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mercoledì 15 luglio 2026

COOPERARE PER VIVERE E PER CRESCERE

 


Dare senso ai luoghi: 

la cultura come infrastruttura di relazioni



Le associazioni possono essere vive e feconde, se valorizzano le relazioni (intra et extra), se producono socialità e cultura, se valorizzano le risorse interne ed esterne, evitando ogni forma di sterile autoreferenza e di vuota celebrazione.

Ricuce legami, genera fiducia e trasforma il patrimonio in un bene comune capace di costruire comunità e futuro. Per Giovanna Barni, presidente di Culturmedia Legacoop e curatrice del volume “Cartografie del possibile”, i territori rinascono quando cultura, cooperazione e partecipazione restituiscono senso ai luoghi, superando l’alternativa tra abbandono e turismo estrattivo. Al centro di questo cambiamento ci sono nuovi professionisti e organizzazioni che mettono in rete competenze, istituzioni e cittadini

di Daria Capitani

«Spesso pensiamo alla cultura come a un insieme di beni, monumenti, musei o eventi. In realtà, la sua funzione più importante è un’altra: creare significati condivisi, permettere alle persone di riconoscersi come parte di una storia comune e immaginare insieme un futuro possibile. È questo che la rende un potente generatore di relazioni». Giovanna Barni è presidente di Culturmedia Legacoop e delegata all’Innovazione di Coopculture.

Nel volume Cartografie del possibile, quaderno speciale di Economia della Cultura (edizioni Il Mulino), realizzato nell’ambito del progetto Changes – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society (Pnrr), ha curato una mappatura nazionale di tre modelli di governance partecipata del patrimonio culturale: cooperative di comunità, partenariati speciali pubblico-privato e reti territoriali. Le abbiamo chiesto di aiutarci a leggere quei luoghi che, grazie alla cultura, hanno messo al centro l’umano e le relazioni.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
Perché la cultura è uno straordinario attivatore di connessioni?

Perché è prima di tutto una infrastruttura relazionale. Quando una comunità si riappropria del proprio patrimonio culturale, non sta semplicemente recuperando un edificio o organizzando un evento. Sta costruendo fiducia, collaborazione e capacità di agire insieme. In un’epoca segnata da incertezza, frammentazione e crisi dei legami sociali, la cultura offre uno spazio in cui persone diverse possono tornare a riconoscersi come parte di un progetto comune. Il patrimonio culturale produce valore quando smette di essere un oggetto da conservare o una risorsa da sfruttare e diventa un bene comune attorno al quale si costruiscono nuove relazioni tra cittadini, istituzioni, imprese e organizzazioni sociali. In questo senso la cultura è molto più di un settore: è uno spazio di cooperazione e una palestra di futuro.

Perché la cultura ridà senso ai luoghi?

Perché restituisce significato alle relazioni che legano persone, comunità e territori. Oggi ci troviamo spesso di fronte a due fenomeni apparentemente opposti: da una parte l’abbandono di interi territori e patrimoni culturali e naturali, dall’altra il loro sovrasfruttamento attraverso forme di turismo estrattivo. In realtà sono due facce dello stesso problema. Nel primo caso i luoghi vengono abbandonati perché perdono popolazione, servizi, opportunità e capacità di immaginare il proprio futuro. Nel secondo vengono consumati come prodotti, spesso senza generare benefici duraturi per chi li abita.

Come può la cultura invertire questa tendenza?

Ricostruendo il legame tra comunità, patrimonio e territorio. Ridare senso a un luogo non significa soltanto renderlo più attrattivo. Significa renderlo nuovamente abitabile, riconoscibile e generativo per chi lo vive ogni giorno. Molte delle esperienze raccolte nel volume Cartografie del possibile raccontano proprio questo: paesi che si organizzano in forma cooperativa per gestire servizi e patrimonio, reti territoriali che mettono insieme cultura, turismo, ambiente e produzioni locali, progetti che trasformano il viaggio in un incontro con le comunità e non semplicemente in un consumo di destinazioni. La vera differenza oggi non è tra più o meno turismo, ma tra turismo estrattivo e turismo relazionale o cooperativo. Nel primo caso il valore viene prelevato dai territori. Nel secondo viene generato e redistribuito attraverso relazioni stabili tra visitatori, comunità e luoghi. Per questo la cultura non è un elemento accessorio dello sviluppo territoriale. È spesso la sua precondizione.

Quanto contano e come interpretano la loro professione le persone che la rendono possibile?

Oggi il lavoro culturale sta cambiando profondamente. Per molti anni abbiamo immaginato il professionista culturale come uno specialista chiamato a conservare, gestire o comunicare un patrimonio. Oggi questo non basta più. Le persone che rendono possibili queste esperienze sono spesso figure ibride: progettisti multidisciplinari, animatori territoriali, costruttori di reti, fundraiser, mediatori tra mondi diversi. Ma c’è un aspetto ancora più importante. Queste competenze funzionano davvero solo quando sono inserite in organizzazioni capaci di cooperare, superando logiche individualistiche o competitive. Le esperienze più innovative mostrano infatti che il lavoro culturale è sempre più un lavoro cooperativo: tra professioni diverse, tra generazioni diverse, tra soggetti pubblici e privati, tra economia sociale e istituzioni. Per questo oggi non basta avere buoni professionisti della cultura. Servono organizzazioni capaci di mettere in comune competenze, risorse e responsabilità.

La cooperazione non rappresenta soltanto una forma giuridica. 

È un modo di organizzare lo sviluppo e di rendere possibile ciò che nessun attore potrebbe realizzare da solo. È ciò che accomuna i nuovi modelli di governance partecipata: le cooperative di comunità, i partenariati speciali pubblico-privato e le reti territoriali. In tutti e tre i casi ritroviamo gli stessi ingredienti: cultura, mutualismo e cooperazione. La cultura crea significato e riconoscimento reciproco. Il mutualismo trasforma una comunità in una comunità capace di agire. La cooperazione consente di mettere in rete competenze, risorse e responsabilità alle diverse scale territoriali. Questa combinazione rende i territori (e le associazioni che vi operano) più attrattivi, più competitivi e al tempo stesso più equi.

VITA

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sabato 6 giugno 2026

L'ILLUSIONE DEL PRESENTE

 


 Cultura come resistenza

 contro l’illusione del presente

Dalle riviste militanti ai libri sulla crisi degli intellettuali, la sua figura ha attraversato la storia culturale italiana scegliendo sempre impegno, persuasione e minoranze attive

 

-di STEFANO DE MATTEIS

 È stato critico cinematografico e letterario, inventore di riviste che hanno anticipato in Italia scrittori, tendenze di tutto il mondo (« Linea d’ombra »), sposando la distinzione di Sciascia tra scrittori di parole e di cose e scegliendo apertamente questi ultimi che permettono di leggere, capire e interpretare la realtà. Ha selezionato saggisti che offrissero strumenti per intervenire nel mondo e cambiarlo (« Lo straniero), si è fatto egli stesso attento lettore delle trasformazioni sociali, sempre in dialogo con il suo tempo e, con un piglio dichiaratamente “politico”, si schierava, sempre e comunque, dalla parte degli ultimi e degli oppressi, pronto a far reagire il sentimento cristiano della fraternità di un Silone, definendosi «cristiano senza chiesa e socialista senza partito», con la pragmaticità di un Chiaromonte che esalta la dignità dell’uomo per quanto è stato capace di fare nei suoi momenti migliori.

