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domenica 24 agosto 2025

IL CREDO DI NICEA


NELLA RICORRENZA

 DELL'ANNIVERSARIO 

DEK CONCILIO DI NICEA

I cristiani ripetono nella liturgia la formula del Credo niceno-costantinopolitano, ma forse non molti conoscono il percorso che ha portato alla definizione del Simbolo della fede cristiana. Possiamo «recuperare» il senso di quanto ancora ripetiamo? Rivolgiamo sul tema alcune domande al prof. Emanuele Castelli, docente al Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina, che ha avuto incarichi di studio e di ricerca a Lione, Monaco, Basilea, Heidelberg, Bari, e presso l’Università Gregoriana. È condirettore della collana Nuovi Testi Patristici (insieme a Emanuela Prinzivalli) presso la casa editrice Città Nuova, che di recente ha pubblicato il volume a cura di Samuel Fernández e di Sara Contini, Le fonti antiche sul Concilio di Nicea (Roma 2025).

§  Oggi ripetiamo ancora durante la celebrazione eucaristica la formula del Credo niceno-costantinopolitano, ma forse non ci rendiamo bene conto di quanto ci è voluto per arrivare a questa definizione della formula di fede. Come possiamo “recuperare” il senso di quanto ripetiamo? 

Ha perfettamente ragione. I credenti di oggi ripetono a memoria il testo del Credo niceno-costantinopolitano. Tuttavia molti di loro non sono forse al corrente del lungo e tormentato percorso che ha portato all’elaborazione di questo simbolo di fede e rischiano di non comprenderne adeguatamente il significato. Da più parti si è levata in questi ultimi anni la richiesta di aggiornare il linguaggio di quel Credo o di renderlo in qualche modo comprensibile a tutti i credenti. Oggi esso è solennemente recitato nelle celebrazioni eucaristiche domenicali, ma sono in pochi forse a sapere che il simbolo fissato tra Nicea e Costantinopoli non era stato nemmeno pensato per un uso liturgico. È uno dei paradossi della storia di un testo dalla tradizione plurisecolare.

Stabilito in buona parte a Nicea nel 325, ma rimaneggiato senza timore e addirittura ampiamente implementato a Costantinopoli nel 381, il simbolo di fede doveva servire come punto d’incontro tra posizioni teologiche diverse.[1] Per comprenderlo oggi criticamente, ovvero per recuperarne il “senso”, non ci sono tuttavia scorciatoie.

Al pari dei Vangeli e di ogni altro testo scritto, anche il simbolo niceno-costantinopolitano richiede di essere analizzato quasi parola per parola e di essere valutato nel suo contesto storico, attraverso gli strumenti della filologia e in considerazione dei risultati più recenti della storiografia.

Non si tratta di obiettivi da poco. Del resto, se è vero che è estremamente oneroso ristabilire la verità storica su fatti di diciassette secoli fa – sono necessari specialisti e svariati anni di lavoro –, è parecchio oneroso farla poi conoscere agli altri, specialmente quando si tratta di un vastissimo pubblico di interessati. Solo i cattolici sono oggi stimati in circa un miliardo e quattrocento milioni di persone di svariate nazionalità.

In Italia, quanti desiderano recuperare il senso del Credo niceno-costantinopolitano, e non si occupano per professione di materie storico-teologiche, possono e devono frequentare istituzioni universitarie e quindi studiose e studiosi specializzati sul cristianesimo dei primi secoli. È indispensabile anche disporre anche degli strumenti bibliografici necessari per conoscere il concilio di Nicea e lo svolgimento della crisi ariana fino almeno al 381.

§  In questo senso, qual è lo scopo del libro e di una collana che presenta un approccio diretto ai testi, in un periodo storico-culturale in cui spesso si parla per sentito dire?

Il libro a cura di Samuel Fernández e di Sara Contini – Le fonti antiche sul Concilio di Nicea (Roma 2025), apparso nella Nuova collana di testi patristici (ed. Città Nuova) – viene incontro ad alcune delle esigenze che ho appena enunciato. Al pubblico di lingua italiana è offerta per la prima volta la raccolta delle fonti più antiche sul concilio niceno del 325. Si tratta di testi indispensabili per conoscere i termini del dibattito teologico dei primi decenni del IV secolo e, dunque, per situare storicamente il Credo stabilito a Nicea.

Peraltro, il primo concilio ecumenico produsse, oltre al Credo, anche una normativa (20 canoni) per disciplinare la vita delle Chiese e diede precise disposizioni in merito alla celebrazione della Pasqua: anche su questi aspetti il volume di Fernández e Contini è un preziosissimo strumento di studio.

L’opera di Fernández e Contini presenta le fonti più antiche sull’assise di Nicea del 325 nella lingua originale e in una traduzione italiana commentata. La traduzione ha un duplice pregio: è stata un’occasione, per la curatrice, di un ulteriore confronto critico con i testi raccolti, ed è, contemporaneamente, uno strumento importantissimo per i lettori non specialisti, i quali possono più comodamente familiarizzare con le fonti trattate.

Grazie a questo volume, anche un pubblico non specialista potrà accostarsi più da vicino e sentire quasi la voce dei personaggi coinvolti in vario modo nella grande controversia teologica dibattuta intorno al 325: non solo Ario e il suo vescovo Alessandro di Alessandria, ma anche Eusebio di Cesarea, lo stesso imperatore Costantino e altri.

Chi, invece, desidera una panoramica complessiva della crisi ariana nel IV secolo, dunque fino al concilio di Costantinopoli del 381, può fare riferimento ad alcune grandi sintesi storiografiche. Una di queste, di eccezionale valore, fu prodotta in Italia cinquant’anni fa e possiede ancora oggi grandissimo valore. Mi riferisco a La crisi ariana nel IV secolo, Roma 1975, di Manlio Simonetti.

Dotato di eccezionale acume filologico e talento storiografico, Simonetti ha fatto compiere un notevolissimo salto di qualità agli studi sull’arianesimo nel IV secolo (e non solo), del quale ha ricostruito tutte le fasi in maniera accuratissima. I lettori ne apprezzeranno anche la notevole chiarezza espositiva e il talento letterario.

