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venerdì 9 ottobre 2026

LA FILOSOFIA DEL TRUMPISMO

 

PENSO 

DI POTER FARE 

QUELLO 

CHE VOGLIO



di  Giuseppe Savagnone 

Il richiamo ai valori perduti dall’Europa

Si sottovaluta solitamente la portata culturale, oserei dire “filosofica”, del trumpismo. Lo si riduce al personaggio umano che lo rappresenta, con il suo narcisismo, le sue buffonate, le sue contraddizioni. A ricordarci che dietro questo c’è molto di più sono stati i suoi due uomini di fiducia, il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio – non a caso i più probabili candidati a succedergli, nelle prossime elezioni presidenziali – i quali, in due importanti discorsi, hanno delineato una prospettiva ideale destinata a sopravvivere all’attuale inquilino della Casa Bianca e a influire in modo decisivo sul futuro degli Stati Uniti e dell’intero Occidente.

Nel discorso tenuto a Monaco nel febbraio del 2025 Vance aveva detto: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. Il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Dove, si noti, il problema è posto in termini culturali ed etici – «i valori» – prima che politici o economici. Vance denunziava una decadenza dell’Europa che nasceva dal tradimento di questi valori, in passato «condivisi con gli Stati Uniti d’America». In realtà le sue critiche, allora, si sono appuntate sul tema della libertà di pensiero – probabilmente in rapporto al “cordone sanitario” che allora emarginava l’estrema destra tedesca – e su quello dell’eccessiva apertura ai flussi migratori. Entrambi sono problemi sui quali – forse anche per effetto del suo discorso – l’Europa si è, da allora, molto avvicinata alla linea additata dal vicepresidente americano.

In Germania Alternative für Deutschland non è più isolata, anzi ormai occupa anche ruoli istituzionali, e in paesi come la Francia, la Spagna e il Regno Unito i partiti di destra sono considerati favoriti alle prossime elezioni. Anche per le politiche migratorie oggi Vance potrebbe solo rallegrarsi nel vedere che l’accoglienza dei migranti, da lui denunciata come fattore decisivo dell’eclisse dell’Europa, è ormai un ricordo. Assistiamo oggi a una gara dei governi europei, con l’eccezione della Spagna, a imitare e potenziare il modello Albania, proposto dall’Italia di Meloni.

Ci sarebbe da chiedersi se questi cambiamenti stiano aprendo davvero alla prospettiva di un futuro in cui l’Europa torni a essere “grande”. Soprattutto, è strano che questo adeguamento ai «valori» proposti dagli Stati Uniti non sia avvenuto sulla base di una seria riflessione e di un dibattito a livello comunitario. È forse questa mancanza di pensiero a rivelare il vuoto in cui i Paesi europei e l’intera UE si trovano oggi a navigare, in balìa di un potente alleato, gli Stati Uniti, che li sovrasta non solo e non tanto perché più forte economicamente e militarmente, ma perché persegue un disegno che si ispira a una precisa visione.

Un fuoco che va riacceso

Una visione messa in luce pochi giorni fa, il 7 ottobre scorso, quando il segretario di Stato Marco Rubio, in un discorso tenuto ad Atene, ha parlato – come Vance a Monaco – dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, ponendosi anche lui sul piano dei valori, ma dando al tema una profondità di prospettiva storica e una carica ideale che mancavano nella dura reprimenda di Vance.

A sollecitare questo cambiamento è stato anche il contesto. Rubio ha fatto il suo intervento sullo sfondo dell’Acropoli, in una terra che ha visto la nascita della nostra civiltà.  E il Dipartimento di Stato aveva anticipato che egli avrebbe parlato della necessità di un «grande rinnovamento dello spirito occidentale», facendo risalire l’eredità che accomuna Europa e Stati Uniti a un percorso che parte da Atene e Roma, attraversa la cristianità e arriva alla fondazione della Repubblica americana.

«Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e ravvivare il fuoco che era qui migliaia di anni fa», ha detto il segretario di Stato americano. E ha parlato di una fase decisiva per l’Occidente, evidenziando che «oggi ci troviamo a un bivio perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. Il percorso che sceglieremo determinerà se l’Occidente manterrà il suo posto alla guida del mondo o se si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire ora oppure perderemo del tutto la possibilità di scegliere».