 A leggere o rileggere i libri di Goffredo Fofi si ricavano spaccati e diagnosi di periodi storici di cui si ricostruiscono tanto i limiti quanto le spinte nei motivi culturali, e si viene messi a confronto con i sentimenti sociali positivi o negativi, evidenti o sotterranei; si abbattono miti solo apparenti e si procede a scoperte inattese. Ma, se si segue il suo racconto secondo la loro cronologia, sono anche libri che attraversano la storia d’Italia, mostrandone le oscillazioni, per verificare il tracciato e ricostruirne i cambiamenti: ne viene fuori così una mappa delle trasformazioni con risultati non sempre esaltanti.

E a un certo punto della sua biografia culturale, cinema, letteratura, teatro, intervento sociale, ma anche fumetto e fotografia si mescolano in una stratificazione che crea un percorso unico, grazie alla sua inaudita voracità che fondava un sapere quasi enciclopedico e che gli permetteva di evidenziare le trame nel mescolare generi, ambienti, pratiche artistiche, e mettere in luce genealogie e derivazioni, contatti e scambi spesso sconosciuti.

Forse, una delle prime “prove” di questo non-metodo, in cui i tracciati cominciano a mescolarsi, è Dieci anni difficili, del 1985, in cui Fofi fa un bilancio preventivo degli anni Ottanta (definito il decennio più stupido) e prende la rincorsa per gli anni Novanta grazie anche a un altro libro, Pasqua di maggio. Un diario pessimista, di appena qualche anno successivo. E proprio in quest’ultimo Fofi lamenta le difficoltà dell’azione sociale in quanto «“fare” è oggi più difficile che mai, perché dal fare è assente l’entusiasmo e impoverita la persuasione. Eppure bisogna, non fosse che “per vendere cara la pelle” e “salvarsi l’anima” sempre con la coscienza che l’anima ce la salva o tutti o nessuno».

Se gli anni Ottanta si chiudono con un diario pessimista, i Novanta si aprono con Prima il pane (pubblicato nel 1990 e oggi ristampato da Martin Eden), in cui la domanda posta in una delle pagine di apertura è: «Con chi dialoga oggi chi fa qualcosa?». E non solo, perché si interroga sui cambiamenti che stanno segnando la cultura italiana di fine secolo, a partire dal crollo non tanto dei partiti, quanto delle identità (ideologiche) forti e delle loro varianti: « I cattolici, i marxisti, i liberali, il pensiero autoritario, il pensiero libertario, la destra, la sinistra. Erano linee spesso contrapposte, a volte con sottili scambi e reciproche influenze; ma si “pensava” (e si creava) in rapporto a opzioni concrete, a parti della società, a classi di appartenenza, a scuole e tradizioni cui aderire o mettere in discussione». Ma tutto questo aveva di buono che produceva anche i suoi anticorpi in quanto ogni filone generava i suoi eretici, «spesso uniti da una comune spinta morale».

 Con l’arrivo anche in Italia della ricchezza, «della società affluente e con lo sviluppo mastodontico dei media» si è persa quell’identità, sostituita da un «ammasso di non identità» in cui «il singolo si sente protetto… perché – suprema astuzia del sistema – si è fatto ideologia di ciò che viene chiamato esplicitamente look: l’illusione che apparire equivalga ad essere». Tutto questo, nel libro funziona da premessa per comprendere «sia la diversità – ripeto: apparente – delle proposte, che l’assenza di proposte forti, in grado di collegare, dare identità tenere insieme, “fare scuola”». Ma il passaggio di secolo porta a un cambio radicale. 

Le riviste usate come sistema di pedagogia diffusa, il tentativo di persuadere all’azione sociale per aprirsi a prospettive di cambiamento, conduce Fofi a riflessioni sempre più radicali che, oltre che nelle riviste, prenderanno forma in due libri importanti, quasi coevi: Da pochi a pochi, del 2006 e ristampato ora da Elèuthera, e La vocazione minoritaria del 2007. Entrambi incarnano una reazione verso «gli intellettuali che hanno finito per essere sempre più servi», cui contrappone l’azione positiva di minoranze attive che hanno la forza di opporsi o di creare percorsi sotterranei per un’azione condivisa. Assieme a riflessioni sulla storia recente, vissuta sempre in modo « partecipe», in cui se ne ricostruiscono i passaggi fondamentali, i limiti (tanti) e i (pochi) pregi, si affrontano personaggi grandi, medi e piccoli, tra stupidità diffuse e mediocrità vincenti, e si arriva alla parte conclusiva del «che fare».

Questi sono gli anni in cui vengono rimessi in gioco i maestri, come Aldo Capitini che ha un ruolo fondamentale nel suo pensiero, e si ritorna in particolare a Chiaromonte. Il primo per la capacità critica, per la lezione sulla non accettazione del mondo così com’è; poi sulla religione come coscienza appassionata della finitezza e il suo superamento; poi per le indicazioni (anche pratiche) della non violenza.

 Da tutto questo prende forma la forza della persuasione che deve coinvolgere, motivare, partecipare. A cosa?

 C’è un punto in cui forse Capitini e Chiaromonte si incontrano grazie a Fofi: nella non accettazione, ma soprattutto nella non-collaborazione, nel rifiuto delle seduzioni per la costruzione di un percorso indipendente, fatto con quella parte delle minoranze che si definiscono etiche. 

Se in passato la politica è stata una forte delusione, un tale percorso di indipendenza rilancia però anche la necessità di una politica, sicuramente nuova e diversa, che nasce sulle basi di un pensiero attivo e concreto, “contrario” e sempre schierato con gli ultimi.

www.avvenire.it

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giovedì 4 giugno 2026

L'ERA DELLA RESPONSABILITA'

 


Al cospetto dei potenti di oggi, è la cultura a salvarci dalla sudditanza.


-di Vito Mancuso 

Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi». 

Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza. 

 C'è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c'è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò "Le origini del totalitarismo" da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell'orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero panem et circenses, l'anti-cultura con cui nell'antica Roma l'Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all'attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l'anniversario della nostra Repubblica. 

 

La risposta l'affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio "valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca. 

Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica", laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia, l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini. 

Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.

La Stampa” 

sabato 21 marzo 2026

LA POESIA E LA PACE

 


 “Una parola 

che sa attendere tutti"

In un’intervista ai media vaticani, il cardinale De Mendoça, poeta e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, riflette sul legame tra l’arte poetica e la pace


-         - Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La poesia è una delle più profonde forme di ascolto. Nasce dal silenzio e forse richiede ai poeti di diventare, più che autori, interpreti capaci di entrare in sintonia con l’universale visibile e invisibile. Da questo misterioso dialogo con il creato prende forma la parola nella voce dei poeti, ma anche quella capacità di far spazio dentro di sé che rende la poesia un’educazione alla pace.
“Il battere d’ali di una farfalla – osserva il cardinale José Tolentino de Mendonça - o il battere d’ali delle sillabe in una parola accendono dinamiche di senso, di luce o di buio nel cuore umano. La poesia ci offre parole disarmate e anche disarmanti, perché lavora con la sorpresa. La poesia è propedeutica all'arte della pace”. Risuonano i pensieri del prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che nella Giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, risponde ad alcune domande sull’importanza di quest’arte per un’umanità sempre più minacciata dalla guerra. Il cardinale e poeta non ha dubbi: “La poesia è dalla parte della pace”.