Per una panoramica generale delle dottrine cristiane dei primi secoli raccomando anche l’importante volume di Emanuela Prinzivalli e dello stesso Manlio Simonetti, La teologia degli antichi cristiani: secoli I-V, Brescia 2012.

Per quanto riguarda la collana Nuovi testi patristici (d’ora innanzi: NTP), questa collezione – pubblicata da una casa editrice tanto benemerita per gli studi patristici quale è Città Nuova – ha scopi molteplici.

In primo luogo, intende tenere vivo l’interesse e lo studio dei testi più importanti del cristianesimo dei primi secoli. Non si tratta di un obiettivo da poco, visto che proponiamo i testi nella lingua originale oltre che in una traduzione italiana commentata. La fioritura degli studi classici avvenuta in Italia specialmente negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso è un periodo felice ormai alle spalle.

Anche la Chiesa cattolica – il riferimento qui è alla sua sfera istituzionale – sembra avere perso interesse per la conoscenza del greco antico e del latino. Oggi molti seminaristi accedono al presbiterato senza aver avuto un’adeguata formazione sulle lingue classiche. Si tratta di un paradosso, visto che è questa la vera tradizione da coltivare e da tenere viva intorno al Vangelo, non forme asfittiche e prive di senso, ormai di epoche passate. Sulla conoscenza delle lingue classiche e sulla capacità di leggere criticamente i testi antichi si gioca molto del futuro del cristianesimo dei prossimi anni.

Il rischio è di trasmettere alla prossima generazione un messaggio depotenziato del Vangelo e un quadro senza colori della straordinaria fioritura della letteratura cristiana nella tarda antichità.

La NTP si propone dunque di offrire alcuni grandi classici di questa letteratura e, contemporaneamente, intende proporre al pubblico interessato alcune opere patristiche generalmente meno note ma non per questo meno importanti. Tra gli obiettivi della collezione si può senz’altro annoverare quello di offrire veri e propri strumenti di ricerca. Il volume di Samuel Fernández e Sara Contini è uno di questi. Il prossimo volume sarà dedicato al Liber pontificalis romano, opera fondamentale da conoscere per chi si occupa della storia della Chiesa di Roma.[2]

Inaugurata nel 2020, la NTP vanta già una serie di volumi su autori come Agostino, Evagrio Pontico, Marcello di Ancira, Pietro Siculo e Filone di Alessandria, quest’ultimo considerato da san Girolamo un cristiano honoris causa. La collezione è stata inaugurata da una nuova edizione critica dell’A Diogneto e ospita anche una perla della letteratura cristiana di contenuto escatologico, il Carme a Flavio Felice sulla resurrezione e sul giudizio.

Ho l’onore di condividere la direzione di questa collana con Emanuela Prinzivalli (emerita di Storia del cristianesimo e delle Chiese della Sapienza Università di Roma), studiosa di fama internazionale.

§  Torniamo a questioni di ordine storico. Ricostruire i dibattiti teologico-culturali del tempo di Nicea in che modo ci è utile ancora oggi?

In linea generale, ricostruire i dibattiti teologici culturali del cristianesimo antico consente di sapere come i fatti siano realmente avvenuti. In questo modo ci si sottrae a presentazioni distorte del passato, un rischio sempre presente quando, su determinati eventi storici, premono posizioni ideologiche, confessionali o comunque di parte.

Per i credenti, poi, la conoscenza (quantomeno nelle linee generali) di questi dibattiti è importante per almeno due ragioni: anzitutto, è la via per conoscere e comprendere storicamente la formula di fede niceno-costantinopolitana; in secondo luogo, è anche uno strumento concettuale, per sottrarsi a un altro rischio estremamente subdolo, quello di ipostatizzare acriticamente le formule di fede fissate nella tarda antichità (a Nicea, a Costantinopoli o in altra assise) ritenendole qualcosa di intoccabile o indiscutibile.

Quest’ultimo punto merita qualche precisazione. Come ho sopra accennato, a Costantinopoli nel 381 non si è esitato a riprendere in mano il simbolo di fede formulato a Nicea e a rimaneggiarlo, implementarlo, persino riorientarlo teologicamente ponendo Padre, Figlio e Spirito Santo sostanzialmente su un piano di parità. Ciò significa che i vescovi riuniti a Costantinopoli non consideravano intoccabile la formula di fede nicena, ma la ritenevano un punto di partenza teologico su cui poter lavorare.

La consapevolezza, manifestata dai padri riuniti a Costantinopoli, della storicità del simbolo di fede prodotto a Nicea è un ottimo antidoto contro ogni forma di assolutizzazione di considerazioni teologiche sul mistero e, più in generale, contro l’idea che il cosiddetto «magistero» della Chiesa sia immutabile, indiscutibile, sempre valido o in tutto e per tutto intoccabile.

Globalmente considerate (estendo ora il discorso anche ad altri versanti, come quello della morale o dell’organizzazione delle Chiese), le tradizioni messe sotto l’etichetta di «magistero» della Chiesa hanno in realtà conosciuto nel corso dei secoli una evoluzione e persino un allontanamento dal vangelo, anche su aspetti rilevanti. Alcune di queste tradizioni magisteriali sono addirittura in contraddizione tra loro. La constatazione di evoluzioni e contraddizioni deve essere francamente riconosciuta e detta.

I padri riuniti a Costantinopoli hanno, insomma, saputo relativizzare certe posizioni dottrinali precedenti. Mi rendo ben conto che oggi, in certi ambienti, l’idea di relativizzare anche solo una virgola di aspetti teologici-dottrinali non goda affatto di buona fama.

Tuttavia, mi pare che i sostenitori di un’idea così intransigente dimentichino alcuni fatti fondamentali. È stato anzitutto Gesù di Nazareth a relativizzare i discorsi di quanti, al suo tempo, si ritenevano esclusivi possessori della verità su Dio e sul prossimo; e lo ha fatto in modo inequivocabile, chiarendo, per esempio, che chi compie la volontà del Padre non è, o rischia di non essere, il sacerdote o il levita che scende da Gerusalemme, ma chi, agli occhi dei più, è uno scomunicato, un eretico, un emarginato dai “benpensanti” della società: un samaritano, che non conoscerebbe Dio.

