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domenica 19 luglio 2026

IL GRANDE MAGO

 


ARMONAUTA


"Volevo essere un grande mago”

Abbiamo moltiplicato le nozioni 

e smarrito la sapienza.


-        - di Francesco Cicione

Dotti e potenti si affannano come i maghi d’Egitto: soluzioni effimere, poi la resa.

«Volevo essere un grande mago», cantava, autobiograficamente, Claudio Baglioni in uno degli album più belli della storia della musica italiana: Oltre.

Al vertice della sua (e non solo sua) scrittura musicale e letteraria.
Con gli arrangiamenti immortali del compianto Celso Valli.

«Volevo essere un grande mago / incantare le ragazze ed i serpenti / mangiare fuoco come un giovane drago / dar meraviglie agli occhi dei presenti … uno che sa stralunare la luna / polsi di pietra e cuore alato…»

Incantare le ragazze e i serpenti, mangiare fuoco come un giovane drago, dare meraviglie agli occhi dei presenti, stralunare la luna.

In Baglioni quel sogno ha dapprima il volto luminoso dello stupore.
È il desiderio dell’artista, del saltimbanco, del cantastorie che vuole incantare non per soggiogare, ma per donare meraviglia.

E soprattutto per raggiungere coloro che la vita ha lasciato ai margini: i tristi ed i picchiatelli, gli sfortunati ed i dimenticati, quelli che il mondo considera strani.
Vorrebbe rovesciarne il destino, dare loro ciò che non hanno avuto, inventare per ciascuno una felicità.

Una potenza tutta al servizio della bellezza e degli altri: fare della propria arte un dono, e del proprio prodigio una carezza.

Ma la canzone non si ferma alla luminosa onnipotenza del sogno.
A poco a poco il grande mago scopre il limite della propria magia.

Vorrebbe riparare ogni torto, guarire ogni tristezza, riscattare ogni solitudine; comprende, però, che neppure l’arte può abolire il dolore o rifare il mondo.
Può stupire, consolare, accompagnare; non può salvare.

Per riuscirvi occorrerebbe compiere l’impossibile: far cadere acqua dalla luna.
È qui che il sogno infantile si fa coscienza adulta, e la canzone rivela la sua malinconia più profonda.

 La “magia” buona dell’artista non consiste nel vincere ogni limite, ma nel continuare a donare bellezza pur sapendo di non essere onnipotente.

Noi, invece – ed è qui che il canto si rovescia – abbiamo sviluppato la presunzione d’esser maghi di ben altra specie.

Non più prestigiatori che incantano per dare gioia, ma apprendisti stregoni che pretendono di ingannare l’umanità e la storia, piegandole a un’illusione di onnipotenza.


“Accorrete pubblico!”.

Così, chi più chi meno, ci riduciamo tutti a prometeici e ingannevoli prestigiatori del destino.
Illusi di poter comandare al sole e alla pioggia, alla morte e alla nascita, alla natura dell’uomo e alla sua verità, alla storia e all’Eternità.

Convinti che non vi sia soglia che il sapere non possa varcare, né mistero che la tecnica non possa dissolvere.

Non vogliamo più conoscere il mondo: vogliamo possederlo.
Non più abitarlo ma dominarlo.

E qui si annida l’inganno più sottile e perverso, divenuto ormai un alibi. Perché la magia del nostro tempo è abbagliante, e il suo bagliore ci acceca.
I prodigi della tecnica sono reali, i suoi frutti tangibili, le sue conquiste innegabili.
Ed è proprio questo splendore a persuaderci che l’illusione non sia illusione, che l’onnipotenza sia a portata di mano, che nulla ormai ci sia precluso.
È il grande inganno.

L’alibi perfetto per non guardare più in profondità, per non interrogare più il senso, per scambiare la potenza con la sapienza e il possesso con la pienezza.
Ma non è oro tutto quello che luccica.
E se scaviamo sotto la superficie luminosa – sotto i numeri apparentemente trionfanti, sotto i prodigi esibiti – non troviamo un semidio: troviamo, invece, un uomo smarrito.
Un uomo che ha moltiplicato i mezzi e perduto i fini, che sa tutto del come è nulla del perché.
Un mago che, dietro il mantello sfavillante, non sa più chi è.
E quello smarrimento ha un volto sociale prima ancora che interiore.
Quel volto sociale ha i tratti del grande paradosso del nostro tempo: mai tanto benessere, mai tante disuguaglianze.

Mai l’umanità fu, nel suo insieme, così ricca; mai la ricchezza fu così concentrata e le disuguaglianze e le ingiustizie così radicali.

Il prodotto globale ha raggiunto vette che nessuna generazione precedente avrebbe osato immaginare.

E tuttavia, una piccolissima porzione dell’umanità detiene una quota della ricchezza mondiale spropositata rispetto a quella lasciata alla moltitudine.

Già nel 1973 – l’anno in cui gli fu conferito, insieme a Karl von Frisch e Nikolaas Tinbergen, il Nobel per la medicina – Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, consegnava all’Europa un piccolo, folgorante libro-monito, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: vi denunciava il paradosso di un progresso che, moltiplicando il benessere materiale, andava erodendo le radici stesse dell’umano – la sovrappopolazione, la devastazione della terra, la corsa acquisitiva, il raffreddamento dei sentimenti. Un’umanità tecnicamente potentissima e spiritualmente impoverita.

Laboriosamente intenta a procurarsi da sé la propria rovina.

E l’anno successivo, il 1974, dal versante opposto – quello dell’economia – giungeva un’attestazione convergente. L’economista e demografo americano Richard Easterlin formulava quello che sarebbe passato alla storia come il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità.

Analizzando i dati del lungo boom statunitense del dopoguerra, osservava che, superata una certa soglia, la crescita del reddito cessava di accrescere la felicità delle persone.
Anzi, oltre quel punto, la curva tendeva a piegarsi verso il basso.

