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mercoledì 18 febbraio 2026

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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martedì 6 gennaio 2026

I COMPITI DI REALTA'

 


Bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi” scelgono mostre e avventure.

 L’elogio del pedagogista ai “compiti di realtà”

di Giuseppina Bonadies

 

Daniele Novara critica duramente la didattica basata sulla “risposta esatta”, definendola un quiz arcaico, ed elogia gli insegnanti che assegnano compiti di realtà come mostre e avventure. Il pedagogista invita a sfruttare le vacanze per un apprendimento concreto e operativo, trasformando la città in un luogo di “outdoor education” fondamentale per la crescita.

“Cosa ce ne facciamo delle risposte esatte?”. È una domanda provocatoria quella che Daniele Novara rivolge al mondo dell’istruzione, spostando l’attenzione dalla performance nozionistica alla concretezza dell’esperienza educativa.

In un intervento video diffuso sui canali social, il pedagogista traccia una linea netta tra l’assegnazione di compiti ripetitivi e quelli che vengono definiti “compiti di realtà“, lodando apertamente i docenti che scelgono la seconda strada.

Oltre la logica del quiz

Il punto di partenza dell’analisi è la natura stessa dell’apprendimento, che secondo il direttore del CPP non può essere ridotto a una serie di caselle da sbarrare. “Imparare è un laboratorio, non è una risposta esatta“, afferma Novara, criticando un modello che coinvolge spesso anche i genitori. “La scuola non è un quiz e neanche la famiglia è il posto dove si impara a partecipare al quiz scolastico”.

Per il pedagogista, queste dinamiche rappresentano “forme archaiche, passate” che non hanno più senso di esistere nel contesto attuale. La necessità è quella di recuperare una dimensione tangibile dello studio: “Bisogna, viceversa, ci sia la consapevolezza di come l’apprendimento sia concreto, operativo, fatto di incontri, di esperienze“.

Le vacanze come spazio per il nuovo

Questa visione operativa diventa cruciale specialmente durante i periodi di distacco dalle lezioni frontali. I lunghi periodi di vacanza, compresi quelli estivi, non devono essere visti come un vuoto da riempire con la replica di quanto fatto a scuola, ma come “una grande possibilità “. È il momento in cui bambini e ragazzi possono “vivere qualcosa di nuovo, ma sempre legato al loro bisogno di imparare, di crescere, di diventare grandi “.

L’elogio ai docenti innovatori

Il fulcro del messaggio è il riconoscimento del lavoro svolto da quegli insegnanti che interpretano il tempo extrascolastico come un’occasione di arricchimento culturale e non di addestramento.

Novara si rivolge direttamente a loro: “E quindi, diciamolo senza mezzi termini, bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi già fatti in classe, danno indicazioni per andare a visitare una mostra, comprare un libro, vivere un’avventura, vivere un’esperienza “.

Le indicazioni didattiche virtuose, secondo questa prospettiva, includono l’utilizzo del territorio circostante, invitando a “usare la città come un’outdoor education ricco di possibilità “.

È attraverso queste scelte pedagogiche che l’istituzione scolastica riesce a non perdere la sua centralità educativa. “Grazie a questi insegnanti “, conclude Novara, “la scuola mantiene un luogo privilegiato e prioritario di crescita per le nuove generazioni “.

Orizzonte Scuola

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domenica 28 dicembre 2025

QUALE REALTA' ?

 

 


L'erosione della realtà: la crisi dell'autenticità visiva causata dall'AI



-     Marco Giacalone

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L'intelligenza artificiale generativa ha innescato una crisi ontologica, erodendo lo statuto di verità dell'immagine e rendendo l'occhio umano un rilevatore inaffidabile. Questo editoriale analizza il fallimento percettivo come minaccia alla coesione sociale, la strategia di certificazione del vero e le implicazioni democratiche di un mondo popolato da immagini orfane di verità.

Per secoli, l'immagine ha svolto il ruolo di testimone silenzioso della storia, l'ancora di prova fattuale che sosteneva la cronaca e il dibattito pubblico. Quel ruolo è finito. La democratizzazione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, i modelli di diffusione, le reti GAN, non ha solo migliorato la grafica digitale; ha inferto un colpo mortale allo statuto di verità dell'immagine stessa. Il mondo sta assistendo al crollo del suo rivelatore più fidato: l'occhio umano.

Questo non è un problema tecnico, ma una crisi ontologica. L'autenticità visiva, un tempo garantita dalla percezione, è stata delegata all'algoritmo. Le creazioni sintetiche hanno raggiunto una risoluzione e un realismo tali che l'uomo non è più in grado di distinguere il genuino dal fabbricato. Quando la differenza tra verità e menzogna richiede una verifica computazionale, si è già perso qualcosa di fondamentale nel rapporto con la realtà. Si è verificato un vero e proprio fallimento percettivo su scala globale.

Le implicazioni di questo fallimento sono devastanti per la sfera pubblica. La proliferazione di contenuti visivi manipolati non è casuale; è una collateralità politica studiata. Immagini generate per diffamare, destabilizzare o ingannare possono influenzare elezioni, alterare mercati finanziari e corrodere il consenso in tempo reale. L'incapacità di un cittadino di fidarsi di ciò che vede si traduce inevitabilmente in un contagio di cinismo radicale. La sfiducia non colpisce solo il singolo medium, ma si estende alle istituzioni mediatiche e, per estensione, a quelle governative. L'AI ha armato l'arte dell'inganno.

