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lunedì 3 agosto 2026

IL CULTO DEL CORPO

 


In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire un certificato di idoneità. 

Così non c’è più tempo libero né vacanza ma solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare.

 

Massimo Recalcati  

 

Non è una novità che il corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di attenzione. La vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il luogo privilegiato di una vera e propria religione

Negli ultimi anni le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si moltiplicavano le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa militanza fideistica. Se la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la palestra si prende cura del corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi religiosi di culto anche nelle palestre si deve entrare con regolarità, disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la stessa: rinuncia al piacere immediato nel nome di una salvezza futura. 

Il culto del corpo

Ogni culto, per non ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti l’offerta di una parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e la conta delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma nelle chiese come nelle palestre ci vuole abnegazione e spirito di sacrificio. 

E ci vuole, soprattutto, fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma – nutrizionisti, personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono con entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere inaccessibile di Dio, mentre sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del proprio corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le gambe muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di una nuova fede. 

Ma quale? Quella nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma inconscio che permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve essere flaccido, grasso, gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve invecchiare, non deve essere corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna imperfezione. 

Più precisamente, si tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che ricorda la sua drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno a un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere duro, compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio. La carne, infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in quanto marchio indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è il corpo che ha estirpato da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa estirpazione richiede una applicazione tenace e mai del tutto adeguata. Ogni specchio rischia di diventare un tribunale la cui sentenza è sempre di condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma anch’essa tende a moltiplicare i suoi interventi. 

Il teatro delle maschere

Le natiche, i seni, le labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono sempre di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è quello di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo social il ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato regolarmente. Un vero e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non tanto gli spettatori ignari ma innanzitutto se stessi. Per poter abitare uno spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di idoneità. Allora la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce artificiale della palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne era finalizzato alla salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne perché intende elevare il corpo alla dignità di un assoluto disincarnato. 

È il rovesciamento della passione di Cristo.

Mentre egli rinuncia al corpo immortale di Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo che, volendo cancellare la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il proprio corpo divino. Si tratta altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle società religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la sua espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno alcuna finalità spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica. 

Il corpo in salute, asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale dell’integrità. La restrizione del regime alimentare non mira alla purificazione dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi veleni per ribadirne la natura immortale. La virtù morale si misura in percentuale di massa grassa, in chilometri percorsi, in calorie consumate, in parametri biologici continuamente monitorati. 

‘Il corpo consunto del santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato. 

L’estetica del corpo diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del proprio corpo appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e padrone di sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere all’immortalità del proprio corpo.

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

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Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 19 marzo 2026

LA SOCIETA' LONGEVA

 



APPUNTI

 PER UN FUTURO 

CHE CI RIGUARDA


L’Italia invecchia più rapidamente del resto del mondo e i suoi territori si spopolano.

Mentre la politica rinvia le decisioni e la società si aggrappa a modelli del passato, Bandini e Manfredi guardano avanti con lucidità e passione, delineando la strada verso una società longeva che sappia trasformare la sfida demografica in opportunità di rinnovamento.

In un saggio che va oltre la diagnosi per proporre una visione concreta e operativa del cambiamento, gli autori identificano tre ambiti fondamentali su cui intervenire: il ripensamento del lavoro in un’epoca di carriere più lunghe e meno lineari, la valorizzazione dei territori come luoghi di nuove possibilità esistenziali, l’utilizzo consapevole della tecnologia come strumento di inclusione e sostegno alla longevità.

Non un manifesto utopico, ma un progetto di innovazione sociale che sollecita ciascuno a fare la propria parte.

Dalle imprese chiamate a superare l’ageismo ai giovani invitati a immaginare percorsi professionali più diversificati, dalle istituzioni spronate a politiche lungimiranti alle persone mature che possono reinventarsi in una seconda vita professionale.

La transizione demografica è inarrestabile. Questo libro ci mostra come viverla da protagonisti, costruendo insieme una società più libera, inclusiva e felice.

 

STEFANIA BANDINI , PAOLO MANFREDI

LA SOCIETA' LONGEVA

APPUNTI PER UN FUTURO CHE CI RIGUARDA

EGEA

 

venerdì 12 dicembre 2025

UNA SOCIETA' STERILE

           Non si genera futuro


NASCITE: Sempre più giù. 