Il benessere materiale aumentava senza sosta; la soddisfazione di vivere, no.
Da allora la scienza economica ha dovuto riscoprire ciò che la sapienza antica già sapeva: che la ricchezza, da sola, non produce la felicità, e che il Prodotto Interno Lordo non misura che rende la vita degna di essere vissuta.

Mezzo secolo dopo, quel duplice paradosso non si è sciolto: si è dilatato.
E non è questione soltanto di denaro.

La disuguaglianza economica è la punta emersa di una disuguaglianza più profonda: di potere, di riconoscimento, di speranza, di futuro.

È la frattura antropologica di cui la frattura sociale è sintomo.
L’Uomo definalizzato – privato del suo fine, ridotto a produttore e consumatore, a dato tra i dati – costruisce società irrimediabilmente artificiali che riproducono, amplificandola, la sua stessa perdita di misura.

Perché il metron greco, quell’equilibrio tra essere e avere, tra possesso e dono, tra limite e dismisura, è andato smarrito.

E dove si smarrisce la misura, prospera la tirannia.

Quello smarrimento, però, ha una radice ancora più profonda, che è dell’intelligenza prima che della società: non vi fu mai epoca tanto ricca di conoscenza e tanto povera di sapienza. Sappiamo tutto, e non comprendiamo nulla.

Accumuliamo dati come i faraoni accumulavano grano, ma non sappiamo più farne pane.
La biblioteca infinita è a portata di dito, e il senso ci sfugge come acqua tra le dita.
Dall’età dei Lumi – con la sua promessa splendida e legittima di emancipare l’Uomo dalle tenebre della superstizione – abbiamo moltiplicato le nozioni fino alla vertigine, e abbiamo smarrito il fine. La ragione, che doveva illuminare, ha finito col separarsi dalla verità che doveva servire.

Così la scienza si è emancipata dalla sapienza.

Già Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingueva l’epistéme – la scienza del necessario – dalla phrónesis, la saggezza pratica che sa deliberare sul bene dell’Uomo, e dalla sophia, la sapienza che contempla le realtà più alte.
Sapere non è essere sapienti.

La nozione informa; la sapienza forma.

L’una riempie la mente; l’altra ordina la vita.

E Leibniz, agli albori della modernità, sognava una scientia generalis, una characteristica universalis capace di ricondurre ogni verità al calcolo, ogni disputa a computo: «calculemus», calcoliamo.

Ma quel medesimo Leibniz sapeva – e questo lo dimentichiamo – che ogni verità di ragione rinvia a una Ragione ultima, a quella raison suffisante che non è nel mondo, ma lo fonda.

Col passar del tempo, questa prospettiva è andata smarrita.

E così, di secolo in secolo – dal razionalismo al positivismo, dallo scientismo trionfante del secondo Ottocento fino all’attuale idolatria dell’algoritmo – abbiamo costruito una civiltà prodigiosamente capace di fare e disperatamente incapace di essere.
È il punto d’approdo di una lunga deriva.

L’estropianismo

La sua forma più estrema è l’estropianismo: quella corrente del pensiero tecno-utopico che, rovesciando l’entropia in «estropia», promette di infrangere ogni limite dell’Uomo – la malattia, l’invecchiamento, la morte stessa – mediante il potenziamento illimitato della tecnica.

È il sogno di un’umanità che non conosce più confine, che si illude di potersi auto trascendere nel postumano, che scambia l’eternità promessa per un’immortalità fabbricata.
Non più sapere che consola: sapere che pretende di sostituirsi al Creatore.
È la conoscenza che, cessando di vivificare, ambisce a divinizzare.

E, divinizzando, disumanizza.

L’umanità sembra, allora, senza soluzioni.

Dinanzi ai drammi della contemporaneità – le guerre che divampano, si sopiscono e riardono, le migrazioni bibliche, la terra febbricitante, le solitudini di massa, le democrazie logore – i dotti, i potenti, i sapienti del secolo appaiono stranamente inermi.
Promettono, annunciano, convocano vertici, redigono agende.
E poi, dinanzi all’incessante procedere della Storia, tacciono. 
O si arrendono.

Assomigliano, questi nostri sapienti, ai maghi d’Egitto dinanzi al Faraone. Ricordate?
Quando Mosè e Aronne compiono i primi segni, i maghi di corte – i sapienti, gli indovini, i tecnici del sacro – riescono dapprima a imitarli con le loro arti occulte.
Trasformano anch’essi le acque, evocano anch’essi le rane.
Ma viene il momento in cui la prova li supera, e allora sono costretti a confessare, dinanzi alla piaga delle zanzare: «È il dito di Dio!» (Esodo 8,15).
Nell’ebraico originario – ʾetsbaʿ ʾelōhîm, אֶצְבַּע אֱלֹהִים – e così, alla lettera, nel greco dei Settanta: δάκτυλος θεοῦ, il dito di Dio.

Il loro potere si arresta a una soglia; oltre quella soglia, la loro scienza balbetta.
Sono capaci di replicare il prodigio, non di comprenderlo; di imitare la potenza, non di possederla.

O assomigliano ai sapienti di Nabucodonosor – i maghi, gli astrologi, i caldei di Babilonia – convocati dal re perché gli rivelino il sogno che lo tormenta e il suo significato.
E la loro risposta è la confessione stessa di ogni potenza umana quando urta il proprio limite: «Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del re…
La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la risposta, se non gli dèi la cui dimora non è tra gli uomini» (Daniele 2,10-11).
È la resa dell’intelligenza che ha misurato ogni cosa e non può nulla dinanzi al mistero.
Il loro è un parlare vano: molto sapere, nessun potere.

Si racconta che negli anni della grande siccità francese una vignetta ritrasse il Ministro dell’Agricoltura mentre, dall’alto della sua autorità, intimava al cielo l’ordine di obbedire: «Sole, esca dalla mia agricoltura!».

Ecco l’immagine perfetta dell’impotenza umana travestita da comando. Ieri come oggi.