È una beffa che i sistemi di rilevamento AI (i detector) nati per contrastare i deepfake siano per loro stessa natura destinati a fallire. I modelli generativi evolvono in modo esponenziale, rendendo obsoleto qualsiasi strumento di difesa non appena viene rilasciato. L'industria ne è consapevole e sta, giustamente, invertendo la rotta: si sta abbandonando l'utopia della detection per concentrarsi sulla provenienza digitale (provenance).

L'obiettivo non è più identificare il falso, ma certificare il vero. Standard di autenticità come C2PA rappresentano un tentativo cruciale di costruire una catena di fiducia crittografica per il contenuto digitale, dotando ogni file di un certificato di nascita che ne traccia l'origine e la storia delle manipolazioni. Ma la loro efficacia è subordinata all'adozione universale da parte di tutti i produttori di hardware e software, una missione titanica che è in ritardo rispetto all'inondazione di immagini generate e non etichettate. Finché questo non accadrà, il mondo sarà popolato da immagini orfane di verità.

L'aspetto più inquietante risiede, in ultima analisi, non nel danno arrecato alle macchine fotografiche, ma in quello inflitto alla cognizione umana. La costante esposizione alla menzogna visiva di massa non rende gli individui più scettici in senso critico, ma semplicemente più propensi a rifiutare ogni fatto scomodo. Questa dinamica distrugge la base di realtà condivisa necessaria per il dibattito pubblico e la coesione sociale.

Se l'intelligenza artificiale ha irrevocabilmente distrutto l'affidabilità di ciò che vediamo, la domanda che resta appesa è la più urgente ed è su quali basi fattuali si potrà ancora costruire la politica, la storia e la democrazia stessa.

L'epoca della verità garantita è finita.

 

Terza Notizia

 

venerdì 21 novembre 2025

IL DIALOGO E L'ABUSO

 

Il dialogo antidoto all’abuso del digitale

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti.


- di Giuseppe Savagnone 

Il grido d’allarme dei pediatri

Ha trovato ben poco spazio sulle prime pagine dei nostri quotidiani l’allarme lanciato dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), che ha presentato al Senato, il 19 novembre scorso, le nuove raccomandazioni sull’uso dei dispositivi digitali in età evolutiva, in piena sintonia con quelle dell’American Academy of Pediatrics e della Canadian Society of Pediatrics.

A conferma del fatto che si tratta di un problema attualissimo, che mette in questione, alla radice, l’identità antropologica degli uomini e delle donne del prossimo futuro, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale e che meriterebbe, perciò, una maggiore attenzione, a livello sia privato che pubblico, per trovare insieme soluzioni condivise.

Che la situazione attuale evidenzi un abuso è sotto i nostri occhi. Lo confermano le statistiche. Una recente indagine italiana, aggiornata all’aprile 2024, dimostra che circa il 70% delle famiglie con figli di età compresa tra 0 e 2 anni ammette di utilizzare dispositivi digitali durante i pasti dei propri bambini.

Che questo crei nei piccoli un’abitudine lo dimostra il fatto che, secondo i dati di Save the Children, aggiornati al dicembre 2024, in Italia il 44,6 % dei bambini tra i 6 e i 10 anni e il 78 % dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni usa Internet tutti i giorni. E il 41% della fascia 11/13 anni (il 47,1 % nel caso delle ragazze) frequenta i social.

Per quanto riguarda in particolare gli smartphone, 3 bambini su 10 usano il cellulare quotidianamente e la metà dei quattordicenni lo utilizza più di sei ore al giorno.

Decisiva è stata la pandemia. Rispetto ai livelli pre-pandemici il tempo medio giornaliero di esposizione agli schermi di TV, smartphone, tablet e computer risulta raddoppiato.

Di fronte a questo quadro, di cui tutti abbiamo conferma nell’esperienza di ogni giorno, le direttive dei pediatri – come si diceva, non solo italiani – suonano drastiche e ci mettono tutti in crisi.

Eccone alcune fondamentali:

a.      nessun dispositivo prima dei 2 anni; limitare a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sempre sotto supervisione adulta;

b.     evitare accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni;

c.      ritardare l’uso dei social media, idealmente fino ai 18 anni;

d.     rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni;

e.      evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di dormire;

Le possibili conseguenze di un uso indiscriminato

Trasgredire queste regole non viola nessuna legge, ma significa danneggiare in modo spesso irreversibile i nostri figli. 

Ci sono già problemi fisici. Utilizzare eccessivamente il cellulare, ma anche la TV, il tablet, il pc e le console per i videogiochi, fa aumentare vertiginosamente la sedentarietà a discapito dell’attività fisica, favorendo l’obesità. La luce blu emanata dagli schermi dei dispositivi elettronici può essere la causa, a lungo termine, di seri problemi visivi, a volte irreparabili. E troppo spesso i più piccoli si lasciano distrarre dai social network o dai giochi che hanno sul cellulare fino ad ora tarda, a discapito del sonno.

