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giovedì 11 giugno 2026

IN NOME DI DIO FERMATEVI

Un raid aereo israeliano ha colpito il villaggio di Choukine l'11 giugno 

La Santa Sede all'Onu: 

"Non esiste una soluzione militare

 alle crisi in Medio Oriente"

Intervenendo al dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Delegazione della Santa Sede ha chiesto la fine immediata all’escalation in Libano, la soluzione della crisi umanitaria a Gaza, un percorso verso uno Stato palestinese e attenzione alla situazione iraniana

Davide Dionisi - Città del Vaticano

“Non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente”: è quanto ha detto la delegazione della Santa Sede in occasione del dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza Onu sul tema Mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Promuovere soluzioni politiche in Medio Oriente: Mediazione e dialogo per una pace duratura. “Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente” sottolinea la Delegazione, specificando che “queste condizioni richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Regione segnata dalla violenza e dalla sofferenza

Ricordando che il Medio Oriente è una regione ricca di storia, cultura e fede e che i suoi popoli hanno contribuito in modo incommensurabile alla civiltà umana, la Delegazione ha specificato che “questa regione comprende la Terra Santa, con Gerusalemme al suo centro, una terra sacra per cristiani, ebrei e musulmani, con un significato spirituale che si estende ben oltre la regione stessa. Eppure” ha aggiunto “oggi la regione continua ad essere segnata dalla violenza, dalla paura e dalla sofferenza umana. La pace deve sempre essere costruita attraverso il dialogo, la fiducia e il rispetto per la dignità data da Dio a ogni persona umana. Come sottolinea Papa Leone XIV: La pace non è l’assenza di conflitto: è la forza gentile che respinge la violenza".

Non esiste soluzione militare alle crisi in Medio Oriente

La Delegazione ha poi offerto tre spunti di riflessione: “In primo luogo, non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente. Come ha recentemente ricordato Papa Leone XIV: Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura. Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente. Queste condizioni” ha sottolineato “richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Coraggio politico e persona al centro

Un secondo passaggio è stato dedicato alla diplomazia preventiva e alla mediazione che, è stato evidenziato, “richiedono pazienza, coraggio politico e disponibilità all’impegno. Il costo del dialogo può sembrare elevato; il costo della sua assenza è inevitabilmente più alto. Infatti, la mediazione non è semplicemente una questione di gestione delle crisi, ma piuttosto il lavoro paziente di ricostruire relazioni e ripristinare la fiducia”. Infine, ogni soluzione politica deve porre al centro la persona umana. “Gli accordi politici non possono durare se non rispondono alle legittime speranze e necessità dei popoli. La pace non è sostenuta solo dalle istituzioni, ma anche da comunità capaci di fiducia, solidarietà e speranza. Pertanto, è indispensabile sostenere le agenzie e le istituzioni delle Nazioni Unite che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e aiuti alle persone sfollate e alle comunità di rifugiati”.

Pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura

Poi l’appello per la risoluzione di tutti i conflitti in corso in Medio Oriente. “La Santa Sede esorta a porre immediatamente fine all’escalation militare in atto in Libano e chiede sforzi concertati, pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura, affrontando anche la situazione relativa all’Iran. Inoltre, è imperativo che cessino ogni forma di aggressione, che venga affrontata la drammatica situazione umanitaria a Gaza e che venga tracciata una via verso una soluzione a due Stati. I popoli del Medio Oriente” ha concluso la Delegazione “meritano di meglio che rimanere intrappolati in un ciclo di crisi ricorrenti. Meritano un futuro basato sulla giustizia, la sicurezza, la riconciliazione e la speranza”.

Vatican News


venerdì 26 settembre 2025

LE MACERIE DI GAZA

  


E se 
la partecipazione rifiorisse 

sulle macerie di Gaza?




di Giuseppe Savagnone 

Una imponente manifestazione e le sue ragioni

I più anziani assicurano che da decenni non si assisteva a una mobilitazione popolare come quella del 22 settembre, in seguito allo sciopero generale indetto dell’Unione sindacati di base (USB) per Gaza. 

I giornali governativi hanno cercato invano di minimizzare la portata della manifestazione, parlando addirittura di un flop. A smentire questi tentativi di disinformazione ci sono – alla portata di tutti, su internet – le foto e i video dei cortei che in più di 80 città italiane hanno coinvolto un numero di persone strabocchevole, mai visto ultimamente. I numeri ufficiali, come sempre in questi casi, variano molto. Ma sicuramente si è trattato di centinaia di migliaia di partecipanti.

Al di là dell’aspetto quantitativo, ha colpito gli osservatori quello qualitativo. C’erano le persone più diverse: hanno sfilato per ore l’uno accanto all’altro operai, professionisti, madri di famiglia coi bambini in passeggino, anziani e anziane, ragazzi e ragazze di tutte le età. Un popolo.

Il destinatario della protesta, ovviamente, non erano Netanyahu e Hamas, i diretti responsabili, ma il nostro governo, che in tutto questo tempo ha sempre limitato unilateralmente la sua condanna ai terroristi islamici, per il massacro del 7 ottobre e la detenzione degli ostaggi, rifiutando invece di prendere posizione nei confronti della carneficina, di proporzioni enormemente superiori, che da quasi due anni Israele sta perpetrando.

La nostra premier continua a ripetere che nessuno Stato ha fatto tanto per Gaza quanto il nostro. 

Ma i fatti parlano diversamente.

L’Italia si è rifiutata di votare ben tre risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU – rispettivamente il 27 ottobre 2023, il 13 dicembre dello stesso anno, il 15 settembre 2024 – volte a chiedere il cessate il fuoco e a fermare il massacro di civili. E, sempre in nome dell’esigenza di «non isolare Israele», ha addirittura accolto per due volte a Roma, con tutti gli onori, il presidente israeliano Herzog, proprio in questi giorni riconosciuto colpevole dalla Commissione indipendente dell’ONU del crimine di «genocidio».

Solo alla fine di agosto Meloni, davanti all’insorgere dell’opinione pubblica internazionale, ha ammesso che la reazione israeliana «è andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti». Ma alle parole – peraltro molto blande – non hanno fatto seguito, da parte dell’Italia, né la sospensione delle forniture di armi, né quella del sostegno economico allo Stato ebraico. E anche il riconoscimento dello Stato palestinese – unico argine al dichiarato progetto israeliano di cancellare la popolazione di Gaza e della Cisgiordania –  è stato definito dal ministro degli Esteri Tajani «prematuro».

Al nostro paese Netanyahu non poteva chiedere di più. Anche rispetto agli altri governi europei, quello dell’Italia è stato insieme a quello degli Stati Uniti, il suo più fedele amico.