L’Uomo del potere che ingiunge all’astro di ritirarsi, che decreta contro la canicola, che firma ordinanze contro il firmamento.

Il sole, naturalmente, non obbedì. Continuò il suo corso millenario, indifferente ai decreti e alle gazzette.

E la terra rimase riarsa.

È la figura esatta dell’Uomo senza Dio dinanzi all’incessante procedere della Storia: un magistrato che intima all’eternità, un burocrate che convoca l’infinito, un mago che pretende di stralunare la luna. Grida, gesticola, promulga.
E la Storia – sovrana, paziente, inarrestabile – prosegue.

Non per crudeltà, ma per ammaestrare. Perché essa è maestra.

È lo strumento della misericordia che, di fallimento in fallimento, vuole ricondurci alla nostra verità più autentica.

Nei suoi accadimenti più drammatici essa ci pone dinanzi ai nostri limiti, e ci ricorda che c’è qualcosa di più grande di noi.

Che c’è qualcosa – Qualcuno – che va oltre, che è oltre.

Il potere, quello vero, quello che regge le sorti e scioglie i nodi e apre i sentieri, non appartiene ai prìncipi di questo mondo.

Il potere è di Dio.

E abbiamo disimparato a riconoscerlo.

Anche noi cristiani, spesso, siamo maghi che ingannano con una verità diluita, parziale e secolarizzata. Un cristiano mago è rovina per la storia.

Riconoscere, invece, che tutto è da Dio non è confessione di debolezza: è conquista di verità.

Poiché Egli è il Signore della Storia, non un orologiaio in pensione che abbandona il mondo al proprio ingranaggio, ma la Presenza che nella trama degli eventi tesse una promessa.
È il Dio che «si ricorda», che «fa cadere i potenti dai troni e innalza gli umili», che scrive diritto sulle righe storte della vicenda umana.

A Lui si affida ogni problema; da Lui si invoca ogni soluzione. Con umiltà. Con responsabilità.

Perché riconoscere che il potere è di Dio non significa dimettersi dalla Storia, incrociare le braccia e sprofondare in un fatalismo inoperoso.
Significa, esattamente al contrario, assumere in pienezza la responsabilità della soluzione che ci è affidata.

Poiché l’Uomo che sa di non essere Dio è finalmente libero di essere pienamente uomo.
Libero dall’angoscia sfibrante della falsa onnipotenza, dalla pretesa esausta di dover salvare da solo un mondo che non ha creato.

E dunque libero di operare – nel suo campo, con le sue forze, dentro il suo limite – con una serenità che l’illuso non conosce.

Ora et labora

Ora et labora: prega, come chi sa che il frutto non dipende soltanto da sé; e lavora, come chi sa che quel frutto gli è stato affidato.

La fede non dispensa dall’opera: la fonda. Non spegne la responsabilità: la accende.

Perché il servo della parabola non è lodato per aver custodito il talento sottoterra, ma per averlo fatto fruttificare.

E la vigna, il Signore, la affida a chi la coltiva.

Qual è, allora, il senso della Storia?

A che vale questo tempo finito, con il suo carico di fatica e di attesa, di cadute e di rinascite?
La risposta più alta ci viene dalla grande tradizione sapienziale, da Agostino a Tommaso, da chi ha pensato il tempo non come prigione ma come grembo.
La Storia del tempo finito è un dono d’amore.

Un dono paziente e pedagogico.

Ci è data – con le sue prove e i suoi limiti, con le sue siccità e i suoi maghi impotenti – perché impariamo a riconoscere ciò che siamo: creature e figli, non signori e creatori.
È la scuola dell’umiltà e, insieme, la pedagogia della speranza.

Ogni limite che tocchiamo è un dito che indica l’Oltre; ogni impotenza che sperimentiamo è una porta socchiusa sull’Onnipotente.

Lo aveva compreso Agostino, che nella Città di Dio legge l’intera vicenda umana come il pellegrinaggio di due amori e di due città, protese verso un compimento che non è nel tempo, ma oltre il tempo.

E che nelle Confessioni, interrogando il mistero più arduo – «che cos’è, dunque, il tempo?» – riconosce che l’anima nostra è distesa tra memoria e attesa, inquieta finché non riposa in Colui che il tempo non lo subisce ma lo dona: «inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te».

Il tempo, per Agostino, non è il carcere della creatura: è la distensio animae verso l’eterno, la corda tesa tra il già e il non ancora.

E lo aveva compreso Tommaso, distinguendo con lucidità adamantina il tempo dell’Uomo dall’aevum degli angeli e dall’aeternitas di Dio – quella «interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio», il possesso insieme totale e perfetto di una vita senza termine, che egli riprende da Boezio.

Il tempo scorre

Il tempo scorre, misura di ciò che muta; l’eterno permane, presente indiviso.
E la creatura temporale è fatta, in ultimo, per l’eterno: ordinata, nel suo intimo, a quella beatitudine che nessun bene finito può saziare, poiché – come insegna l’Aquinate – la volontà umana non trova quiete se non nel Bene infinito.
È questo, in definitiva, il segreto che i maghi non sanno e che i miti conoscono.
Il tempo finito non ci è dato per fare di noi dei piccoli dèi, ma per prepararci a godere dell’eternità senza fine.

Non per erigere torri che sfidino il cielo, ma per riconoscere il Cielo che ci chiama.
Non per comandare al sole, ma per lasciarci illuminare.

L’Uomo che accetta di non essere Dio scopre di essere, finalmente, figlio. E il figlio non teme la Storia: la attraversa. Perché sa in quali mani essa riposa.

Deponiamo, dunque, il mantello del mago onnipotente.

Non quello dell’artista che dona meraviglia pur conoscendo il proprio limite, ma quello dell’apprendista stregone che pretende di rifare il mondo e salvarlo da sé.
Rinunciamo all’illusione stanca dell’onnipotenza, che è la più sottile delle disperazioni.