Altrettanto serie sono le possibili conseguenze negative a livello psicologico. Una è l’incapacità di concentrarsi. Numerosi studi dimostrano che l’esposizione a una quantità sempre maggiore di messaggi e di stimoli rende difficile a molti giovani prestare attenzione per un lungo periodo a un discorso o a un impegno. Nei soggetti più giovani, i cui cervelli sono in via di sviluppo, ciò implica modifiche nelle aree cerebrali legate all’attenzione e alla comprensione, con conseguenti ritardi cognitivi, compreso quello dell’apprendimento.

Ma c’è anche il pericolo di una dipendenza morbosa da questi strumenti, con conseguenti fenomeni di smarrimento psicologico quando, per un qualche motivo, se ne viene privati. Se poi sono le scelte degli adulti a determinare questa privazione, non è raro che si scatenino moti incontrollati di rabbia e di disperazione.

Ma gli effetti più problematici sono quelli che riguardano la sfera relazionale dei giovani. A parte il risvolto patologico del cyberbullismo, in forte crescita, il rischio gravissimo a cui espone l’uso indiscriminato di TV, tablet, pc e smartphone è l’esonero dal rapporto con dei soggetti umani in carne ed ossa e la conseguente perdita del difficile ma necessario confronto quotidiano con quello che un filosofo contemporaneo, Emmanuel Levinas, chiama «il volto dell’Altro», indicando in esso la sorgente a cui dobbiamo sempre riferirci per capire noi stessi e il mondo.

Non è un caso che la diffusione dei media elettronici si accompagni, pur senza esserne la causa, alla crescita esponenziale del fenomeno – registrato la prima volta in Giappone negli anni Settanta e poi diffusosi nel nostro paese, come in tutti quelli più economicamente e tecnologicamente  evoluti – degli Hikikomori, quei giovani tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza ed evitando i rapporti con altre persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente, mediante Internet e il cellulare.

Anche senza arrivare a queste forme estreme, la tendenza all’autoreferenzialità è sicuramente favorita dall’uso continuo degli strumenti elettronici. In un’epoca non lontana, se si entrava in una stanza dove dei giovani si trovavano insieme, li si trovava a parlare a scherzare, a ridere tra di loro. Oggi è frequente che, in una identica situazione, essi siano assorti ciascuno nello scorrere il proprio cellulare, alla ricerca di messaggi ricevuti e intenti a mandarne.

La perdita del senso della realtà

Ancora più alla radice, conseguenze profonde sta avendo sui giovani l’abitudine di accostarsi alla realtà attraverso lo schermo. Perché quest’ultimo è certamente un medium che consente di collegarsi al mondo intero, ma è anche – in un altro senso – una difesa, come quando si parla di “fasi schermo con le mani” alla troppa luce. Lo schermo è il luogo ove possiamo assistere in diretta a vicende liete o drammatiche che si svolgono a migliaia di chilometri da noi. Ma è grazie ad esso che noi siamo immunizzati dalle ripercussioni emotive di drammi – come quelli delle guerre a Gaza e in Ucraina – che, se li vivessimo “in presenza” ci sconvolgerebbero e che invece possiamo seguire tranquillamente seduti in poltrona o a tavola, mentre mangiamo. Lo schermo ci rende spettatori. Ci immunizza dalla realtà.

Senza dire del pericolo che i più giovani si imbattano in aspetti fondamentali di quest’ultima – come la sfera sessuale – attraverso un rappresentazione distorta e morbosa, ricevendo una iniziazione perversa che può segnarli per tutta la vita.

In particolare, il pericolo delle immagini virtuali riguarda i videogiochi, molto spesso imperniati sulla eliminazione violenta di nemici in battaglie immaginarie. Col pericolo di non distinguere più chiaramente la violenza che si impara ad usare per gioco, su uno schermo, da quella che, esercitata nella vita reale, può trasformare il gioco in tragedia.

Dai divieti alla ricoperta del dialogo tra le generazioni

Il problema è che non bastano i divieti a sventare questi pericoli. Le regole già oggi sembrano destinate ad essere sistematicamente travolte dalla realtà. E, per quanto mossi da validissime ragioni, i genitori che vogliono applicarle inflessibilmente nell’educazione dei loro figli rischiano di trovarsi davanti ad effetti peggiori del male. 

Perché, in una società dove la socializzazione passa anche e soprattutto attraverso questi dispositivi, i bambini che non partecipano alle conversazioni digitali tra pari rischiano di sentirsi isolati o esclusi.

Il nodo della questione è, piuttosto, la capacità degli adulti di riscoprire e  di esercitare, anche sotto questo profilo, la loro funzione educativa. In primo luogo con la testimonianza. Un padre, una madre, che a tavola, invece di parlare tra loro e con i loro figli delle esperienze della giornata, usano o controllano continuamente il cellulare, non possono certo pretendere dai più giovani che non facciano lo stesso. E, se si tratta di bambini, posteggiarli davanti a un tablet per farli stare tranquilli, invece di parlare e giocare con loro, è una strategia che prepara gli eccessi futuri.

Più in generale, è un costante dialogo tra i genitori e dei genitori con i figli il migliore antidoto all’uso sbagliato dei dispositivi elettronici.  È questo stile  comunicativo che oggi difetta nelle nostre famiglie. E ciò dipende da un modo sbagliato, da parte degli adulti, di voler bene ai più piccoli.

