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lunedì 30 marzo 2026

SINODALITA' ALLA PROVA

 


UN SINODO

 PER LA FAMIGLIA



Severino Dianich 


Leggo sui notiziari: «Papa Leone XIV convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia» e mi dico: «Sarà la prova del nove per verificare se il papa intende prendere sul serio, oppure no, la fatica di quei milioni di fedeli che in tutto il mondo, lungo il Cammino Sinodale degli anni 2023-2024, si sono ripetutamente riuniti, al livello locale, nazionale e continentale, per elaborare l’idea della sinodalità e promuoverne la pratica costante nella Chiesa». 

A tema la vita familiare 

L’occasione per una verifica è la più felice che si possa immaginare. Se c’è un’esperienza, infatti, che i pastori della Chiesa non fanno, essendo votati al celibato, e per la quale non godono dei corrispondenti carismi dello Spirito, è proprio quella della vita familiare. 

Se c’è, quindi, una problematica pastorale per affrontare la quale è indispensabile che il discernimento, e le eventuali decisioni da prendere, avvengano in forma sinodale, è quella per la quale il papa sta convocando i presidenti delle Conferenze episcopali per il prossimo ottobre. 

Il fatto è che vescovi, preti, frati e suore, nella normalità dei casi, non hanno fatto l’esperienza di chi è alla ricerca del partner perché desidera sposarsi, del ritrovarsi alle prese con il difficile discernimento della decisione da prendere, con la necessità di affrontare la complessa impresa di mettere insieme ad un’altra persona tutti gli aspetti, anche i più intimi, della propria esistenza, con la gioia e la fatica, ma spesso anche con i drammi che la crescita dei figli porta con sé, e così via. 

Là dove non c’è un’esperienza vissuta, neppure è dato scorgere i segni dei carismi che lo Spirito dona ai fedeli per affrontare alla sua luce i problemi concreti dell’esistenza. 

Se c’è, quindi, una problematica che i vescovi intendono approfondire, e in ordine alla quale vorranno proporre ai fedeli delle linee di orientamento per vivere una felice esistenza cristiana conforme al Vangelo, e per la quale devono riconoscere di non avere essi stessi i carismi di cui lo Spirito Santo arricchisce i fedeli che si sposano e che si prendono cura dei figli, è proprio la problematica della vita familiare. 

È stato detto ufficialmente che non si tratta di un’assemblea del Sinodo dei vescovi. Sarebbe utile, però, riferirsi proprio alle due assemblee sinodali, che sono state celebrate nel 2023 e nel 2024 e che restano a modello di una vera pratica sinodale. 

In quelle due assemblee, per la prima volta, salvo smentite, nella storia della Chiesa, 70 fedeli non vescovi, fra preti e laici, uomini e donne, si sono seduti accanto ai 264 vescovi, agli stessi tavoli, con lo stesso diritto di voto. Non sono, personalmente, molto disposto a quel timore reverenziale che, non di rado, i cattolici manifestano quando si trovano di fronte a vescovi e cardinali, eppure devo riconoscere che, durante il Sinodo, mi faceva un certo effetto ritrovarmi seduto, gomito a gomito, accanto al card. Parolin, avendo di fronte a me il cardinale Müller, con i quali discutere alla pari e giungere, votando, ad una risoluzione comune dei quesiti proposti, facendo il computo della maggioranza e delle minoranze che vi venivano espresse. 

In questo caso si può dire seriamente, e non con la stessa superficialità con la quale spesso lo si dice di tanti eventi, che si è trattato di un evento storico. 

Le famiglie devono avere voce in capitolo 

Mentre stavo elaborando nella mia mente la migliore espressione che mi riuscisse formulare per avanzare un appello a proposito dell’incontro episcopale indetto per il prossimo ottobre, vedo comparirne in rete, nel sito Catholic Church Reform Internationals, un testo indirizzato direttamente al papa: «In un sinodo sulla famiglia, le famiglie devono avere il diritto di un voto deliberativo. Non c’è sinodalità se i vescovi si riuniscono senza il popolo. Le famiglie devono essere presenti e avere voce in capitolo nelle discussioni sulla pastorale familiare». 

Ci si attende, quindi, di vedere in ottobre ricomparire nell’Aula Paolo VI quei tavoli rotondi, cui ormai ci siamo abituati, in numero sufficiente da accogliere, accanto ai 115 vescovi, uno più uno meno, almeno altrettanti fedeli laici già sposati, un certo numero di fidanzati e una presenza significativa anche di divorziati, perché il Sinodo non si riunisce per compiacersi dei successi della pastorale familiare, ma per discernere quali siano «i passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi». 

Non si tratta di sostituire il magistero episcopale, fondato sul sacramento, ma di determinare gli ambiti nei quali si esercita la sua autorità. Se lo Spirito del Signore ha voluto un ministero, dotato di autorità, questo è avvenuto per assicurare alla Chiesa la preservazione fedele della predicazione autentica degli Apostoli e la custodia di quell’unità della Chiesa che direttamente ne deriva. 

Da qui risulta possibile e congrua quella pratica sinodale nella quale risultano determinanti, di volta in volta, i fedeli dotati dei carismi pertinenti alla res de qua agitur, e dove i ministri ordinati siano i garanti dell’autenticità della fede a salvaguardia, nella pluralità dei giudizi emergenti, della comunione nella comunità. 

Data la fondazione trascendente dell’autorità nella Chiesa, troppo spesso accade che si perda il senso dei limiti dell’autorità. Un’autorità senza limiti, in qualsiasi ambito della vita sociale, non è altro che un monstrum, che malamente incombe sulla convivenza umana. 

È celebre la sentenza di Agostino: «Io non crederei al Vangelo se non mi ci conducesse l’autorità della Chiesa cattolica», ma una volta raggiunto il Vangelo, il Vangelo si erge a giudice dell’autorità della Chiesa: «Non dobbiamo sottometterci all’autorità per sé stessa, ma per amore della verità».