Armonauti

E torniamo – dotti e potenti, piccoli e miti – a quella sapienza che sa trasformare la conoscenza in sapere vivificante, il calcolo in discernimento, il potere in servizio.
Torniamo, da buoni Armonauti, a fare quanto ci è possibile e ad affidare l’impossibile a Colui che solo può far cadere acqua dalla luna.

Perché la fede comincia proprio dove il grande mago di Baglioni depone, malinconicamente, la sua bacchetta: nel riconoscimento che l’Uomo può donare bellezza e consolazione, ma non può salvarsi da sé.

E assumiamo, insieme, con umiltà operosa, la piena responsabilità della vigna che ci è affidata.

www.avvenire.it


 

 

martedì 27 gennaio 2026

LE SIMMETRIE NASCOSTE


 I sistemi semplici si somigliano tutti, ogni sistema complesso è complesso a modo suo. Così, parafrasando l'incipit di "Anna Karenina", Giorgio Parisi - premio Nobel per la Fisica nel 2021 proprio «per contributi rivoluzionari alla teoria dei sistemi complessi» - introduce la sua visione della complessità, che non è una nuova scienza, ma «un modo nuovo e diverso di guardare la natura».

In questo libro, Parisi mostra il cammino che, a partire dalla nascita della fisica statistica nell'Ottocento, e dunque dall'introduzione della probabilità nelle leggi fisiche, ha condotto allo studio e alla descrizione matematica dei «comportamenti collettivi emergenti», quelli cioè che compaiono solo se il numero di agenti coinvolti (elettroni, molecole, neuroni, individui...) è elevato, e quindi non è possibile capirli guardando al comportamento dei singoli elementi. 

È l'ambito di fenomeni come la magnetizzazione dei vetri di spin, leghe metalliche composte per esempio da una piccola percentuale di ferro diluita in oro. 

Le scoperte di Parisi in un campo così lontano dall'esperienza comune non solo gli hanno fatto vincere il Nobel, ma hanno condotto allo sviluppo di tecniche fondamentali nel mondo di oggi, per l'ottimizzazione delle risorse, per la gestione delle reti, e soprattutto nell'intelligenza artificiale, dalle prime reti neurali ai Large Language Models e oltre, a cui sono dedicati gli ultimi capitoli del libro. 

Il racconto di Parisi è una dichiarazione di fiducia nella scienza pura, guidata dalla pura curiosità: è giusto, è bello affrontare problemi scientifici per il gusto di farlo, non per le presunte ricadute pratiche (che magari ci saranno lo stesso, per le vie più impreviste).

 Ma la sua fiducia non è cieca: le pagine finali esaminano i tanti rischi dell'intelligenza artificiale, a partire da quello, molto concreto, del monopolio, e indicano alcune possibili vie per una scienza e una tecnologia al servizio dell'umanità.

 Autore: Giorgio Parisi

Editore: Rizzoli

Collana: Saggi italiani

Anno edizione: 2026

Pagine: 300 p., Rilegato

EAN: 9788817181440

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mercoledì 19 novembre 2025

GIOCARE A ESSERE DIO

 


 “L’uomo ha sempre 

giocato a fare Dio,

 ma oltre alla scienza 

c’è bisogno dell’etica”

 


Di fronte ai progressi della biotecnologia serve una governance mondiale per la salvaguardia dell’umanità.

-di Vito Mancuso

«Giocano a fare Dio», diciamo spaventati riferendoci a coloro che intendono riprogettare l'essere umano tramite tecnologie sempre più pervasive, applicate questa volta non più su macchine e computer ma su gli stessi corpi umani. In realtà l'umanità ha sempre cercato di fare Dio, non a caso ci siamo dichiarati suoi figli, proclamati "a sua immagine e somiglianza", quindi cosa c'è da stupirsi se ora proseguiamo nell'impresa di emulare il Padre celeste? Da sempre i figli desiderano essere come il padre, anzi persino più forti di lui. E poi scusate, che male c'è nel cercare di prevenire le svariate migliaia di malattie genetiche che minacciano il formarsi degli esseri umani nel seno materno, in quei momenti in cui Dio Padre (sempre per stare alla metafora del giocare a fare Dio) si distrae un po' e invece del corretto numero di cromosomi ne lascia posizionare uno in più o uno in meno, generando irreversibili malformazioni nei bambini che nascono e un dolore abissale nei genitori? … 

E che male c'è nel prevenire la degenerazione delle cellule nervose che conduce un essere umano a vivere gli ultimi anni senza consapevolezza di sé, in preda alla demenza, con il conseguente indescrivibile strazio dei parenti e un sordo odio verso la vita per il suo beffardo destino? Domande retoriche, la cui unica sensata risposta è nessun male; anzi, solo tanto auspicabilissimo bene. La scienza deve fare il suo mestiere, che, come dice il nome dal latino scire, consiste nel "sapere": nell'incrementare sempre più la conoscenza. 

Sembrerebbe quindi che non vi sia nulla da temere e che occorra solo salutare con gioia le notizie fornite da questo giornale nei giorni scorsi riguardanti il progetto "Preventive" e le intenzioni (forse giá ben più che solo tali) di Altman, Amstrong, Musk e altri miliardari che mirano a creare "uomini geneticamente modificati". 

L'umanità, però, non è solo conoscenza e azione, è anche coscienza e dubbio, cioè riflessione sull'utilizzo della conoscenza ottenuta, la quale può essere usata in vari modi: o per i benefici di tutti, o per i privilegi di pochi; o per curare malattie, o per allestire un catalogo di caratteristiche biologiche da mettere in vendita; o per il bene comune, o per il profitto di privati. Perché il punto che tendiamo a dimenticare, inebriati come siamo non dalla serietà della conoscenza scientifica ma dal senso di onnipotenza che la società dei consumi infonde nelle menti per condurle a consumare sempre più, è che il bene e il male esistono per davvero e che non tutto quello che si può fare è davvero lecito fare. Inebriati dall'ideologia vincente ai nostri giorni denominabile "scientismo", dimentichiamo la lezione di Kant secondo cui sono tre le domande alla base dell'umano: 1) che cosa posso sapere? 2) che cosa devo fare? 3) che cosa mi è lecito sperare? 