In 15 il doppio dei centenari. 

 

 di LELIO CUSIMANO

 L’evoluzione demografica del nostro Paese continua a muoversi lungo due traiettorie divergenti: da un lato una natalità sempre più esile, dall’altro una longevità che avanza con forza.

È da quest’ultimo dato che conviene partire, seguendo le parole del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, che ha sottolineato come «in quindici anni i centenari siano raddoppiati, passando da 10 mila a quasi 24 mila unità». È un segnale positivo, testimonianza dei progressi nella qualità della vita e nella medicina; sul versante opposto, però, le culle continuano a svuotarsi.

I dati provvisori relativi ai primi sette mesi dell’anno confermano un quadro ormai strutturale: le nascite rimangono sotto la soglia delle 200 mila unità, in ulteriore flessione rispetto al passato.

Un calo che non sorprende, perché ha radici profonde e lontane. Già alla fine degli anni Settanta il numero medio di figli per donna era sceso stabilmente sotto la soglia dei due necessari al ricambio generazionale. Da allora le nuove generazioni sono sempre più piccole di quelle dei loro genitori, mentre l’aumento della speranza di vita ha progressivamente gonfiato la fascia più anziana della popolazione.

Gli effetti li vediamo ogni giorno, non solo nelle statistiche: nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, ritoccando al ribasso un record negativo che resisteva dal 1995. E l’età media alla nascita del primo figlio sfiora ormai i 32 anni.

 Le famiglie si fanno più piccole, gli orizzonti più incerti.

 Perché succede? Le ragioni sono molteplici e intrecciate: l’instabilità lavorativa e abitativa che pesa sulle nuove generazioni; la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare; la percezione di un futuro fragile, poco accogliente. Ma sarebbe miope ignorare anche la dimensione culturale: la scelta di avere un figlio si colloca oggi in un contesto in cui autonomia, carriera e aspettative individuali hanno assunto un peso diverso rispetto al passato.

Frenare la denatalità non è impossibile, ma richiede un cambio di passo. Significa creare le condizioni perché chi desidera diventare genitore possa farlo davvero. Significa investire in politiche familiari stabili, rafforzare l’occupazione giovanile, ampliare i servizi per l’infanzia, sostenere la parità di genere. 

La sfida è duplice, perché riguarda anche il modello di Welfare: non bastano più asili nido efficienti, serve una rete che sostenga anche la crescente domanda di cura degli anziani, i nonni di domani.

La demografia non è un destino, ma una scelta collettiva.

E riguarda la qualità del Paese che vogliamo costruire. L’Italia potrà tornare a generare futuro solo quando smetterà di considerare la natalità un indicatore statistico e inizierà a riconoscerla come un traguardo comune.

Denatalità

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venerdì 8 agosto 2025

VIVERE o MORIRE ?

 


 La libertà 

non è mai astratta.



 

-       di Mauro Magatti:

 È giusto che ciascuno possa scegliere se e quando avere figli, così come è importante che si possa esprimere la propria volontà rispetto alla fine della vita.

Tuttavia, la libertà individuale, da sola, non è sufficiente.

Non si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi, strutture materiali e simboliche.

Nascere e morire, venire al mondo e lasciarlo.

Per secoli, le soglie fondamentali della vita sono state considerate eventi naturali, inscritti dentro ritmi biologici e regolati da culture stabili di matrice religiosa.

In pochi decenni è cambiato tutto.

Il combinarsi dell’innovazione tecnologica (si pensi, per fare l’esempio più banale, alla pillola) e dei mutamenti culturali fanno si che oggi la nascita e la morte non siano più vissute come eventi dati, ma come «fatti sociali».

Si «decide» se, quando e come mettere al mondo, spesso dopo lunghi percorsi di valutazione, attesa e progettazione.

E così per il morire: si può essere tenuti in vita artificialmente, oppure affrontare la questione del fine vita tra scelte mediche, dibattiti etici, richieste di accompagnamento e di autodeterminazione.