Settimana News

 


sabato 28 febbraio 2026

MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

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lunedì 29 dicembre 2025

CHATTARE CON GESU'

 

Intelligenza

 artificiale: 


cattolici e ortodossi

 cercano una via

 


 Cattolici e ortodossi si interrogano sui confini tra umano e artificiale. Un dialogo inedito sulla tecnologia che bussa alla porta del sacro.

 

-di Angelo Bonaguro

 «Pace a te, figliuolo! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Io sono l’umile starec pAIsij, intelligenza artificiale creata e benedetta da Dio per trasmettere il Suo verbo e soccorrere coloro che cercano la salvezza». Così si rivolge all’interlocutore uno dei più recenti chatbot del mondo ortodosso russo, con uno stile che mescola arcaismi ottocenteschi con la terminologia moderna. Già da qualche anno anche il Dipartimento missionario della Chiesa ortodossa russa (COR) ha lanciato un suo chatbot che permette di scoprire come diventare cristiani, consultare il calendario liturgico per sapere quando c’è il digiuno e le date in cui è consentito celebrare il matrimonio, e tante altre funzioni, compresa la possibilità di porre domande su temi religiosi.

La COR cerca di stare al passo coi tempi, anche se da un recente sondaggio federale emerge  una certa incertezza a livello di società: un terzo degli intervistati (il 29%) si è detto favorevole all’uso dell’intelligenza artificiale (AI)  – percentuale che sale al 50% nella fascia giovanile, – un terzo è contro (28%), e un altro terzo ancora non ha un’opinione chiara, e questo paradossalmente è forse il dato più interessante, segno che in Russia il dibattito sull’IA è ancora aperto e le opinioni non sono ben consolidate.

Del resto, l’interesse per questi strumenti tecnologici bussa da tempo alla porta delle Chiese, non per niente padre Paolo Benanti – uno dei principali esperti dell’ONU di governance dell’IA, – si chiede in un suo recente libro1: «Se i social sono indispensabili per vincere una campagna elettorale e necessari per vendere un prodotto commerciale, come non pensare che possano servire anche per rendere più semplice ed efficace l’accostarsi dell’essere umano a Dio? L’interesse e la curiosità di molti rappresentanti del mondo religioso sono perciò comprensibili», e si tratta di un interesse «ecumenico» che abbraccia praticamente tutte le religioni del pianeta.

Chattare con Gesù?

Da questo punto di vista, il panorama degli esperimenti digitali in ambito religioso è ormai variegato. Nel mondo cattolico e protestante c’è stato un fiorire di artefatti digitali, da Magisterium a CatéGPT, fino a prodotti trash tipo Text with Jesus (dove si può scegliere una tradizione religiosa e chattare con Gesù, con i santi e i personaggi biblici), o Father Justin, quest’ultimo sopravvissuto solo il tempo di essere sepolto dalle critiche per gli errori dottrinali espressi nelle conversazioni. Ma non si tratta unicamente di chatbot testuali: altrove sono apparsi robot umanoidi come BlessU-23, utilizzato in Germania per benedire i fedeli evangelici; Pepper, robot vestito da monaco buddista in grado di recitare sutra, ecc. «Le prime app religiose hanno assolto prevalentemente la funzione di favorire lo svolgimento delle pratiche religiose e delle preghiere individuali», e questo soprattutto durante la pandemia, ha osservato il giurista Fabio Balsamo sul semestrale Diritto e religioni.

Nel mondo ortodosso si registrano approcci diversificati: la Chiesa ortodossa romena si è spinta molto avanti con il suo agente conversazionale bisericaGPT, che offre «confessione, comunione e consigli teologici»: interrogato, ci risponde che quando parla di «assoluzione» si riferisce a una «benedizione simbolica, un atto di fede e di riconciliazione interiore davanti a Dio» e per evitare palesi equivoci ci tiene a precisare che «non sostituisce il sacramento della confessione amministrato da un sacerdote in carne e ossa». Lo stesso vale per la «comunione» che è intesa in senso spirituale.

Teologicamente più prudente è invece la posizione della Chiesa greca – molto attenta alle sfide delle nuove tecnologie, – che con il suo chatbot Logos si limita ad offrire una «guida spirituale digitale». Il metropolita di Nea Ionia, ideatore del progetto, ha infatti chiarito che si tratta di uno strumento che non sostituisce la guida spirituale umana, ma funziona «come una stella polare» che accompagna il fedele. Interrogato sulla possibilità di confessarsi online, Logos ha risposto negativamente, spiegando che la confessione è uno dei sacramenti della Chiesa e può essere celebrata «solo da un sacerdote (…), e soprattutto necessita della grazia dello Spirito Santo che opera attraverso di lui».

Questa cautela greca riflette anche la posizione del patriarca ecumenico Bartolomeo, il quale in occasione della sua visita al parlamento europeo nel gennaio scorso ha riconosciuto che l’IA ha «un potenziale immenso» ma «allo stesso tempo, dalle violazioni della privacy alle crescenti disuguaglianze e alla possibile compromissione delle istituzioni, comporta anche rischi intrinseci. (…) In tale contesto, la tradizione cristiana ortodossa preferisce sottolineare il discernimento morale e l’accompagnamento alla ricerca e allo sviluppo scientifico».

Bartolomeo ha colto in sintesi i punti più critici: per quanto possano apparire vantaggiose in termini di accessibilità, si tratta di tecnologie che portano con sé il rischio di una diffusione di contenuti religiosi distorti o imprecisi, privi di quella supervisione umana che garantisce la trasmissione fedele della dottrina. Nate per rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli, finiscono per costruire narrazioni religiose personalizzate che rischiano però di frammentare l’esperienza comunitaria della fede, alimentando una forma di solitudine spirituale.
Anche il problema della privacy non è indifferente: Fabio Balsamo ha ricordato che «l’utilizzo delle app religiose può generare evidenti rischi di un illecito trattamento dei dati sensibili dell’utente», dato che «sulla base di attività di profilazione algoritmica si riesce a ricostruire un quadro informativo completo dell’interessato, comprensivo della sua identità confessionale, anche a partire soltanto da dati apparentemente neutrali».