Un patto con il futuro

Un antico legame avvicina l’arte poetica alla verità. “Come diceva Baudelaire - spiega il porporato -, la poesia pone il cuore a nudo e quella nudità del cuore, vicina alle grandi domande umane, costruisce approcci alla verità. Il grande poeta Paul Celan diceva: ‘Solo mani vere scrivono vere poesie’”. Nel turbinio della modernizzazione, la parola lirica segna la persistenza dell’umano. Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, Leone XIV ne richiama l’importanza: “Nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”. Da qui de Mendonça osserva: “L'algoritmo vive della ripetizione. È un meccanismo sonnambulo, meccanico, di riproposta dei passi fatti, mentre la poesia ci apre al cammino non percorso, al non ancora scoperto”. Questa ricerca della “parola non detta”, dell’inedito che abita il mondo, è una ricchezza: “Quando si comincia una poesia non si sa e quel non sapere è un capitale umano nella costruzione di noi stessi. Perché qual è il grande pericolo dell’algoritmo? Sottrarre all'uomo la capacità del possibile, di quello che ancora non siamo stati ma possiamo diventare nell'incontro, nella relazione, nel dono, nell'avvicinarsi misterioso a una soglia. E l'algoritmo parla sempre di ieri, la poesia ha un patto con il futuro”.

L’ardente solitudine dei poeti

Viva la poesia! scriveva Papa Francesco in un suo libro così intitolato e ricordava l’importanza di quest’arte per “essere umani” e anche il ruolo che essa ha nella formazione dei sacerdoti. Da questo spunto il cardinale nella sua risposta afferma che “nell'ardente solitudine di alcune biografie poetiche c'è una grande lezione” e fa riferimento al poeta portoghese Fernando Pessoa, che ha sofferto per rimanere sé stesso e ha vissuto ogni giorno “in una tensione permanente, cercando di ricondurre tutte le grandi esperienze vitali a una dimensione poetica, cioè a una dimensione di coscienza, di consapevolezza”. Il prefetto ha richiamato anche quando Papa Francesco, sul volo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone, ha osservato come dall’Oriente la società occidentale può imparare a “guardare anche poeticamente le cose”. Ha spiegato il cardinale: “La poesia è anche la lentezza, è anche la cerimonia davanti alla vita, è anche la venerazione, è anche la coscienza che siamo vicini alla sacralità nel quotidiano, è anche la valorizzazione della contemplazione e del silenzio. In questo senso la poesia può costituire un'educazione spirituale”.

Uno strumento educativo

Il 27 febbraio scorso, a conclusione degli esercizi spirituali, Leone XIV ha sottolineato il riferimento al Dottore della Chiesa san John Henry Newman e alla poesia Il sogno di Geronzio, “dove Newman – afferma il Papa – usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Questo santo, teologo e cultore della poesia, ha molto da insegnare. “San John Henry Newman ha un ruolo molto importante nella fondazione della modernità e si impegna molto nell'educazione per la pace dicendo che ogni generazione ha bisogno di ricevere dalla generazione passata una conferma, una conoscenza e deve gestire, metabolizzare quella eredità trasformandola in un'energia di visione, di progetto, di capacità di abitare in modo responsabile il mondo”. In questo senso anche la letteratura e la poesia sono risorse educative necessarie.

Una parola che nasce dal convivio con il silenzio

In un suo discorso tenuto di fronte ai giovani di Pordenone nel 1991, Senza conversione non c’è pace, David Maria Turoldo affermava che forse quello della pace è l’unico tema rivoluzionario fra tutti, ma anche il più difficile di tutti. Secondo de Mendonça “la pace ci insegna il noi, parla dell’umano come di un patrimonio comune” e qui sta la sua complessità, perché siamo spesso tentati di dividere, di contrapporre anche una lingua all’altra. La poesia, in questo senso, ci insegna che siamo tutti fratelli, perché va oltre le frontiere delle nazioni ed “esiste come un grande repositorio di umanità”. Aggiunge il cardinale: “La letteratura è una scuola dell'universale, perché valorizza l'universale e capisce che le grandi idee, le immagini più belle, veramente non hanno autore. Tanti poeti credono che la poesia è preesistente a tutte quelle forme, e noi possiamo sintonizzarci e ascoltarla. E questo ci parla di pace, perché non è la visione contrapposta o la rivendicazione di quello che mi appartiene, ma è la contemplazione, la meraviglia, l'affermazione di quello che appartiene a tutti, perché è un bene di tutti”.

Senza silenzio non c’è poesia

La parola poetica non può prescindere dal silenzio, che spesso tenta i poeti. “È una parola – conclude de Mendonça – che prima è stata fondata nel silenzio e dopo può germogliare. Nella parola poetica c'è ancora la risonanza del silenzio, perché il silenzio vuol dire l'ascolto, vuol dire l'ospitalità. Allora la parola poetica è una parola che conserva la sete e l'inquietudine della ricerca, abita la verità con umiltà, ma non la proclama, non la impone. Si lascia abitare dalla verità e fa silenzio. La poesia è la parola che attende, che sa attendere tutti”.

Vatican News

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LA POESIA, UN VALORE DA COLTIVARE

 


Poesia: 
un toccasana 
per mente
 e cuore


La Giornata Mondiale della Poesia si celebra il 21 marzo di ogni anno, istituita dall'UNESCO nel 1999 per promuovere la diversità linguistica, il dialogo interculturale e la diffusione della poesia. La data coincide con l'inizio della primavera, simboleggiando la rinascita della creatività e del pensiero. 

Ecco i punti chiave della ricorrenza:

  • Obiettivi: Sostenere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l'insegnamento della poesia, valorizzandola come forma d'arte essenziale.
  • Significato: Riconosce alla poesia un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo, della comprensione reciproca e della pace.
  • Eventi:

 In tutta Italia, il 21 marzo, si svolgono incontri, reading, contest e iniziative nelle biblioteche, scuole e spazi culturali.

  • Tema 2026: Le celebrazioni spesso si collegano al tema dell'immaginazione e alla forza espressiva della parola, come nel caso degli eventi previsti a Venezia e in altre città italiane. 

La Giornata Mondiale della Poesia è un invito a celebrare i poeti e a riscoprire la poesia come strumento di espressione potente e universale. 

 

La poesia, in alcuni casi considerata la Cenerentola della letteratura e in altri un’arte elitaria e lontana dalla vita quotidiana, nasconde un potere straordinario e può rivelarsi un toccasana per la salute mentale e fisica di chi la scrive e di chi la legge.


di Cristina Moretti

La poesia è un veicolo incantevole che può trasportare l’anima attraverso emozioni, riflessioni e immagini. Non è solo una forma d’arte, ma anche un mezzo di espressione personale e di connessione umana. Tuttavia, oltre al suo fascino estetico, la poesia ha dimostrato di avere profondi effetti benefici sia per coloro che la scrivono che per coloro che la leggono. Esploriamo insieme questo straordinario potere trasformativo.