Accanto al sapere c'è anche il dovere, oltre alla conoscenza c'è anche la coscienza. Il che significa che noi, oltre alla scienza, abbiamo bisogno dell'etica (e della spiritualità, se prendiamo sul serio anche la terza domanda). Che sia necessaria l'etica appare del tutto evidente non appena si riflette sul fatto che un conto è usare le biotecnologie per sconfiggere le malattie genetiche, un altro conto è selezionare dal menu eugenetico il colore degli occhi, l'altezza e l'intelligenza del figlio in arrivo (privandolo cosi della sua irriducibile differenza rispetto ai genitori, fondamento della sua originarietà e della sua libertà). Insomma, se è vero che a seguito delle tecnologie sempre più performanti siamo entrati dentro un mondo del tutto nuovo, è altrettanto vero che siamo pur sempre rimasti dentro il mondo di sempre che necessita di una bussola del bene e del male, se vogliamo custodire la libertà. 

La libertà è un bene prezioso ma fragile, si può perdere facilmente e di sicuro viene meno laddove non vi sia imprevedibilità e indeterminazione. In assenza di queste dimensioni funzioneremo di più, ma sentiremo di meno; saremo sempre vincitori, ma saremo privati del prezioso sale che viene dalla sconfitta e dal saperla rielaborare. 

Il fisico Alessandro Vespignani dichiarava ieri a questo giornale che ormai da anni noi siamo «intelligenze aumentate». É proprio così? È davvero aumentata in questi ultimi anni l'intelligenza degli esseri umani? La maggiore performatività tecnologica ha davvero prodotto un aumento dell'intelligenza individuale? Io non ne sono per nulla sicuro. 

L'intelligenza umana infatti non si caratterizza solo per essere "problem solving", ma anche per sapersi costituire come "problem posing", cioè per la sua dimensione critica e dubitativa. Funzionare di più e risolvere più problemi non significa necessariamente essere più intelligenti. Senza calcolare che questa "intelligenza aumentata" è stata finora ben lungi dall'aumentare la felicità e la serenità, ma ha semmai ha prodotto uno spaventoso aumento dell'ansia da prestazione per essere tutti all'altezza di questa "intelligenza aumentata" che ci vuole tutti più smart e più tech. Ma a che serve questo aumento dell'intelligenza se coincide con la diminuzione della felicità? Mi viene in mente questa domanda evangelica: "A che serve a un uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?". Il concetto di anima esprime il centro vitale di ognuno di noi. Noi siamo intelligenza, certo, ma non solo; siamo anche sentimento, passione, bisogno di senso. 

L'intelligenza ci offre conoscenza, ma è solo il sentimento che ci offre il significato. E ognuno di noi è ultimamente una domanda di significato. Questo non si può limitare al fare e all'eseguire, perché richiede anche il non-fare, il contemplare, il tacere, ovvero ciò che i nostri padri chiamavano otium e che ritenevano più prezioso del pur essenziale negotium. 

Sempre Vespignani dichiarava che programmare il biologico con strumenti digitali è sì un processo inevitabile, ma non dobbiamo preoccuparci perché l'obiettivo non è progettare persone ma ridurre la sofferenza e la mortalità, cioè la prevenzione e la cura. Aggiungeva inoltre che il potenziamento genetico è una promessa fuorviante e una deriva eticamente inaccettabile e che non si deve "aprire la porta al mercato". Parole bellissime che si traducevano nell'auspicio della necessità di regole chiare per l'operatività tecnologica nell'ambito clinico e biologico al fine di tenere il mercato a distanza e di conseguenza nella necessità di una solida cooperazione internazionale, visto che la scienza e la tecnologia non conoscono confini e nessun paese può regolarsi da solo. 

Il problema, però, qual è? È che la scienza corre a passi da gigante, mentre il diritto e la politica che devono provvedere alle regolamentazioni auspicate arrancano lenti come una lumaca. È quindi necessario tener conto di questa doppia velocità prendendo la seguente decisione: che sia vietata ogni applicazione dell'IA e delle tecnologie sulla biologia umana prima che le normative siano definite in modo chiaro e trasparente per il mondo intero. 

Non si tratta di fermare la scienza, si tratta di custodire l'umanità. Perché se veramente si vuole non aprire la porta al mercato, chi può davvero tenere chiusa quella porta è solo la politica in quanto costruttrice di diritto. Di fronte alle biotecnologie che possono mutare definitivamente la natura umana aumentandone l'intelligenza e diminuendone il cuore, abbiamo l'urgente necessità di una governance mondiale. Penso che i rettori e i senati accademici delle università di tutto il mondo, gli imprenditori più responsabili, i leader delle religioni mondiali, gli intellettuali più seguiti debbano coordinarsi tra loro per far sentire la voce dell'umano. Prima si stabiliscano le regole chiare per la salvaguardia dell'umanità, poi si intraprenda il lavoro biotecnologico sull'essere umano. Solo così si potrà davvero lavorare per sconfiggere le malattie senza cadere nello spaventoso marketing eugenetico. In sé non è sbagliato "fare Dio", ma lo si deve fare seriamente, non giocando con l'umano ma servendolo con la più alta responsabilità.