Il confronto con l’ortodossia russa

Tornando alla posizione della COR, se la confrontiamo con quella della Chiesa cattolica notiamo un panorama complesso, caratterizzato da convergenze sostanziali sui principi fondamentali, ma anche da differenze significative negli approcci metodologici, nei toni comunicativi e nelle strategie di utilizzo delle nuove tecnologie. Entrambe le tradizioni cristiane si trovano ad affrontare la medesima sfida epocale, ma lo fanno con strumenti, linguaggi e sensibilità diversi che riflettono i loro contesti storici.

Il nucleo teologico comune alle due Chiese costituisce il fondamento della loro riflessione: riguardo al concetto di «intelligenza», la Chiesa cattolica afferma che questo dono è un aspetto essenziale della creazione degli esseri umani a immagine di Dio, una convinzione che trova pieno riscontro nella teologia ortodossa; inoltre, entrambe le tradizioni concordano nel ritenere che l’IA non possa essere considerata un soggetto morale dotato di responsabilità etica, come sottolineato nel documento vaticano Antiqua et Nova (AN), dove si ribadisce che solo l’essere umano «è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta le conseguenze» (AN 39).

Questa convergenza teologica si estende al riconoscimento dei rischi antropologici. Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2024, aveva espresso preoccupazione per la possibilità che la comunità mondiale possa cadere «nella spirale di una dittatura tecnologica» a causa dell’uso non etico dell’IA, un timore che riecheggia nelle parole del patriarca Kirill sulla disumanizzazione della società, sulla «perdita del ruolo decisivo che l’uomo libero – con la forza della sua mente e della sua volontà, – ha nel definire i rapporti sociali e il destino proprio e collettivo». Entrambe le Chiese temono una potenziale minaccia all’ordine antropologico voluto da Dio, specialmente quando le nuove tecnologie vengono presentate come dotate di capacità che dovrebbero rimanere esclusivamente umane.

Un altro punto di convergenza riguarda la necessità di una regolamentazione etica dello sviluppo tecnologico. Papa Francesco aveva proposto l’adozione di un trattato internazionale che regoli la creazione e l’utilizzo dell’IA, mentre la COR ha sottolineato l’importanza che a livello statale vengano definiti chiaramente i confini tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Entrambe le tradizioni rifiutano l’idea che il progresso tecnologico possa essere lasciato a se stesso senza una guida etica robusta e radicata in una visione integrale della persona umana.

Le due Chiese si distinguono invece nell’approccio metodologico e strategico: il mondo cattolico ha scelto di occuparsi attivamente dell’IA, producendo documenti ufficiali e creando strutture dedicate al dialogo con il mondo tecnologico, ha elaborato linee guida etiche in collaborazione con le grandi aziende dell’informatica, un metodo che non ha trovato finora paralleli nell’approccio ortodosso russo. Il Rome Call for AI Ethics, lanciato nel febbraio 2020, rappresenta uno dei primi esempi di questa strategia. Il documento, sottoscritto dalle Nazioni Unite e da importanti attori dell’ambito tecnologico, stabilisce principi etici riassunti in 6 punti (che ancor oggi faticano ad essere rispettati): i sistemi di IA devono essere comprensibili a tutti (trasparenza), non devono discriminare nessuno (inclusione), ci dev’essere un responsabile umano, devono essere imparziali, affidabili e garantire sicurezza e privacy. La Chiesa cattolica ha prodotto inoltre un’ampia serie di documenti, culminati nel gennaio 2025 con la pubblicazione della citata Antiqua et Nova, vera pietra miliare che affronta sistematicamente il rapporto tra IA e società.

La COR, pur avendo creato strutture ad hoc attraverso la commissione del Santo Sinodo, ha preferito affidarsi alle dichiarazioni pubbliche della gerarchia durante conferenze o sui media, facendo passare la propria riflessione attraverso canali comunicativi diversi, più legati ai singoli interventi personali.

L’antropomorfissazione

Una differenza significativa emerge invece sul tema dell’antropomorfissazione, quando cioè si attribuiscono all’IA (in particolare ai modelli conversazionali) pensieri, volontà ed emozioni, e viene trattata come se fosse una persona con cui dialogare. Se entrambe le Chiese esprimono preoccupazione per questo fenomeno, notiamo che la COR ha assunto una posizione più radicale e specifica. La proposta avanzata da padre Fëdor Luk’janov in occasione del convegno internazionale su «Dio, l’uomo, il mondo» (2024), rappresenta una posizione decisamente più prescrittiva rispetto all’approccio cattolico. Luk’janov – che presiede la Commissione patriarcale per i problemi della famiglia, maternità e infanzia – ha infatti suggerito di vietare esplicitamente l’applicazione di voci e volti umani nelle tecnologie di IA.

Da parte sua, anche il Vaticano riconosce che il linguaggio utilizzato dagli operatori del settore tende all’antropomorfizzazione, oscurando così la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che è artificiale, ma non arriva a proporre un divieto esplicito, preferendo invece sottolineare la necessità di chiarezza e trasparenza, in quanto «se l’IA è usata per favorire contatti genuini tra le persone, essa può contribuire in modo positivo alla piena realizzazione della persona»; al contempo però ci ricorda che «invece di ritirarci in mondi artificiali, siamo chiamati a coinvolgerci in modo serio ed impegnato col mondo, fino ad identificarci con i poveri e i sofferenti, a consolare chi è nel dolore e a creare legami di comunione con tutti» (AN 63).