Per chi le scrive o vuole provarci

Scrivere poesie è un atto di intima riflessione e creatività. Qui, nella quiete delle parole e delle metafore, gli autori trovano uno spazio sicuro per esplorare i recessi della propria anima. Tra i benefici che gli scrittori possono trarre dalla poesia c’è sicuramente la possibilità di trovare un canale attraverso cui esprimere la propria emotività. La poesia, infatti, offre uno sfogo emotivo senza restrizioni. Gli scrittori possono riversare le proprie emozioni sulla pagina, liberandosi del peso che potrebbero portare dentro di sé.

Può stimolare la creatività: la ricerca di parole, immagini e metafore per esprimere le proprie emozioni e idee richiede un esercizio creativo che può portare a nuove intuizioni e soluzioni in altri ambiti della vita. La poesia sfida i confini della grammatica e della struttura. Gli scrittori sono liberi di giocare con le parole, creare nuove forme e sperimentare con linguaggio e ritmo.

Favorisce, inoltre, l’introspezione e riflessione: immergersi nei propri pensieri e sentimenti attraverso la scrittura aiuta a conoscersi meglio e a dare un senso alle proprie esperienze. Scrivere poesie richiede un’attenta riflessione. Gli autori si immergono in questioni esistenziali, esplorando la bellezza e il dolore della vita, portando alla luce nuove prospettive e significati. Attraverso la scrittura poetica, gli autori possono scoprire nuovi aspetti di sé stessi. Esplorando le proprie esperienze, speranze e paure, possono acquisire una maggiore comprensione del proprio essere interiore.

Tra i vantaggi del cimentarsi nella scrittura ci sono anche la riduzione dello stress e il miglioramento dell’autostima: scrivere poesie può essere un modo per sfogare le emozioni negative e trovare sollievo dalle preoccupazioni quotidiane. Dare forma alle proprie idee e vederle tradotte in versi può aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Per chi le legge

La poesia non è solo per coloro che la scrivono; è anche per coloro che la leggono. Attraverso le sue sfumature linguistiche e le sue immagini evocative, la poesia offre una gamma di benefici a cui spesso non si pensa.

La poesia risveglia l’immaginazione e arricchisce il vocabolario: le immagini evocative e il linguaggio poetico trasportano il lettore in mondi nuovi e stimolano la fantasia. Essa espone a un linguaggio più ricercato e complesso, che può ampliare il bagaglio linguistico del lettore. Ne deriva un’importante stimolazione mentale: l’arte della poesia richiede una partecipazione attiva da parte del lettore. Interpretare le metafore, analizzare le strutture e immergersi nel linguaggio poetico stimola la mente e incoraggia la creatività.

La poesia è un vero e proprio esercizio per il cervello; attiva aree diverse del cervello rispetto alla prosa. Stimola il lato destro, coinvolto nella memoria autobiografica, mescolando esperienza sensoriale ed emotiva.

La poesia sa toccare le corde più profonde dell’animo umano, provocando commozione, gioia, riflessione. Immergendosi nelle parole del poeta, il lettore impara a calarsi nei panni degli altri e a comprendere le loro emozioni. Leggere poesie può aiutare i lettori a sviluppare una maggiore empatia e comprensione per gli altri. Attraverso le esperienze condivise nelle poesie, si crea una connessione emotiva che supera le differenze individuali.

Ispirazione idee per la propria crescita personale possono arrivare dalla lettura. Le poesie possono ispirare nuove idee, rivelare nuove prospettive e offrire conforto o speranza nei momenti bui. A volte fungono da specchio per l’anima. Leggendo le esperienze e le riflessioni degli altri, i lettori possono imparare più su se stessi e sulle proprie reazioni al mondo. Con le giuste parole e immagini, una poesia può trasformare la nostra visione del mondo. La sua capacità di trasmettere immagini e sentimenti supera altre forme letterarie.

Da non sottovalutare la sua capacità di creare comunità: leggere testi poetici ad alta voce dei testi poetici, spesso in occasione di slam, unisce competizione e arte. I concorsi di letture poetiche in diverse città coinvolgono molte persone, sia come lettori che semplici ascoltatori.

Per i più piccoli

Leggere poesie con i bambini e leggerle loro fin dalla più tenera età fornisce maggiori stimoli per le loro capacità di linguaggio. Giocando con le parole, i bambini migliorano le connessioni cerebrali e arricchiscono il proprio vocabolario.

La poesia è un’arte dalle mille sfaccettature che può donare benessere a chi la pratica. Che si scriva o si legga, la poesia può arricchire la nostra vita in modi inaspettati, come questi bellissimi versi di Alda Merini, una delle mie poetesse preferite.

Desiderio d’amore

Lei desiderava un sorriso 
una musica muta
una riva di mare
per bagnarsi
il suo amore impossibile.
I suoi piedi nudi e piagati,
i suoi meschini capelli.
Lei ignorava che il ricordo
è un ferro piantato alla porta,
non sapeva nulla
della perfezione del passato,
del massacro delle notti solitarie
non sapeva che il più grande
desiderio
è un niente
che s’inventa stranissime cose,
e vola come un’idea
verso l’enciclopedia
del Paradiso.
Sogna
su un altare di piombo
e frusta strampalati pupazzi
che non portano mai allegria.

(da “Io dormo sola”, Acquaviva, 2005)

ROCCA

sabato 7 marzo 2026

EDUCARE ALLA BELLEZZA

 

Scuola, siglato con il Ministero della Cultura il Protocollo “Educare alla e con la bellezza



Valditara: “La bellezza non è solo un valore estetico, ma rappresenta l'identità del nostro Paese”.

 Giuli: "Comprendere la bellezza è la base della creatività e della cultura"

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno siglato un Protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio e promuovere la crescita culturale, artistica e civica delle nuove generazioni.

“Nelle scuole che visito sottolineo sempre l’importanza di un’educazione alla bellezza. La bellezza non è solo un grande valore estetico, ma un elemento che rappresenta l’identità del nostro Paese: è parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra tradizione. Portare le opere d’arte nelle scuole può rappresentare uno strumento straordinario per educare concretamente i nostri giovani alla bellezza”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
"Il valore di questo Protocollo sta nel riconoscere, come Ministero della Cultura e come Ministero dell'Istruzione e del Merito, il fatto che la bellezza esiste, ha un suo canone ed è un bene non negoziabile. Quando si coglie la potenza della creatività, in un fiore o in un verso, si capisce che obbedisce a un concetto di armonia, di proporzione, di complementarità tra principi che fanno parte della bellezza del cosmo: il sole, la luna, il maschio, la femmina, tutto ciò che fa della natura qualcosa di straordinario. Questo l'abbiamo imparato dai nostri antenati e cerchiamo di tradurlo in modo serio, non intrusivo e non assertivo: semplicemente riconoscendo che l'educazione alla bellezza è la nostra missione principale", ha dichiarato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Il Protocollo prevede la promozione, nelle istituzioni scolastiche, di iniziative volte a valorizzare il patrimonio artistico e a rafforzare l’alfabetizzazione all’arte come strumento per educare alla bellezza promuovendo i talenti di ogni giovane.
L’intesa mira, inoltre, a riconoscere l’arte quale strumento di riqualificazione degli edifici scolastici e di rigenerazione culturale dei territori caratterizzati da marginalità sociale ed economica, anche attraverso l’allestimento di spazi espositivi dedicati all’interno delle Scuole secondarie di II grado e il coinvolgimento di enti pubblici e privati per la realizzazione di mostre, iniziative e collaborazioni dedicate.