Era dunque al governo italiano che le centinaia di migliaia di manifestanti hanno chiesto un drastico cambio di passo, per cui, senza abbandonare la richiesta del rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, si arrivi finalmente alla condanna di ciò che Israele sta facendo ai civili e a una pressione concreta per il cessate il fuoco, attraverso l’interruzione dei rapporti militari e commerciali con lo Stato ebraico.

A questo appello che saliva dalle piazze Giorgia Meloni ha risposto semplicemente ignorandolo e concentrandosi sulla condanna dei tafferugli che poche centinaia di estremisti hanno scatenato devastando l’ingresso della stazione ferroviaria di Milano: «Indegne – ha detto la premier – le immagini che arrivano da Milano (…). Violenze e distruzioni che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza, ma avranno conseguenze concrete per i cittadini italiani, che finiranno per subire e pagare i danni provocati da questi teppisti».

È stato notato che la presidente del Consiglio non ha mai usato parole di sdegno così dure per i 70.000 palestinesi – in gran parte donne e bambini – uccisi in questi mesi, per non parlare dei due milioni e mezzo che sono stati affamati, assetati, umiliati, deportati con inaudita arroganza e violenza dall’esercito israeliano.

Quanto al vicepremier Salvini – che qualche giorno fa in un’intervista a una televisione israeliana ha dato la sua piena solidarietà a Israele, sostenendo che «ha il diritto di difendersi» e che l’indignazione ormai dilagante a livello internazionale è frutto solo di «antisemitismo»  – , ha parlato dei manifestanti come di «criminali, teppisti e delinquenti», e ha sfruttato subito le violenze per lanciare un’ulteriore proposta restrittiva sugli scioperi, dopo quelli già introdotti col Decreto sicurezza. «Chiederemo — ha detto in un punto stampa — una cauzione a chi organizza cortei e manifestazioni, in caso di danni pagheranno di tasca loro».

Colpisce che la reazione della grande maggioranza della stampa e delle televisioni, anche non di destra, sia stata in sintonia con quella del governo e abbia quasi ignorato l’imponente mobilitazione popolare di 80 città italiane riducendola all’incidente – peraltro molto circoscritto – di Milano. Così, il titolo di prima pagina del maggiore quotidiano italiano, il «Corriere della Sera», era l’indomani: «Guerriglia a Milano su Gaza». Su questa linea molti altri.

Lo scollamento della politica dai valori

Eppure, malgrado questi sforzi convergenti per vanificarlo, l’evento del 22 settembre costituisce un segnale importante di novità. Significativo che ad esso abbiano partecipato, numerosissimi, gli studenti, sia universitari che degli istituti secondari. Per chi ha esperienza della scuola, non è strano che le lezioni siano disertate invocando il primo motivo plausibile per “fare vacanza”. Strano è, però, che, invece di andarsene a casa o di bighellonare, come purtroppo speso accade in occasione degli “scioperi” studenteschi, questa volta gli alunni nella grande maggioranza abbiano partecipato alle manifestazioni, a volte insieme ai loro professori.

Da molto tempo non si riusciva a offrire ai più giovani un obiettivo credibile per cui investire il loro impegno civile.

Sappiamo tutti a cosa si è ridotta la politica, e non soltanto nel nostro paese. Anche gli adulti più maturi e temprati, in questo momento storico stentano a vincere lo scoraggiamento di fronte allo scenario internazionale  e ai personaggi che recitano in esso la parte di protagonisti. E quanto alla vita politica italiana, è difficile dire se siano meno entusiasmanti i rappresentanti del governo (di cui abbiamo appena misurato la sensibilità democratica) o quelli dell’opposizione (cronicamente autoreferenziali e divisi,  al punto di presentarsi alla votazione sul riarmo con cinque mozioni diverse).

Quel che è certo è che, alle ultime elezioni europee, hanno votato solo il 49,69% degli aventi diritto. Meno della metà. Se si fosse trattato di un referendum, la consultazione non sarebbe stata valida. Era la prima volta che questo accadeva, nella storia della Repubblica. E, anche nelle ultime elezioni politiche del 2022, è andato alle urne solo il 63,08 %. Anche in questo caso si tratta della percentuale più bassa nella storia repubblicana.

La triste verità è che sia la destra che la sinistra, oggi, non rappresentano il paese reale. E che la politica somiglia sempre di più a un monologo autoreferenziale recitato dalla cosiddetta “classe dirigente” sulla scena di un teatro mezzo vuoto. Una spiegazione di fondo è che in Italia – come in tutto l’Occidente – si è registrato ormai uno svuotamento di quell’ideale democratico che aveva galvanizzato, nel dopoguerra, la grande maggioranza dei cittadini, spingendoli ad una partecipazione che a livello elettorale raggiungeva il 90%.

Ma allora c’erano ancora delle idee in cui credere e in nome di cui lottare, discutere, scontrarsi (vi ricordate don Camillo e Peppone?). La dimensione valoriale permeava la politica ed era all’origine della dialettica democratica, che metteva a confronto concezioni diverse, a volte opposte, ma tutte ispirate – fondatamente o meno – a un progetto di bene comune non solo economico, ma integralmente umano. Oggi invece, come ha coraggiosamente denunziato papa Francesco nella «Laudato si’», la politica è subordinata all’economia e l’economia, a sua volta, alla finanza.

Col risultato che il successo del nostro governo è assicurato dalla promozione da parte delle agenzie finanziarie internazionali, anche se, come segnala il recente rapporto Oxfam del gennaio scorso, l’Italia risulta essere sempre più divisa in termini di disuguaglianze economiche.

Nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro, al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, e oggi 71 individui detengono 272,5 miliardi di euro, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone, vivono in condizioni di povertà assoluta.

Una prospettiva nuova

Le persone, soprattutto i giovani, difficilmente possono essere entusiasmate da una politica che funziona così, anche quando appartengono alla fascia privilegiata. E ci sono esperienze traumatiche in grado di risvegliare nelle coscienze il senso del bene e del male, scardinando l’abitale indifferenza a ciò che non riguarda il proprio interesse.

La vicenda di Gaza si sta imponendo – e non solo in Italia – come una di queste esperienze. Le immagini trasmesse ogni giorno dalle reti televisive, i video circolanti su internet, le innumerevoli testimonianze provenienti dalla Striscia, hanno definitivamente fatto crollare la versione del governo di Tel Aviv, secondo cui, al di là di inevitabili danni collaterali, l’azione dell’Idf avrebbe sempre avuto di mira i terroristi di Hamas, nel pieno rispetto dei diritti umani. Tutti hanno potuto vedere con i loro occhi che la realtà era un’altra.

Nell’inerzia del nostro governo, la gente si è mossa autonomamente, a di fuori di schemi partitici, per far sentire la propria voce.