In questo scenario, l’elemento naturale, che pure resta, si ridefinisce in rapporto a una rete di dispositivi tecnici, norme giuridiche, pratiche sociali e aspettative soggettive Il che comporta un aumento della complessità, che si traduce poi in un sovraccarico di responsabilità individuali, sociali e istituzionali.

Decremento demografico

Le grandi questioni demografiche che agitano il nostro tempo sono la concretissima ricaduta di questi cambiamenti profondi.

E della capacità (o meno) di dare risposte adeguate.

Nei Paesi sviluppati (in primis in Italia), la natalità è in costante calo.

Non che le persone non desiderino avere figli.

Ma farlo non bastano più l’istinto, l’amore o il caso.

Servono tutta una serie di condizioni che vanno socialmente curate e rese disponibili: un lavoro stabile, una casa accessibile, servizi per l’infanzia, supporti relazionali e comunitari.

E anche quando tutto questi elementi sembrano esserci, la scelta di diventare genitori è comunque esposta a incertezze e paure che rispecchiano l’instabilità del tempo presente.

L’invecchiamento

La stessa cosa vale per l’invecchiamento. E anche qui l’Italia è in testa alle classifiche.

L’allungamento della vita è uno dei grandi successi della modernità.

Ma ciò fa emergere nuove sfide. L’accanimento terapeutico, la medicalizzazione estrema, la solitudine degli anziani, il venir meno delle reti familiari e comunitarie hanno trasformato l’ultima fase della vita in un processo lungo, spesso disumanizzante.

Di conseguenza nascono nuove domande: come accompagnare la vita fino alla fine in modo dignitoso, consapevole, umano?

Quando e come può essere presa la decisone di porre fine alla propria vita?

In questo quadro si inserisce la crescente attenzione alle cure palliative, ai percorsi di fine vita, alle richieste di autodeterminazione espresse da chi si trova in situazioni di sofferenza irreversibile.

Anche qui, come per la nascita, la dimensione istituzionale, per quanto importante, non basta: occorre un contesto sociale e culturale che permetta di affrontare la morte non come una rimozione o una tecnica, ma come parte costituiva dell’esperienza umana, da vivere nel modo più degno.

In entrambi i casi — nascere e morire — il tema della libertà individuale è centrale.

È giusto che ciascuno possa scegliere se e quando avere figli, così come è importante che si possa esprimere la propria volontà rispetto alla fine della vita.

Tuttavia, la libertà individuale, da sola, non è sufficiente.

Non si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi, strutture materiali e simboliche.

Se una donna non può contare su un sistema di asili, su un’abitazione dignitosa o su una rete di sostegno, la sua libertà di diventare madre sarà una libertà solo formale.

Se una persona gravemente malata non ha accesso a cure palliative adeguate, a un accompagnamento psicologico o a un supporto familiare, la sua libertà di affrontare la morte è di fatto gravemente compromessa.

Le leggi sono necessarie, ma non sufficienti.

Servono investimenti adeguati nelle infrastrutture sociali: nei servizi pubblici, nella formazione degli operatori, in una cultura condivisa della cura, della responsabilità e della dignità della vita, in tutte le sue fasi.

Occorre, cioè, la cura delle condizioni sociali che rendono sensato e possibile ciò che una volta veniva inscritto nell’ordine naturale.

Cò significa che il modo in cui una società si rapporta alla nascita e alla morte oggi dice moltissimo della sua qualità etica e politica.

Oltre che delle sue possibilità economiche.

Definire la cornice dei diritti individuali è il primo passo.

Ma occorre poi costruire le condizioni concrete che permettano a ciascuno di attraversare i passaggi fondamentali dell’esistenza in modo umano, accompagnato, riconosciuto.

Oggi più che mai, occorre recuperare una visione integrale della vita, che tenga insieme libertà e responsabilità, individuo e società, diritto e cura.

Solo così potremo affrontare con dignità e senso le grandi soglie dell’umano: venire al mondo e lasciarlo.

 Corriere della Sera

 

domenica 10 luglio 2022

ISTAT . COME STA L'ITALIA?


PIU' ANZIANI E MENO GIOVANI, NATALITA' IN DIMINUZIONE, 
POVERTA' IN AUMENTO.CI SI SPOSA SEMPRE PIU' TARDI, 
CONVIVENZE E SEPARAZIONI IN CRESCITA ....