VITO MANCUSO

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martedì 26 agosto 2025

IL MIRACOLO C'INTERROGA


 Non solo scienza: 
quando il miracolo 

interroga filosofia 

e teologia

 

-     

 - di Roberto Righetto 

 

La liquefazione del sangue di san Gennaro

Forse nessuno come Cormac McCarthy fra gli scrittori contemporanei ha riservato spazio e attenzione al miracolo. Nel suo romanzo più famoso, La strada, un viaggio di padre e figlio alla ricerca di una vita possibile sul filo della fine del mondo, il bambino rappresenta il verbo, la parola, ciò che rende possibile l’umano in un mondo spietato. Se resta in vita il bambino, allora vuol dire che Dio continua a parlare. In un altro passo lo stesso autore americano può concludere: “Il mestiere di Dio è perdonare”. Ma che cos’è il miracolo, e che cosa lo rende possibile? La storia dell’arte è piena di riferimenti ai miracoli di Gesù e in particolare a quello più famoso, la resurrezione di Lazzaro. Nella Cappella degli Scrovegni a Padova, Giotto lo presenta cadaverico e impacciato dalle bende, del tutto incredulo. Mentre Caravaggio, nell’opera conservata al Museo regionale di Messina, raffigura il corpo dell’amico di Gesù prima del miracolo, pallido e verdastro, con le sorelle affrante. Diciamo la verità, il miracolo ci esalta e ci inquieta. Ci lascia esterrefatti e ci riempie di domande: perché accade ad alcune persone e non ad altre? E l’intervento di Dio che interferisce con l’ordine naturale dell’universo è un sovvertimento delle leggi che regolano il cosmo o solo una sua interruzione temporanea e del tutto gratuita?

A questi interrogativi hanno cercato di rispondere la filosofia e la teologia nel corso dei secoli, anche se in tempi recenti hanno finito per censurare o quantomeno snobbare l’argomento. Ora Andrea Aguti, che insegna Filosofia della religione all’Università Carlo Bo di Urbino, si cimenta coraggiosamente e lucidamente con il tema nel saggio Il miracolo (Morcelliana, pagine 222, euro 20,00). Prendendo molto sul serio la questione e contravvenendo alle tesi di Carlo Augusto Viano che vent’anni fa ha pubblicato da Einaudi il volume Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni, Aguti annota immediatamente come il mondo dei filosofi «ha dismesso da tempo il tema del miracolo perché ritenuto superato e filosoficamente impresentabile», mentre «i teologi cercano di sbarazzarsi del miracolo senza darlo troppo a vedere». Senza evitare la possibilità di imposture che si verificano in questo ambito e anche ammettendo che vi possa talora essere una spiegazione scientifica, adesso o nel futuro, «il miracolo rimane un tema che merita di essere preso sul serio, analizzato e riflettuto e quindi anche difeso o ripudiato per chiunque abbia un minimo di interesse intellettuale verso la religione». Il libro compie un approfondito excursus delle posizioni emerse nella storia del pensiero a proposito del miracolo, a partire dalla filosofia antica e soprattutto medievale. Agostino sostiene che «il miracolo non accade contro natura, ma contro quella parte della natura che noi conosciamo». Una concezione non interventistica che contrasta con quella di Tommaso d’Aquino, per il quale Dio può agire contro natura senza eliminare l’intero ordine della natura stessa, «ma soltanto quello che intercorre tra una cosa particolare e l’altra. Pertanto non è sconveniente che talvolta si faccia qualcosa contro l’ordine della natura in favore della salvezza dell’uomo che consiste nel suo essere ordinato al fine ultimo dell’universo». Aguti sembra preferire questa interpretazione, facendo propria la definizione del miracolo come violazione delle leggi di natura.

Si precisano così i contorni di una ulteriore specificazione della definizione del miracolo: l’inesplicabilità, la causazione di tipo soprannaturale e l’esibizione di un significato coerente con una visione religiosa del mondo. Si ripercorrono le varie posizioni dei filosofi durante la modernità fino ai nostri tempi, dalla messa in guardia di Spinoza e Hume alla maggiore apertura di Wittgenstein e Blondel. Perfino di scrittori come Whitman e Lewis. Se Goethe da par suo considerava il miracolo come “il figlio prediletto della fede”, per il filosofo ebreo Rosenzweig «per la teologia è solo l’occasione di imbarazzo».

Pur raccomandando prudenza e discrezione, Aguti si sente vicino all’argomentazione di Karl Barth – e anche di Newman, Guardini e Kasper –. Il teologo svizzero ha ricordato che «la teologia non è soltanto, ma necessariamente è anche la logica del miracolo» e che naturalizzare i miracoli, disdegnarli oppure ritenerli solo come «simbolizzazioni di eventi semplicemente spirituali», sono atteggiamenti che la teologia stessa non dovrebbe permettersi.

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venerdì 13 dicembre 2024

IL CUORE e L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

 "La cosa più grande"






di Silvano Petrosino

 

 

 

 

 

 

 

 Siamo circondati dall’intelligenza artificiale, e questa è una buona notizia; siamo invece invasi dai discorsi sull’intelligenza artificiale, e questa è una pessima notizia. In effetti, sembra che non ci sia altro di cui parlare e su cui riflettere, e così, ancora una volta, si sentono risuonare le seducenti parole di Lucignolo che promettono un futuro radioso in cui «le vacanze d’autunno cominciano con il primo di gennaio e finiscono con l’ultimo di dicembre». C’è dell’infantilismo, nel migliore dei casi, e dell’idolatria, nel peggiore dei casi, nell’attuale celebrazione dell’IA. che, come ogni vero idolo, risplende ma anche acceca, arrivando ad occupare tutta la scena. 

Evidentemente, non si tratta di misconoscere le potenzialità di questo magnifico strumento, ma neppure si può sorvolare sulle allucinazioni e sulle illusioni che, a dispetto di ogni buona volontà individuale, si coagulano attorno a questo nuovo, anche se momentaneo, protagonista della nostra attualità. 