Può essere un inizio. Il recupero di una partecipazione dal basso che, senza necessariamente incanalarsi in forme istituzionali, condizioni però le istituzioni e le costringa a cambiare il loro stile. Non è necessario per questo attendere le prossime elezioni politiche.

Ci sono i sondaggi, a cui le forze politiche sono molto attente. Ci sono le prossime elezioni regionali. Occasioni per condizionare i rispettivi partiti di appartenenza – di destra o di sinistra che siano – e riportarli a quel senso della persona umana che dovrebbe caratterizzare una politica degna di questo nome.

L’alternativa, purtroppo, è il progressivo radicalizzarsi dello scontro fra un governo sempre più orientato a limitare le libertà civili in nome dell’ordine, della stabilità e della sicurezza – valori propri, da sempre, di tutti i regimi autoritari – ed espressioni sfrenate e controproducenti di rifiuto di queste restrizioni. 

Col risultato, in realtà, di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica ulteriori strette. Già oggi, a sproposito, sono state evocate le Brigate rosse per criminalizzare l’opposizione, accusandola di fomentare l’odio e la violenza per il solo fatto di contestare la linea del governo.

Solo un ritorno alla partecipazione può fermare questa potenziale spirale, per ora appena abbozzata, in cui autoritarismo e protesta violenta potrebbero finire per alimentarsi a vicenda. 

La risposta dei comuni cittadini alla tragedia di Gaza fa sperare che gli italiani si stiano ridestando alla prospettiva etica della politica e possano dare una svolta in questo senso alla nostra democrazia.

www.tuttavia.eu

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UNA CLASSE INCLUSIVA

 

Scuola, 

cosa si fa in 

una classe inclusiva?


Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. Il progetto "Cambio Sguardo" mette a disposizione di tutti gli strumenti - con formazione online, giochi e workshop - per promuovere i diritti degli studenti con disabilità

di Redazione

 Con settembre si apre un nuovo anno scolastico e Cbm Italia – organizzazione internazionale impegnata nella salute, l’educazione, il lavoro e i diritti delle persone con disabilità in Italia e nel mondo – rinnova il suo impegno all’interno della scuola con il progetto educativo “Cambiamo Sguardo: dire, fare, parlare di disabilità”, che si propone di promuovere la cultura dell’inclusione a partire dal linguaggio, sostenere i diritti delle persone con disabilità e costruire classi inclusive.

Rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, famiglie, contesti extrascolastici come associazioni, enti, istituzioni culturali, università e chiunque desideri approfondire il tema della disabilità, il progetto è giunto alla sua terza edizione e parte sempre dalle stesse fondamenta: la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, strumento indispensabile per promuovere e tutelare i diritti delle persone con disabilità e contrastare stereotipi, luoghi comuni e comportamenti che generano stigma ed emarginazione.

Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. 

Per favorire la nascita di una classe inclusiva, esistono preziosi strumenti che aiutano a creare quel clima sereno in classe, basato su rispetto, fiducia e accettazione delle differenze. Sono per esempio il circle time, che stimola l’espressione emotiva; il cooperative learning, che incoraggia il lavoro di gruppo; il peer tutoring, basato sul sostegno tra pari.

Queste metodologie sono raccontate da Cambiamo Sguardo nel modulo dedicato alla didattica inclusiva sotto forma di video lezione (della durata di 20 minuti). Oltre a questa sezione, la formazione online del progetto propone anche moduli sul linguaggio inclusivo, la Convenzione Onu e l’Agenda 2030.

La seconda parte di Cambiamo Sguardo è invece composta dal kit operativo, ovvero attività didattiche, giochi e laboratori che favoriscono il confronto e la partecipazione consapevole di tutti, la riflessione sulle diseguaglianze, il parlare di disabilità con naturalezza e rispetto. 

Per la sua natura digitale, Cambiamo Sguardo è strutturato in modo da poter essere svolto in qualsiasi momento dell’anno e in autonomia. 

Bisognerà attendere invece la primavera per partecipare al nuovo ciclo di workshop che vede tra le protagoniste due donne che sapranno offrire interessanti spunti sul tema dell’inclusione: Marina Cuollo, scrittrice e consulente D&I (Diversity & Inclusion), che accompagna i partecipanti tra le diverse forme di accessibilità, da quella digitale a quella fisica; e Anna Rossi, presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare di Milano, che affronta il tema dell’autonomia delle persone con disabilità, dal diritto allo sport e al tempo libero, alla scelta di come organizzare la propria quotidianità. 

«Contribuire alla costruzione di una società più equa e consapevole è alla base del progetto di Cbm Italia nelle scuole: con Cambiamo Sguardo vogliamo coinvolgere studenti e studentesse a riflettere sulle parole, a mettersi nei panni dell’altro, a cambiare punto di vista, per rendere la classe, ma non solo, un luogo accogliente in cui ciascuno – con e senza disabilità – possa partecipare attivamente e sviluppare le proprie potenzialità» commenta Massimo Maggio, direttore di Cbm Italia.

Nell’anno scolastico 2024-25 sono state oltre 500 le scuole e le altre istituzioni che hanno aderito al progetto, coinvolgendo 16.000 persone tra studenti, genitori, personale scolastico e professionisti del mondo dell’educazione di tutta Italia.

“Cambiamo sguardo: dire, fare, parlare di disabilità” è un progetto di Cbm Italia, realizzato in collaborazione con Ledha Milano, Istituto dei Sordi di Torino e CediSma (Centro Studi e Ricerche sulla Disabilità e Marginalità dell’Università Cattolica di Milano).

Per scaricare i materiali: https://www.cbmitalia.org/cambiamo-sguardo

Per info: scuola@cbmitalia.org

VITA



 

venerdì 15 agosto 2025

LA TERRA DIMENTICATA

 


La terra dimenticata che smentisce Israele


- di  Giuseppe Savagnone 


Gli insediamenti illegali in Cisgiordania

Non ha sorpreso l’annuncio del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che è anche responsabile della gestione civile in Cisgiordania, di aver approvato un nuovo piano di insediamento che prevede la costruzione di 3.400 unità abitative per i coloni.

La sua realizzazione, ha spiegato con soddisfazione Smotrich, dividerà in due il territorio originariamente destinato, secondo la risoluzione dell’ONU del 1947, ad una entità politica parallela a quella ebraica, e così «seppellirà l’idea di uno Stato palestinese», proprio mentre ormai un numero crescente di paesi occidentali  dichiara di avere intenzione finalmente, di riconoscerlo. È chiaro che la mossa dl governo di Tel Aviv è una risposta a queste prese di posizione.