Chi assolutizza dottrine teologiche o istituzioni ecclesiastiche e ne fa un motivo “magisteriale” per escludere e condannare gli altri, dimentica anche ciò che è scritto nel prologo del vangelo di Giovanni: «Dio nessuno lo ha mai visto. Solo il Figlio unigenito “ne ha fatto l’esegesi”», lo ha spiegato, lo ha fatto conoscere, mostrandone il volto di amore assoluto per il genere umano.

Per il resto, parafrasando ora la tradizione filosofica contemporanea francese, non si dovrebbe mai dimenticare che la nostra conoscenza è limitata, l’ignoranza su tante questioni rimane vasta, il mistero divino – per quelli che credono – rimane su altri aspetti imperscrutabile. Per i credenti, e dunque per la Chiesa – intendo qui ogni Chiesa, al di là di rigidi steccati confessionali –, la stella polare dovrebbe essere sempre il vangelo, non l’attaccamento a mere tradizioni e teologie costruite nel corso dei secoli.

Relativizzare: lo insegnano anche i vangeli canonizzati, che presentano nel titolo l’indicazione «secondo»: secondo Marco, secondo Matteo, secondo Luca, secondo Giovanni. Persino su Gesù gli antichi cristiani riconoscevano di non avere o poter imporre agli altri una verità assoluta su ogni punto.

In fin dei conti, anche il tentativo avvenuto a Costantinopoli nel 381 di sanare in qualche modo la crisi ariana, introducendo una precisazione («prima di tutti i secoli») che Ario avrebbe sicuramente sottoscritto, se solo ne avesse avuto la possibilità, è un’esemplare testimonianza storica del fatto che i pronunciamenti teologici non sono materia intoccabile e perciò non possono né dovrebbero essere usati come strumenti di esclusione di chi pensa altrimenti.

La Chiesa antica ha sostanzialmente dovuto tener conto della necessità di relativizzare questi aspetti, soprattutto quando la pretesa di disporre della verità assoluta su Dio mette in discussione il nucleo centrale della fede – il vangelo – e dunque quanto compiuto e insegnato da Gesù di Nazaret.

In definitiva, conoscere quanto realmente avvenuto a Nicea e Costantinopoli nel IV secolo nutre profondamente la vita dello spirito, ma è anche un vaccino potenzialmente molto efficace contro ogni teologia che si ritenga esclusiva depositaria della verità. In questo risiede una indubbia utilità della conoscenza storica di quei fatti.


[1] A Nicea si cercò di definire la figliolanza divina di Cristo dal Padre onnipotente senza ledere il dato di fede dell’unicità di Dio. Il simbolo stabilito a Nicea fu tuttavia fallimentare sul breve periodo, sicché la crisi ariana, invece di trovare soluzione, finì per deflagrare in un accesissimo dibattito dottrinale. Solo dopo parecchi decenni di aspre polemiche teologiche e ripetuti tentativi di mediazione, una nuova assise, a Costantinopoli nel 381, cercò di chiudere la controversia rimaneggiando in vario molto il credo stabilito a Nicea. Si specificò, tra l’altro, che Cristo era stato generato “prima di tutti i secoli”: affermazione interpretabile in più di un senso e perciò capace di venire incontro a sensibilità teologiche differenti. La stessa assise si pronunciò in dettaglio anche sullo Spirito Santo, di cui fu riconosciuta la divinità al pari del Padre e del Figlio, ma senza usare la parola “dio”.

[2] Ho potuto anticipare una serie di risultati sul genere letterario dell’opera in un recente lavoro: E. Castelli, «Contro i trasgressori dei “Canones apostolorum”: genere letterario e finalità del “Liber pontificalis” romano», in Cristianesimo nella storia. Ricerche storiche, esegetiche, teologiche 2/2024, pp. 443-492,

 Settimana News

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giovedì 14 agosto 2025

NUOVE SFIDE PER LA DOTTRINA SOCIALE


 Quali sono le sfide nuove

 della dottrina sociale 

della Chiesa?



A Subiaco, un incontro per definire le res novae della Dottrina Sociale della Chiesa, organizzato dalla rivista “La Società”. 

Quali le sfide del futuro? 

Dall’intelligenza artificiale ai nuovi paradigmi economici

 -di Andrea Gagliarducci

 Dalle questioni economiche a quelle dell’intelligenza artificiale, passando per le basi sociologiche, epistemologiche, analitiche, la Dottrina Sociale della Chiesa si trova a dover affrontare le sfide dei tempi nuovi. “C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa cui dobbiamo dare risposta”, ha detto Leone XIV.

Per cercare di dare risopsta a questa domanda,  la rivista La Società in collaborazione con la Rivista “Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la “Cattedra Rosmini” hanno organizzato un simposio dal 25 al 27 luglio, affrontando tutti i temi possibili in un grande spirito di dialogo.

Il vescovo Mario Toso di Faenza – Modigliana, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha sottolineato nel suo intervento che “la Dottrina Sociale fornisce chiavi interpretative che pongono in dialogo varie discipline per dare contributo alla conoscenza, alla pace, alla realizzazione del Regno di Dio.

 La dottrina sociale non è un sapere dedotto, non è imposto dall’alto, non è una dottrina elaborata. La dottrina sociale è un sapere aperto.

Si tratta, insomma, di guardare con curiosità ai nuovi temi presenti nella società, considerando anche le novità dei nostri tempi, dall’economia informale all’intelligenza artificiale.

Va soprattutto – ha detto – superata la visione secondo la quale “la Dottrina Sociale è facoltativa e non fondamentale”, smantellando “il sospetto dell’irrilevanza della Dottrina Sociale rispetto ai dogmi del capitalismo woke”.

Il professor Alberto Preziosi ha parlato del “ventennio” in cui i cattolici italiani non si sono riuniti nelle settimane sociali. In quei tempi, ha detto, “è stato snobbato il compendio, si riteneva che fosse una sintesi sistematica in fondo superata dai tempi e non considerata dialettica”.