VARI PROBLEMI CHE INTERROGANO ANCHE LA SCUOLA E L'EDUCAZIONE.




sabato 11 giugno 2022

LONG COVID. UN RISCHIO DA NON TRASCURARE

LE CELLULE

 INVECCHIANO

 

-      di LUCIA BELLASPIGA

Se dopo mesi dall’aver contratto il Covid (anche in forma leggera o asintomatica) vi sentite le 'gambe tagliate' e stanchezza a fare due passi, siete in buona compagnia. Se infatti nel Giro d’Italia o sui campi di calcio alcuni dei massimi atleti hanno dato forfait, è proprio per quella sindrome ancora sconosciuta chiamata 'long Covid': una scia di esiti più o meno gravi (generalmente reversibili), che vanno dalla cosiddetta 'nebbia mentale' (mancanza di concentrazione e di memoria), all’ansia, al respiro corto, alla difficoltà di correre e camminare... Sintomi che per chi pratica sport a livello agonistico possono significare la fine della carriera. È proprio il mondo degli sportivi top level quello in cui opera il professor Domenico Corrado, uno dei massimi esperti in materia, cui il Coni da anni affida gli atleti per prevenire e studiare le famigerate 'morti improvvise' durante la prestazione fisica, in genere causate da miocarditi asintomatiche.

Ordinario di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università di Padova e direttore dell’Unità dipartimentale sulle cardiomiopatie genetiche, è anche direttore dell’unico master di Cardiologia dello Sport in Italia. «Gli sportivi sono un osservatorio straordinario – spiega Corrado – perché parliamo di giovani che sono i più sani, i più allenati, anche i più controllati », quindi ciò che accade nel mondo dello sport è un ottimo 'laboratorio' per studiare quanto possiamo aspettarci noi, ora che la grande maggioranza della popolazione è già guarita dal Covid ma un numero di persone ancora difficile da quantificare denuncia varie sofferenze da 'long Covid'.

«È su questa esperienza che va oggi a innestarsi la nostra osservazione sul post Covid – spiega quindi Corrado –. Ormai vediamo che per alcuni atleti, soggetti considerati più o meno invulnerabili e con performance cardiovascolari al di sopra della norma, il Covid è stato tuttavia un evento importante. All’esperienza già acquisita sui giovani che possono morire improvvisamente per malattie genetiche al muscolo cardiaco, ora si ag- giunge quindi il fatto che anche il virus Sars-Cov2 può provocare una miocardite, ovvero l’infiammazione al cuore che nella nostra casistica incide per il 15% nelle cause di morte improvvisa».

Non può fare nomi, ma nel suo studio stanno approdando professionisti delle più popolari discipline sportive, rimasti 'appiedati' per il 'blocco' alle gambe, anche campioni olimpici (parliamo di uomini e donne) in molti casi condannati alla fine della carriera. Tutto per un virus che in fondo era, ed è, sottovalutato. «Il Covid può lasciare degli esiti assolutamente inattesi. Ovviamente più grave è stata la malattia dal punto di vista polmonare e più forte è il rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare o di altri organi, ma quello che abbiamo visto è che anche atleti usciti da un Covid asintomatico possono avere importanti sequele anche dopo mesi dalla guarigione».

Il paradosso è che anche tali sequele possono essere asintomatiche e quindi scoperte tardi: «Nel cuore troviamo le cicatrici lasciate da una miocardite e da lì comprendiamo che nel corso dell’infezione acuta da Covid c’era stato un importante evento infiammatorio, di cui gli atleti non si erano accorti, ma il cui danno miocardico resta». Cicatrici, praticamente, che si scovano con certezza solo uscendo dai normali protocolli del 'return to play' e facendo una risonanza magnetica al cuore, esame oneroso non certo applicabile sull’intera popolazione.

«Seguo numerosi giocatori ai vertici della classifica e alcuni li ho dovuti fermare a causa di questa cicatrice – rivela Corrado –. Per fortuna comunque sono l’eccezione». Non c’è una terapia specifica ma il più delle volte il danno cardiaco è reversibile e con il tempo tanti atleti stanno recuperando, anche se la durata del blocco dipende da come evolve il 'long Covid'.