Del resto, già il 29 maggio Israele aveva varato la creazione di ventidue nuovi insediamenti ebraici in quelli che anticamente erano la Giudea e la Samaria – oggi Cisgiordania – , con una decisione che lo stesso Smotrich aveva definito «storica».

Ma anche subito prima e subito dopo il 7 ottobre, altri insediamenti erano stati creati, a spese degli abitanti arabi del territorio, cacciati dalle loro case. La più frequente delle strategie utilizzate dalle istituzioni israeliane per occupare questi terreni, facendo evacuare i villaggi e spianando le case con i bulldozer, è la loro trasformazione in aree di addestramento per l’esercito israeliano.

Il documentario No Other Land, premio Oscar del 2025 –  i cui registi sono un arabo e un israeliano – narra il caso di Masafer Yatta, un gruppo di villaggi nel sud della Cisgiordania a cui è stata riservata questa sorte.

Infine, in Cisgiordania, i coloni e le autorità israeliane utilizzano anche il controllo dell’acqua come un’arma. Oggi, Israele controlla circa l’80% delle riserve idriche della regione e l’estrazione di acqua da qualsiasi nuova fonte richiede i permessi del governo israeliano, quasi impossibili da ottenere.

La compente religiosa

Questo processo, con fasi alterne, dura dal 1967, a partire dalla strepitosa vittoria israeliana nella guerra dei Sei giorni. Una storica ebrea, Anna Foa, nel suo recente libro «Il suicidio di Israele», scrive che da questo momento «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele. 

Sebbene al governo fossero i laburisti, a partire dal 1967 iniziava nella West Bank occupata il fenomeno degli insediamenti da parte dei gruppi estremisti messianici». 

Significativo che due anni dopo, nel 2018, sia stata introdotta la Legge Fondamentale su Israele Stato-Nazione del popolo ebraico, di cui un paragrafo recita: «Lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale, e agirà per incoraggiare e promuovere il suo sviluppo e consolidamento». 

Ed è nella logica del sionismo messianico che queste operazioni di conquista sono state e continuano ad essere compiute. Alla radice remota ci sono le parole di Ben Gurion, venerato in Israele come il “padre della patria”, il quale, contestando il concetto stesso di “Mandato britannico per la Palestina”, istituito dopo la Prima guerra mondiale, aveva dichiarato: «A nome degli ebrei, dico che la Bibbia è il nostro Mandato, la Bibbia che è stata scritta da noi, nella nostra lingua, in ebraico, proprio in questo Paese. Questo è il nostro Mandato. Il nostro diritto è antico quanto il popolo ebraico».

Ben Gurion non era un ebreo religioso, ma la Bibbia era il suo punto di riferimento e in particolare considerava il libro di Giosuè il modello storico per la conquista della Terra da parte del popolo ebraico, allora come adesso. Egli, scrive Anna Foa, era un «laico convinto», ed era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. 

«In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultra-ortodossi».

Non a caso, in queste occupazioni, si registrano come un dato costante le violenze di coloni fanatici che si lanciano contro i residenti accusando loro, che ci vivono da secoli, gli occupanti abusivi, rivendicando la loro proprietà della “terra promessa” data da Dio ai loro avi.

L’attività di occupazione israeliana è stata più volte condannata come illegale e contraria al diritto internazionale dalle Nazioni Unite, ma né il governo di Tel Aviv né i paesi occidentali hanno mai appoggiato queste denunzie, anzi il 18 novembre il segretario di stato nel primo governo Trump, Mike Pompeo, ha dichiarato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non violano il diritto internazionale.

La Cisgiordania non è Gaza

Le vicende della Cisgiordania (o West Bank, come anche viene comunemente chiamata) solo ora stanno cominciando a venire in piena luce. Finora tutta l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si è concentrata sulla guerra nella Striscia di Gaza e sulla reazione di Israele all’attacco del 7 ottobre.

Il punto è che con Hamas e con quell’attacco i palestinesi della Cisgiordania non hanno nulla a che fare, perché il territorio sarebbe se mai sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, gestita dall’OLP, in rottura radicale con Hamas – tra le due organizzazioni c’è stata addirittura uno scontro armato – e che, a differenza di Hamas, ha da tempo riconosciuto lo Stato ebraico.

Molti, pur perplessi di fronte alla reazione israeliana al 7 ottobre, si sono chiesti che cosa avrebbe potuto fare di diverso il governo di Tel Aviv. A dare una valutazione critiche risponde a questa domanda è Anna Foa, che racconta: «Invece di tirare dalla sua parte i palestinesi della West Bank e di prospettare la creazione dello Stato, mossa che avrebbe potuto dividerli da Hamas, il governo appoggiava le aggressioni contro i palestinesi (…) nei territori dell’autorità Palestinese».

In realtà, spiega la Foa, a Israele non interessava affatto rafforzare il suo rapporto con quella parte del popolo palestinese a cui non poteva rimproverare di volerlo distruggere e che quindi avrebbe avuto le carte in regola per formare uno Stato palestinese. Paradossalmente, il suo fine era lo stesso di quello di Hamas: «sabotare la soluzione dei due Stati».

È in questa logica che lo Stato ebraico ha sempre cercato di impedire la sostituzione, al vertice dell’Autorità Palestinese, del vecchissimo e corrotto Abu Mazen, tenendo in carcere – anzi gli ultimi due anni in isolamento – Marwan Barghouti, un leader della lotta per l’indipendenza della Palestina che non fa parte di Hamas ed èmolto popolare tra i palestinesi, al punto da essere da molti considerato un potenziale successore di Abu Mazen.

I palestinesi chiedono da tempo la sua liberazione, ma Israele si è sempre opposta e, proprio in questi giorni, ha fatto circolare un video dove viene contestato e deriso, nella sua cella, da Ben Gwir, che insieme a Smotrich rappresenta l’ala estremista del governo di Netanyahu.

La moglie di Barghouti, Fadwa, che guida una campagna internazionale per ottenere è il suo rilascio, ha dichiarato di non riuscire a riconoscere il marito nel video. «Forse una parte di me non vuole ammettere tutto ciò che il tuo viso e il tuo corpo esprimono, e ciò che tu e gli altri prigionieri state sopportando» ha detto.  Drammatico parallelismo con quello che dicono i parenti degli ostaggi di Hamas davanti ai video dei loro cari.

La smentita di una narrazione

Tutto questo getta un’ombra pesante sulla narrazione del governo israeliano, accettata e difesa da tutti suoi sostenitori, dopo il 7 ottobre, per giustificare la sua politica verso i palestinesi.

