore? Il malumore.

La persona più pericolosa? Quella che mente.

Il sentimento più brutto? Il rancore.

Il regalo più bello? Il perdono.

Quello indispensabile? La famiglia.

La rotta migliore? La via giusta.

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

L’accoglienza migliore? Il sorriso.

La miglior medicina? L’ottimismo.

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

La forza più grande? La fede.

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

La cosa più bella del mondo? L’amore.

Il senso più alto dell’amore per sé stessi e per gli altri

Il giorno più bello è la poesia di Madre Teresa di Calcutta che offre una delle testimonianze più vive di Madre Teresa di Calcutta: un testo che offre una visione profonda, sana e costruttiva dell’esistenza. È il frutto dello sguardo lucido di chi ha toccato con mano la sofferenza più estrema e ha scelto di consegnare ai più fortunati una lezione di vita da custodire e imparare a memoria.

Madre Teresa è la figura centrale di questa riflessione. Ci troviamo alla Casa del Moribondo a Calcutta, sede della congregazione delle Missionarie della Carità. Qui la Premio Nobel per la Pace era solita incontrare chiunque andasse a farle visita. Tra loro c’è anche Ramón Basualdo – il giovane protagonista del racconto di Borja Loma Barrie – fuggito dalla Spagna a causa di personali travagli interiori, che si ritrova ad ascoltare in silenzio le parole della suora.

Le sue sono risposte dense di saggezza e buonsenso. “Il giorno più bello? Oggi”, afferma senza esitazione, ponendo immediatamente il presente al centro della sua riflessione.

Durante questi incontri, Madre Teresa sembra anticipare le domande che ciascuno porta nel cuore. Ad ogni quesito offre una risposta breve, immediata, di straordinaria intensità. Nessuno la interrompe: la platea ascolta in assoluto silenzio perché intuisce che lei conosce già le risposte che tutti vanno cercando. Sa che ogni essere umano ha bisogno di serenità, pace e gioia per affrontare il cammino quotidiano con il giusto spirito.

Le sue affermazioni sono all’apparenza semplici, ma nella pratica quotidiana pochi riescono a farle davvero proprie. L’egoismo, il malumore, lo scoraggiamento e la tentazione di rinunciare finiscono spesso per condizionare il nostro modo di agire, facendo sì che il giorno, fin dal suo inizio, perda quella bellezza che invece gli spetterebbe di diritto.

La vera svolta nasce dalla consapevolezza che il semplice fatto di svegliarsi al mattino è già il privilegio più grande. Il mondo attorno a noi può rivelarsi straordinario, a patto di sviluppare la disposizione d’animo necessaria per vederlo come tale. Una donna che ha trascorso l’intera vita accanto alla malattia, alla miseria e alla morte non poteva che considerare ogni singolo istante di vita come una fortuna inestimabile.

Madre Teresa ci offre così una poesia severa e dolce al tempo stesso: una guida pratica per vivere meglio e per osservare la realtà da una prospettiva capovolta. Il suo pensiero spinge a migliorarci sia nel rapporto con noi stessi sia nelle relazioni con gli altri.

È proprio dall’intreccio tra il valore del presente, l’apertura verso gli altri e la ricerca della pace interiore che emerge il significato più universale del testo.

Il giorno più bello: una lezione universale sull’amore per la vita di Madre Teresa

Al di là del suo valore strettamente letterario, Il giorno più bello lascia al lettore un insegnamento che supera la pagina scritta e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo di abitare la nostra esistenza. Dietro la semplicità delle domande e delle risposte si nasconde infatti una visione precisa della vita: non qualcosa da attendere passivamente, ma un’occasione che si rinnova ogni giorno e che acquista significato attraverso le nostre scelte.

È proprio l’affermazione iniziale, «Il giorno più bello? Oggi», a fornire la chiave di lettura dell’intero testo. La bellezza dell’oggi non dipende dal fatto che la giornata sia perfetta, priva di dolore o favorevole ai nostri desideri. Il presente è prezioso perché è l’unico tempo sul quale possiamo realmente intervenire. Il passato può essere ricordato, rimpianto o compreso; il futuro può essere immaginato, temuto o progettato. Soltanto nell’oggi, però, possiamo agire.