Ma come si è evoluta la Dottrina Sociale? Preziosi spiega che al centro della Dottrina Sociale c’è “l’annuncio del Vangelo”, e ha individuato diverse fasi della dottrina sociale: da quella che parte con la Rerum Novarum agli anni Venti e Trenta del secolo scorso; dagli anni Venti e Trenta in cui il magistero sociale diventa appannaggio di una realtà più popolare, con l’idea di fare formazione sociale, alla fase che nasce sul finire della Seconda Guerra Mondiale, con una nuova forma di magistero sociale, che si scontra anche con l’evoluzione del socialismo.

Quindi, c’è la quarta fase, quella del Concilio Vaticano II, perché – racconta Preziosi – “Giovanni XXIII e Paolo VI cambiano il metodo di elaborazione della dottrina sociale. Dal metodo deduttivo ad un metodo induttivo”.

La quinta fase segue il Concilio, ed è delicata, perché “il concilio apre lo scenario nuovo, si rende conto del cambiamento di metodo”. Già durante il dibattito conciliare si contesta l’uso del termine “dottrina”, si parla di una interpretazione più libera.

Con Benedetto XVI – è la sesta fase – “si esaurisce il confronto, perché la crisi delle ideologie ha lasciato il campo in un pensiero unico”. Viene sottolineato il nuovo umanesimo, già Giovanni Paolo II, con la Laborem Exercens, la Sollicitudo Rei Socialis e la Centesimus Annus, aveva rimesso in campo il tema dell’etica sociale, per superare le ideologie presenti.

Infine, la VII frase, con Papa Francesco, che è la fase dei grandi cambiamenti sociali.

 

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lunedì 10 febbraio 2025

QUALE PRESBITERO?


 È necessaria 

una riforma 

del presbitero

 

 

-di ENZO BIANCHI

per gentile concessione dell'autore

 

 Per essere più fedeli al Vangelo e più capaci di rispondere ai bisogni della comunità cristiana.

 

Se la liturgia necessita con urgenza che si continui la riforma iniziata con il concilio Vaticano II, come abbiamo accennato nell’articolo precedente, anche il presbitero e la comunità cristiana che lui presiede richiedono una riforma. Sappiamo tutti che negli scritti del Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, è attestata una diversità di ministeri che non riusciamo sempre a identificare con precisione nel contenuto: inviati (apostoli) e inviate (apostole), evangelisti, didascali e profeti, diaconi e proesti di comunità. Tutti prestavano un servizio al Signore della chiesa prendendosi cura delle diverse necessità apostoliche. Poi purtroppo nel III secolo, come testimonia Cipriano di Cartagine, si stabilisce una gerarchia ecclesiastica nella quale la figura del vescovo acquisisce una considerevole importanza e centralità. La crisi dell’Impero romano favorisce anche il passaggio a un’autorità episcopale che sia non solo ecclesiale ma anche politica e nello stesso tempo si proiettano sulla figura clericale le immagini dell’Antico Testamento che ne fanno un sacerdote, un sacrificatore impegnato in una obbedienza stretta ed esigente alla ritualità sacrificale. E la Riforma invano cercherà di ricordare le esigenze neotestamentarie, anzi, per reagire, la chiesa cattolica rinforzerà quell’identità sacerdotale che ha determinato l’esemplarità di tanti santi presbiteri controriformisti fino al curato d’Ars.

 Presbyterotum Ordinis        

Il concilio Vaticano II ha cercato, soprattutto con Presbyterorum ordinis, di riformare la figura e il ministero del sacerdote indicato sempre più come “presbitero” in fedele obbedienza al Nuovo Testamento, ma questo testo è restato un tentativo di riforma, non approfondito e non sviluppato, come ci si sarebbe potuti attendere da un decreto conciliare. Sì, il ministero non è plasmato da un’idea platonica, ma vivendo nel tempo deve accettare di essere plasmato secondo le esigenze pastorali del momento. Non le esigenze mondane, ma quelle che emergono nella vita degli uomini e delle donne come bisogni e come legittimi desideri. Il ministero non è un’esigenza funzionale nella chiesa, ma un ordo fondamentale richiesto dal Vangelo, che prevede che il gregge del Signore sia guidato dai pastori, e che ci sia chi ha il compito di “pescare” le pecore e di radunarle andando anche a cercare quelle smarrite. Non c’è chiesa senza pastore ed è un’illusione una chiesa che si autogoverni senza riconoscere il ministero apostolico, il ministero dell’inviato del Signore.

          Ma proprio la forma dell’esercizio di questo ministero può e deve mutare per essere più fedele al Vangelo e più capace di rispondere ai bisogni della comunità cristiana. Occorre una riflessione esigente, coraggiosa, che non tema una revisione radicale e non si fermi ai ritocchi.

          Oggi il prete è sovente scontento, stanco, incapace di rinnovare le motivazioni della sua vocazione e nell’anzianità confessa la sua frustrazione, la mancanza di adesione a quel che deve compiere. Purtroppo, io, nel mio povero servizio di accompagnamento di tanti preti, ascolto la loro fatica, la loro voglia di ribellarsi al dovere di celebrare la domenica fino a cinque messe in paesini sperduti con poca gente, e celebrare con gente non convinta... Così il prete è diventato uno che “dice messa”, un funzionario di un sacro non cristiano, un mercante di stralci di dottrina che deve comunicare nell’omelia e, per molti, colui che presiede alla sepoltura dei loro morti. E taccio sulle diverse incombenze e servizi burocratici e filantropici che deve organizzare mentre questo richiede tempo e non dovrebbe dipendere da chi è prete. No, una vita di questo tipo stanca e sfibra molti preti e soprattutto preti giovani che non lo sentono come un servizio che arricchisce la loro esistenza e li fa vivere nello spazio del Vangelo, ma come uno sfruttamento. Perché non ci si chiede a partire da queste letture la causa della carenza di vocazioni presbiterali? Il problema è ancora relativamente poco presente nel Sud Italia dove il prete è un’autorità, è venerato e gode di un buon tenore di vita (diciamo la verità). Ma non si può dire lo stesso della Liguria, del Piemonte, della Toscana, dell’Umbria. Non è solo la situazione secolarizzata, ma la situazione ingrata in cui vivono i preti che allontana le vocazioni. È vero che chi sceglie il ministero accetta di abbracciare la croce, ma in una vita piena di senso, di fraternità e affetti, una vita piena!