Ecco i dettagli principali del protocollo:

  • Obiettivo: Rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio per la crescita culturale e civica degli studenti.
  • Azioni chiave: Allestimento di spazi espositivi nelle scuole secondarie di secondo grado e realizzazione di mostre e iniziative in collaborazione con enti pubblici e privati.
  • Riqualificazione: L'arte viene utilizzata come strumento di rigenerazione culturale e miglioramento degli ambienti scolastici.
  • Focus: Valorizzazione del patrimonio culturale e promozione dei talenti giovanili.
  • Visione: La bellezza è intesa non solo come valore estetico, ma come parte dell'identità nazionale e strumento di cittadinanza. 

Ministero

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lunedì 9 febbraio 2026

LA VITA IN ABBONDANZA

 


Lettera del Santo Padre 

"La vita in  abbondanza

sul valore dello sport

 

LETTERA

LA VITA IN ABBONDANZA

SUL VALORE DELLO SPORT

DI PAPA LEONE XIV IN OCCASIONE DEI

XXV GIOCHI OLIMPICI INVERNALI

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Cari fratelli e sorelle!

In occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali, che si terranno tra Milano e Cortina d’Ampezzo dal 6 al 22 febbraio prossimo, e dei XIV Giochi Paralimpici, che si svolgeranno, nelle stesse località, dal 6 al 15 marzo, desidero rivolgere il saluto e l’augurio a quanti sono direttamente coinvolti e, al tempo stesso, cogliere l’opportunità per proporre una riflessione destinata a tutti. La pratica sportiva, lo sappiamo, può avere una natura professionale, di altissima specializzazione: in questa forma essa corrisponde a una vocazione di pochi, pur suscitando ammirazione ed entusiasmo nel cuore di tanti, che vibrano al ritmo delle vittorie o delle sconfitte degli atleti. Ma l’esercizio sportivo è un’attività comune, aperta a tutti e salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un’universale espressione dell’umano.

Sport e costruzione della pace

In occasione di passati Giochi Olimpici, i miei Predecessori hanno sottolineato come lo sport possa svolgere un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace. Nel 1984, ad esempio, San Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani atleti provenienti da tutto il mondo, citò la Carta olimpica, [1] che considera lo sport come fattore di «una migliore comprensione reciproca e di amicizia, al fine di costruire un mondo migliore e più pacifico». Egli incoraggiò i partecipanti con queste parole: «Fate sì che i vostri incontri siano un segno emblematico per tutta la società e un preludio a quella nuova era, in cui i popoli “non leveranno più la spada l’un contro l’altro”( Is 2,4)». [2]

In questa linea si colloca la Tregua olimpica, che nell’antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, affinché atleti e spettatori potessero viaggiare liberamente e le competizioni svolgersi senza interruzioni. L’istituzione della Tregua scaturisce dalla convinzione che la partecipazione a competizioni regolamentate (agones) costituisce un cammino individuale e collettivo verso la virtù e l’eccellenza (aretē). Quando lo sport è praticato in questo spirito e con queste condizioni, esso promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune.

La guerra, al contrario, nasce da una radicalizzazione del disaccordo e dal rifiuto di cooperare gli uni con gli altri. L’avversario è allora considerato un nemico mortale, da isolare e possibilmente da eliminare. Le tragiche evidenze di questa cultura di morte sono sotto i nostri occhi – vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte – come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco. Ma questo non deve mai far dimenticare che l’aggressività, la violenza e la guerra sono «sempre una sconfitta per l’umanità». [3]

Opportunamente, la Tregua olimpica è stata riproposta in tempi recenti dal Comitato Olimpico Internazionale e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano «fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto». [4] Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato.

Il valore formativo dello sport

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» ( Gv 10,10). Queste parole di Gesù ci aiutano a comprendere l’interesse della Chiesa per lo sport e il modo in cui il cristiano vi si accosta. Gesù ha sempre posto al centro le persone, se ne è preso cura, desiderando per ciascuna di esse la pienezza della vita. Per questo, come ha affermato San Giovanni Paolo II, la persona umana «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione». [5] La persona, dunque, secondo la visione cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale.

A ben vedere, un solido fondamento di questa consapevolezza si trova negli scritti di san Paolo, noto come l’Apostolo delle genti. Al tempo in cui egli scriveva, i Greci possedevano già da molto tempo tradizioni atletiche. Ad esempio, la città di Corinto patrocinava i giochi istmici ogni due anni fin dagli inizi del VI secolo a.C.; per questo, scrivendo ai Corinzi, Paolo fece ricorso ad immagini sportive per introdurli alla vita cristiana: «Non sapete che – scrive –, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre» (1Cor 9,24-25).

Seguendo la tradizione paolina, molti autori cristiani utilizzarono immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano.Sebbene non manchino, nelle epoche passate, scritti cristiani – influenzati da filosofie dualistiche – che hanno del corpo una visione piuttosto negativa, il filone principale della teologia cristiana ha sottolineato la bontà del mondo materiale affermando che la persona è unità di corpo, anima e spirito. In effetti, i teologi dell’antichità e del Medioevo confutarono con forza le dottrine gnostiche e manichee, proprio perché esse consideravano il mondo materiale e il corpo umano come intrinsecamente malvagi. Secondo queste concezioni, lo scopo della vita spirituale consisterebbe nel liberarsi dal mondo e dal corpo. Al contrario, i teologi cristiani fecero appello alle convinzioni fondamentali della fede: la bontà del mondo creato da Dio, il fatto che il Verbo si è fatto carne e la risurrezione della persona nella sua armonia di corpo e anima.

Questa comprensione positiva della realtà fisica favorì lo sviluppo di una cultura nella quale il corpo, unito allo spirito, fosse pienamente coinvolto nelle pratiche religiose: nei pellegrinaggi, nelle processioni, nei drammi sacri, nei sacramenti e nella preghiera che fa uso di immagini, statue e varie forme di rappresentazione.

Con l’affermarsi del cristianesimo nell’Impero Romano, gli spettacoli sportivi tipici della cultura romana – in particolare i combattimenti tra gladiatori – iniziarono progressivamente a perdere rilevanza sociale. Tuttavia, l’età medievale fu segnata dall’emergere di nuove forme di pratica sportiva, come i tornei cavallereschi, sui quali la Chiesa concentrò la propria attenzione etica, contribuendo anche a una loro reinterpretazione in chiave cristiana, come testimoniato dalla predicazione dell’abate San Bernardo di Chiaravalle.