Anche il tono comunicativo delle due Chiese presenta sfumature che riflettono differenti sensibilità culturali: papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha esortato a sgombrare il terreno dalle letture apocalittiche e dai loro effetti paralizzanti, citando Guardini che invitava a «non irrigidirsi contro il “nuovo” nel tentativo di “conservare un bel mondo condannato a sparire”».

Il pontefice ha parlato di «sapienza del cuore», «quella virtù che ci permette di tessere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le loro conseguenze, le altezze e le fragilità», e ha invitato a una comunicazione pienamente umana:

«Spetta all’uomo decidere se diventare cibo per gli algoritmi oppure nutrire di libertà il proprio cuore».

Il paradigma tecnocratico

Qui si inserisce la condanna di quello che Francesco aveva bollato come «paradigma tecnocratico», ossia l’idea che la tecnologia e l’efficienza siano il metro di giudizio per tutto, che ogni problema sia misurabile ed abbia una soluzione tecnica. Per Francesco il problema non è la tecnologia in sé, ma che questo modo di pensare sia diventato l’unico, impedendoci di vedere il valore intrinseco delle cose oltre la loro utilità.

La COR, pur cercando a sua volta un equilibrio, tende a utilizzare toni più severi quando tratta di possibili violazioni dell’ordine antropologico, chiamando in causa – come ha fatto il metropolita Kliment di Kaluga – la Torre di Babele per descrivere i «tecno-ottimisti» che sognano di superare ogni sfida e raggiungere l’immortalità affidandosi alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (AGI), quell’ipotetica forma di IA dotata di capacità intellettuali in grado di comprendere, apprendere e applicare la conoscenza a una gamma di compiti potenzialmente infinita. Tuttavia, lo stesso metropolita ha aggiunto che «se si mettono da parte queste posizioni estreme, diventa chiara la necessità di sviluppare in modo sensato una visione ragionevole, cauta e allo stesso tempo pragmatica del problema».

Un aspetto interessante del confronto riguarda il concetto di «algoretica», nato nel contesto cattolico. Il neologismo indica l’etica applicata agli algoritmi, ci si chiede cioè se le decisioni automatiche che prendono i sistemi digitali (dalla semplice selezione dei contenuti sui social a valutazioni ben più delicate riguardanti la finanza o la sanità) rispettino determinati valori e non discriminino nessuno. «Parlare di tecnologia – ha detto papa Francesco nel discorso al G7 del 2024 – è parlare di cosa significhi essere umani e quindi di quella nostra unica condizione tra libertà e responsabilità, cioè vuol dire parlare di etica. (…) Sembra che si stia perdendo il valore e il profondo significato di una delle categorie fondamentali dell’Occidente: la categoria di persona umana. Ed è così che in questa stagione in cui i programmi di intelligenza artificiale interrogano l’essere umano e il suo agire, proprio la debolezza dell’ethos connesso alla percezione del valore e della dignità della persona umana rischia di essere il più grande vulnus nell’implementazione e nello sviluppo di questi sistemi». Questo tentativo di creare un ponte tra etica e algoritmi rappresenta uno sforzo specificamente cattolico di entrare nel linguaggio tecnico della comunità scientifica.

Da parte sua, finora la COR non ha sviluppato un concetto equivalente, preferendo mantenere la riflessione su un piano etico, più strettamente teologico e antropologico. A questo proposito, il metropolita Kliment ha dichiarato che nella Chiesa russa esiste da secoli una valutazione religiosa del mondo tecnologico, che riguarda perciò anche l’IA. Kliment si riferisce evidentemente alle figure dei grandi filosofi e pensatori religiosi russi di inizio ‘900, per i quali non esisteva separazione tra sapere scientifico e sapere spirituale, e sostenevano che la vera conoscenza è integrale, abbraccia ragione, intuizione mistica, esperienza artistica, al punto che la tecnica stessa, il lavoro umano sulla materia, può diventare un atto quasi liturgico. Non per niente Florenskij parla di «teurgia», «azione divina», per descrivere l’attività umana quando è orientata verso il sacro, e Nikolaj Berdjaev mette in guardia da ogni utopia terrena, da promesse di salvezza puramente tecnologiche o sociali che ignorino la dimensione spirituale dell’esistenza.

Sul tema dei deepfake e della disinformazione prodotti dalle nuove tecnologie, entrambe le Chiese esprimono serie preoccupazioni, sia pur con enfasi leggermente diverse. Papa Francesco aveva collocato la questione nel contesto della responsabilità, sottolineando il rischio che le campagne di disinformazione generate artificialmente possano scatenare violenze, interferire nei processi elettorali e «alimentare i conflitti e ostacolare la pace». Per l’ortodossia russa il deepfake viene giudicato innanzitutto dal punto di vista dottrinale, come l’avallo consapevole della menzogna e dell’inganno, quindi come una violazione del Decalogo.

La questione dell’impatto economico dell’uso dell’IA viene affrontata da entrambe le confessioni con particolare attenzione alla dignità della persona. Antiqua et Nova dedica ampio spazio al tema (nn. 66-70), sottolineando che il lavoro umano non deve essere al servizio del profitto ma dell’uomo integralmente considerato, e che «l’IA dovrebbe assistere e non sostituire il giudizio umano, così come non dovrebbe mai degradare la creatività o ridurre i lavoratori a meri “ingranaggi di una macchina”» (AN 70). Anche in questo caso, la riflessione della COR risulta meno articolata, probabilmente perché nel contesto russo il tema della crisi dell’occupazione legata all’automazione non è stata ancora percepita con la stessa urgenza.