          Io sogno di incontrare – e li incontro ora raramente! – preti umanissimi, umili come nell’incontro con un viandante, un giardiniere, un pescatore, ma persone che sappiano dire parole di speranza, destare fiducia, dire che l’affetto, l’amore è l’unica cosa che conta per tutti i cristiani che vivono la comunità. Sogno dei preti che non organizzano eventi, non trasformano gli incontri pastorali in feste folcloristiche, ma stanno tra la gente, ascoltano, fanno visite, condividono, fanno segno... cioè indicano ciò che sta oltre il visibile ma è oggetto del desiderio dei veri cristiani. Sogno dei preti che abbiano una semplice chiesa in cui radunano la gente e fanno risuonare con exousía la Parola di Dio convinti che questa ha in sé una dýnamis, una forza divina come dice l’Apostolo, e la annunciano confidando che essa operi ciò che essi stessi non sanno operare. Ed è proprio la Parola di Dio che crea comunità, costruisce comunità, edifica la parrocchia nella forma oggi possibile: dove si spezza la Parola e il pane insieme, soprattutto nel giorno del Signore!

 Quale via?

Tutto è così semplice! Che senso ha questa proliferazione e questa istituzionalizzazione di gesti che appartengono ai battezzati e vengono chiamati “umanitari”? Ma è veramente questa la via per edificare la chiesa, o questa è la via di una nuova clericalizzazione in cui un’alba bianco vestita durante l’eucaristia dà un decoro e un’identità che la fede non riesce a dare? Questa formula di una chiesa tutta ministeriale è mondana, sembra rispondere a esigenze di democrazia, ma se tutti sono ministri a chi si fa il servizio? Perché tanta enfasi proprio quando “la crisi” svuota e rende fragili molte figure? Certamente per molti cristiani si fa sempre più evidente la teologia del “resto d’Israele”, del “piccolo resto”. Tutto l’Antico Testamento, soprattutto i profeti, testimoniano che sì, c’è il popolo di Dio, ma che Dio poi si sceglie e guarda a un “resto”, un piccolo numero di fedeli che non corrisponde con il popolo. Non sono credenti privilegiati, non stanno in corsie preferenziali, non sono klerós, porzione nobile, ma realtà di piccoli, poveri che confidano solo nel Signore. Fanno parte del popolo di Dio e non si distaccano da esso ma non confidano nell’istituzione, né nel tempio, né nel sacerdozio! Attendono il Giorno del Signore, che lui venga e operi la salvezza.

          Anche nella chiesa, oggi più che mai se lo vogliamo vedere, si sta stabilendo un resto di cristiani: non si dicono più cattolici, ortodossi o protestanti, ma semplicemente “cristiani”, pur riconoscendo con gratitudine la chiesa che li ha generati a Cristo. Non è solo il grande teologo Paolo Ricca che ha lasciato come testamento questa confessione, ma altri si esprimono con le stesse parole nell’adesione a Cristo, cercando di vivere il Vangelo senza più guardare all’istituzione. Tuttavia, questo non è né fecondo, né coerente con una vita cristiana che sia sale della terra, speranza per le genti.

          Ma se non c’è riforma del presbiterato e della comunità cristiana l’unico esito sarà una diaspora, con il rischio di non essere significativi, di non fare più segno tra gli uomini e le donne del nostro tempo.

 Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 8 febbraio 2025

IL CONCILIO DI NICEA

 


Anniversario del Concilio di Nicea (325-2025)

 

In occasione dell’anniversario del primo Concilio ecumenico cristiano, tenutosi esattamente 17 secoli fa, nel 325, a Nicea, p. Giuseppe Oddone ha preparato un ampio articolo indirizzato agli insegnanti dell’AIMC e dell’UCIIM, associazioni professionali di cui è assistente ecclesiastico.

- di p. Giuseppe Oddone 

Notizie storiche

n questo anno giubilare del 2025 ricorre l’anniversario del primo Concilio ecumenico cristiano, tenutosi esattamente 17 secoli fa, nel 325, a Nicea, in Bitinia, nella parte asiatica dell’attuale Turchia, a circa 130 chilometri da Costantinopoli. Con l’avvento al potere di Costantino, l’imperatore favorevole ai cristiani, che aveva riunito nella sua persona tutto il potere politico, anche i pastori della Chiesa, che dopo il decreto di Milano del 313 avevano ottenuto libertà di culto e di visibilità, sentirono il bisogno di definire la dottrina tradizionale della Chiesa, sia per condividere la medesima fede in contesti culturali e politici diversi, sia per costruire, in un momento di grande espansione missionaria e di fermento culturale e teologico, nuove comunità che si riconoscessero come chiese sorelle nel rispetto delle legittime diversità di linguaggio e di costumi. 

Fin dalle origini il caposaldo della fede cristiana è la professione di un solo Dio in tre Persone distinte: Padre, Figlio o Logos fatto uomo, Spirito Santo. Quando si veniva battezzati, si dichiarava la fede nelle Tre Persone divine. Ma il rapporto tra il Padre e il Figlio risultava, nei dibattiti teologici del tempo, espresso ancora in modo indeterminato ed aveva dato luogo a varie interpretazioni. Un presbitero della Chiesa di Alessandria, Ario, seguendo uno schema concettuale di origine platonica, affermava non solo la dipendenza di natura del Figlio dal Padre, ma negava anche la sua divinità e la sua eternità. Per Ario il Figlio è creazione del Padre, è una specie di demiurgo, è creato dal nulla, come strumento della creazione di altri esseri. Lo si può chiamare Dio come lo chiama la Chiesa, ma lo è solo in senso morale ed improprio.

Il Concilio di Nicea

La dottrina di Ario ebbe una notevole diffusione, suscitò vivaci contrasti e dibattiti che minarono l’unità della Chiesa e la pace religiosa, creando divisioni, tanto da compromettere anche una serena convivenza civile. Fu lo stesso imperatore Costantino che sentì la necessità di convocare il Concilio di Nicea. Si era riservato il titolo di pontifex maximus, proprio degli imperatori pagani e si considerava come “il vescovo dell’esterno” della Chiesa.