Nello stesso periodo, la Chiesa riconobbe il valore formativo dello sport, grazie anche al contributo di figure quali Ugo di San Vittore e San Tommaso d’Aquino. Ugo, nella sua opera Didascalicon, sottolineò l’importanza delle attività ginniche nel curriculum degli studi, contribuendo a plasmare il sistema educativo medievale. [6]

La riflessione di San Tommaso d’Aquino sul gioco e sull’esercizio fisico metteva in primo piano la “moderazione” come tratto fondamentale di una vita virtuosa. Secondo Tommaso, quest’ultima non riguarda solo il lavoro o le occupazioni considerate serie, ma ha bisogno anche di tempo per il gioco e il riposo. Scrive l’Aquinate: «Come dice Agostino: “Ti prego, concediti talvolta una pausa: conviene infatti che l’uomo saggio, talora, allenti la tensione dell’attenzione applicata al lavoro”. Ora, questo rilassamento della mente dal lavoro consiste in parole e azioni giocose. Perciò è conveniente che talvolta l’uomo saggio e virtuoso vi ricorra». [7] Tommaso riconosce che le persone giocano perché il gioco è fonte di piacere e dunque lo praticano per sé stesso. Rispondendo a un’obiezione secondo cui un atto virtuoso deve essere diretto a un fine, egli osserva che «le azioni giocose non sono ordinate a un fine esterno, ma soltanto al bene di colui che gioca, in quanto sono piacevoli o procurano ristoro». [8] Questa “etica del gioco” elaborata da Tommaso d’Aquino esercitò una notevole influenza sulla predicazione e sull’educazione.

Lo sport, scuola di vita e areopago contemporaneo

Si collocava in questa lunga tradizione l’umanista Michel de Montaigne quando, in un saggio sull’educazione, scriveva: «Non educhiamo un’anima, non educhiamo un corpo: educhiamo una persona. Non bisogna dividerla in due». [9] È questo il motivo che egli addusse per giustificare l’inserimento dell’educazione fisica e dello sport nella giornata scolastica. Questi principi furono applicati nelle scuole dei Gesuiti, avvalorati dagli scritti di Sant’Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum[10]

Su tale sfondo si inserisce anche l’opera di grandi educatori, da San Filippo Neri a San Giovanni Bosco. Quest’ultimo, attraverso la promozione degli oratori, stabilì un ponte privilegiato tra la Chiesa e le nuove generazioni, facendo anche dello sport un ambito di evangelizzazione. [11] In questa scia, si può ricordare anche l’Enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII: essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove abitudini emergenti. [12]

A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il fenomeno sportivo divenne di massa. Inoltre, nacquero i Giochi Olimpici dell’era moderna (1896). Laici e pastori dedicarono uno sguardo più attento e sistematico a tale realtà. A partire dal pontificato di San Pio X (1903-1914), si registra un crescente interesse per lo sport, testimoniato da numerosi pronunciamenti pontifici. In essi, la Chiesa cattolica, per voce dei Papi, propose una visione dello sport centrata sulla dignità della persona umana, sul suo sviluppo integrale, sull’educazione e sulla relazione con gli altri, evidenziandone il valore universale quale strumento di promozione di valori come la fraternità, la solidarietà e la pace. Emblematica è la domanda posta dal Venerabile Pio XII in un discorso rivolto agli atleti italiani nel 1945: «Come potrebbe la Chiesa non interessarsi [dello sport]?». [13]

Il Concilio Vaticano II ha collocato la sua valutazione positiva dello sport nell’ambito più ampio della cultura, raccomandando che «il tempo libero sia impiegato per distendere lo spirito, per fortificare la salute dell’anima e del corpo; […] anche mediante esercizi e manifestazioni sportive, che giovano a mantenere l’equilibrio dello spirito, ed offrono un aiuto per stabilire fraterne relazioni fra gli uomini di tutte le condizioni, di nazioni o di razze diverse». [14] Grazie alla lettura dei segni dei tempi, è dunque cresciuta la consapevolezza ecclesiale dell’importanza della pratica sportiva. Il Concilio ha rappresentato una fioritura in questo campo: si è sviluppata la riflessione sullo sport in relazione alla vita di fede e una molteplicità di esperienze pastorali in ambito sportivo hanno rivelato nei decenni successivi la loro forza generativa. Anche i Dicasteri della Santa Sede hanno promosso valide iniziative in dialogo con questo ambito umano. [15]

Molto significativi sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984, nell’Anno della Redenzione; il secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma. In questa stessa linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano universale di incontro e di speranza. È l’orientamento che ha motivato la scelta di accogliere in Vaticano il Giro d’Italia: la grande competizione ciclistica è un evento sportivo, ma anche una narrazione popolare capace di attraversare territori, generazioni e differenze sociali, e di parlare al cuore della comunità umana in cammino.

Ben oltre i luoghi di più antica tradizione cristiana, sembra evidente che lo sport sia ampiamente presente nelle culture di cui abbiamo testimonianza. Anche quelle tradizionalmente orali hanno lasciato tracce di campi da gioco, attrezzature atletiche, nonché immagini o sculture legate alle loro pratiche sportive. Vi è dunque molto che si può apprendere dalle tradizioni sportive delle culture indigene, dei Paesi africani e asiatici, delle Americhe e di altre regioni del mondo.

Ancora oggi, lo sport continua a svolgere un ruolo significativo nella maggior parte delle culture. Esso offre uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse.

Sport e sviluppo della persona

Alcuni studiosi delle scienze sociali possono aiutarci a comprendere meglio il significato umano e culturale dello sport e, di conseguenza, il suo significato spirituale. Un esempio rilevante è rappresentato dalle ricerche sulla cosiddetta flow experience (o “flusso”) nello sport e in altri ambiti della cultura. [16] Tale esperienza si verifica in genere fra persone impegnate in un’attività che richiede concentrazione e abilità, quando il livello di sfida corrisponde o è leggermente superiore al loro livello già acquisito. Pensiamo, ad esempio, a uno scambio prolungato nel tennis: il motivo per cui questa è una delle parti più divertenti di una partita è che ogni giocatore spinge l’altro al limite del proprio livello di abilità. L’esperienza è esaltante e i due giocatori si spingono reciprocamente a migliorarsi; e questo vale tanto per due bambini di dieci anni quanto per due campioni professionisti.

Numerose ricerche hanno riconosciuto che le persone non sono soltanto motivate dal denaro o dalla fama, ma possono sperimentare gioia e ricompense intrinseche alle attività che svolgono, compiendole, cioè, e apprezzandole per il loro stesso valore. In particolare, è stato osservato che le persone provano gioia quando si donano pienamente a un’attività o a una relazione e vanno oltre il punto in cui si trovavano, con una sorta di movimento in avanti. Tali dinamiche favoriscono la crescita della persona nella sua totalità.