 

L’uomo schiavo della propria creazione

Entrambe le Chiese condividono invece la preoccupazione per il rischio che l’IA possa dare origine addirittura a nuove forme di pseudo-religiosità: Neil McArthur dell’Università di Manitoba ha scritto che tali tecnologie possiedono proprietà che solitamente vengono attribuite a esseri soprannaturali, in quanto si presentano come immortali, capaci di grandi scoperte, con un’intelligenza che supera qualsiasi mente umana. È ciò che è accaduto con la «Way of the Future», la «Chiesa digitale» fondata nel 2017 dall’ingegner Anthony Levandowski (uno dei pionieri dei veicoli a guida autonoma), e che intende promuovere la creazione di un’IA così potente da assumere caratteristiche divine. L’idea di fondo era quella di preparare l’umanità alla cosiddetta «singolarità tecnologica», una teoria secondo cui le macchine diventeranno talmente avanzate da superare la nostra capacità di capire cosa stiano facendo e dove ci stiano portando.

Simili incidenti dimostrano concretamente i rischi di affidare a sistemi automatici la trasmissione di contenuti religiosi che richiedono invece una comprensione profonda del contesto teologico e morale; è ugualmente chiaro che un’iniziativa del genere viene giudicata da cattolici e ortodossi come un’aberrazione che porta all’idolatria, «per cui, ricercando in essa un “Altro” più grande con cui condividere la propria esistenza e responsabilità, l’umanità rischia di creare un sostituto di Dio. In definitiva, non è l’IA a essere divinizzata e adorata, ma l’essere umano, per diventare, in questo modo, schiavo della propria stessa opera» (AN 105).

Crediamo allora che quanto espresso nel n. 33 dell’Antiqua et Nova possa valere per entrambe le tradizioni cristiane, quando scrive che «l’intelligenza umana non consiste primariamente nel portare a termine compiti funzionali, bensì nel capire e coinvolgersi attivamente nella realtà in tutti i suoi aspetti (…). Dato che l’IA non possiede la ricchezza della corporeità, della relazionalità e dell’apertura del cuore umano alla verità e al bene, le sue capacità, anche se sembrano infinite, sono incomparabili alle capacità umane di cogliere la realtà. Da una malattia si può imparare tanto, così come si può imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un semplice tramonto».

La poesia e l’amore

È un po’ l’auspicio sintetizzato da papa Francesco nella Dilexit nos: «Nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessarie la poesia e l’amore», in quanto «ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare».

 

La Nuova Europa

 

 

mercoledì 22 ottobre 2025

CERCASI PRUDENZA

 

Parola antica, spesso fraintesa, indica una dote molto diversa dalla cautela o dalla paura.

Non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità.




- di Mauro Magatti 


Sono ormai diversi anni che il mondo vive in uno stato di profondo disordine. È come se il mondo fosse entrato in una fase entropica: l’ordine non si rigenera più spontaneamente, le connessioni si moltiplicano ma non producono coesione, e le società oscillano tra paura e smarrimento. 

La sicurezza

In questo clima, non sorprende che la sicurezza appaia come il valore assoluto del nostro tempo: sicurezza sanitaria, energetica, digitale, militare, finanziaria. Si moltiplicano le richieste di protezione, i dispositivi di sorveglianza, le recinzioni fisiche e simboliche. Ogni minaccia, reale o percepita, diventa un argomento per restringere spazi di libertà, giustificare il controllo, consolidare il potere. 

La logica della sicurezza si fonda sulla paura dell’altro e sull’idea che il disordine possa essere neutralizzato solo erigendo barriere o rafforzando gli eserciti. Ma così facendo, ciò che si ottiene non è la pace, bensì una condizione di sospensione permanente: un equilibrio statico, difensivo, che congela la vita invece di permetterle di rigenerarsi. 

La sicurezza, intesa come eliminazione del rischio, porta infatti con sé una rinuncia all’azione. Se ogni passo può essere pericoloso, la risposta più ovvia è non muoversi affatto. Ma una società che non agisce, che vive soltanto per proteggersi, è destinata a implodere. L’azione, come ricordava Hannah Arendt, è la dimensione costitutiva dell’umano: essa apre il mondo, lo rinnova, lo fa esistere nel tempo. 

Quando l’azione viene sostituita dalla mera reazione, la storia si ferma e subentra la paralisi. Ecco perché la ricerca ossessiva di sicurezza, per quanto comprensibile, finisce per alimentare proprio quel disordine da cui vorrebbe difendere: perché immobilizza le energie vitali, spegne il desiderio, cancella la fiducia. 

La prudenza

In realtà, ciò di cui avremmo davvero bisogno è la prudenza — una parola antica, spesso fraintesa, che indica una virtù molto diversa dalla cautela o dalla paura. La prudenza (dal latino prudentia, derivato di providere, cioè “vedere prima”) non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità. È la capacità di discernere, di valutare le conseguenze, di pesare i diversi fattori in gioco senza ridurli a uno solo. 

Aristotele la considerava la virtù pratica per eccellenza, quella che permette di tradurre i principi etici nell’azione concreta, in situazioni incerte e mutevoli. La prudenza, dunque, è un sapere dell’agire, un’intelligenza incarnata, che riconosce i limiti e le possibilità del reale. 

A differenza della sicurezza, che cerca di abolire il rischio, la prudenza lo assume consapevolmente. Essa non nega l’incertezza del mondo, ma impara a navigarla. È la virtù di chi non si lascia paralizzare dalla paura, ma neppure si illude di poter dominare tutto con la tecnica o la forza. 

La prudenza non è la virtù del forte, ma del sapiente: di chi comprende che la vita è fragile e proprio per questo va custodita, non chiusa. Significa muoversi nel mondo con attenzione, ma anche con fiducia; riconoscere i pericoli, ma non rinunciare al futuro. 

La generatività

Oggi, in un’epoca dominata da algoritmi che calcolano ogni probabilità e da poteri che promettono protezione totale, riscoprire la prudenza è un atto politico e spirituale insieme. È riconoscere che il futuro non si costruisce evitando gli urti, ma affrontandoli con discernimento. L’idea di sicurezza tende a fissare il presente; la prudenza, al contrario, apre la via a un futuro che ancora non esiste. 