In questa prospettiva, vivere pienamente il presente non significa dimenticare ciò che è stato né rinunciare a costruire ciò che verrà. Significa evitare che il rimpianto per ieri o l’ansia per domani ci sottraggano alla vita che sta accadendo adesso.

È un invito a recuperare il valore delle cose apparentemente più semplici: una parola pronunciata al momento giusto, un gesto di attenzione, un lavoro portato a termine, una persona ascoltata, un sorriso offerto senza aspettarsi nulla in cambio.

La forza del messaggio sta anche nel fatto che la felicità non viene presentata come una conquista esclusivamente individuale. Nel testo essa raggiunge la sua espressione più alta nell’«essere utili agli altri». È un passaggio fondamentale, perché sposta la ricerca della felicità dal possesso alla relazione. Non siamo felici soltanto quando otteniamo qualcosa per noi stessi, ma anche quando percepiamo che la nostra presenza può avere un significato nella vita di qualcun altro.

L’amore, allora, smette di essere un sentimento astratto e diventa un modo concreto di stare nel mondo. Amare significa accorgersi dell’altro, ascoltarlo, perdonarlo, accoglierlo e riconoscerne il valore. In questa prospettiva anche il sorriso, apparentemente il gesto più piccolo tra quelli evocati nel testo, assume un significato particolare: è una forma elementare di apertura, il segnale che tra due persone può ancora esistere uno spazio di incontro.

Ma Il giorno più bello non propone una visione ingenuamente ottimistica dell’esistenza. Nel testo compaiono la paura, l’errore, la sconfitta, lo scoraggiamento, la morte, il rancore e la menzogna.

La fragilità umana non viene cancellata: viene riconosciuta e posta accanto alla possibilità di reagire. La lezione che emerge non consiste quindi nel credere che la vita sia sempre facile, ma nel comprendere che anche davanti alle difficoltà rimane uno spazio interiore nel quale esercitare la propria libertà.

È qui che il testo assume la forma di un vero e proprio esame di coscienza. Le domande brevi e incalzanti costringono chi legge a confrontarsi con sé stesso: quanto spazio concediamo alla paura? Quante volte rinunciamo prima ancora di aver tentato? Quanto rancore continuiamo a portare con noi? Quanto siamo capaci di uscire dai nostri interessi per accorgerci delle necessità degli altri?

Non si tratta di domande che pretendono risposte definitive. Al contrario, acquistano valore proprio perché possono essere ripetute ogni giorno. La vita quotidiana diventa così il luogo nel quale verificare concretamente ciò in cui diciamo di credere. Le grandi parole — amore, fede, perdono, pace, altruismo — acquistano significato soltanto quando riescono a trasformarsi in comportamenti.

Ed è forse questo uno degli aspetti più attuali del messaggio. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente spinti verso ciò che verrà: il prossimo obiettivo, il prossimo risultato, il prossimo acquisto, la prossima occasione. Il rischio è quello di trasformare il presente in una semplice sala d’attesa, convincendoci che saremo davvero soddisfatti soltanto quando qualcosa cambierà.

Il giorno più bello capovolge questa prospettiva: la vita non comincia domani, quando tutto sarà finalmente al proprio posto. La vita è già qui.

Ciò non significa accontentarsi o rinunciare ai propri progetti. Significa, piuttosto, non subordinare interamente la possibilità di essere felici a condizioni future. Possiamo desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, riconoscere il valore di ciò che possediamo oggi. Possiamo attraversare una difficoltà senza permettere che essa definisca tutto ciò che siamo. Possiamo avere paura senza lasciare che sia la paura a decidere per noi.

In questa visione assume un significato ancora più profondo la conclusione dedicata all’amore. Dopo aver attraversato paure, errori, sconfitte, bisogni e sentimenti, il percorso conduce proprio lì: alla relazione con l’altro. L’amore diventa il punto nel quale tutte le altre indicazioni sembrano incontrarsi, perché senza apertura verso gli altri anche il perdono, il sorriso, la famiglia, la comunicazione e il desiderio di rendersi utili perderebbero gran parte del loro significato.

La lezione più importante di Il giorno più bello può allora essere cercata proprio in questa unione tra presente e amore. Il tempo che possediamo è l’oggi; il modo più alto per dargli valore è non viverlo esclusivamente per noi stessi.

Ogni giornata diventa preziosa non perché debba necessariamente accadere qualcosa di straordinario, ma perché contiene sempre la possibilità di compiere una scelta, cambiare un atteggiamento, ricucire una relazione o offrire qualcosa di buono a chi ci sta accanto.