Lo notava Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione Minotauro: «In verità a mancare è l’ascolto dei figli. I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno con gli adulti, che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole restrittive a colmare il vuoto di cui loro stessi sono la causa.

Si provvede a soddisfare tutti i bisogni consumistici dei figli, li si colma di regali,  ma non si trova il tempo di fermarsi per “stare” con loro e lasciarsi coinvolgere nel loro mondo, divenendone partecipi. In realtà, solo così sarà possibile da un lato accompagnarli con rispetto nelle loro esperienze, dall’altro iniziarli, anche attraverso il gioco creativo, ad attività all’aperto, sport, lettura, che, fin da piccoli, possono insegnare a ridimensionare il tempo passato davanti allo schermo e a cercare relazioni reali, piuttosto che solo virtuali, anche con i coetanei.

Sulla base di questo rapporto dialogico tra le generazioni non suonerà come una forzatura e tanto meno come una imposizione anche quella supervisione che, soprattutto nel caso dei più giovani, gli adulti devono  con discrezione esercitare sull’uso di Intenet e dei cellulari, educando ad un uso corretto sia nei tempi e nelle modalità, sia nella selezione dei contenuti. Perché , anche in questo, come in tanti altri casi, non si tratta di difendersi dalla tecnica, ma di valorizzarne le enormi potenzialità positive neutralizzando, con un opportuno discernimento,  quelle negative.

A questo sforzo educativo può molto contribuire la scuola. Le recenti polemiche sulla decisione del ministro Valditara di escludere i cellulari dalle aule hanno il limite di restare all’alternativa secca tra l’ammissione e l’esclusione di questi dispositivi, senza cerare insieme quali modalità possano garantire una educazione al loro corretto uso, sia a scuola che fuori. Anche qui la sola via praticabile può essere quella di un rapporto autentico tra gli insegnanti e gli alunni, che vada oltre la logica  angusta dei divieti  e dei permessi, in vista di un impegno comune.

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti. Al di là delle regole, si tratta di educare a uno stile comunicativo che, a sua volta, implica una profonda revisione dei modelli di vita oggi vigenti.

È un impegno arduo. Ma i nostri figli non ci perdonerebbero mai se cercassimo di eluderlo.

 www.tuttavia.eu 





mercoledì 10 settembre 2025

FUORI DALA REALTA'


 Il divieto di utilizzare i cellulari a scuola tassativamente voluto dal Ministero è un’occasione educativa. 

Se alibi significa «altro qui» (non ero sulla scena, ero altrove, sono quindi innocente), oggi non ci accontentiamo più di un alibi, ma ci viviamo dentro: non siamo dove siamo, con il rischio di non essere chi siamo. 

Il cellulare ci rende «innocenti», e non di reato, ma di realtà (reato e realtà hanno la stessa radice: res, la cosa, il fatto) e se c’è una «cosa», un «fatto» di cui è bene essere rei, colpevoli, è proprio la realtà, perché è lì che accade il destino di ognuno, come raccontavo la scorsa settimana. 

 Alessandro D’Avenia

 L’intreccio di genetica ed epigenetica rende ciascuno di noi unico, per questo usiamo la metafora del «trovare il proprio posto nel mondo» o del «sentirsi fuori posto», perché nella storia dell’umanità non ci sarà mai nessuno come noi, che ci piaccia o no. Ma spesso, per pigrizia, per mancanza d’amore, per paura di questa unicità, viviamo di alibi: schermati da noi stessi e dal mondo. La realtà non può raggiungerci, con la conseguenza di non scoprire il nostro destino e la nostra destinazione, e finire per accontentarci o del posto che altri ci impongono (uni-formarci) o a volere quello che altri già occupano (con-formarci), con inevitabili crisi e delusioni. In che modo la forzata sottrazione del cellulare dovrebbe aiutare i ragazzi a trovare il proprio posto nel mondo? 

 Il digiuno da schermo evita la sovra-stimolazione nervosa a cui siamo esposti, ancor più dannosa per bambini e adolescenti, perché impedisce di stare di fronte e dentro la realtà proprio quando hanno bisogno di allenarsi a farlo. Solo i “momenti di essere”, come li chiamava Virginia Woolf per distinguerli da quelli dettati da routine in cui è come se non ci fossimo, ci rendono unici: sono momenti in cui non possiamo essere sostituiti da nessuno. Ma questi momenti richiedono una solitudine non facile da affrontare, perché solitudine dice vuoto, un vuoto che noi temiamo perché lo confondiamo con il nulla (“non sono niente di speciale, non c’è alcun posto per me”), mentre soltanto un recipiente “vuoto” e “integro” (solo ha una radice antica che significava intero) è “capace”, può essere quindi riempito. 

 La dolorosa prova della solitudine apre all’unicità: se penso di non essere “capace” è semplicemente perché non sono né “vuoto” né “integro”, non ho fatto esperienza della condizione di “separatezza” (non so che forma ho) che è costitutiva dell’essere unici, e non in simbiosi, dipendenti, continuando ad usare il mondo e gli altri narcisisticamente, per contenere la paura. 

L’incapacità di solitudine è letteralmente “in-capacità”, “dis-integrazione”, non posso incontrare e ricevere il mondo alla mia maniera, per questo mi riempio di illusioni di destino, alimentate dalla continua esposizione a social e piattaforme, video e immagini. 