 L’ultima lettera enciclica di Papa Francesco non parla dell’IA, e questa è un’ottima notizia. Nelle pagine della Dilexit nos si preferisce parlare del cuore e di conseguenza dell’amore, del cuore come via d’accesso all’amore. L’intera argomentazione, che ultimamente intende richiamare l’attenzione «sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo», si raccoglie attorno a due «convinzioni fondamentali», se così ci si può esprimere, che hanno il merito, visto l’argomento, di evitare le trappole del sentimentalismo e dell’emotività (vale la pena notare che spesso il termine in questione è scritto tra virgolette: “cuore”). La prima di tali «convinzioni» è che «Il nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e corpo. Tutto è unificato nel cuore, che può essere la sede dell’amore con tutte le sue componenti spirituali, psichiche e anche fisiche» (21). Al di là dell’opposizione anima e corpo, ma al tempo stesso anche più profondamente dell’unità anima e corpo, il cuore si configurerebbe così come il segreto più intimo e misterioso dell’essere umano in quanto sede e fonte dell’amore, di quell’amore – è il tratto fondamentale dell’antropologia cristiana, vale a dire di quella visione dell’uomo istruita dal modo di vivere e di parlare di Gesù il nazareno – che è la carne stessa di ogni esistenza umana, dell’intera esistenza umana e non solo della sua «dimensione emotiva», «perché ogni essere umano è stato creato anzitutto per l’amore, è fatto nelle sue fibre più profonde per amare ed essere amato» (ibidem). 

 La seconda «convinzione» all’origine del testo del Santo Padre è che «la parola “cuore” non può essere spiegata in modo esaustivo dalla biologia, dalla psicologia, dall’antropologia o da qualsiasi scienza. È una di quelle parole originarie “che indicano la realtà che spetta all’uomo tutt’intero in quanto persona corporea e spirituale”». Questa «parola originaria» non può essere spiegata in modo «esaustivo» dalla scienza, più precisamente dalle singole scienze, proprio perché in quanto «originaria» è essa stessa la luce che illumina la scena, l’intero, all’interno della quale ogni spiegazione può emergere e svilupparsi: «Così il biologo non è maggiormente realista quando parla del cuore, perché ne vede solo una parte, e l’insieme non è meno reale, ma lo è ancora di più. Nemmeno un linguaggio astratto potrebbe avere lo stesso significato concreto e contemporaneamente complessivo» (15). 

Il termine “cuore” rinvia ad una dimensione dell’esistenza umana la cui misteriosa natura sfugge alla presa della comprensione scientifica: questo mistero, infatti, non coincide con l’ignoto di cui parla e che appassiona la scienza. In tal senso, non solo «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’uomo sono necessari la poesia e l’amore» (20), ma neppure possiamo negare che anche solo per tentare di «leggere e interpretare» la trama sottile e aggrovigliata dell’esperienza umana è necessario il cuore della poesia e dell’amore. L’enciclica parla dell’«ordinario-straordinario» di quelle «migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti» (20), ordinario-straordinario che non potrà mai stare tra gli algoritmi, che non potrà mai essere letto e apprezzato dagli algoritmi, e non perché quest’ultimi siano male formulati ma perché è la loro stessa formula, la potenza della lora formula, a non essere in grado di apprezzarli proprio nella loro straordinaria piccolezza. 

 Riferendosi a San Paolo («Mi ha amato e consegnato se stesso per me» Gal 2,20), il Papa scrive: «La dedizione di Cristo sulla croce lo soggiogava, ma aveva senso solo perché c’era qualcosa di ancora più grande di quella dedizione: “Mi ha amato”. Quando molte persone cercavano in varie proposte religiose la salvezza, il benessere o la sicurezza, Paolo, toccato dallo Spirito, ha saputo guardare oltre e meravigliarsi della cosa più grande e fondamentale: “Mi ha amato”» (46).

 

Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida. 

Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. 

Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. 

Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Piccola metafisica della luce".

 

Fonte: Vita e Pensiero

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lunedì 14 ottobre 2024

CREAZIONE ed EVOLUZIONE


C'é compatibilità tra l’evoluzione della specie umana 
e la dottrina della creazione?

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di       -di Gianfranco Ravasi

 Uno degli orizzonti più complessi, ma anche più praticati ai nostri giorni, è quello del rapporto tra fede e scienza e, quindi, anche tra Bibbia e ricerca scientifica. Quello che noi possiamo ora proporre è solo uno spunto, considerati i limiti della nostra rubrica. Vorremmo, perciò, dedicare queste poche righe a un tema imponente come una montagna, quello della compatibilità tra l’evoluzione della specie umana e la dottrina della creazione, così come è definita nei primi tre capitoli della Genesi e sviluppata nella riflessione teologica.

 Come è noto, lo scienziato inglese Charles Darwin, dopo una lunga ricerca in vari mari e una sosta decisiva alle isole Galapagos nel Pacifico, simili a un giardino zoologico arcaico, aveva pubblicato nel 1859 il celebre saggio L’origine della specie per selezione naturale. In esso ricostruiva il processo della vita fisica che si evolve (donde il termine «evoluzione») in forme sempre più complesse, da gradini inferiori, attraverso una selezione che privilegia le specie più dotate e abili nel sopravvivere.

Questo schema fu da lui applicato anche alla specie umana che, attraverso una serie di modificazioni, da livelli inferiori giungeva all’ominizzazione. La reazione dei teologi di allora (ma non solo) fu aspra perché essi gli opponevano appunto il racconto della creazione diretta dell’uomo da parte di Dio (il cosiddetto «creazionismo» in antitesi all’«evoluzionismo»). In realtà, era necessario impostare meglio la distinzione dei due approcci, senza incursioni di campo reciproche.

 È ciò che, invece, accade con gli sconfinamenti e la confusione dei due ambiti di ricerca. Da un lato, c’è stato da parte di alcuni teologi un uso dei testi sacri per giustificare “scientificamente” l’atto creativo e la natura della persona umana. D’altro lato, alcuni scienziati, adottando l’evoluzione come teoria globale, respingevano ogni interpretazione metafisica, spirituale e teologica della realtà umana.