Le occupazioni e le violenze dei coloni, sostenuti dall’esercito, non possono essere in alcun modo giustificate con il mantra «Israele ha il diritto di difendersi», che ha a lungo coperto i massacri di civili nella Striscia. Neppure ha posto il motivo della vendetta. Nella West Bank non ci sono terroristi, responsabili della strage di ebrei,  che  si fanno scudo dei civili e, se questi vengono aggrediti e uccisi, non è certo per  difendersi o vendicarsi. È per cacciarli o distruggerli e prendersi la loro terra.

È guardando ai palestinesi della Cisgiordania che trova una irrefutabile conferma l’accusa di un genocidio, sia pure finalizzato alla pulizia etnica, rivolta sempre più frequentemente ad Israele a proposito della guerra di Gaza.

Siamo davanti a un evidente progetto di sostituzione etnica che non riguarda in alcun modo la sopravvivenza di Israele, ma minaccia piuttosto quella degli altri.

Appaiono del tutto unilaterali e fuorvianti, in questo quadro, gli inviti di Noemi Di Segni presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che, nel gennaio 2024 – mentre già erano evidenti sia la spietatezza dell’offensiva nella Striscia sia la politica di conquista nella Cisgiordania – chiedeva accoratamente di «far cessare gli appelli umanitari diretti unicamente verso Israele, un paese che agisce secondo morale e non si è sottratto alle norme internazionali», bollando le critiche nei suoi confronti come un chiaro rigurgito di «antisemitismo», frutto «dell’ignoranza e dell’ottusità dilagante».

Come appaiono inaccettabili i silenzi e la complicità dei governi “democratici”, che hanno per anni assistito, senza battere ciglio, a questa progressiva realizzazione di un progetto ispirato ad un sionismo messianico e fanatico, e che tutt’ora esitano nel sospendere il loro appoggio politico e militare ad Israele.

Il rischio è che, a causa di questa colpevole inerzia, il progetto che sale a Ben Gurion sia ormai troppo avanti per essere fermato e che, con l’azione congiunta a Gaza e nella West Bank, si realizzi davvero, sulla pelle dei palestinesi, il Grande Israele, che, a questo punto nessuno potrà più essere rimesso in questione.

Anna Foa, racconta di un filosofo ebreo, Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele, da lui rifiutato, il quale «negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”». Forse siamo assistendo, grazie ai nostri governi, alla nascita del primo Stato democratico-giudeo-nazista della storia.

 www.tuttavia.eu

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martedì 1 luglio 2025

LA FATICA DI ESSERE DISABILI

 


Disabilità, 
suor Donatello all'Onu:

le opportunità dell'IA

 e la fatica in contesti 

di guerra


Intervento della religiosa francescana, responsabile del Servizio CEI per la Pastorale delle persone con disabilità e coordinatrice del progetto “Nessuno Escluso” promosso dal Dicastero per la Comunicazione, alla 18.ma Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (COSP) che si chiude il 12 giugno a New York. "Sono l'unica suora, la gente è curiosa e felicemente sorpresa dell'opera della Chiesa in questo campo. Stiamo sfidando stereotipi e pregiudizi"

 -         Antonella Palermo - Città del Vaticano

Far conoscere l'impegno della Chiesa in Italia e del Vaticano a favore dell'inclusione. Questo il principale obiettivo dell'intervento di Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della CEI e coordinatrice del progetto “Nessuno Escluso” promosso dal Dicastero per la Comunicazione, alla 18.ma sessione della Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (COSP – Conference of States Parties to the Convention on the Rights of Persons with Disabilities), che si chiude oggi a New York. Il tema generale di questa due giorni è rafforzare la consapevolezza pubblica dei diritti e dei contributi delle persone con disabilità allo sviluppo sociale in vista del Secondo vertice mondiale sullo Sviluppo Sociale (novembre 2025).

La prospettiva dell'inclusione a ogni età e condizione

"È stato interessante essere qui per la ricchezza del confronto con tante Nazioni", riferisce ai media vaticani la religiosa francescana alcantarina che sottolinea l'importanza di far comprendere un approccio sempre più teso ad accompagnare le persone con disabilità "in ogni condizione e in ogni età della vita, con l'attenzione al supporto della famiglia, al saper lavorare nell'ambito della spiritualità, all'ambito delle transizioni di vita. E soprattutto nei vari contesti dell'abitare, contesti che sfidano. Il cambiamento di paradigma nostro - insiste - è soprattutto di tipo culturale. Terminato lo speech molti mi hanno detto: 'Che bello, non pensavamo che la Chiesa fa tutto questo!'. Questo è interessante perché piano piano stiamo sfidando alcuni stereotipi, alcuni pregiudizi. Che poi è quello che ha fatto il Vangelo, che è stato sovversivo".

 L'importanza del confronto 

Essere l'unica suora in un'assise internazionale del genere è significativo: "È molto bello perché ricevo tanti sorrisi, la gente mi chiede cosa faccio qui, o se ho già incontrato il Papa. C'è molta curiosità e aspettativa. Si riconosce il prezioso lavoro che il Vaticano in questi anni ha cercato di portare avanti per combattere l'esclusione e la solitudine. Nascono anche in questo modo degli incontri bilaterali, potremmo dire, perché su alcuni temi ci si vuole confrontare insieme". L'ascolto è l'aspetto fondamentale, secondo suor Veronica, che resta colpita finora soprattutto dall'apporto dell'Intelligenza Artificiale, dall'opera pastorale, dalle migrazioni laddove questo fenomeno si innesta su condizioni di disabilità generando altri problemi da risolvere. 

Le sfide dell'IA e la fatica di garantire i diritti base

Suor Donatello è convinta come molti che le nuove tecnologie stanno offrendo un contributo decisivo, soprattutto dall'Asia, per migliorare la qualità di vita: "Ma non dobbiamo mai dimenticare che alla fine c'è una persona", avverte. Ed evidenzia anche lo sconcerto di fronte al gap tra le frontiere a cui la scienza conduce velocemente e la fatica che tante famiglie vivono, soprattutto nei contesti di guerra, in America Latina, in Africa, per esempio. "È la fatica nel poter garantire i diritti minimi di vita, quelli per cui sei considerato persona. Bisogna superare questo divario grande". Da non trascurare, poi, le situazioni davvero critiche in cui si ravvisa una sorta di "tripla ghettizzazione": sono i casi in cui il soggetto è una donna disabile straniera. Qui la sfida raggiunge livelli molto alti e per risposte pastorali adeguate ci vuole altrettanta formazione e costanza. Il lavoro con l'app "Vatican for all", sull'accessibilità agli eventi del Papa, è tra gli esempi che suor Donatello ha condiviso nel suo intervento all'Onu dove ha illustrato l'importanza di favorire lavoro, tempo libero, sport, oratorio, arte, educazione all'affettività. 