«Quello che per noi è particolarmente importante è definire se la cicatrice possa provocare un arresto cardiaco sotto sforzo. Evidenziare un reale fattore di rischio porta a dover arrestare per sempre l’attività agonistica». Com’è successo in questi giorni a un giocatore della massima categoria, di cui non fa il nome, e a una campionessa olimpica che durante lo sforzo ha avuto un’aritmia complessa. Tra i più noti atleti bloccati i mesi scorsi dal 'long Covid' c’è ad esempio Peter Sagan (non è paziente di Domenico Corrado), il tre volte campione del mondo di ciclismo su strada che i mesi scorsi ha scioccato il mondo delle due ruote rinunciando al Giro delle Fiandre e alla Parigi-Roubaix, e testimoniando «uno stato di spossatezza perenne, anche nella quotidianità».

«Il 'long Covid' è una sindrome inaspettata, se si considera che dal Covid sono tutti guariti. Da cosa dipende allora? ». Una volta assodata con specifici test l’oggettiva limitazione lamentata dal paziente, se ne cercano le cause, cioè se c’è una miocardite o invece una compromissione dal punto di vista neurologico. Scoprire tutto questo sarà ora l’enorme sfida multidisciplinare che interessa cardiologi, neurologi, psicologi, pneumologi, biochimici. Ed è proprio il biochimico Fulvio Ursini, professore emerito all’università di Padova, ad andare a monte e cercare di razionalizzare il problema in termini biologici: «Il fenomeno di sequele a una patologia che ormai è guarita può essere ricondotto alla formazione di cellule dette 'senescenti', cioè quelle cellule del tessuto colpito dalla patologia che – smettendo di riprodursi e secernendo fattori che attivano l’infiammazione – partecipano alla guarigione». Un meccanismo positivo, dunque, ma non sempre. «La senescenza cellulare avviene quando una cellula che abbia subìto un danno (per esempio dal Covid, ma anche da qualsiasi altro agente nocivo) non si suicida come dovrebbe, ma sopravvive ed è coinvolta nel complesso meccanismo di guarigione»: in questo caso la senescenza è quindi funzionalmente utile. «Ma il lato sfavorevole è che la cellula senescente che non muore genera infiammazione e stimola lei stessa la trasformazione in senescenti di altre cellule» spiega Ursini, così il fenomeno può passare da utile a dannoso nel lungo termine, quando sia eccessivo e non ottimamente controllato. «Con l’invecchiamento, ma anche con l’esposizione a stimoli nocivi di varia natura, biologici, chimici e fisici, noi siamo sempre meno capaci di contenere il numero e la funzione delle cellule senescenti, che sono una concausa di tutte le alterazioni patologiche tipiche dell’invecchiamento: dalla neurodegenerazione alle insufficienze di organi ed apparati, fino alle articolazioni e al cuore». Il caso del 'long Covid', conclude Ursini, ben esemplifica questa situazione di 'invecchiamento accelerato': un 60enne guarito dal Sars-Cov2 biologicamente è come se avesse 70 anni. 

È chiaro allora che riuscire ad eliminare l’eccesso di cellule senescenti dal nostro corpo si presenta oggi come il sogno della scienza, «il 'Santo Graal' della medicina antiinvecchiamento e il modo di limitare i danni a lungo termine delle patologie che hanno prodotto lo stress cellulare». Non è un’utopia, ci sono ottime speranze: «Per il momento sappiamo che sostanze naturali vegetali (cipolle, tè, vino rosso, mele, cachi, semi d’uva, melograno, cavoli, broccoli, ecc.) almeno nell’animale da laboratorio, adempiono egregiamente a questa funzione sia di ridurre drasticamente le cellule senescenti sia di eliminare l’effetto infiammatorio di quelle eventualmente sopravvissute». Non è l’illusione di non invecchiare, ma l’obiettivo di invecchiare in salute.