Il divieto di usare il cellulare per cinque o sei ore, trasformato magari in scelta di libertà da un oggetto con il gesto fisico e consapevole di riporlo in un contenitore in bella vista in classe, potrebbe restituire un certo gusto per la solitudine, purché la scuola sia poi un “momento di essere”, il luogo in cui si incontra ciò che non muore nel mondo (la vita) per sentirsene parte, avere “un posto”. Insomma un po’ di realtà senza “alibi”, perché la realtà, senza post-produzione e filtri, è senz’altro più faticosa, ma è capace di darci proprio quello che ci manca e non quello che ci dicono dovrebbe mancarci. Sostare (so stare?) nel qui e ora, senza bisogno di raggiungere gli altrove mentali e digitali per paura, per noia, per tristezza, aiuta a scoprire chi siamo e che cosa vogliamo. Essere sul luogo - non del reato - ma del reale ci rende “capaci” e “integri”. La solitudine è il faccia a faccia non narcisistico con se stessi. 

 Vedo tanti ragazzi volersi “mettere” a tutti i costi con qualcuno, “mettiti prima con te stesso” che con qualcun altro, dico loro, perché non c’è peggior solitudine della comunione mancata, inevitabile in una relazione dettata solo dalla paura di rimanere soli. Tutti cerchiamo alibi perché sono tante le sofferenze, i dolori, le paure da cui fuggire. Vale ancor di più per una persona in formazione (in cerca della propria forma), il cui vuoto acuisce il bisogno di fuga dal qui e ora, eppure, proprio lo starci, nel qui e ora, nel vuoto, fa scoprire la modalità unica in cui la vita si dà in me: sono “capace” di vita alla mia maniera, come diversa è la forma di un bicchiere (vino, amaro, birra, acqua...). 

 Sintetizzo con le parole che mi scriveva qualche giorno fa una giovane lettrice: “Le parole del libro mi hanno salvato. Le ho lette in un periodo in cui soffrivo per noia, mancanza di amicizie, abbandono e altro. Quasi ogni giorno si concludeva con occhi gonfi e nessuna forza di alzarsi dal letto. Non vedevo l’ora che tornasse la scuola (che odio più per i professori che per i ragazzi) solo per avere una routine ed essere obbligata ad alzarmi. Le sue parole mi hanno fatto capire che c’è speranza, tanta unicità nel mondo, che le persone non sono tutte uguali. Ho riniziato a vivere, mi ha fatta rinascere”. È stata proprio la solitudine a salvarla, perché si è aperto lo spazio (capacità) per un libro, uno spazio che la routine o un cellulare avrebbero tappato, non riempito. 

 La solitudine è relazione, e apre, rende capaci, l’opposto dell’isolamento: l’isolato (da isola, tutt’altra radice rispetto a solo) si chiude, evita le relazioni, perché è “uno”, il solitario invece è “unico” come un pezzo del puzzle, ha fame di legami. Ed è solo tra due “unicità” che può avvenire vera comunicazione e comunione: intimità. Chi è unico può ricevere la vita: da un libro, un insegnante, un’ora di chimica... La solitudine è piena di vita, perché rende capaci di mondo, l’isolamento no. La scuola è il luogo in cui viene offerto quel mondo, relazioni con ciò che vale. 

La solitudine è unicità, originalità. Per questo mi è sempre piaciuto che nella famosa parabola dei talenti si dica che ciascuno li riceve “secondo le sue capacità”: cioè ciascuno riceve vita sulla base di quanta ne può contenere, tutta quella che può contenere (i talenti non sono le capacità, come semplifica una certa lettura da predestinazione o da performance, ma la vita che vuole riempirci alla nostra misura). 

 E a proposito di vita piena, ieri la Chiesa cattolica ha proclamato santo Carlo Acutis, un quindicenne milanese morto di leucemia fulminante nell’ottobre del 2006. Appassionato di programmazione, internet, videogiochi, cinema, italiano e storia, stentava in altre materie. Al suo funerale si presentarono degli sconosciuti: si scoprì che erano i poveri che incontrava nel tragitto casa-scuola e che aiutava con i suoi risparmi. Sapeva stare nel qui e ora, senza alibi. Diceva spesso: “Tutti siamo nati originali ma molti muoiono come fotocopie. Se non vivi a partire dalla tua originalità, sei in pericolo di morire essendo ciò che non sei”. Lo suggeriva in particolare a un amico che per imitare lo stile di una star spendeva tanto tempo e denaro. Carlo gli ripeteva che la cosa più importante non è vivere la vita di qualcun altro ma “essere contenti di se stessi”. Quell’amico ancora gli è grato per averlo “salvato”: reso originale, unico. Lo auguro a tutti gli adolescenti ed è possibile, perché crescere felici è contattare la propria unicità, cioè la propria “solitudine” che, per quanto scomoda possa sembrare, libera dagli alibi e rende “integri” e “capaci” di realtà. 

Colpevoli di essere reali. Vivi. 

 Alzogliocchiversoilcielo.

Corriere della Sera

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giovedì 28 agosto 2025

NON MI RIGUARDA !

“Guerre, soprusi, menzogne: vediamo tutto, niente ci scuote. Ma perché?”