Egli mise a disposizione dei convocati al Concilio il cursus publicus, l’utilizzo di quel sistema di comunicazioni e di viaggi, organizzati dallo stato.   Si riunirono a Nicea secondo la tradizione più di trecento vescovi, in maggioranza dalle Chiese d’Oriente. Dei partecipanti solo sette provenivano dalle Chiese dell’Occidente, tra cui il vescovo spagnolo Osio, molto stimato da Costantino, e due presbiteri romani, Vittore e Vincenzo, come delegati del Papa Silvestro ormai in età avanzata. 

Secondo le testimonianze di storici antichi la prima sessione del Concilio avvenne il 20 maggio del 325. I vescovi si radunarono nella grande sala del palazzo imperiale e presero posto nei loro seggi a destra e a sinistra del luogo riservato all’imperatore. Attesero in silenzio la sua venuta. Al segno convenuto tutti si alzarono: Costantino entrò nella sala vestito di porpora e tutto risplendente d’oro, “simile a un angelo celeste di Dio”, accompagnato da alcuni famigliari cristiani della sua corte. Quando giunse al suo posto gli fu portato un seggio tutto d’oro. Si sedette solo dopo aver invitato i vescovi a fare altrettanto. Il vescovo più vicino all’imperatore gli rivolse un breve discorso di saluto. Poi Costantino prese la parola e si espresse in latino, ringraziando Dio ed affermando che la pace della Chiesa era per lui la cosa più importante, più importante persino delle guerre esterne contro coloro che minacciavano i confini dell’Impero. 

 Il primo problema affrontato dai padri conciliari fu la discussione della dottrina ariana. Si sentì il bisogno di definire in termini precisi la fede tradizionale a riguardo della natura di Cristo-Figlio in relazione a quella di Dio-Padre. Il termine più discusso fu la parola “consostanziale”, della stessa sostanza del Padre (homoousios). Esso venne accettato e la dottrina ariana fu condannata. Si trattarono nel Concilio di Nicea anche altre questioni riguardanti la data della Pasqua da celebrarsi la prima domenica dopo il plenilunio di primavera; inoltre si cercò di definire l’organizzazione giuridica della Chiesa con quattro sedi patriarcali (Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria d’Egitto), e furono stabilite norme disciplinari che riguardavano la condotta dei chierici. Il 19 giugno 325, probabile data della chiusura del Concilio, venne promulgata la breve redazione finale del simbolo niceno. Tutti lo sottoscrissero ad eccezione di due vescovi.

Il simbolo niceno

 È utile conoscere il simbolo niceno nella redazione integrale, tradotta in italiano, senza le aggiunte fatte poi dal Concilio di Costantinopoli.  “Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.   Ed in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, nato dal Padre, unigenito, cioè dalla essenza del Padre, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso, si è incarnato e si è fatto uomo. Ha patito, è risuscitato il terzo giorno, è salito al cielo, e verrà a giudicare i vivi e i morti.  E nello Spirito Santo”.

 Seguiva una formula di scomunica e di condanna delle dottrine di Ario. “Coloro poi che dicono: "che vi fu un tempo in cui Egli non era; e che prima di essere generato non era; e: che è stato fatto da ciò che non era o da un'altra persona o sostanza; o: che il Figlio di Dio è creato, variabile, mutevole, costoro la Chiesa cattolica li anatematizza (condanna)”. 

L’imperatore Costantino congedò poi al termine del Concilio i vescovi con un sontuoso banchetto, con donativi per ognuno di loro e con un discorso conclusivo li esortò a vivere nella concordia e nella pace.

Nonostante il Concilio di Nicea, l’arianesimo, che aveva anche numerosi simpatizzanti nella corte imperiale e tra i vescovi dell’impero, continuò ancora per alcuni decenni; divenne oltre che una dottrina eretica una specie di partito politico, e fu considerato con simpatia da alcuni successori di Costantino, in particolare dall’imperatore Costanzo, probabilmente perché la dottrina di Ario poteva giustificare meglio la volontà di potere assoluto nell’immenso dominio romano.

 L’eresia ariana fu debellata nella Chiesa solo nel Concilio di Costantinopoli, nel 381, che riprese e perfezionò, dopo la speculazione teologica dei tre grandi Padri Cappadoci, S. Basilio Magno, S. Gregorio di Nazianzo e S. Gregorio di Nissa, il credo proposto nel Concilio di Nicea. Il simbolo niceno, rivisto ed ampliato, chiamato simbolo niceno-costantinopolitano o semplicemente credo niceno è in uso nella liturgia della Chiesa.

Importanza storica ed ecclesiale

Il Concilio di Nicea fu sempre considerato dai cristiani come un evento fondamentale e avvolto, soprattutto nelle chiese orientali, da una venerazione religiosa. Esso rimane anche oggi uno stimolo all’unità della Chiesa. Continua infatti ad accomunare i cristiani di tutte le Chiese: i cattolici, gli ortodossi, i luterani, i calvinisti, gli anglicani, gli evangelici, i pentecostali.

 È significativo che il simbolo niceno cominci con la parola “Crediamo” al plurale per evidenziare tra varie Chiese un’appartenenza comune. Il credo niceno nella sua formulazione originale è normalmente utilizzato nelle assemblee generali del Concilio ecumenico delle Chiese.

Ricordare oggi il Concilio di Nicea comporta inoltre, oltre all’impegno per l’ecumenismo e per l’unità della Chiesa, l’approfondimento e il rinnovamento della fede in Gesù Cristo, nel mistero trinitario, nella celebrazione dell’Eucaristia. “Il Verbo si fece carne e dimorò tra noi…. Dio nessuno lo ha mai visto. L’Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato” (Gv 1, 14.18). Gesù Cristo è pertanto vero uomo, e vero Dio, non in senso derivato, ma Dio vero da Dio vero, coeterno col Padre, generato prima di tutti i tempi, non creato: è una Persona trinitaria che possiede in modo perfetto la natura divina e la natura umana. Proclamando la divinità di Cristo e il mistero dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Gesù, il Concilio di Nicea ha precisato e riaffermato anche il monoteismo trinitario, l’unico Dio in tre persone eguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo, mistero dalla Chiesa sempre professato nell’amministrare il sacramento del battesimo. 