Ciò implica, però, secondo Rubio, una radicale conversione dalla cultura distorta – il riferimento era chiaramente a quella woke – che è alla radice della crisi attuale: «Siamo arrivati al punto di vergognarci delle cose che ci rendevano unici. Il nostro benessere è diventato fonte di senso di colpa».

Così, sottolinea Rubio, anche la difesa dei propri interessi nazionali sarebbe diventata un tabù. «Nazionalismo è diventata una parolaccia. Così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, condannato la nostra stessa storia e, in troppi luoghi, insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei Paesi che avrebbero ereditato».

Anche nell’analisi del segretario, come in quella di Vance, un fattore cruciale nella nascita di questa crisi profonda è la questione migratoria, questa volta però coniugata con quella del riarmo: «Nel frattempo abbiamo aperto i nostri confini (…) e permesso che le nostre forze armate si indebolissero e decadessero». Non è mancato un riferimento alle forze ostili che ci minacciano: «E mentre la fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre più assertivi, costruendo al posto nostro la propria ricchezza e il proprio potere».

Le radici greche dell’Occidente alla base del sovranismo

Ben altri erano, secondo Rubio, i valori che caratterizzavano la nostra civiltà alle sue origini. «Qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente: un’individualità fiera e una determinazione incrollabile; l’audacia nell’esplorare e nell’inventare; il desiderio di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria (…). L’impazienza di fronte all’idea dell’impossibile, l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite, la tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto».

«E in America,» ha continuato Rubio, «quella stessa tradizione si riscoprì nuovamente. Una terra aperta e selvaggia divenne il luogo di una grande rinascita dell’immaginazione e dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana». 

Questo spirito, ha precisato, ha una precisa ricaduta nella politica. «Oggi è diventato di moda pensare che una politica estera illuminata significhi anteporre la comunità globale al proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di sbagliato nella fedeltà alla propria nazione, né nel combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa».

È un chiaro riferimento alla filosofia dell’«America First». E l’oratore lo ha esplicitato sottolineando che, «con Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo di perseguire senza vergogna la potenza nazionale».

Ciò, secondo Rubio, non è a detrimento degli interessi degli altri Stati. «Non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti». Un esempio recentissimo di questo è stato, secondo lui, il «nuovo accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia»: «tutti e tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori (…). Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme».

Il segretario di Stato americano ha anche affermato di vedere già dei chiari indizi che l’Europa procede in questa direzione: «Stiamo assistendo a quelli che speriamo siano gli inizi di un cambiamento generazionale», tra cui, ha detto, «una crescita vertiginosa della spesa per la difesa».

Quali valori?

Un discorso di ampio respiro, che si presta, però, ad alcune considerazioni critiche. Rubio (che pure personalmente, come Vance, è cattolico) nella sua ricostruzione della tradizione occidentale parla molto della visione greca e poco di quella cristiana, che secondo lui è stata in perfetta continuità con la prima. In realtà la mancata sottolineatura della differenza tra le due prospettive fa sì che egli presenti come «spirito occidentale» una visione che, anche per la forte contaminazione con l’individualismo liberale e la logica del capitalismo, ricorda più Nietzsche che il Vangelo. Una visione basata sull’affermazione della propria eccellenza e sul superamento di tutti i limiti, ma senza alcun riferimento alla fraternità, al rispetto dei diritti degli altri e alla cura dei più deboli.

Così come, a livello politico, non rientra certo nella visione cristiana – almeno non in quella cattolica – l’idea di essere fedeli alla propria nazione al punto di «combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa». Il bene della comunità umana viene prima di quello dei singoli Stati. E scegliere «di perseguire senza vergogna la potenza nazionale» come valore fondamentale nega le conquiste che proprio l’Occidente ha saputo fare, attraverso un’evoluzione secolare, per sostituire la legge del più forte con quella della giustizia, elaborando un diritto internazionale a cui gli interessi delle singole nazioni devono adeguarsi.