www.avvenire.it

 

venerdì 17 luglio 2020

TORNARE A GENERARE PER RISCOPRIRSI UN POPOLO



Al di là delle news, 

la crisi della natalità

di Giuseppe Savagnone

Avrebbe forse meritato maggiore attenzione, da parte della stampa e dell’opinione pubblica, il dato, pubblicato in questi giorni, dall’Istat, secondo cui nel 2019 il numero delle nascite, in Italia, è ulteriormente diminuito di 19.000 bambini (-4,5%) rispetto all’anno precedente, toccando un minimo storico dal tempo dell’Unità. Abituati come siamo a lasciarci polarizzare dalle novità che “fanno notizia” – le news –, rischiamo di non percepire la direzione dei grandi processi a medio e lungo termine che maturano anno per anno, e da cui in realtà il nostro futuro dipende molto più che da singoli eventi su cui tanto si discute.
Il riflesso sulle pensioni
In questo caso la gravità della situazione avrebbe dovuto essere percepita se non altro alla luce dall’altro dato, anch’esso ufficiale, che il numero delle pensioni erogate dall’Inps, nel nostro Paese, ha superato per la prima volta quello degli stipendi. Perché non è necessario essere particolarmente inclinati alla matematica per aver chiaro che cosa questo significhi per le future generazioni. In passato un lavoratore poteva contare, per ricevere la meritata pensione, sui prelievi che lo Stato faceva dagli stupendi dei suoi due o tre figli. Era una piramide la cui base, normalmente abbastanza ampia (i figli a volte erano anche più d due o tre), di soggetti produttivi, sosteneva senza problemi il vertice, costituito dal pensionato.
Era già allarmante, nel recente passato, la progressiva riduzione di quella base. Il numero di giovani lavoratori che potevano mantenere gli anziani a riposo è andato diminuendo sempre di più. Oggi sappiamo che il rapporto è addirittura sceso al di sotto della parità. Grazie anche a riforme come quella della “quota cento”, fatta dal precedente governo, che ha ulteriormente favorito l’aumento dei pensionati (220.000 in più rispetto all’anno precedente). Se continua così, chi verrà dopo di noi, i nostri figli, non potrà più avere la ragionevole fiducia di godere, alla fine del proprio servizio professionale, di un reddito garantito. Si parla tanto di “diritti”, ma noi stiamo sistematicamente violando – in questo come in altri campi – quelli delle generazioni future.
L’occasione sprecata degli stranieri
Per un certo periodo a compensare questi vuoti c’è stata l’immigrazione, con l’arrivo di lavoratori stranieri i cui stupendi hanno dato ossigeno al nostro sistema pensionistico. Il precedente presidente dll’Inps, Tito Boeri – silurato dal governo giallo-verde anche per questo –, si era sforzato disperatamente di spiegarlo, dati alla mano, chiedendo una politica di progressiva integrazione che permettesse di fa passare dal lavoro “in nero” a quello “in regola” i cosiddetti “clandestini”. I “decreti sicurezza” – emanati dal Conte 1 e mai abrogati dal Conte 2, malgrado il cambiamento della formazione governativa – hanno messo una pietra tombale su questo progetto, rendendo sempre più difficile quella integrazione e respingendo gli stranieri verso un quasi inevitabile permanenza nella clandestinità.
Un Paese di vecchi
Ma l’emergenza pensionistica è solo un aspetto – sia pure di immediata rilevanza economica – di un problema più ampio. Stiamo sempre più diventando un Paese di vecchi. Il tasso di natalità è di 1,5 figli per donna, quando ce ne vorrebbero almeno due per mantenere il nostro livello di popolazione. Perfino gli stranieri, che avevano in una prima fase sopperito a questo deficit di natalità e contribuito a mantenere discretamente alto il numero degli alunni nelle nostre scuole primarie, da una parte sono stati scoraggiati dal venire in Italia (-8,6%) dall’altra sembrano essersi adeguati al trend degli italiani.
Il risultato, secondo lo studio Istat, è che la nostra popolazione dovrebbe scendere dai 60 milioni e 391mila residenti del 2019 ad appena 28 milioni alla fine di questo secolo. Anche altri Paesi del mondo stanno avendo una flessione, ma noi siamo in prima linea.
La mancanza di una politica per la famiglia