Viviamo immersi in un tempo in cui tutto ci appare visibile, eppure nulla ci attraversa davvero. Siamo esposti – ogni giorno, ogni ora – a notizie, immagini, testimonianze di dolore. Eppure, la realtà, quella viva e drammatica, non ci scuote più.

 

-       -di Paolo Venturi

-        

La guardiamo, ma non ci guarda. Ci sfiora, ma non ci ferisce.

È come se un vetro spesso ci separasse dal mondo: vediamo tutto, ma non sentiamo più niente.

Non si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più inquietante: una forma di anestesia collettiva.

Un ottundimento morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci interrogare dalla sofferenza dell’altro.

Non siamo diventati cinici, ma stanchi. È la stanchezza, la fatica di restare umani in un tempo che ci chiede di essere efficienti, performanti, inattaccabili.

Pier Paolo Pasolini aveva visto tutto questo con una lucidità dolorosa.

Parlava di una “mutazione antropologica”: l’uomo nuovo del consumismo, privo di radici, scollegato da ogni legame comunitario, incapace di sentire davvero.

Un uomo libero, sì – ma di una libertà svuotata.

Una libertà ridotta a spazio privato, astratto, senza relazione.

Non più promessa di vita piena, ma pretesa individuale, diritto senza dovere, espressione senza responsabilità.

Il desiderio si è trasformato così in desiderio di consumo, le relazioni in competizione, l’amicizia in management.

Il pensiero, sempre più tecno-oligarchico, ha convertito ogni respiro comunitario in agency individuale, ogni legame in branding personale.

E la realtà, privata della sua densità simbolica e affettiva, diventa inconsistente.

Invisibile.

Se non ci tocca, semplicemente non esiste. Numeri, statistiche, breaking news.

Ma senza carne, senza volto, senza tempo.

A luglio, l’Unicef ha riportato che oltre 18.000 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza. È un numero spaventoso. Eppure, cosa sentiamo davvero?

Che cosa ci resta dentro, dopo aver letto una cifra così? Ma cosa accade a una società che non riesce più a sentire?

Che ha smarrito il senso del limite, che rimuove la fragilità, che censura perfino la morte, come fosse uno scandalo?

La vera posta in gioco, oggi, è la libertà.

Non quella vuota e gridata, ridotta a diritto di dire qualunque cosa o a difesa dei propri confini identitari.

Ma la libertà autentica. Quella che crea legami. Che riconosce l’altro.

Che costruisce futuro.

Una libertà che non si accontenta di essere liberi da, ma che sceglie di essere liberi per.

Liberi per… cambiare le cose. Per non accettare la disuguaglianza come destino.

Per abitare i conflitti invece di negarli. Per rigenerare le comunità, le istituzioni, i territori.

Per dare voce a chi non ha voce. Per scegliere l’umano, ogni volta che ci viene chiesto di scegliere tra l’umano e il funzionale, tra il giusto e l’utile, tra la verità e la convenienza.

Ma la libertà, per esistere, ha bisogno di relazione...

Non può fiorire nell’individualismo e neppure nell’utilitarismo.

L’impotenza di fronte alla realtà nasce da una condizione impaurita di isolamento: le persone in cerca di protezione si isolano, e così facendo, paradossalmente – come ricorda Robert Castel – aumentano la loro insicurezza.

Un circolo vizioso che rende la persona più fragile, la rende impermeabile rispetto a ciò che succede, e depotenzia la sua capacità di azione e attivazione.

La desertificazione della relazione sottrae alla società il dono.

Il dono – cosa ben diversa dalla donazione – nel suo senso più profondo, è relazione.

È pedagogia per riscoprire la realtà, quell’atto che rompe la solitudine, che crea comunità, che ci ricorda che siamo parte di qualcosa di più grande di noi.

Il dono, come relazione, esercitato tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica, in quella economica come in quella istituzionale, è ciò che manca e che sarebbe in grado di rigenerare il rapporto con il reale, trasformando la percezione individuale in un’esperienza collettiva.

Come sottolineato da Arrow (1999): «Gran parte della ricompensa derivante dalle relazioni interpersonali è intrinseca; la ricompensa, cioè, è la relazione stessa».

Per vivere, e non semplicemente sopravvivere, in un tempo di anestesia morale, non basta più costruirsi una percezione della realtà: occorre avere un rapporto reale con essa.

Non basta più muoversi come singoli: occorre commuoversi – nel vero senso etimologico: muoversi insieme verso…

Riscoprire la nostra inquietudine e la nostra natura relazionale, come ha affermato papa Leone XIV ai giovani durante il Giubileo, diventa così non solo un atto profondamente umano, ma anche un atto politico.

 www.avvenire.it

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sabato 28 giugno 2025

LA FINE DELLA REALTA'

 


L’eclisse della realtà

 e il dilagare

 della violenza



- di Giuseppe Savagnone 

 Una guerra senza verità

Lo svolgersi degli ultimi eventi sugli scenari internazionali sembra confermare l’idea, oggi così diffusa, che la verità non esiste, o, più precisamente, che non ce n’è una valida per tutti, perché ognuno ha la sua.