 In verità, le due prospettive della scienza e della teologia sono distinte e presentano dimensioni diverse dell’uomo; non sono, quindi, incompatibili perché si muovono su piani differenti e rivelano qualità entrambe importanti: per la scienza, lo sviluppo biologico dell’essere umano attraverso un lungo processo evolutivo; per la teologia l’accendersi in lui dell’anima, della coscienza, della libertà, dell’esperienza estetica e spirituale. È su questo secondo aspetto che si impegnano sia le pagine bibliche, sia la ricerca filosofico-teologica, rispettando l’analisi che lo scienziato conduce sulla struttura fisica umana nel suo configurarsi progressivo.

 La lezione di Galileo Galilei è stata decisiva nel definire la «verità» che ci vuole insegnare la Bibbia: essa non è di tipo scientifico ma, come egli scriveva all’abate benedettino Benedetto Castelli, è quella «necessaria alla salute», cioè alla salvezza dell’umanità. È ciò che aveva già intuito sant’Agostino quando, commentando proprio la Genesi, affermava che «nel Vangelo non si legge che il Signore avrebbe detto: Vi manderò il Paraclito che vi insegnerà come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani e non dei matematici». E il Concilio Vaticano II ribadirà: «I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (Dei Verbum n. 11).

 

Famiglia cristiana

 

 

 

martedì 26 dicembre 2023

LA PAROLA E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 Tecnologia. Il potere della parola messo in dubbio dalla Intelligenza Artificiale

La IA non è una fonte affidabile di conoscenza perché rispetto agli umani produce informazioni non verificabili e in modo casuale: ecco perché mette in crisi le basi della società

 

    -    di Vincenzo Ambriola

 

L’avverbio latino “ibidem” significa “nello stesso tempo e nello stesso luogo”. Quando assistiamo a uno spettacolo teatrale, a un concerto, a un comizio, lo facciamo nello stesso luogo e nello stesso tempo di chi parla, canta o suona davanti a noi. Saremo poi in grado di ricordare l’esperienza come reale e raccontarla ad altri con la certezza della nostra testimonianza diretta. Un’esperienza che può essere condivisa con coloro che non erano presenti, mediante foto, video, resoconti scritti. È lavoro degli storici ricostruire il passato studiandone le tracce documentali. Il valore dei documenti dipende dalla loro autenticità e dalla correttezza dei contenuti. La garanzia di autenticità si basa sull’analisi del supporto (qualità della carta, una volta della pergamena) e sull’attribuzione della paternità. La correttezza dei contenuti è invece una qualità soggettiva, che richiede conoscenza del contesto scientifico, culturale e sociale a cui fa riferimento il documento. Quando le due qualità sono rispettate e riconosciute, il documento diventa una fonte affidabile.

 L’intelligenza artificiale generativa, alla base di strumenti come ChatGPT, Gemini e tanti altri, ha messo in discussione il concetto stesso di documento. Niente è cambiato per quanto riguarda il supporto, che è digitale e, come tale, passibile di operazioni di modifica e alterazione difficili da riconoscere. La novità, inattesa e sconvolgente, è la capacità dell’intelligenza artificiale di generare contenuti simili a quelli “umani” in maniera stocastica (ovvero non deterministica e su base probabilistica) a partire da dati di addestramento spesso sconosciuti. A differenza dei contenuti prodotti dagli esseri umani, espressioni culturali ed esperienze di vita reale, quelli generati artificialmente non hanno una chiara e definita identità e paternità ma, soprattutto quando sono usati per raccontare ciò che è accaduto in un luogo e in un tempo remoto, la certezza della loro autenticità viene meno. Nascono le fake news, che stanno avvelenando le reti sociali, il web e i mezzi di comunicazione.

 Una visione positivistica della scienza prevede o, meglio, spera che ogni problema potrà essere risolto in un futuro prossimo. Se l’intelligenza artificiale genera contenuti fasulli, ci sarà un modo, una tecnica, per riconoscerli. Purtroppo, la speranza si sta rivelando un’illusione. L’idea di marcare i contenuti artificiali con una “filigrana” (anche chiamata watermark) è di difficile attuazione, perché può essere eliminata, a volte con strumenti molto raffinati. Anche la proposta di raccogliere in un gigantesco archivio i contenuti artificiali, per poi usarli come prova di paternità, si scontra con ostacoli operativi e tecnologici pressoché insormontabili. Infine, l’uso della stessa intelligenza artificiale per l’attribuzione della paternità umana (o artificiale) presenta limiti concettuali e pratici. Dobbiamo quindi prendere atto di un cambiamento epocale, che sta mettendo in discussione uno dei punti fermi della nostra società: la parola. Sono a rischio il racconto delle nostre esperienze, le tracce giuridiche delle nostre decisioni, i dati degli esperimenti scientifici. Il mondo distopico raccontato in 1984 da George Orwell, dove il Grande Fratello cambia a suo piacimento il contenuto dei libri e dei giornali, potrebbe diventare realtà o, a essere più precisi, incubo.

 In assenza di efficaci strumenti tecnologici, è pertanto necessario individuare nella società gli antidoti che possano scongiurare questo pericolo. La scuola, a tutti i livelli, deve insegnare l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale (e, in particolare, di quella generativa, adesso liberamente disponibile), anziché demonizzarla e proibirla. Deve essere invece sperimentata in classe, sotto il controllo dei docenti, e le parole artificiali devono essere analizzate e studiate. Si deve affermare con chiarezza e semplicità che l’intelligenza artificiale non è una fonte affidabile di sapere e di conoscenza, ma che è soggetta ad allucinazioni che le fanno anche generare contenuti errati o, a volte, totalmente inventati. I media devono parlare diffusamente dei rischi, ma anche dei benefici, della diffusione dell’intelligenza artificiale. Devono farlo in maniera documentata, riportando tempestivamente successi e fallimenti. I politici possono usare l’intelligenza artificiale per produrre contenuti, a patto che siano autentici e corretti, ma non devono generare contenuti falsi e diffamatori a danno dei loro avversari. Il rispetto di questi principi potrà, forse, evitare uno scenario apocalittico in cui le entità artificiali produrranno contenuti che successivamente useranno per il loro stesso addestramento, in un ciclo perverso di autofagia.

 

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