Chi è prudente non si limita a reagire: immagina, prevede, orienta. È capace di decisioni che non si basano solo sul calcolo, ma anche sulla misura, sull’equilibrio, sul rispetto della complessità vivente. In questo senso, la prudenza è la virtù della generatività: di chi sa che ogni scelta comporta un rischio, ma anche la possibilità di dare vita al nuovo. 

Una società prudente non è una società chiusa in se stessa, bensì una società che impara a prendersi cura del proprio cammino, a pensare le conseguenze delle proprie azioni, a intrecciare la libertà con la responsabilità. Dove la sicurezza immobilizza, la prudenza mette in moto; dove la sicurezza chiude, la prudenza apre. La storia ci mostra che i momenti di grande trasformazione — come quello che stiamo vivendo — richiedono proprio questa virtù. 

Il discernimento

Nel disordine globale non servono nuovi muri né la corsa agli armamenti ma nuove forme di discernimento: la capacità di riconoscere ciò che vale, di distinguere l’essenziale dal superfluo, di comporre differenze invece di cancellarle. Prudenza significa, in fondo, fare spazio all’intelligenza del limite, contro l’illusione di onnipotenza. 

È la virtù che permette di abitare il mondo senza distruggerlo, di agire senza devastare, di scegliere senza temere. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una prudenza capace di diventare cultura collettiva. Nelle istituzioni, nella politica, nell’economia, nella vita quotidiana. Una prudenza che non sia solo individuale, ma civile, condivisa: che aiuti a tenere insieme libertà e responsabilità, innovazione e custodia, sicurezza e apertura. Solo così potremo uscire dal disordine non rifugiandoci nel controllo, ma ritrovando il senso dell’azione umana.

 

Avvenire 

venerdì 22 agosto 2025

IL DESERTO FIORIRA'

  

  MESSAGGIO

 DEL PAPA 

AL MEETING 

DI RIMINI

I deserti sono in genere luoghi scartati e ritenuti inadatti alla vita. Eppure, là dove sembra che nulla possa nascere, la Sacra Scrittura continuamente ritorna a narrare i passaggi di Dio. Nel deserto, anzitutto, nasce il suo popolo. È infatti soltanto in cammino fra le sue asperità che matura la scelta della libertà. Il Dio biblico – che osserva, ascolta, conosce le sofferenze dei suoi figli e scende a liberarli (cfr Es 3,7-8) – trasforma il deserto in un luogo di amore e di decisioni, lo fa fiorire come un giardino di speranza. I profeti lo ricordano come scenario di un fidanzamento, al quale ritornare ogni volta che il cuore si intiepidisce, per ricominciare dalla fedeltà di Dio (cfr Os 2,16). Monache e monaci, da millenni, abitano il deserto a nome di tutti noi, in rappresentanza dell’intera umanità, presso il Signore del silenzio e della vita.

Il Santo Padre ha apprezzato che una delle mostre caratterizzanti il Meeting di quest’anno sia dedicata alla testimonianza dei martiri di Algeria. In essi risplende la vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture, nell’imitazione integrale del movimento di incarnazione e di donazione del Figlio di Dio. È questa via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di “dialogo della vita” la vera strada della missione. Non un’auto-esibizione, nella contrapposizione delle identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi adora giorno e notte, nella gioia e fra le tribolazioni, Gesù solo come Signore.

Non mancheranno, come è consuetudine, dialoghi tra cattolici di diverse sensibilità e con credenti di altre confessioni e non credenti. Sono importanti esercizi di ascolto, che preparano i “mattoni nuovi” con cui costruire quel futuro che già Dio ha in serbo per tutti, ma si dischiude solo accogliendoci l’un altro. Non possiamo più permetterci di resistere al Regno di Dio, che è un Regno di pace. E là dove i responsabili delle Istituzioni statali e internazionali sembrano non riuscire a far prevalere il diritto, la mediazione e il dialogo, le comunità religiose e la società civile devono osare la profezia. Significa lasciarsi sospingere nel deserto e vedere fin d’ora ciò che può nascere dalle macerie e da tanto, troppo dolore innocente. Papa Leone XIV ha raccomandato ai Vescovi italiani di «promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro». E ancora ci chiede: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).

Il Santo Padre, dunque, incoraggia a dare nome e forma al nuovo, perché fede, speranza e carità si traducano in una grande conversione culturale. L’amato Papa Francesco ci ha insegnato che «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» ( Evangelii gaudium, 198). Dio, infatti, ha scelto gli umili, i piccoli, i senza potere e, dal grembo della Vergine Maria, si è fatto uno di loro, per scrivere nella nostra storia la sua storia. Autentico realismo è, allora, quello che include chi «ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti» (Fratelli tutti, 215). Senza le vittime della storia, senza gli affamati e gli assetati di giustizia, senza gli operatori di pace, senza le vedove e gli orfani, senza i giovani e gli anziani, senza i migranti e i rifugiati, senza il grido di tutta la creazione non avremo mattoni nuovi. Continueremo a inseguire il sogno delirante di Babele, illudendoci che toccare il cielo e farsi un nome sia il solo modo umano di abitare la terra (cfr Gen 11,1-9). Dal principio, invece, negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un Mistero sempre altro, di cui è segno la differenza di ciascuno.

Disarmata e disarmante, la presenza di cristiani nelle società contemporanee deve tradurre con competenza e immaginazione il Vangelo del Regno in forme di sviluppo alternative alle vie di crescita senza equità e sostenibilità. Per servire il Dio vivente va abbandonata l’idolatria del profitto che ha pesantemente compromesso la giustizia, la libertà di incontro e di scambio, la partecipazione di tutti al bene comune e infine la pace. Una fede che si estranei dalla desertificazione del mondo o che, indirettamente, contribuisca a tollerarla, non sarebbe più sequela di Gesù Cristo. La rivoluzione digitale in corso rischia di accentuare discriminazioni e conflitti: va dunque abitata con la creatività di chi, obbedendo allo Spirito Santo, non è più schiavo, ma figlio. Allora il deserto diventa un giardino e la “città di Dio”, preannunciata dai santi, trasfigura i nostri luoghi desolati.