Le cause ovviamente sono tante. Una però è subito evidente, ed è la mancanza di una seria politica a favore della famiglia tradizionale – quella, per intenderci, che genera figli – e della maternità. Nella crescente attenzione ai diritti individuali l’Italia è rimasta sempre più indietro, rispetto anche ad altri Paesi europei, nel sostegno alla comunità familiare come tale, anzi ha promosso una serie di misure legislative, in nome della libertà individuale, che ne indebolivano i legami costitutivi, senza controbilanciarle – come invece si è fatto altrove – con altre che almeno incoraggiassero comunque alla generazione di figli.
Già al tempo del referendum sull’aborto
Il problema, del resto, ha radici antiche. Clamoroso il fatto che, già nella storica disputa sulla legalizzazione dell’aborto, non si sia mai pensato, prima di arrivare allo scontro sui princìpi, a promuovere di comune accordo – fautori e oppositori – una politica che, predisponendo una serie di contributi e di servizi, rendesse comunque più libera la scelta delle donne, dando loro, prima che il triste diritto di interrompere la gravidanza, quello di portarla a termine. Dall’una e dall’altra parte, si sono fatte dichiarazioni, si sono enunciati grandi valori, e non si è fatto quello che era più ovvio e più necessario.
Nessuna meraviglia: si era al tramonto di una stagione in cui a governare era stato il partito dei cattolici, da sempre entusiasti tutori della sacralità della famiglia, ma che non aveva fatto per essa nemmeno la metà di quello che si era invece fatto nella laicissima Francia.
E si è continuato sempre così, fino ad oggi. Molta retorica, sovrabbondanti promesse, qualche occasionale bonus bebè, ma non un’organica legislazione in grado di incoraggiare la generatività. C’è da stupirsi che siamo agli ultimi posti nel mondo?
Il problema del lavoro
Al di là dei fattori che riguardano direttamente la famiglia, ce ne sono altri che l’hanno colpita indirettamente. Penso alla difficoltà di trovare un lavoro prima di un certa età (e talvolta anche dopo…), che ovviamente ritarda la possibilità per le coppie di progettare di avere un figlio. Oppure, anche quando il lavoro c’è, alla sua precarietà (pardon, in politically correct si dice “flessibilità”): chi può pensare di mettere al mondo un bambino quando sa che il suo contratto scade dopo un anno? E questo già prima della pandemia. Che succederà adesso?
Non solo biologia
La mancanza di fecondità degli italiani non è però solo un fatto che riguarda la biologia. Da molti anni si parla di un “declino” dell’Italia che non è tanto una questione demografica o, come alcuni credono, economica, ma riguarda le risorse più profonde di vitalità del nostro Paese. del resto, sono gli economisti a sottolineare che la decrescita del Pil dipende da una crisi della produzione, che a sua volta deriva da quella del consumo, le cui origini vanno cercate in una diffusa sfiducia. Manca la speranza nel futuro.
La rabbia e la paura non generano nulla
Le passioni dominanti di questi ultimi anni sono state la rabbia e la paura. Ma con esse non si genera nulla. Con la rabbia si rimpiange qualcosa del passato che si è perduto, con la paura ci si trincera nell’esistente, difendendolo con le unghie e con i denti. Perché si possa generare bisogna, invece, aprirsi al futuro, preferire il rischio alla sicurezza, immaginare ciò che ancora non esiste invece di aggrapparsi a ciò che non esiste più.
La mancanza generatività biologica è così una metafora di quella spirituale e culturale che ci rende un Paese di vecchi anche a prescindere dall’anagrafe. Non mancano, naturalmente le eccezioni che potrebbero essere invocate per smentire questa diagnosi. Ma è pur vero che molte grandi espressioni del genio italiano sono state possibili proprio per il fatto che sono state realizzate all’estero.
Tornare a generare per riscoprirsi un popolo
In ogni caso, resta il problema di fondo di un risveglio delle risorse morali e spirituali del nostro popolo. La ripresa economica, che pure è una urgenza assoluta, in questo momento difficilissimo, non può essere affidata solo a misure che piovono dall’alto. A parte le perplessità – che purtroppo condivido – sull’efficacia di queste ultime, anche nella migliore delle ipotesi esse non possono sostituire uno spirito di iniziativa, una creatività, un coraggio che esige l’impegno di tutti. Per uscire dalla crisi bisogna di nuovo ritornare a generare: non solo figli, ma anche idee, esperienze, relazioni costruttive… Magari riscoprendo, così, di essere quello che ci siamo dimenticati di essere: un popolo.