Non si tratta solo di un problema teorico. La prassi della seconda presidenza trumpiana rispecchia perfettamente «l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite» di cui parla Rubio. Trump stesso ha espressamente dichiarato, nella famosa intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vedesse limiti ai suoi «poteri globali»: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E così si è comportato in politica interna, con una deportazione spietata degli immigrati, condotta con estrema violenza e con esibizioni pubbliche, senza alcun rispetto della loro umanità.

Così si è comportato in politica estera, schiacciando il Canada per costringerlo a rinunziare alla sua sovranità; imponendo dazi arbitrari ed esorbitanti perfino ai Paesi amici; costringendo i governi alleati a un riarmo forzato; appoggiando incondizionatamente il massacro del popolo di Gaza (con l’ironica proposta di trasformare la loro terra devastata in un resort di lusso); rapendo illegalmente il dittatore Maduro (e non per instaurare la democrazia in Venezuela, ma per impadronirsi del suo petrolio); strangolando Cuba («Penso di poterci fare tutto quello che voglio»); aggredendo l’Iran contro ogni regola di diritto.

Che poi questo sia compatibile, come Rubio sostiene, con la crescita degli altri Paesi, può darsi, ma nel ruolo di satelliti rigorosamente subordinati, come i fatti dimostrano. «America First» può forse significare prosperità anche per loro, ma a prezzo della loro dignità. Lo stesso esempio dell’accordo sulla Groenlandia lo conferma: Rubio afferma trionfante che hanno vinto tutti, ma non dice che questo accordo arriva al termine di una storia di minacce e di ricatti che già di per sé hanno costituito un’umiliazione per un piccolo Paese alleato come la Danimarca e per il popolo groenlandese.

Questa è la «nuova frontiera» in cui l’Occidente, posto al bivio, è chiamato secondo Rubio a credere e sui cui valori deve puntare. Si dirà che dall’altra parte ci sono gli Ayatollah, Hamas, i dittatori sudamericani, la Cina. Questo non rende i “valori” dell’attuale amministrazione statunitense una prospettiva accettabile. La filosofia del trumpismo non è la salvezza dell’Occidente, ma il punto estremo della sua eclisse. E alla cortese e colta offerta di Rubio, la sola risposta possibile, per chi ha il senso dei valori umani autentici, è: «No, grazie»

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sabato 26 settembre 2026

LA LEGGE DI TRUMP

 


Il diritto

 internazionale 

e la legge 

di Trump


-         di Giuseppe Savagnone

-          

Alle origini dimenticate di una storia

Nel suo discorso all’ONU Donald Trump ha menzionato Cuba: «Cuba», ha detto, «è uno Stato fallito e cadrà».  Dopo il Venezuela, è il secondo caso di una dittatura “di sinistra” presa di mira dal presidente americano, con la giustificazione – contenuta in una dichiarazione del 29 gennaio 2026 – che Cuba costituisce una minaccia «inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense.

Da parte sua, l’opinione pubblica occidentale non sembra affatto preoccuparsi di questa situazione, anche perché nell’immaginario collettivo al nome dell’Isola si collega solo la vaga immagine di un regime dittatoriale vetero-marxista.

E in effetti, anche dopo l’uscita di scena di Fidel Castro, avvenuta già nel 2006, per motivi di salute, e quella del fratello Raúl, che ne aveva preso il posto, non sembra che l’ascesa al potere di Miguel Díaz-Canel, presidente dall’aprile 2018, abbia molto cambiato la situazione.

Pochi ricordano come sia nato il regime castrista. La storia comincia con la caduta e la fuga, il 1 gennaio 1959, del corrotto dittatore Fulgencio Batista. Strettamente collegato alla mafia statunitense, Batista governava, prima di fatto, poi anche di diritto, dal 1933 con l’appoggio degli Stati Uniti. Sconfitto alle elezioni del 1942, era tornato al potere nel 1952 con un colpo di Stato, calpestando ogni libertà e ogni diritto. La stima delle persone da lui fatte assassinare è di 20.000, su una popolazione di 11 milioni e mezzo di abitanti. Solo dopo una lotta durata tre anni, con alterne vicende, il giovane avvocato Fidel Castro, messosi a capo di un gruppo di guerriglieri, riuscì a sconfiggere l’esercito regolare, anche grazie a un massiccio appoggio popolare.