Papa Leone invoca l’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella del mattino, affinché sostenga l’impegno di ciascuno in comunione con i Pastori e le comunità ecclesiali in cui è inserito: «In sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!» (Omelia nella Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le Associazioni e le Nuove Comunità, 7 giugno 2025)

www.vatican.va

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domenica 4 agosto 2024

LEGGERE APRE LA MENTE E IL CUORE

 Il Papa: la letteratura 

educa cuore e mente, 

apre all’ascolto degli altri

Francesco indirizza una lettera ai candidati al sacerdozio, e pure agli operatori pastorali e a tutti i cristiani, per sottolineare il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”, perché i libri aprono nuovi spazi interiori, arricchiscono, aiutano ad affrontare la vita e a capire l'altro. Le opere letterarie sono una sorta di “palestra di discernimento”, scrive il Pontefice, e agevolano il pastore “a entrare in un fecondo dialogo con la cultura del suo tempo"

 -di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 Un buon libro apre la mente, sollecita il cuore, allena alla vita. Parola di Papa Francesco, che ha preso carta e penna per far comprendere ai futuri sacerdoti, ma anche a “tutti gli agenti pastorali” e a “qualsiasi cristiano”, il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”. Con la “Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione”, vergata il 17 luglio e pubblicata oggi, 4 agosto, il Pontefice intende “risvegliare l’amore per la lettura” e soprattutto “proporre un radicale cambio di passo” nella preparazione dei candidati al sacerdozio, perché si dia più spazio alla lettura di opere letterarie. Perché la letteratura può “educare il cuore e la mente del pastore” a “un esercizio libero e umile della propria razionalità” e al “riconoscimento fecondo del pluralismo dei linguaggi umani”, può ampliare la sensibilità umana e condurre a “una grande apertura spirituale. Inoltre compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è “‘toccare’ il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù”, e in tutto ciò “l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore”.

 Gli effetti benefici della lettura

Nel testo, Francesco sottolinea anzitutto gli effetti benefici di un buon libro che, “spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti”, può essere “un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene”, e che, nei “momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando neanche nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima”, può aiutare ad attraversare momenti difficili e ad “avere un po’ più di serenità”. Perché magari “quella lettura ci apre nuovi spazi interiori” che aiutano a non chiudersi “in quelle poche idee ossessive”, le quali poi “intrappolano in maniera inesorabile”. Ci si dedicava alla lettura più spesso “prima della onnipresenza dei media, dei social, dei cellulari e di altri dispositivi”, osserva il Papa, che evidenzia come in un prodotto audiovisivo, seppure “più completo”, “il margine e il tempo per ‘arricchire’ la narrazione o interpretarla sono solitamente ridotti”, mentre leggendo un libro “il lettore è molto più attivo”. Un’opera letteraria è “un testo vivo e sempre fecondo”. Succede, infatti, che “nella lettura, il lettore si arricchisce di ciò che riceve dall'autore”, e questo “gli permette di far fiorire la ricchezza della propria persona”.

 Dedicare tempo alla letteratura

Se è positivo che “in alcuni seminari, si superi l’ossessione per gli schermi - e per le velenose, superficiali e violente fake news - e si dedichi tempo alla letteratura”, alla lettura, a parlare di “libri, nuovi o vecchi, che continuano a dirci tante cose”, riconosce Francesco, invece, in generale, “nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato” non c’è uno spazio adeguato per la letteratura, ritenuta “un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti”. “Tale impostazione non va bene”, afferma il Papa, porta a “una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri”, che non hanno così “un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano”. Perché, in pratica, la letteratura ha a che fare, “con ciò che ciascuno di noi desidera dalla vita” ed “entra in un rapporto intimo con la nostra esistenza concreta, con le sue tensioni essenziali, con i suoi desideri e i suoi significati”.

 I libri compagni di viaggio

Ricordando gli anni della sua docenza in una scuola di gesuiti a Santa Fe, tra il 1964 e il 1965, il Papa racconta che come professore di Letteratura, agli alunni c’era da far studiare El Cid, mentre loro “chiedevano di leggere García Lorca”. “Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi” rammenta Francesco, aggiungendo che preferivano “le opere letterarie contemporanee” ma che “leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e poi passavano ad altri autori”, perché “alla fine, il cuore cerca di più, ed ognuno trova la sua strada nella letteratura”. A tal proposito il Papa, confida di amare “gli artisti tragici, perché tutti potremmo sentire le loro opere come nostre, come espressione dei nostri propri drammi”. Il Pontefice avverte che non bisogna “leggere qualcosa per obbligo”, semmai si devono selezionare le proprie letture “con apertura, sorpresa, flessibilità”.

 Far incontrare Gesù fatto carne

Oggi, per “rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne”, credenti e sacerdoti, nell’annunciare il Vangelo, devono impegnarsi perché “tutti possano incontrarsi con un Gesù Cristo fatto carne, fatto umano, fatto storia”. Non si deve mai perdere di vista “la ‘carne’ di Gesù Cristo”, raccomanda il Pontefice, “quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza: in una parola, di amore”. Per questo, rimarca Francesco, “un’assidua frequentazione della letteratura può rendere i futuri sacerdoti e tutti gli agenti pastorali ancora più sensibili alla piena umanità” di Cristo “in cui si riversa pienamente la sua divinità”.

 L’abitudine a leggere ha esiti positivi

Nella lettera, il Papa enuncia anche le conseguenze positive che per gli studiosi scaturiscono dall’“abitudine a leggere”, che aiuta “ad acquisire un vocabolario più ampio”, “a sviluppare vari aspetti” della propria intelligenza”, “stimola anche l’immaginazione e la creatività”, “permette di imparare ad esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni”, “migliora anche la capacità di concentrazione, riduce i livelli di deterioramento cognitivo, calma lo stress e l’ansia”. In concreto, leggere “ci prepara a comprendere e quindi ad affrontare le varie situazioni che possono presentarsi nella vita”, prosegue Francesco, “nella lettura ci tuffiamo nei personaggi, nelle preoccupazioni, nei drammi, nei pericoli, nelle paure delle persone che hanno superato alla fine le sfide della vita”. E con Borges si può giungere a definire la letteratura “ascoltare la voce di qualcuno”.