Locatelli: dall'assistenzialismo alla valorizzazione

Alle Nazioni Unite sono stati giorni intensi per l'Italia che, come racconta ai media vaticani il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, ha partecipato anche alla plenaria della COSP. Qui ha potuto "testimoniare il grande impegno nella riforma sulla disabilità ma anche il cambio di prospettiva: da una visione assistenzialista a una visione di valorizzazione delle potenzialità, dei talenti e delle competenze". Locatelli sottolinea l'importanza dei mezzi di comunicazione e dei linguaggi che trattano questi temi: "Non parlare di disabilità solo quando ci sono fatti tragici o bellissimi, ma raccontare la quotidianità", è il suo auspicio. Tra gli appuntamenti peculiari organizzati dalla delegazione italiana, il concerto del gruppo musicale inclusivo “Si può fare band” nel pomeriggio del 9 giugno sul piazzale d’ingresso all’interno del compendio del Palazzo delle Nazioni Unite e due side events: “Tempo ricreativo, tempo di vita” e “Il diritto ad una vita piena e partecipata”. Il primo evento, co-sponsorizzato da Giappone, Sud-Africa, Tunisia e International Disability Alliance, ha visto la partecipazione di rappresentanti di associazioni di persone con disabilità ed Enti del Terzo Settore. Al secondo, si è svolto un laboratorio interattivo, co-sponsorizzato dalla Repubblica Democratica del Congo, con la partecipazione dell’Arabia Saudita e di European Disability Forum. Hanno partecipato il Ministro delegato per le persone con disabilità della Repubblica Democratica del Congo Irene Esambo Diata e i rappresentanti di associazioni di persone con disabilità e di Enti del Terzo Settore che hanno svolto delle dimostrazioni pratiche di attività ricreative e occupazionali attraverso la pittura, la realizzazione di manufatti, la rilegatura di libri e la cucina.

Dopo la Messa celebrata da don Luigi Portarulo nella storica cattedrale di Old St. Patrick, la riunione preparatoria del gruppo di lavoro G20 Inclusione e Disabilità, in programma il prossimo novembre a Pretoria, in Sudafrica, che si intende porre in continuità con i lavori del G7, il primo della storia dedicato alle disabilità svoltosi l'anno scorso ad Assisi. 

 

Vatican News

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venerdì 20 giugno 2025

LA PACE COMINCIA DAL BASSO

 


LA DIPLOMAZIA SILENZIOSA 

DEI GIUSTI




- di Gabriele Missin 

Per comprendere la nostra missione dobbiamo partire dalla grande intuizione del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin che, dopo le macerie della Seconda guerra mondiale, volle che il mondo si unisse attorno alla Convenzione per la prevenzione dei genocidi, approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, di cui fu l’instancabile promotore.

Ogni distruzione di un popolo o di un gruppo umano indebolisce l’intera umanità, poiché il mondo è una rete di relazioni fondata sulla cooperazione tra le persone.

Quando perdiamo un tassello di questa rete, come sosteneva Lemkin, perdiamo una parte della nostra ricchezza collettiva.

È come se un’orchestra smarrisse la voce di uno dei suoi strumenti: il suono non sarebbe più lo stesso, e ogni musicista – come ogni essere umano – sentirebbe di aver perso un pezzo della propria anima.

Chi custodisce questo legame tra gli esseri umani?

Chi si fa baluardo della pluralità umana?

È colui che chiamiamo il Giusto: chi soccorre il prossimo, si oppone all’odio, lavora per la riconciliazione dopo guerre e stermini.

È colui che combatte il male con il bene e ricuce le ferite del mondo.

Non a caso si dice: «Chi salva una vita, salva il mondo intero».

Senza la presenza e il coraggio dei Giusti, che ascoltano la voce della coscienza, il grande sogno della Convenzione dell’Onu non sarebbe realizzabile.

La forza morale di questo nuovo comandamento – “mai più genocidi” – non si fonda solo sull’azione degli Stati ma sulla responsabilità dei singoli.

Il meccanismo giuridico e diplomatico immaginato da Lemkin si regge sulla volontà di persone morali che con le loro scelte salvano l’umanità intera.

Salvare, infatti, significa prevenire il male e dare vita alla Convenzione delle Nazioni Unite.

Con questo spirito, come Fondazione Gariwo, abbiamo creato oltre trecento Giardini dei Giusti nel mondo, per dare visibilità a coloro che si impegnano a salvare vite, promuovere la giustizia e la tolleranza, e oggi anche la sostenibilità del nostro pianeta, minacciato dal cambiamento climatico.

Tutte le religioni condividono la regola aurea: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te – come ha ricordato anche il Marocco nel documento fondativo della Giornata internazionale contro l’odio del 18 giugno.

Questa è la forza morale che anima i Giusti.

L’etica dell’uomo giusto, compassionevole e responsabile, appartiene a tutte le tradizioni filosofiche e religiose.

Ho avuto il privilegio, nella mia vita, di essere amico e biografo di Moshe Bejski, l’artefice del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, che con oltre ventimila alberi e nomi ricorda chi salvò gli ebrei durante la Shoah, il più atroce genocidio del Novecento.

Da quella esperienza è nata la convinzione che l’idea dei Giardini dei Giusti debba diventare universale, per onorare ogni persona che, ovunque nel mondo, si impegni a salvare vite.

Per questo li abbiamo chiamati Giusti dell’Umanità: uomini e donne che si assumono la responsabilità di proteggere gruppi umani in pericolo, senza distinzioni di nazione, religione o etnia.

Sono i custodi del genere umano. Come diceva Lemkin, i Giusti agiscono prima che il male si diffonda, prima che sia troppo tardi.

Perché quando commemoriamo i genocidi, come quello degli ebrei o degli armeni, ci confrontiamo sempre con una sconfitta dell’umanità.

La memoria ha valore solo se educa a prevenire.

Presentiamo il nostro lavoro alle Nazioni Unite, convinti che – in un mondo lacerato da guerre, come a Gaza, in Sudan, in Ucraina – sia essenziale ritrovare lo spirito originario dell’Onu: preservare la pace e la pluralità umana.

Purtroppo il nostro tempo ci ricorda l’angoscia degli anni precedenti la Seconda guerra mondiale.

Mai come oggi abbiamo bisogno di tanti Giusti, capaci di ricostruire con il loro esempio un nuovo legame tra i popoli.

A loro spetta il compito difficile ma necessario di ricucire le relazioni in un tempo segnato da divisioni.

Noi crediamo che i Giardini dei Giusti possano essere un grande strumento educativo per custodire la pace e ridare speranza all’umanità, come ci ricorda anche Papa Leone XIV, che ci invita a costruire ponti e abbattere i muri dell’odio.

Vorrei allora spiegare, in poche parole, la forza rivoluzionaria di questi Giardini.