Appoggio accresciuto da una riforma agraria che sottrasse ai latifondisti cubani il controllo della terra e la redistribuì ai contadini. Il nuovo corso, però, colpì anche cittadini e compagnie statunitensi, i cui interessi erano fortemente tutelati sotto Batista, e già nell’ottobre del 1959 il presidente repubblicano Dwight Eisenhower approvò un piano della CIA che prevedeva il supporto agli oppositori interni del nuovo governo e includeva raid degli esuli contro l’Isola a partire dal territorio statunitense.

Furono molti a dover fuggire, sentendosi minacciati, non solo economicamente, ma anche fisicamente, da un governo rivoluzionario che, nella sua ansia di ristabilire la giustizia, non si curava di rispettare il diritto e colpiva senza esitazione chiunque si opponesse al suo progetto. Mentre operai e contadini sostenevano la rivoluzione, l’opposizione veniva soprattutto dalla classe media e migliaia di medici, ingegneri e altri professionisti emigrarono in Florida, creando una vera e propria colonia in esilio a Miami.

Castro, sia per la sua impostazione ideologica, sempre più esplicitamente ispirata al marxismo, sia per reazione alla chiara presa di posizione degli Stati Uniti, si avvicinò alla Russia. Nel febbraio 1960 il vicepresidente sovietico Anastas Mikojan arrivò all’Avana e dichiarò che l’Unione Sovietica sarebbe stata disposta ad aiutare il regime di Castro. Poco dopo, le compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e la britannica Shell furono nazionalizzate dal governo cubano.

  In risposta, il 6 luglio 1960 il Congresso degli Stati Uniti votò una sanzione economica contro Cuba – la prima di una lunga serie – autorizzando il presidente a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero dall’Isola. Il 7 luglio il Parlamento cubano, a sua volta, emanò una legge di nazionalizzazione di tutte le società statunitensi.

Con l’appoggio del nuovo presidente democratico degli Stati Uniti John Kennedy, gli esuli cubani, il 17 aprile 1961, tentarono di invadere l’Isola, sbarcando nella Baia dei Porci.  L’operazione si risolse in un clamoroso fallimento: circa 1.200 controrivoluzionari furono arrestati, imprigionati e processati. Solo venti mesi dopo, il 23 dicembre 1962, furono rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari di alimenti per bambini e farina.

Fallita la via militare, Kennedy, il 7 febbraio 1962, con il “Proclama 3447” ampliò le restrizioni commerciali del 1960 vietando ogni tipo di scambio.

Dalla “crisi di Cuba” del 1962 ai nostri giorni

Sentendosi minacciata dalla vicina superpotenza, la nuova “Repubblica socialista” di Cuba chiese all’Unione Sovietica di installare batterie di missili nucleari sul proprio territorio. Il pericolo era gravissimo per gli Stati Uniti e le navi russe che, alla fine dell’ottobre 1962, portavano le nuove armi si trovarono di fronte a un blocco navale americano. Si fu sull’orlo dello scoppio della terza guerra mondiale. Fu trovata, però, una via d’uscita: Krusciov rinunziò ai missili cubani, in cambio di un’analoga mossa americana in Turchia.

Ma ormai tra l’Avana e Washington era rottura totale. Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba. Nel corso del 1963 non solo venne proibita l’importazione di prodotti cubani, ma fu interdetto il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti dell’Isola.

Intanto Fidel Castro aveva ormai consolidato all’interno un governo dittatoriale, pur mantenendo un grande sostegno popolare e, in politica estera, si era fatto promotore dell’esportazione della rivoluzione socialista in tutti i Paesi dell’America Latina e del Terzo Mondo. In questo contesto si situa anche l’avventura e la tragica fine del suo compagno più famoso, Che Guevara.

Ma dopo il 1989, con la crisi del blocco comunista, Cuba è rimasta sempre più isolata e le conseguenze del blocco economico si sono fatte sentire ancor più di prima sulla popolazione. L’economia cubana in quella fase è decresciuta del 40%, con gravi carenze alimentari, malnutrizione diffusa e mancanza di beni di base. Le sanzioni statunitensi hanno avuto un peso decisivo. Ad aggravarle, nel 1992 il Congresso americano ha approvato una legge secondo cui le navi che attraccavano in porti cubani non potevano entrare in porti statunitensi per sei mesi successivi.