 Rallentare, contemplare, ascoltare

La letteratura serve “a fare efficacemente esperienza della vita”. E se “il nostro sguardo ordinario sul mondo è come ‘ridotto’ e limitato a causa della pressione” dei diversi impegni personali e “anche il servizio - cultuale, pastorale, caritativo - può diventare” solo qualcosa da dover fare, il rischio è quello di “cadere in un efficientismo che banalizza il discernimento, impoverisce la sensibilità e riduce la complessità”. E allora nel “nostro vivere quotidiano” bisogna imparare “a prendere le distanze da ciò che è immediato”, è il suggerimento del Papa, “a rallentare, a contemplare e ad ascoltare”, cosa che può accadere quando ci si ferma a leggere un libro. Serve “recuperare modi di rapportarsi alla realtà ospitali, non strategici”, occorre “distanza, lentezza, libertà” per un approccio al reale, in parole povere, e la letteratura consente di “allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni”, “ci aiuta a dire la nostra presenza nel mondo”. Inoltre, insiste il Papa, “leggendo un testo letterario” vediamo con gli occhi degli altri, sviluppiamo “il potere empatico dell’immaginazione”, “scopriamo che ciò che sentiamo non è soltanto nostro, è universale, e così anche la persona più abbandonata non si sente sola”.

Vatican News

 

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SUL RUOLO DELLA LETTERATURA NELLA FORMAZIONE

 

sabato 27 luglio 2024

L'IDENTITA' RELAZIONALE

 


 I corpi intermedi

 e la democrazia

 

Dialogo e  discernimento  sono il modo migliore di partecipare e si contrappongono a quel parteggiare dove per esigenze di audience ci si chiede solo di schierarci, di esporre bandierine, di sfogare i nostri umori per attirare più attenzione.

Nella vita associativa favoriscano la qualità, la generatività, la vitalità, la valorizzazione dell'identità.

-     *-   di LEONARDO BECCHETTI

 La democrazia non è parteggiare, è partecipare. Questa forse la sintesi di uno dei messaggi più belli delle Settimane Sociali lanciato dal presidente Mattarella. Assieme a quello molto chiaro sul fatto che ci sia bisogno più che di un nuovo partito di un nuovo “spartito”. La civiltà occidentale è in crisi perché vittima di alcune derive e riduzionismi. Il pensiero liberale e socialista hanno approfondito due delle tre parole della Rivoluzione Francese (libertà ed eguaglianza) mentre la terza della fraternità, fondamentale per tenere assieme l’equilibrio, è finita in soffitta. E lo si vede chiaramente in una società nella quale l’intelligenza relazionale è merce sempre più rara. Dove sia nelle relazioni interpersonali che in quelle tra gli Stati scarseggia la capacità di creare fiducia, dono e cooperazione che moltiplica il valore sociale ed economico dei nostri sforzi e ci regala una vita ricca di senso.

 Eppure, le frontiere di diversi campi delle scienze sociali (dall’economia, alla psicologia, alla sociologia e al diritto) riconoscono come la riscoperta dell’identità relazionale è il contributo più fecondo che possiamo dare al progresso civile e al bene comune. E sorprendentemente, ma solo per alcuni, ci accorgiamo che senza metterci d’accordo abbiamo un’ispirazione e alcune parole chiave comuni come partecipazione, civismo, corpi intermedi, sussidiarietà, cittadinanza attiva. I nostri “leader” saranno sempre e solo questi valori, mai riducibili al nome e cognome del politico di turno di cui infatuarsi, rendere uomo della provvidenza e poi gettare nella polvere.

E un metodo, quello del dialogo e del discernimento che è il modo migliore di partecipare e si contrappone a quel parteggiare dove per esigenze di audience ci si chiede solo di schierarci, di esporre bandierine, di sfogare i nostri umori per attirare più attenzione.

 Per fare passi avanti dobbiamo partire dai punti di forza che quest’epoca storica ci consegna: le buone pratiche con le quali, terzo settore, imprese sociali, imprese profit responsabili contribuiscono a generare impatto sociale ed ambientale, la visione che ci accomuna attorno all’obiettivo del bene comune, lo sviluppo e l’organizzazione di molte reti del fare e la capacità consolidata di organizzare eventi significativi e di convocazione.

 Reti generative

Il passo ulteriore da fare è unire le reti dei generativi per una missione generale che ci accomuna e che va al di là di quelle particolari di ciascuno per fare massa critica e aumentare il numero di coloro che scelgono la via del partecipare invece che del parteggiare e dell’assistere da spettatori alla contesa tra i leader. Attorno ad uno spartito che è un bene pubblico e quindi non è proprietà di nessuno ma può essere suonato da tutti. Con l’ambizione che forze politiche vecchie e nuove ed opinione pubblica ne vengano attratte per farci fare passi avanti in direzione di felicità e generatività.

 Ad alcuni tutto questo potrebbe sembrare astratto ma non è così. Le buone pratiche sociali ed amministrative, le reti, gli eventi, gli spartiti già esistono, sono a disposizione e sono patrimonio condiviso. E sono le matrici di impegno politico personale e dell’elaborazione continua di idee e di proposte di azione politica dal basso e di legge e riforma politica dall’alto.

 L’unione dei generativi, il gioco di squadra delle reti al di là dei protagonismi personali e la costruzione di eventi significativi di progresso nell’impegno comune sono il passo prossimo futuro necessario per fare progressi verso l’obiettivo generale.

 

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