Durante un’esperienza sportiva, inoltre, spesso la persona concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta facendo. Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non resta spazio per un’attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso, l’esperienza interrompe la tendenza all’egocentrismo. Al tempo stesso, le persone descrivono un senso di unione con ciò che le circonda. Negli sport di squadra, questo è solitamente vissuto come un legame o un’unità con i compagni: il giocatore non è più ripiegato su di sé, perché fa parte di un gruppo che tende ad un obiettivo comune. Papa Francesco ha più volte evidenziato questo aspetto quando ha incoraggiato i giovani atleti ad essere giocatori di squadra. Ad esempio ha detto: «Siate giocatori di squadra. Appartenere a una società sportiva significa rifiutare ogni forma di egoismo e di isolamento; è un’opportunità per incontrare gli altri e stare con gli altri, aiutarsi a vicenda, confrontarsi nella stima reciproca e crescere nella fraternità». [17]

Quando gli sport di squadra non sono inquinati dal culto del profitto, i giovani “si mettono in gioco” in relazione a qualcosa che per loro è molto importante. Si tratta di una formidabile opportunità educativa. Non è sempre facile riconoscere le proprie capacità o comprendere come esse possano essere utili alla squadra. Inoltre, lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare (cfr Mt 18,21-22). Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Gli allenatori svolgono un ruolo fondamentale nel creare un ambiente in cui queste dinamiche possano essere vissute, accompagnando i giocatori attraverso di esse. Data la complessità umana coinvolta, è di grande aiuto quando un allenatore è animato da valori spirituali. Vi sono molti allenatori di questo tipo, nelle comunità cristiane e in altre realtà educative, così come a livello agonistico e di élite professionale. Essi descrivono spesso la cultura della squadra come fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo. Quando un giovane fa parte di una squadra di questo tipo, apprende qualcosa di essenziale su che cosa significhi essere umani e crescere. In effetti, «solo insieme possiamo diventare autenticamente noi stessi. Solo attraverso l’amore la nostra vita interiore diventa profonda e la nostra identità forte». [18]

Allargando ulteriormente lo sguardo, è importante ricordare che, proprio perché lo sport è fonte di gioia e favorisce lo sviluppo personale e le relazioni sociali, esso dovrebbe essere accessibile a tutte le persone che desiderano praticarlo. In alcune società che si considerano avanzate, dove lo sport è organizzato secondo il principio del “pagare per giocare”, i bambini provenienti da famiglie e comunità più povere non possono permettersi le quote di partecipazione e restano esclusi. In altre società, alle ragazze e alle donne non è consentito praticare sport. A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva. Occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti. Ciò è molto importante per la promozione della persona. Me lo hanno confermato le toccanti testimonianze di membri della Squadra Olimpica dei Rifugiati, o di partecipanti alle Paralimpiadi, alle Special Olympics e alla Homeless World Cup. Come abbiamo visto, i valori autentici dello sport si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione.

I rischi che mettono in pericolo i valori sportivi

Dopo aver considerato come lo sport contribuisca allo sviluppo delle persone e favorire il bene comune, dobbiamo ora rilevare le dinamiche che possono compromettere tali risultati. Ciò avviene soprattutto per una forma di “corruzione” che è sotto gli occhi di tutti. In molte società, lo sport è strettamente connesso a economia e finanza. È evidente che il denaro è necessario per sostenere le attività sportive promosse dalle istituzioni pubbliche, da altri organismi civici e dalle istituzioni educative, così come quelle private di livello agonistico e professionale. I problemi sorgono quando il business diventa la motivazione primaria o esclusiva. Allora le scelte non muovono più dalla dignità delle persone, né da ciò che favorisce il bene dell’atleta, il suo sviluppo integrale e quello della comunità.

Quando si mira a massimizzare il profitto, si sopravvaluta ciò che può essere misurato o quantificato, a scapito di dimensioni umane di importanza incalcolabile: “conta solo ciò che può essere contato”. Questa mentalità invade lo sport quando l’attenzione si concentra ossessivamente sui risultati raggiunti e sulle somme di denaro che si possono ricavare dalla vittoria. In molti casi, persino a livello dilettantistico, gli imperativi e i valori di mercato sono arrivati a oscurare altri valori umani dello sport, che meritano invece di essere custoditi.

Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sugli effetti negativi che tali dinamiche possono avere sugli atleti, affermando: «Quando lo sport è considerato solo secondo parametri economici o in funzione della vittoria ad ogni costo, si corre il rischio di ridurre gli atleti a semplice merce per l’aumento del profitto. Gli stessi atleti entrano così in un sistema che li travolge, perdono il vero significato della loro attività, la gioia del gioco che li aveva attratti da bambini e che li aveva spinti a compiere tanti sacrifici reali per diventare campioni. Lo sport è armonia, ma se prevale la ricerca esasperata del denaro e del successo, questa armonia si spezza». [19]

Anche gli atleti di alto livello e professionisti, quando l’interesse economico diventa l’obiettivo primario o esclusivo, rischiano di concentrarsi su sé stessi e sulla prestazione, indebolendo la dimensione comunitaria del gioco e tradendo la sua valenza sociale e civile. Lo sport, invece, è una pratica che possiede valori condivisi da tutti coloro che vi partecipano e in grado di umanizzare la convivenza, anche in situazioni difficili. Un’attenzione sproporzionata al denaro, al contrario, riporta l’attenzione in modo esplicito e riduttivo su sé stessi. Anche in questo caso, vale il detto di Gesù: «Nessuno può servire due padroni» (Mt 6,24).

Un rischio particolare emerge quando i vantaggi finanziari derivanti dal successo nello sport sono considerati più importanti del valore intrinseco della partecipazione: la dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina. Quando gli incentivi finanziari diventano l’unico criterio, può accadere che individui e squadre pieghino i propri risultati alla corruzione e all’invadenza dell’industria del gioco d’azzardo. Queste diverse forme di frode non solo corrompono le attività sportive in sé, ma servono anche a disilludere il grande pubblico e a minare il contributo positivo dello sport alla società in generale.

Competizione e cultura dell’incontro

Allargando lo sguardo a livello delle competizioni sportive, anche queste possono svolgere un ruolo importante nel favorire l’unità tra le persone. È interessante che la parola competizione derivi da due radici latine: cum – “insieme” – e petere – “chiedere”. In una competizione, dunque, si può dire che due persone o due squadre cerchino insieme l’eccellenza. Non sono nemici mortali. E nel tempo che precede o che segue la gara vi è in genere l’opportunità di incontrarsi e di conoscersi.

Proprio per questo la competizione sportiva, quando è autentica, presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto. Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione, ad esempio, è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Lo sport vero, invece, educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la “grammatica” condivisa che rende possibile il gioco stesso. Senza regole non vi è competizione, né incontro, ma solo caos o violenza. Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà.

In questo senso, lo sport offre una lezione decisiva anche oltre il campo di gara: insegna che si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti come persone. La competizione equa custodisce così una dimensione profondamente umana e comunitaria: non separa, ma mette in relazione; non assolutizza il risultato, ma valorizza il cammino; non idolatra la prestazione, ma riconosce la dignità di chi gioca.

La giusta competizione e la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli spettatori e i tifosi. Il senso di appartenenza alla propria squadra può essere un elemento molto significativo dell’identità di molti tifosi: essi condividono le gioie e le delusioni dei loro eroi e trovano un senso di comunità con gli altri sostenitori. Questo è generalmente un fattore positivo nella società, fonte di rivalità amichevole e di battute scherzose, ma può diventare problematico quando si trasforma in una forma di polarizzazione che porta alla violenza verbale e fisica. Allora, da espressione di sostegno e partecipazione, il tifo si trasforma in fanatismo; lo stadio diventa luogo di scontro anziché di incontro. Qui lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva. Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

Le competizioni internazionali, in particolare, offrono un’occasione privilegiata per sperimentare la nostra comune umanità nella ricchezza delle sue diversità. Infatti, vi è qualcosa di profondamente toccante nelle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici, quando vediamo gli atleti sfilare con le bandiere nazionali e gli abiti caratteristici dei loro Paesi. Esperienze come queste possono ispirarci e ricordarci che siamo chiamati a formare un’unica famiglia umana. I valori promossi dallo sport – quali la lealtà, la condivisione, l’accoglienza, il dialogo e la fiducia negli altri – sono comuni ad ogni persona, indipendentemente dalla provenienza etnica, dalla cultura e dal credo religioso. [20]

Sport, relazione e discernimento

Lo sport nasce come esperienza relazionale: mette in contatto i corpi e, attraverso i corpi, le storie, le differenze, le appartenenze. Allenarsi insieme, competere lealmente, condividere la fatica e la gioia del gioco favorisce l’incontro e costruisce legami che superano barriere sociali, culturali e linguistiche. In questo senso lo sport è un potente facilitatore di relazioni sociali: crea comunità, educa al rispetto delle regole comuni, insegna che nessun risultato è frutto di un cammino solitario. Tuttavia, proprio perché mobilita passioni profonde, lo sport porta con sé anche dei limiti.