Questa situazione si è prolungata fino ai giorni nostri. Il regime ha resistito, ma a costo di trovarsi sempre più alle prese con un crescente malcontento popolare per le difficilissime condizioni di vita. Da qui un crescente dissenso, a cui ha risposto con una dura repressione. Il 5 giugno 2020 la Commissione interamericana dei diritti umani ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei diritti umani a Cuba in cui denunziava l’alto rischio che affronta l’opposizione, la mancanza di libere elezioni, la forte riduzione della libertà d’espressione. La Commissione esprimeva inoltre «la sua preoccupazione per l’elevato numero di testimonianze e informazioni pubbliche che denunciano le detenzioni arbitrarie contro attivisti e oppositori come una pratica sistematica sull’Isola».

Ma intanto alla Casa bianca arrivava Donald Trump. Già durante il suo primo mandato (2017-2021), il tycoon ha imposto oltre 240 sanzioni aggiuntive a Cuba, mantenute poi dall’amministrazione Biden, invertendo il timido disgelo avviato da Barack Obama.  La conseguenza è stata che, tra il 2021 e il 2024, oltre un milione di cittadini ha abbandonato l’Isola, per dirigersi prevalentemente verso gli Stati Uniti.

Davanti a questa crisi umanitaria, il 23 giugno 2021 l’Assemblea dell’ONU ha ratificato, a larghissima maggioranza – 184 voti a favore della fine dell’embargo, 3 astensioni (Colombia, Ucraina ed Emirati Arabi Uniti) e 2 soli voti contrari: USA e Israele – che l’embargo economico che gli Stati Uniti d’America stavano portando avanti contro Cuba era illegale e che doveva cessare.

La stretta di Trump

In realtà, nel suo secondo mandato, incurante di questa richiesta, Trump ha dato un’ulteriore svolta alla politica di strangolamento economico seguita dai suoi predecessori, spinto anche dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, la cui famiglia era fuggita da Cuba a Miami dopo l’avvento di Castro.

In un articolo del 17 settembre scorso il «New York Times» riferisce che, con l’inasprimento delle sanzioni voluto dal presidente americano, «i cubani vivono la peggiore crisi umanitaria dell’isola dalla rivoluzione del 1959 (…). A gennaio l’amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, poi, a maggio, ha intensificato la pressione annunciando che le aziende straniere che collaboravano con determinate entità statali cubane rischiavano il congelamento dei beni e l’esclusione dalle attività commerciali con aziende e banche statunitensi (…). Questo sviluppo aggiunge un ulteriore livello di sofferenza ai cubani, già alle prese con blackout quotidiani, carenza di carburante e cibo e un sistema sanitario al collasso».

L’articolo riferisce tra l’altro che 100.000 pazienti, di cui 12.000 bambini, sono in attesa di essere operati a causa delle carenze di energia e di materiale sanitario.

Il presidente americano non ha nascosto le sue intenzioni. «Credo proprio che avrò l’onore di conquistare Cuba. Sarebbe fantastico. Un grande onore», ha detto durante una conferenza stampa a Washington il 17 marzo 2026. «Posso liberarla o prenderla, penso di poterci fare tutto quello che voglio», ha aggiunto, «è una nazione molto indebolita». È in questo contesto che vanno lette le parole del suo discorso all’Assemblea dell’ONU.

D’altronde la «conquista» di Cuba sarebbe il proseguimento logico di quella del Venezuela, stretto alleato del regime cubano, realizzata nei primi di gennaio di quest’anno con la cattura del presidente Maduro e il sostegno al regime della sua vice-presidente, Delcy Rodríguez, in cambio di un accordo sul petrolio venezuelano che ne consegna il controllo alle compagnie petrolifere statunitensi.

E il diritto internazionale?