Si guardi alla “guerra dei dodici giorni” di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran. Frutto di un intervento necessario e urgente per garantire la sicurezza non solo d’Israele, ma del mondo intero, secondo l’interpretazione unanime dei governi occidentali, oppure aggressione sionista e imperialista, contraria ad ogni regola del diritto internazionale, come l’hanno definita, oltre allo stesso governo di Teheran, Russia e Cina?

E davvero l’Iran era sul punto di costruire la bomba atomica, come sostiene Israele appoggiato, ancora una volta, da tutto il mondo occidentale, oppure la repubblica islamica aveva fin dal 2003 rinunziato a questo obiettivo, puntando piuttosto su un uso pacifico dell’arricchimento dell’uranio, come nel mese di marzo  aveva affermato davanti al Congresso la direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard (che però, in seguito alle reazioni del presidente americano, ultimamente ha ritrattato queste affermazioni)?

E il significato del bombardamento americano sui siti nucleari iraniani? «Gli attacchi in Iran come Hiroshima, hanno messo fine alla guerra», ha detto Trump, secondo cui con questa operazione, ammirevole sotto il profilo militare, si è raggiunto pienamente l’obiettivo.

Di danni significativi, ma non decisivi, per il programma di arricchimento dell’uranio parlano, invece, le autorità iraniane, ma anche autorevoli fonti giornalistiche americane come il «New York Times», la CNN e il «Financial Times», secondo cui gli iraniani avrebbero in tempo trasferito il materiale più prezioso  in altri siti, segreti e sicuri.

Addirittura è sull’esito stesso della guerra che si registrano versioni opposte e contraddittorie. Un trionfo di Israele e degli Stati Uniti, secondo Netanyahu e Trump, una «vittoria schiacciante» dell’Iran secondo la Guida Suprema Khamenei.

La doppia immagine della presidenza Trump e un episodio italiano

Ma non è l’unico caso in cui lo smarrito spettatore delle vicende pubbliche è indotto a ricordare le parole di Pirandello, a conclusione del suo dramma «Così è (se vi pare)», quando mette in bocca alla donna velata, sulla cui identità nel corso dell’opera ci si è interrogati, le famose parole: «Io sono colei che mi si crede».

La stessa figura del presidente americano Trump è al centro di opposte letture. I sondaggi fatti negli Stati Uniti in questi primi mesi del suo governo indicano una caduta verticale di popolarità, sia per gli effetti economici e finanziari devastanti della sua volubilità nella politica dei dazi, sia per il mancato adempimento della promessa di chiedere in pochi giorni le due guerre in corso in Ucraina e nella Striscia di Gaza.

Più recentemente, a esasperare questa delusione è arrivato l’attacco all’Iran, che ha addirittura esposto gli stessi Stati Uniti al rischio di impantanarsi in una guerra nel Medio Oriente. Così il Tycoon ha registrato il peggiore indice di gradimento dopo cento giorni di qualunque altro presidente dal 1952 a oggi.

In diversi sondaggi è emersa anche un giudizio negativo sulla politica migratoria di Trump, che pure era stato uno dei punti del suo programma che gli aveva garantito il successo. Per molti americani le deportazioni degli irregolari sono andate «troppo in là».

In particolare è stata espressa una netta opposizione alle deportazioni nei confronti di persone che hanno vissuto negli USA per più di dieci anni, o che hanno figli con la cittadinanza americana, o che non hanno commesso alcun reato.

Da parte sua, invece, Trump ha festeggiato questo stesso periodo come «i 100 giorni più di successo di qualsiasi Amministrazione nella storia del nostro Paese». E anche all’estero non sono mancati gli apprezzamenti, soprattutto da parte dei rappresentanti politici della destra come, in Italia, Salvini e Meloni.

Per non parlare degli editoriali di Mario Sechi, direttore di «Libero», e di Belpietro, direttore de «La Verità», che hanno esaltato senza mezzi termini la spregiudicatezza del presidente americano come l’inizio di una nuova era, contrapponendola alla ingessata ed obsoleta politica tradizionale.

Ed è degli ultimi giorni il messaggio che il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha inviato a Trump dopo l’attacco all’Iran e l’imposizione ai paesi europei dell’aumento al 5% delle spese militari: «Caro Donald congratulazioni per la tua azione cruciale in Iran, una cosa che nessuno avrebbe osato fare». Poi, sull’obiettivo del 5%: «Donald, ci hai guidati verso un momento veramente importante per l’America, l’Europa e il mondo». E ancora: «Raggiungerai qualcosa che nessun presidente americano è riuscito a fare negli ultimi decenni».

Ultimo segnale di questo impero della contraddizione: pochi giorni fa il governo del Pakistan ha proposto di assegnare al presidente USA Donald Trump il Premio Nobel per la Pace 2026, come riconoscimento del suo «decisivo intervento diplomatico» in occasione della recente crisi tra India e Pakistan.

Anche per quanto riguarda il nostro paese, gli esempi di “doppia verità” non mancano. Alcuni giorni fa il nostro ministro degli Esteri, Tajani ha affermato che «quello che abbiamo fatto noi a Gaza non l’ha fatto nessun governo europeo».