Se non si accetta la divinità di Cristo, svanisce anche il mistero trinitario e si snatura tutto il cristianesimo. Il Padre possiede l’unica natura divina come colui che dona tutto, il Figlio possiede l’unica natura divina come colui che tutto riceve, lo Spirito possiede l’unica natura divina come vincolo d’ amore tra il Padre ed il Figlio. Tre Persone (si è persona quando si è in relazione con un tu) sussistenti in un’unica natura o sostanza, posseduta da ciascuna persona divina con una relazione diversa. Il cristianesimo professa quindi l’unità di Dio, che non è unità numerica, ma di natura, di sostanza, perché Dio è comunione, Dio è amore. Egli è venuto a noi nel tempo con il mistero del suo Figlio che si fa uomo, muore e risorge per noi per comunicarci la sua stessa vita divina, rendendoci suoi figli: una realtà d’amore che avvolge anche tutta la nostra esistenza terrena.

 Testimonianze poetiche e mistiche

Il mistero trinitario ha affascinato anche tanti poeti, antichi e moderni. Il nostro poeta Dante, poeta della fede cristiana tanto da desiderare di ricevere la corona poetica sul fonte del suo battesimo, prova un brivido nella sua intelligenza prima e poi nel suo cuore contemplando il mistero di Dio uno e trino e il mistero dell’incarnazione di Cristo, termine ultimo del suo e del nostro cammino spirituale.

“O luce etterna che sola in te sidi, Sola t’intendi, e da te intelletta E intendente te ami e arridi. (Par. XXXIII, 124-126)” Ossia: Dio è Uno (luce che sola sussisti in te stessa) sola ti intendi (Padre) e da te compresa, e comprendente te (Figlio), ami e riempi di gioia (Spirito Santo): in sintesi ciascuna delle tre persone divine è soggetto ed oggetto di intelligenza e di amore.  Per intercessione di Maria, Dante ha potuto prima fissare lo sguardo dentro questa luce eterna, ha intuito il mistero della unità di Dio, vi ha visto legato con amore nel suo profondo tutto ciò che per l’universo si squaderna, ossia tutta la vicenda umana e tutta la sua storia personale e ha provato per questo una gioia indescrivibile.   Poi nella profonda e chiara essenza divina vede tre cerchi di colori diversi ma con la stessa superficie, il secondo riflesso dal primo e il terzo come un fuoco prodotto egualmente dall’uno e dall’altro. Ed aggiunge: Oh come è inadeguato il nostro linguaggio davanti a tanto mistero!

Infine, nel cerchio riflesso del Figlio, proprio dentro di esso, del colore stesso divino, gli appaiono le sembianze di un uomo, di Cristo, e gli occhi del poeta si fissano completamente su di lui: si sforza di capire come la natura umana possa unirsi e collocarsi nel secondo cerchio della natura divina. La sua intelligenza non è capace di tanto: ma una folgorazione di grazia, dell’“amor che muove il sole e l’altre stelle”, soddisfa il suo desiderio, placa la sua volontà con senso di serenità e di pace, mette in movimento la sua vita, che ora si volge senza aver più sobbalzi o strappi, come una ruota che gira con un moto circolare uniforme. San Giovanni della Croce intitola una sua poesia sul mistero trinitario “La fonte”.

La Trinità è una sorgente di vita che scorre e zampilla anche se fonda è la notte della fede. Io so bene – dice il poeta - dove essa ha in suo nascondiglio. Questa fonte non ha origine, anzi ha dato origine a tutte le cose; in essa non si trova fondo e nessuno può guadarla; la sua luce non si oscura mai e ogni luce è uscita da lei. Non esiste realtà più bella e cielo e terra bevono della sua bellezza. La corrente (il Figlio) che fluisce da tale fonte è altrettanto vasta e onnipotente; la corrente (lo Spirito) che procede dalle prime due (dal Padre e dal Figlio) non è preceduta da nessuna delle altre due, è coeterna con loro. Questa eterna fontana è nascosta nel pane vivo dell’Eucaristia per donarci la vita. La vivente fonte trinitaria, che io desidero - dice San Giovanni della Croce - io la vedo in questo mistero! Siamo chiamati a dissetarci di quest’acqua viva, del mistero trinitario, celebrando l’Eucaristia nella notte della fede. Il mistero dell’incarnazione, inseparabile dal mistero trinitario, è particolarmente presente in tutta la spiritualità cristiana e in ogni esperienza mistica. Ognuno di noi, durante il suo pellegrinaggio terreno, nella propria interiorità può sperimentare in modo unico e personale di vivere fra le braccia e nella mente di Dio Padre, nel cuore e col cuore di Cristo, avvolto e permeato dallo Spirito. Sentire la presenza trinitaria è una realtà che trasforma profondamente la vita quotidiana. È in sintesi quanto viene proclamato al termine di ogni preghiera eucaristica: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria! Amen”. 

CEI - Educazione

venerdì 3 marzo 2023

TU CE LA FARAI !

La Chiesa nel mondo di oggi”,
 una riflessione sul Vaticano II 
che guarda all'Anno Santo

- Monsignor Cesare Pagazzi, segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, è l’autore di uno dei 34 libretti della collana “I quaderni del Concilio" pensati in preparazione al Giubileo 2025

- di Eugenio Bonanata – Città del Vaticano

 

Ruota attorno alla Gaudium et spes la riflessione che il segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, sezione per l'educazione, monsignor Cesare Pagazzi, ha scritto nell’ambito della collana ‘Quaderni del Concilio’ voluta dal Dicastero per l’evangelizzazione come sussidio in preparazione del Giubileo 2025. “Un tema caldo”, afferma il presule in una intervista a Telepace, riflettendo sul percorso del libretto numero 25 intitolato “La Chiesa nel mondo di oggi”. Sono pagine ispirate dalla suddetta Costituzione conciliare la quale, appunto, si sofferma sulla presenza e sullo stile della Chiesa nella dimensione contemporanea. “Un tema – precisa – che potrebbe essere ben espresso nel momento più intimo e più importante della vita della Chiesa che è la celebrazione dell’Eucarestia”. Proprio in questo momento, che rappresenta il culmine della celebrazione, si racchiude il compito dei cristiani e della Chiesa che consiste nel “testimoniare e ricordare la presenza amorevole e misericordiosa di Dio dappertutto”.