Contestualizzare l’attuale crisi dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti consente da un lato di leggerla come lo sbocco finale di una storia che dura da quasi settant’anni, dall’altro di coglierne alcune peculiarità. Sia sull’uno che sull’altro versante sono inevitabili alcune considerazioni riguardanti il ruolo che in questa vicenda ha avuto e ha il diritto internazionale.

La prima, che coinvolge tutta la politica degli Stati Uniti verso Cuba fin dall’inizio, riguarda la legittimità di sanzioni economiche che colpiscono non forniture militari, non i responsabili politici di scelte antidemocratiche, ma proprio quella popolazione civile che si dice di voler proteggere e che le convenzioni internazionali vietano di colpire.

Si risponde che in questo modo si vuol far cadere il regime. Ma questa è la logica dei terroristi che, per colpire un governo odiato a causa dei suoi veri o presunti crimini, non esitano a colpire degli innocenti. A Cuba molte donne e molti bambini hanno sofferto in questi anni e soffrono oggi più che mai a causa di una guerra nella quale sono trattati come “scudi umani” sacrificabili. La deliberazione dell’ONU del 2021 ha chiaramente condannato questa logica assolutamente contraria al diritto internazionale.

La seconda considerazione riguarda direttamente lo stile di Trump, che del diritto internazionale sembra proprio indicare la definitiva liquidazione. Dalla gratuita minaccia di invadere la Groenlandia, alle non meno gratuite pretese di annessione del Canada; dall’atteggiamento conciliante nei confronti della guerra imperialista di Putin, allo scatenamento dell’immotivata guerra dei dazi contro governi amici; dal sostegno incondizionato alla pulizia etnica di Israele a Gaza e in Cisgiordania, all’aggressione all’Iran;  dalla creazione del “board of peace” – ente voluto dal presidente, con ingresso a pagamento, che dovrebbe sostituire o almeno controllare l’ONU –, all’azione appena ricordata contro il Venezuela, Trump ha dimostrato una perfetta coerenza con quanto  dichiarato nella famosa intervista al «New York Times», quando, alla domanda se vedesse limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E del resto, nel discorso all’Assemblea dell’ONU in cui ha parlato di Cuba, ha teorizzato la sua idea che non ci deve essere un organismo internazionale a sanzionare eventuali violazioni dei diritti umani da parte di governi dittatoriali: «Gli Stati Uniti», ha detto, «si oppongono fermamente all’istituzione fuori controllo nota come Corte Penale Internazionale. Esorto tutte le nazioni membri della CPI a ritirarsi ufficialmente e immediatamente da questa istituzione fuorilegge».

Sì, si è espresso così: «fuorilegge». Perché la sola legge, ormai, è quella di Trump.

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venerdì 21 agosto 2026

UNA NUOVA AMERICA


 Un personaggio “diverso” 

alla guida 

di New York


-di Giuseppe Savagnone 

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota, Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti cambiamenti.

Procediamo in ordine cronologico.  In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34 anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».

Mentre tentava senza fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America» (DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne sembrerebbe l’ispiratore.

Nell’ottobre 2019 Mamdani si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi rieletto nel 2022 e nel 2024.

Nell’ottobre 2024 ha presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie più povere della popolazione.

In campo internazionale, Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese, denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.

Nuovi volti alla ribalta

L’effetto Mamdani si è fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta sia utilizzando i social media.

Sempre alle primarie per la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians» (usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese». 

Passando alle primarie democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e più fondi a disposizione.

Il programma di Flanagan, caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese nella politica americana.

Sempre in agosto si sono svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica (ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei finanziamenti a Israele e patrimoniale.

A metà agosto, infine, la sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti. Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città, Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.

Invece, nelle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke. Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).

Il superamento della cultura woke

E questo ci introduce a un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».

Si è trattato di una svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata un’esponente di punta della cultura woke.

Il termine woke, che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali. Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e delle istituzioni.

Volendo cercare un elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel presente.

È espressione di questo atteggiamento la cancel culture (“cultura della cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte, festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane, l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano questi sistemi.

Ma la cancel culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica, dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che difendono idee ritenute contrarie al politically correct.

L’intenzione è di ridare voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.

Non a caso, dopo la sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche, lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di avere «abbandonato la classe lavoratrice».