Festeggiare l’anniversario della nascita di Madre Teresa può diventare così qualcosa di più di una semplice commemorazione. Può trasformarsi nell’occasione per rivolgere quelle stesse domande a noi stessi e osservare con maggiore attenzione il modo in cui stiamo vivendo. Non occorrono necessariamente imprese eccezionali per dare valore a una giornata: spesso sono sufficienti la presenza, l’ascolto, la gratitudine e la disponibilità verso gli altri.

Ogni nuova giornata rappresenta l’inizio di una possibilità. Ciò che facciamo delle ore che abbiamo davanti, il modo in cui trattiamo le persone e la capacità di riconoscere valore anche nei gesti più piccoli costituiscono la nostra risposta personale alla vita.

Ed è per questo che, tra tutte le domande contenute nel testo, la prima continua forse a essere la più importante. Perché ci ricorda che la felicità non deve necessariamente essere rimandata a un momento perfetto che deve ancora arrivare. Il tempo nel quale possiamo amare, perdonare, cambiare, aiutare e ricominciare è quello che abbiamo davanti a noi. Il giorno più bello? Oggi.

Cos’è Libreriamo

Manifesto della Human Culture

 

mercoledì 26 agosto 2026

IO E GLI ALTRI


 Galimberti: “I bambini sono figli dell’educazione. 

Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”. 

Quando una presenza può cambiare una vita


Il filosofo Umberto Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le parole e le relazioni...

La Redazione

Siamo abituati a pensare che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due, l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.

Prima di sapere chi siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”

Prima ancora di poter pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con la nascita.

Un bambino viene al mondo affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza. Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli restituisca lentamente un’immagine di sé.

“Infatti i bambini possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”

È difficile leggere queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.

Ci sono gli incontri, le parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli dell’educazione.”

Dunque, per Galimberti, non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.

Ed educare, allora, non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.

Una parola può restare per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.

E poi c’è l'amore. La relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non bastare più a spiegare ciò che gli accade.

Galimberti parla di follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós: il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori dalla nostra misura.

E proprio lì può accadere qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo: quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro, riemerge rigenerato.”

C’è un paradosso bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.

Ed è proprio questo che significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante gli altri, ma anche attraverso gli altri.

La famiglia, gli amici, gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.

E allora, se “l’uno nasce dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.

Tecnica della Scuola

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giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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mercoledì 15 luglio 2026

COOPERARE PER VIVERE E PER CRESCERE

 


Dare senso ai luoghi: 

la cultura come infrastruttura di relazioni



Le associazioni possono essere vive e feconde, se valorizzano le relazioni (intra et extra), se producono socialità e cultura, se valorizzano le risorse interne ed esterne, evitando ogni forma di sterile autoreferenza e di vuota celebrazione.

Ricuce legami, genera fiducia e trasforma il patrimonio in un bene comune capace di costruire comunità e futuro. Per Giovanna Barni, presidente di Culturmedia Legacoop e curatrice del volume “Cartografie del possibile”, i territori rinascono quando cultura, cooperazione e partecipazione restituiscono senso ai luoghi, superando l’alternativa tra abbandono e turismo estrattivo. Al centro di questo cambiamento ci sono nuovi professionisti e organizzazioni che mettono in rete competenze, istituzioni e cittadini

di Daria Capitani

«Spesso pensiamo alla cultura come a un insieme di beni, monumenti, musei o eventi. In realtà, la sua funzione più importante è un’altra: creare significati condivisi, permettere alle persone di riconoscersi come parte di una storia comune e immaginare insieme un futuro possibile. È questo che la rende un potente generatore di relazioni». Giovanna Barni è presidente di Culturmedia Legacoop e delegata all’Innovazione di Coopculture.

Nel volume Cartografie del possibile, quaderno speciale di Economia della Cultura (edizioni Il Mulino), realizzato nell’ambito del progetto Changes – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society (Pnrr), ha curato una mappatura nazionale di tre modelli di governance partecipata del patrimonio culturale: cooperative di comunità, partenariati speciali pubblico-privato e reti territoriali. Le abbiamo chiesto di aiutarci a leggere quei luoghi che, grazie alla cultura, hanno messo al centro l’umano e le relazioni.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
Perché la cultura è uno straordinario attivatore di connessioni?