Essi mostrano alla società la bellezza della persona buona, capace di comprendere che ciascuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa per cambiare il mondo.

Con le sue azioni, la persona giusta ci insegna che il modo migliore per combattere l’odio è dimostrare che l’amore e il rispetto rendono la vita più bella e più piena.

I Giardini dei Giusti educano alla memoria, al riconoscimento, alla gratitudine verso chi opera per il bene.

Ma forse il loro effetto più profondo è che ci spingono a ritrovare ciò che ci accomuna come esseri umani.

Per questo i Giardini sono come piccole Nazioni Unite dal basso: luoghi in cui persone diverse si incontrano, dialogano, si impegnano insieme per il bene comune.

Ecco perché oggi vi chiediamo di sostenere la creazione di Giardini dei Giusti nei vostri Paesi, e auspichiamo che la Giornata dei Giusti dell’Umanità – istituita grazie all’Italia e al Parlamento europeo – diventi sempre più internazionale.

Un filosofo antico come l’imperatore Marco Aurelio scriveva: « Non cercare l’impossibile. Accontentati di una piccola cosa, perché nel tempo una piccola cosa può diventare una grande cosa».

Questa è la lezione dei Giusti: passo dopo passo, con piccoli gesti, indicano una direzione, una speranza possibile per il mondo intero.

Per questo sono, davvero, l’élite morale dell’umanità.

Il testo è stato è stato letto ieri al Palazzo di Vetro di New York come discorso ufficiale in occasione della Giornata internazionale contro i discorsi d’odio promossa dall’Onu, con l’introduzione di Virginia Gamba (Sottosegretaria Onu)

 

www.avvenire.it


sabato 24 maggio 2025

MORIRE A GAZA

 

La crisi umanitaria a Gaza sta diventando un altro capitolo della vergogna umana nei libri di storia mondiale.


Joseph Kelly*

Questa settimana le Nazioni Unite hanno lanciato uno dei loro più urgenti allarmi sulla crescente crisi umanitaria a Gaza. In quella che molti descrivono come "la fase più crudele" di questa aspra e logorante guerra di logoramento, circa 9.000 camion carichi di aiuti vitali rimangono attualmente bloccati al confine, mentre l'intera popolazione di Gaza – circa 1,2 milioni di persone – è ora a rischio concreto di carestia. Si ritiene inoltre che circa 14.000 bambini siano a rischio di morte perché le loro madri affamate non possono allattarli al seno, e le scorte vitali di farina per fare il pane stanno per esaurirsi. Sono già stati emessi ordini di evacuazione per le poche aree di Gaza rimaste non ancora devastate dal fuoco missilistico, e la maggior parte delle persone ora vive per strada.

Sebbene l'orrore che si sta verificando sia stato creato dalla decisione di Israele di annientare la popolazione di Gaza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, nella Striscia di Gaza esisteva già una fragilità preesistente che induceva tutti ad avvertire che una dura azione militare avrebbe portato rapidamente a una crisi umanitaria. Al momento dell'attacco di ottobre, si stimava che oltre il 60% della popolazione di Gaza fosse già pericolosamente insicura dal punto di vista alimentare e che i pesanti blocchi alimentari fossero già diventati una realtà. Già nel 2006, quando gli fu chiesto del blocco sistematico e continuo da parte di Israele delle forniture alimentari essenziali a Gaza, il consigliere del governo israeliano Dov Weisglass fu ampiamente citato per aver affermato: "L'idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma non di farli morire di fame".

Da quando Israele ha reagito nell'ottobre 2023, la distruzione sistematica e incessante di case, fabbriche alimentari, panetterie, supermercati e delle infrastrutture generali che avrebbero permesso alla popolazione di sfamarsi ha avuto esattamente questo effetto: Medici Senza Frontiere ha stimato che 53.000 palestinesi siano morti e circa 120.000 siano rimasti gravemente feriti nel conflitto. A livello strategico e di autosufficienza, la sovranità alimentare è ora interamente nelle mani degli israeliani: persino i pescatori di Gaza sono stati colpiti regolarmente dalle cannoniere israeliane quando si sono spinti in acque non autorizzate, dove i pesci nuotano più facilmente; la maggior parte del bestiame di Gaza è stata uccisa, i terreni agricoli sono stati resi inutilizzabili dalla guerra e meno di un terzo dei pozzi agricoli è funzionante.

Il resto del mondo è pienamente consapevole di questo genocidio da tempo ormai, ma è stato in gran parte ben disposto a permettere agli israeliani di proseguire, a causa di una combinazione tossica tra la necessità di sostenere un potente alleato e l'oscura sottoscrizione di voler rimuovere un'organizzazione terroristica e la sua cultura di supporto. Come ha sottolineato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu proprio questa settimana, solo ora viene pressato ad allentare il blocco totale perché gli alleati di Israele non possono tollerare "immagini di carestia di massa".

Fin dal momento in cui è stato sparato il primo colpo, il 7 ottobre, mentre circa 6.000 cittadini di Gaza pesantemente armati si riversavano attraverso il confine tra Gaza e Israele con l'intento di uccidere quante più persone possibile, il governo israeliano si è impegnato a raggiungere solo l'annientamento della popolazione palestinese. Vede questo come l'unico meccanismo sicuro per porre fine ad anni di terrorismo e di attacchi brutali e casuali contro la sua popolazione, con l'ulteriore vantaggio che la proliferazione della tanto contesa Striscia di Gaza riporterà questo prezioso territorio sotto il controllo israeliano. Per Israele, decenni di dialogo e negoziati si sono rivelati infruttuosi e non hanno fatto nulla per rallentare le uccisioni da entrambe le parti; per gran parte del mondo esterno, fino a poco tempo fa, il conflitto di Gaza sembrava solo un'altra guerra civile, fortunatamente in corso nel cortile di qualcun altro.

Forse non sapremo mai esattamente cosa avesse in mente Hamas quando ha lanciato il suo assalto suicida contro il suo vicino molto più potente e spietato, ma la depravata profondità delle atrocità commesse avrebbe prodotto solo una risposta.

Ironicamente, mentre il mondo si fa sempre più frenetico nel condannare ciò che sta accadendo a Gaza in questo momento, è una triste realtà che questa sia in realtà la conseguenza della maggior parte delle guerre: i paesaggi vengono devastati, le città si riducono in polvere e la popolazione tende a morire di fame per strada. Questo è il prezzo che tutti dobbiamo pagare per la nostra incapacità umana di dialogare e di raggiungere compromessi pacifici sulle nostre divergenze.