Il significato educativo dello sport si rivela in modo particolare nel rapporto tra vittoria e sconfitta. Vincere non è semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto, della disciplina, dell’impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l’ultima parola. Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Non è raro, inoltre, che lo sport venga investito di una funzione quasi religiosa. Gli stadi sono percepiti come cattedrali laiche, le partite come liturgie collettive, gli atleti come figure salvifiche. Questa sacralizzazione rivela un bisogno autentico di senso e di comunione, ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza. Quando lo sport pretende di sostituirsi alla religione, perde il suo carattere di gioco e di servizio alla vita, diventando assoluto, totalizzante, incapace di relativizzare sé stesso.

In questo contesto si inserisce anche il pericolo del narcisismo, che attraversa oggi l’intera cultura sportiva. L’atleta può rimanere fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso. Il culto dell’immagine e della prestazione, amplificato dai media e dalle piattaforme digitali, rischia di frammentare la persona, separando il corpo dalla mente e dallo spirito. È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati (1901-1925), giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport. Pier Giorgio era appassionato di alpinismo e organizzava spesso escursioni con i suoi amici. Andare in montagna, immergersi in quegli scenari maestosi gli faceva contemplare la grandezza del Creatore.

Un’ulteriore distorsione si manifesta nella strumentalizzazione politica delle competizioni sportive internazionali. Quando lo sport viene piegato a logiche di potere, di propaganda o di supremazia nazionale, è tradita la sua vocazione universale. Le grandi manifestazioni sportive dovrebbero essere luoghi di incontro e di ammirazione reciproca, non palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici.

Le sfide contemporanee si intensificano ulteriormente con l’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport. Le tecnologie applicate alla prestazione rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

In contrasto con queste derive, lo sport conserva una straordinaria capacità inclusiva. Praticato in modo giusto, esso apre spazi di partecipazione per persone di ogni età, condizione sociale e abilità, diventando strumento di integrazione e di dignità.

In questa prospettiva si colloca l’esperienza di Athletica Vaticana. Creata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, essa testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili. Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

Infine, occorre interrogarsi sulla crescente assimilazione dello sport alla logica dei videogame. La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata. Recuperare il valore autentico dello sport significa allora restituirgli la sua dimensione incarnata, educativa e relazionale, affinché rimanga una scuola di umanità e non un semplice dispositivo di consumo.

Una pastorale dello sport per la vita in abbondanza

Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale. In tale prospettiva appare opportuno che, all’interno delle Conferenze episcopali, siano presenti uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui elaborare e coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti nei diversi territori. Lo sport, infatti, attraversa parrocchie, scuole, università, oratori, associazioni e quartieri: stimolare una visione condivisa consente di evitare frammentazioni e di valorizzare le esperienze già esistenti.

A livello locale, la nomina di un incaricato diocesano e la costituzione di équipe pastorali per lo sport risponde alla stessa esigenza di prossimità e continuità. L’accompagnamento pastorale dello sport non si esaurisce in momenti celebrativi, ma si realizza nel tempo, condividendo le fatiche, le aspettative, le delusioni e le speranze di chi vive quotidianamente il campo, la palestra, la strada. Questo accompagnamento riguarda sia il fenomeno sportivo nel suo insieme, con le sue trasformazioni culturali ed economiche, sia le persone concrete che lo abitano. La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Una buona pastorale dello sport può contribuire in modo significativo alla riflessione sull’etica sportiva. Non si tratta di imporre norme dall’esterno, ma di illuminare dall’interno il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi. In particolare, l’armonia tra sviluppo fisico e sviluppo spirituale va considerata come dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana. Lo sport diventa così luogo in cui imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità.

Pensare e attuare la pratica sportiva come strumento comunitario aperto e inclusivo è un altro compito decisivo. Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica. La gioia di essere insieme, che nasce dal gioco condiviso, dall’allenamento comune e dal sostegno reciproco, è una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata.

In questo orizzonte, gli sportivi costituiscono un modello che va riconosciuto e accompagnato. La loro esperienza quotidiana parla di ascesi e di sobrietà, di lavoro paziente su sé stessi, di equilibrio tra disciplina e libertà, di rispetto dei tempi del corpo e della mente. Queste qualità possono illuminare l’intera vita sociale. La vita spirituale, a sua volta, offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell’esercizio come pratica che forma l’interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l’allenamento in disciplina dell’umano.

Tutto ciò trova il suo orizzonte ultimo nella promessa biblica che offre il titolo a questa Lettera: la vita in abbondanza. Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. In chiave culturale, la vita in abbondanza invita a liberare lo sport da logiche riduttive che lo trasformano in mero spettacolo o consumo. In chiave pastorale, essa sollecita la Chiesa a farsi presenza capace di accompagnare, discernere e generare speranza. Così lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Dal Vaticano, 6 febbraio 2026

LEONE PP. XIV

NOTE

[1] Comite International Olympique, Olympic Charter 1984 (Losanna 1983), p. 6.

[2] S. Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa per il Giubileo degli sportivi (Roma, Stadio Olimpico, 12 aprile 1984), 3.

[3] Id., Discorso al Corpo Diplomatico (13 gennaio 2003), 4.

[4] Incontro internazionale per la pace.Religioni e culture in dialogo (Roma, Colosseo, 28 ottobre 2025).

[5] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 14.

[6] Cfr Ugo di San Vittore, Didascalicon, II, XXVII: ed. a cura di C.H. Buttimer, Washington 1939, 44.

[7] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ibid., I-II, q. 1, art 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25: ed. J. Balsamo et al., Paris 2007, 171.

[10] Cfr M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, in La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

[11] Cfr A. Stelitano - A. M. Dieguez - Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Città del Vaticano 2015.

[12] Cfr Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 36.

[13] Pio XII, Discorso agli atleti italiani (20 maggio 1945).

[14] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 61.

[15] Cfr Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Dare il meglio di sé. Documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana (1 giugno 2018).

[16] Cfr M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and AnxietyThe Experience of Play in Work and Games. San Francisco, 1975.

[17] Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Sportivo Italiano (7 giugno 2014).

[18] Incontro con le Autorità, Rappresentanti della società civile e il Corpo Diplomatico (Ankara, Turchia, 27 novembre 2025).

[19] Francesco, Discorso al Comitato Olimpico Europeo (23 novembre 2013).

[20] Cfr Francesco, Discorso ai calciatori e ai promotori della partita interreligiosa per la pace (1 settembre 2014).