E la nostra premier ha dichiarato in Parlamento che «obiettivo prioritario per l’Italia» è «il cessate il fuoco a Gaza, dove la legittima reazione di Israele a un terribile e insensato attacco terroristico sta assumendo forme drammatiche e inaccettabili, che chiediamo a Israele di fermare immediatamente». Solo qualche giorno dopo, però, al Consiglio europeo l’Italia, insieme alla Germania, si è fermamente opposta alla proposta, avanzata da diversi altri paesi membri dell’UE, di interrompere l’accordo di associazione con Israele, in forza di un articolo di esso che ne prevede la sospensione in caso di violazione di diritti umani.

Possiamo rassegnarci alla fine della realtà?

«Il mondo è diventato favola», aveva affermato Nietzsche, in uno dei suoi scritti. Nella sua visione nichilista la realtà non esiste e si riduce alle narrazioni che noi ne facciamo. Così come non esiste alcun criterio etico che  possa fondarsi sulla verità delle cose – «Al di là del bene del male» si intitola una sua opera. 

Non ci resta ormai che prendere atto dell’ineludibile forza di questa profezia e adattarci al quadro che in base ad essa si sta delineando?

Proprio ciò che abbiamo sotto gli occhi ci costringe a ribellarci a questo destino. Perché una verità almeno sembra imporsi in modo indiscutibile, ed è che la fine della verità consegna il mondo alla logica di una violenza illimitata, al cui trionfo stiamo assistendo. Dove violenza è la forza che non si fonda sul diritto, ma pretende di sostituirlo.

Violenza è quella del regime iraniano, che soffoca la libertà – soprattutto quella delle donne – e, sia vero no che sta costruendo la bomba, non rinunzia  comunque alla pretesa di cancellare dieci milioni di cittadini dello Stato d’Israele.

Violenza è quella di Netanyahu, che, simmetricamente, vuole fondare la sicurezza dello Stato ebraico su una guerra di annientamento senza limiti e senza fine contro chiunque costituisca un pericolo prossimo o remoto nei suoi confronti.

E violenza è quella di Trump, che in nome degli interessi americani – o di quelli che egli crede tali – calpesta le vite di milioni di persone, minaccia anche i paesi amici – con i dazi o addirittura con le armi, come nel caso della Groenlandia – e avanza pretese spudoratamente affaristiche, come quelle sulle terre rare dell’Ucraina.

Senza verità e senza distinzione tra bene e male la violenza non è più la patologia della politica, ma la sua regola, perché ognuno può raccontare la realtà come gli conviene. Ma questo non è più il mondo degli esseri umani, è la giungla, dove l’unica legge è quella del più forte.

E la violenza ricade su tutti, non solo su chi immediatamente la subisce. Ci si può illudere di rifare di nuovo grande l’America sostenendo Israele nel più grande massacro di civili dalla seconda guerra mondiale in poi, bloccando l’attività dell’USAID, la più grande agenzia al mondo di aiuti umanitari ai poveri, e al tempo stesso conducendo una lotta senza quartiere contro questi stessi  poveri che cercano negli Stati Uniti una vita migliore.

Così come ci si può illudere che questa stessa logica vada bene per rifare grande l’Italia, dove la nostra premier è totalmente appiattita sulla linea di Trump.

Così come si può anche credere che aumentando gli armamenti ci si tutelerà dalle minacce alla nostra sicurezza, in funzione della politica imperialista d Putin, senza rendersi conto che il dittatore russo, con le sue folli manie di grandezza, è solo la punta di un iceberg ben più minaccioso per l’Occidente egoista che abbiamo creato, e che è il Sud del mondo, del quale fanno parte i poveri, che diventano sempre più numerosi e il cui odio stiamo attizzando sempre di più. «Si vis pacem para bellum», ha detto in Parlamento Giorgia Meloni, ricorrendo a una dotta citazione per sostenere la sua adesione al programma di riarmo della NATO, che prevede l’innalzamento delle spese militari dall’1,5% al 5% del nostro PIL.

Ma davvero l’unica via per la sicurezza è spendere i soldi per le armi, invece che per rendere migliori le condizioni di vita di chi ci minaccia? Le armi non hanno mai garantito la pace.

Se vuoi la pace, prepara la pace. Essa ha bisogno che l’odio diminuisca, e le bombe su Gaza non solo non rendono più sicuro Israele, ma creano le condizioni perché la sua insicurezza duri per sempre, così come le violenze nei campi di concentramento in Libia e in Tunisia finanziati dall’Italia non sembrano un buon biglietto da visita per il tanto strombazzato “piano Mattei”, che vorrebbe avvicinare il nostro paese all’Africa.

A ricordarci che il mondo che stiamo costruendo, puntando sulla corsa agli armamenti, potrà solo basarsi su una guerra continua è stato recentemente Leone XIV: «Non dobbiamo abituarci alla guerra, bisogna respingere la corsa agli armamenti», ha detto il papa. «Ripeto ai responsabili ciò che diceva Papa Francesco: “la guerra è sempre una sconfitta”».

Ma la pace, come insegnava Gandhi, ha bisogno della verità e nasce da essa. È da qui che bisogna ricominciare. Solo che riscoprire la cultura della verità richiede l’abbandono di quella oggi dominante, che chiude non solo i politici, ma tutti noi, nella bolla delle nostre illusioni soggettive e ci impedisce di vedere la realtà.  È una sfida epocale. Ma noi saremo capaci di raccoglierla?

 www.tuttavia.eu 

 Foto di Mahmoud Sulaiman su Unsplash