Dio consola come una madre

Si tratta di un mandato esclusivo per i cristiani: infatti spetta soltanto a loro che lo ripetono durante la liturgia celebrata in un luogo fisico ben determinato come la Chiesa. Tuttavia, questa professione di fede ha un carattere inclusivo. “Infatti noi ripetiamo: ‘tutta la terra è piena della tua gloria’”, osserva il presule ricordando che l’indicazione pratica per i lettori di questo quadernetto è proprio quella di assumere nella loro quotidianità lo stile e il comportamento inclusivo di Gesù.

Una verità che diventa ancora più densa nel quadro del Giubileo 2025 che Papa Francesco ha voluto dedicare alla speranza. Una questione che occupa un posto centrale nella Gaudium et spes, dove - indica monsignor Pagazzi - “si parla anche dei dolori e delle angosce”. Possiamo dire, prosegue, “che qui ritroviamo la visione cattolica dell’affettività, che guarda al tutto, al completo e all’intero”. In altri termini anche la tristezza ha un valore evangelico. E per capirlo, sulla scia del capitolo 66 del Libro del profeta Isaia, è opportuno richiamare il ruolo della mamma che consola e allatta il bambino, ma che nello stesso tempo lo distacca provocandogli inevitabilmente del dolore. Solo così il bambino imparerà a giocare. E vale lo stesso nel rapporto con Dio, secondo monsignor Pagazzi. “Dio - dice - ci consola quando ci tiene vicino, ma ci consola anche quando si distacca perché nutre la speranza che possiamo cavarcela”.

La speranza più dei fallimenti

“Dove tutti vedono i fallimenti - afferma il sacerdote - i genitori sono i custodi del ‘tu puoi’ e quindi della speranza”. La scena è quella piuttosto buffa delle mamme e dei papà che cercano inutilmente di parlare con i neonati. “Sono certi che prima o poi impareranno a rispondere”, spiega illustrando il parallelismo con il Giubileo 2025. “Si tratta di contemplare per un anno Dio che nonostante tutto mi dice ‘tu puoi’. Usando una metafora calcistica è come se dovessimo tirare un rigore decisivo, con il tifo che ci dice: ‘Tu ce la farai!’”.

 Vatican News

 

 

mercoledì 23 marzo 2016

Papa Francesco: LA PAROLA AL CENTRO



LA PAROLA AL CENTRO

di don Giulio Cirignano *

     E’ iniziato da poco il quarto anno di pontificato di Papa Francesco. Grandi prospettive si sono aperte davanti al cammino ecclesiale. Lode al Signore per la premura che ha mostrato verso il suo popolo con questa scelta.

        Nondimeno, via via che i mesi passano si fa sempre più chiara la distanza tra quanto Papa Beroglio propone e la reale condizione della vita ecclesiale. Tra quello che ha già scritto e detto e quello che riesce a trasformare.  Nel suo modo di pensare è avanti almeno di tre secoli rispetto al comune modo di sentire. Ciò non può non creargli seria preoccupazione. Forse può essere utile sforzarsi di comprendere questo divario, individuarne le cause, cercarne i rimedi.

       Per venire a capo di questa intricata matassa è necessario partire da un dato sicuro: il Concilio ecumenico Vaticano Secondo. E’ un evento che non è dipeso dalla fantasia di quanti si ostinano a richiamarne la memoria. E’ avvenuto. Quanti lo hanno vissuto con intenso amore ne portano nell’animo un ricordo entusiasmante. Ma il Concilio è un fatto che si impone alla coscienza di ogni credente, piaccia o non piaccia. Sta lì, a ricordarci la svolta luminosa che lo Spirito ha suggerito alla sua Chiesa.

      Di quell’evento, fra le molte cose che potrebbero essere messe in evidenza, una in particolare brilla  nel cielo del cammino ecclesiale. E’ la collocazione della Parola al centro della vita spirituale, della liturgia, della teologia, della vita. La straordinarietà del fatto dovrebbe essere evidente

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venerdì 11 dicembre 2015

don Giulio: LETTERA A PAPA FRANCESCO


Carissimo Padre Francesco,


ho pensato di scriverle perché ho  domande  da sottoporre alla sua attenzione.  Domande semplici, forse infantili, ma non prive di una qualche utilità. Immagino facilmente quanto numerosi e grandi sono i problemi che ogni giorno deve affrontare. Per questo  devo chiarire  le ragioni del mio ingenuo coraggio.
               Da quando lei è comparso alla guida della Chiesa un nuovo entusiasmo ha preso possesso del mio essere prete. Non sono più giovane e conservo nel cuore, con forte e motivata gratitudine, il ricordo del Concilio.
Ho atteso, poi, per diversi anni che  spuntasse l’alba. Gli oltre quaranta anni vissuti  a Roma in veste di Assistente Nazionale di una importante associazione cattolica non mi hanno fatto mancare motivi di gioia ecclesiale. Tante preziose iniziative sono state attuate. Ma c’era qualcosa che non girava per il verso giusto.  II gran parlare che si faceva del Concilio mi pareva non si traducesse in convinta accoglienza delle sue importanti consegne. Ho avuto la sensazione che, soprattutto nella Chiesa Italiana, molti dei percorsi che nel Concilio avevano avuto inizio non riuscissero a trovare adeguata continuazione E’ opportuno spiegarsi.
Penso, in primo luogo, a quella specie di  magnifica autostrada per giungere sicuri al cuore della esperienza cristiana  che aveva trovato espressione nella “Dei Verbum”. Venivamo da un lungo digiuno a motivo delle polemiche con la Riforma. Il Concilio aveva rimesso al centro della liturgia, della  teologia e della vita la Parola di Dio. Fu l’evento più entusiasmante. Dobbiamo riconoscere che qualche frammento di salutare cammino, in proposito, è stato prodotto, ma  troppo poco. Ancora, per gran parte del popolo di Dio lo sguardo alla Bibbia è segnato da pesanti connotazioni di fondamentalismo. Alto è il tasso di estraneità alla Parola di Dio.
Penso, poi, alla configurazione interna della comunità cristiana quale popolo di Dio.... 


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