Il blocco delle forniture alimentari vitali a Gaza è stato al centro delle preoccupazioni umanitarie questa settimana, soprattutto quando gli aiuti sono stati forniti volontariamente e rimangono bloccati al confine di Gaza. L'uso della fame come arma di guerra è severamente vietato dalle Convenzioni di Ginevra e la fame è stata condannata dalla Risoluzione ONU 2417, che invita tutte le parti coinvolte in un conflitto a consentire che cibo e beni di prima necessità fluiscano liberamente alla popolazione civile. Tali aspirazioni sono belle parole scritte in auditorium lontani, ma la realtà della guerra è che la sconfitta di un avversario non sarà perseguita concedendogli un accesso prolungato a forniture essenziali, e chi può determinare in una zona di guerra chi è un civile protetto e chi è un combattente pericoloso?

Ascoltando le proteste e le proteste pubbliche, si potrebbe legittimamente concludere che la nostra popolazione attuale non ha alcun ricordo delle reali realtà della guerra e, a parte le memorie sbiadite di alcuni veterani di guerra sopravvissuti, non ce l'ha.

Uno dei motivi principali per cui abbiamo risoluzioni globali che condannano la fame come arma di guerra è proprio perché è la conseguenza più comune dei conflitti, e alleviare la fame è invariabilmente la prima priorità delle conseguenze della guerra.

Dalla vergogna della carestia irlandese all'eroismo del ponte aereo di Berlino, il cibo – e in particolare la privazione alimentare – è un'arma intrinseca di conflitto, da sempre utilizzata per manipolare o distruggere le popolazioni. Già nel V secolo a.C., il grande generale, stratega e filosofo cinese Sun Tzu descrisse il cibo come un'arma di guerra nel suo epico libro "L'arte della guerra". Oggi, l'UNICEF stima che tra 691 e 783 milioni di persone soffrano di insicurezza alimentare, l'85% delle quali vive in contesti di conflitto armato.

Come ben sanno gli strateghi militari, la fame non colpisce solo i singoli individui affamati, ma distrugge anche popolazioni e infrastrutture con effetti devastanti, con i settori più vulnerabili della società che soffrono maggiormente. Ciò che potrebbe sorprendere molti è che questo particolare crimine di guerra sia spesso oggetto di discussioni aperte e piuttosto sincere, e non solo in tempo di guerra. Per le economie capitaliste di libero mercato, la produzione e il controllo delle fonti alimentari sono uno dei principali strumenti di manipolazione e controllo demografico, sia in tempo di guerra che di pace. È il concetto del cibo come diritto (legato alla ricchezza) che lo trasforma in un'arma ; ma è un altro tipo di concetto di diritto al cibo (giustizia umana) che dovrebbe preoccuparci di più.

Proveniente dall'Argentina, un Paese dedito principalmente all'allevamento, Papa Francesco conosceva bene il cibo come mezzo di liberazione e anche come arma di oppressione. Ha spesso collegato le due contraddizioni: ad esempio, durante la sua prima visita al Programma Alimentare Mondiale nel 2016, ha osservato ironicamente che è uno "strano paradosso" che il cibo spesso non riesca ad arrivare a chi soffre a causa della guerra, mentre le armi sì.

"Di conseguenza, si alimentano le guerre, non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra", ha affermato.

Sempre nel giugno 2016, durante la sua consueta udienza settimanale in Piazza San Pietro, Francesco affermò che il blocco russo alle esportazioni di grano dall'Ucraina, da cui dipendono milioni di persone, soprattutto nei Paesi più poveri, "sta causando grave preoccupazione".

"Per favore, non si usi il grano, un alimento base, come arma in guerra", ha implorato.

Questo è stato il tema ripreso anche dal nostro nuovo pontefice, Leone XIV, mercoledì, durante la sua prima Udienza Generale. Leone ha detto: "Rinnovo il mio appello a consentire l'ingresso di aiuti umanitari dignitosi e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato da bambini, anziani e malati".

Anche il vescovo responsabile per la Terra Santa della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, il vescovo Jim Curry, ha seguito l'esempio di Leo e ha affermato, in una dichiarazione rilasciata ieri, riguardo alla situazione di Gaza: "Questo è un disastro umanitario. Gli aiuti disperatamente necessari devono poter entrare a Gaza per essere distribuiti con urgenza ai civili. Il costo umano è intollerabilmente alto, con decine di migliaia di persone stanche, regolarmente sfollate e minacciate dalla fame. Noi abbiamo bisogno di un cessate il fuoco immediato per porre fine alle sofferenze ."

Naturalmente, la tragica realtà è che non ci sarà alcun cessate il fuoco, né fine alle sofferenze della popolazione di Gaza, finché Israele non si sarà assicurato che qualsiasi futura minaccia da parte di Hamas o di gruppi simili sia stata eliminata – e tutti sanno che Israele è risoluto a sostenere che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con la completa e totale annientamento dell'intera popolazione della regione. A tal fine, Israele sembra felice di ignorare non solo il diritto internazionale e gli appelli umanitari, ma anche la fondamentale decenza umana e morale. Tentare di negoziare con questa posizione assolutista potrebbe sembrare francamente inutile, ma se si guarda agli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, gli israeliani hanno effettivamente avviato negoziati di pace con i palestinesi (e in effetti con altri paesi arabi ) e sono stati compiuti progressi significativi. La pace sarebbe stata persino possibile se non ci fosse stata l'infiltrazione del governo palestinese da parte di Hamas, un'organizzazione politica nazionalista sunnita islamista palestinese con un'ala militare che molti considerano di fatto un'organizzazione terroristica – e considerando gli abominevoli attacchi del 7 ottobre , chi potrebbe dire il contrario? Certamente, dal punto di vista israeliano, Hamas e il popolo palestinese sono diventati un'unica entità distruttiva.

Più vicino a casa, i Troubles in Irlanda del Nord, apparentemente irrisolvibili, ruotavano attorno ad analoghe ambiguità e confusioni circa il rapporto tra organizzazioni paramilitari estreme e una popolazione civile le cui simpatie non si sarebbero mai potute stabilire. Solo quando la popolazione civile e i paramilitari furono finalmente separati si poté intravedere una via di pace. Si spera che le lezioni apprese dall'Accordo del Venerdì Santo possano aprire qualche speranza di una via d'uscita a Gaza – dopotutto, la giustificazione per le azioni di Israele è che nella nebbia della guerra semplicemente non riesce a distinguere tra terroristi violenti e bambini affamati, e per questo motivo non può permettere che cibo e beni essenziali raggiungano nessuno. Detto questo, si sarebbe potuto pensare a questo punto che le immagini terribili e angoscianti provenienti da Gaza avrebbero lasciato pochi dubbi sul fatto che non stiamo vedendo combattenti assediati che mendicano cibo, ma civili disperati e morenti che hanno urgente bisogno di compassione e cure.

*Joseph Kelly è uno scrittore cattolico e teologo pubblico

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