Perché è prima di tutto una infrastruttura relazionale. Quando una comunità si riappropria del proprio patrimonio culturale, non sta semplicemente recuperando un edificio o organizzando un evento. Sta costruendo fiducia, collaborazione e capacità di agire insieme. In un’epoca segnata da incertezza, frammentazione e crisi dei legami sociali, la cultura offre uno spazio in cui persone diverse possono tornare a riconoscersi come parte di un progetto comune. Il patrimonio culturale produce valore quando smette di essere un oggetto da conservare o una risorsa da sfruttare e diventa un bene comune attorno al quale si costruiscono nuove relazioni tra cittadini, istituzioni, imprese e organizzazioni sociali. In questo senso la cultura è molto più di un settore: è uno spazio di cooperazione e una palestra di futuro.

Perché la cultura ridà senso ai luoghi?

Perché restituisce significato alle relazioni che legano persone, comunità e territori. Oggi ci troviamo spesso di fronte a due fenomeni apparentemente opposti: da una parte l’abbandono di interi territori e patrimoni culturali e naturali, dall’altra il loro sovrasfruttamento attraverso forme di turismo estrattivo. In realtà sono due facce dello stesso problema. Nel primo caso i luoghi vengono abbandonati perché perdono popolazione, servizi, opportunità e capacità di immaginare il proprio futuro. Nel secondo vengono consumati come prodotti, spesso senza generare benefici duraturi per chi li abita.

Come può la cultura invertire questa tendenza?

Ricostruendo il legame tra comunità, patrimonio e territorio. Ridare senso a un luogo non significa soltanto renderlo più attrattivo. Significa renderlo nuovamente abitabile, riconoscibile e generativo per chi lo vive ogni giorno. Molte delle esperienze raccolte nel volume Cartografie del possibile raccontano proprio questo: paesi che si organizzano in forma cooperativa per gestire servizi e patrimonio, reti territoriali che mettono insieme cultura, turismo, ambiente e produzioni locali, progetti che trasformano il viaggio in un incontro con le comunità e non semplicemente in un consumo di destinazioni. La vera differenza oggi non è tra più o meno turismo, ma tra turismo estrattivo e turismo relazionale o cooperativo. Nel primo caso il valore viene prelevato dai territori. Nel secondo viene generato e redistribuito attraverso relazioni stabili tra visitatori, comunità e luoghi. Per questo la cultura non è un elemento accessorio dello sviluppo territoriale. È spesso la sua precondizione.

Quanto contano e come interpretano la loro professione le persone che la rendono possibile?

Oggi il lavoro culturale sta cambiando profondamente. Per molti anni abbiamo immaginato il professionista culturale come uno specialista chiamato a conservare, gestire o comunicare un patrimonio. Oggi questo non basta più. Le persone che rendono possibili queste esperienze sono spesso figure ibride: progettisti multidisciplinari, animatori territoriali, costruttori di reti, fundraiser, mediatori tra mondi diversi. Ma c’è un aspetto ancora più importante. Queste competenze funzionano davvero solo quando sono inserite in organizzazioni capaci di cooperare, superando logiche individualistiche o competitive. Le esperienze più innovative mostrano infatti che il lavoro culturale è sempre più un lavoro cooperativo: tra professioni diverse, tra generazioni diverse, tra soggetti pubblici e privati, tra economia sociale e istituzioni. Per questo oggi non basta avere buoni professionisti della cultura. Servono organizzazioni capaci di mettere in comune competenze, risorse e responsabilità.

La cooperazione non rappresenta soltanto una forma giuridica. 

È un modo di organizzare lo sviluppo e di rendere possibile ciò che nessun attore potrebbe realizzare da solo. È ciò che accomuna i nuovi modelli di governance partecipata: le cooperative di comunità, i partenariati speciali pubblico-privato e le reti territoriali. In tutti e tre i casi ritroviamo gli stessi ingredienti: cultura, mutualismo e cooperazione. La cultura crea significato e riconoscimento reciproco. Il mutualismo trasforma una comunità in una comunità capace di agire. La cooperazione consente di mettere in rete competenze, risorse e responsabilità alle diverse scale territoriali. Questa combinazione rende i territori (e le associazioni che vi operano) più attrattivi, più competitivi e al tempo stesso più equi.

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