E oggi è a Sanders, ormai ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come “socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti individuali, che appassiona la classe colta e benestante.

Certo, protagoniste di questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa sulla loro azione politica.

Intanto un dato sicuro è che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto in campo sanitario.

È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.

 E di questo siamo già grati.

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sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

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venerdì 26 giugno 2026

DAGLI AMICI CI GUARDI IDDIO

 


L’impossibile

 abbraccio 

dei ricci



-di  Giuseppe Savagnone 

Le buone intenzioni di un amico

La tempesta sollevata dalle parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sul contributo italiano alla guerra contro l’Iran, si aggiunge e si sovrappone a quella seguita all’attacco del presidente americano Trump a Giorgia Meloni, richiamando alla mente un vecchio detto di saggezza che dice: «Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io».

Perché anche Rutte, come Trump, è un “amico” della nostra premier. E, nelle sue intenzioni, la dichiarazione resa a «Fox News» era volta a disinnescare la polemica tra i due. Il Tycoon si era detto profondamente deluso dalla mancata risposta europea, e in particolare italiana, al suo appello a partecipare alle operazioni militari per sbloccare lo stretto di Hormuz. E proprio a questo si è riferito Rutte: «Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury. Quindi si tratta di un numero enorme».

Insomma, secondo il segretario della Nato, Trump non dovrebbe troppo protestare contro la nostra premier, perché l’Italia, pur senza inviare navi e soldati, ha dato egualmente un grosso contributo alla guerra, consentendo che dalle basi americane sul suo territorio decollasse «un numero enorme di aerei» in missione contro l’Iran. Insomma, un invito alla distensione, dopo lo scontro.

Eppure, forse mai intervento fatto a fin di bene è risultato così sgradito a chi avrebbe dovuto beneficiarne, in questo caso il governo italiano. Lo si è capito subito dalla immediata reazione del ministro della Difesa, Crosetto, secondo cui quella di Rutte sarebbe «una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace». Infatti, ha precisato il ministro, «sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche [cioè di attacco a bersagli nemici], nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti», che escludono, appunto, queste ultime. Come del resto implicava il termine «supportare», utilizzato dal segretario della Nato.

Ma non è bastata questa precisazione, come non è bastato il riferimento alla mera applicazione «degli accordi esistenti», a placare l’ira delle opposizioni. Angelo Bonelli di Avs ha parlato di «dichiarazioni gravissime» che «sbugiardano» il governo. «Il fatto è che l’Italia ha partecipato a questa guerra in Iran, una folle guerra, ma la cosa grave è che Giorgia Meloni ha tenuto nascosto al Parlamento che 500 aerei militari americani sono decollati o sono atterrati sulle basi Nato italiane per andare a colpire l’Iran o per dare il supporto agli aerei militari». Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, secondo cui «o hanno mentito al Parlamento o Rutte ha preso un colpo di calore».

«Noi non siamo in guerra»

Bisogna ricordare che il contesto in cui lo scontro si sta sviluppando è quello di una scelta precisa del governo italiano di non farsi coinvolgere dal conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele. «Noi non siamo in guerra», ha spesso ripetuto la nostra premier. «Questa non è la nostra guerra», ha ribadito in più occasioni. Confermando questa posizione con l’ampia diffusione data a un episodio che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto sconosciuto, quello del divieto di atterraggio nella base di Sigonella per due aerei militari americani direttamente impegnati nell’attacco all’Iran, in conformità – si è sottolineato – con gli accordi vigenti che escludono questa finalizzazione bellica.

Quello che non è stato detto, allora, è che, contemporaneamente, si stava dando il permesso di decollare a ben cinquecento aerei militari coinvolti in Epic Fury, sia pure con compiti di «supporto» tecnico e logistico e in base ai suddetti accordi. Una prassi magari impeccabile sul piano formale, ma certamente assai meno rassicurante. Una prassi, soprattutto, che gli italiani hanno appreso solo ora da un’intervista sfuggita al segretario generale della Nato e non dal Ministero italiano della Difesa o da Palazzo Chigi.

Si può senz’altro dare fiducia al ministro Crosetto sul carattere meramente tecnico e logistico delle missioni. Ma non si può evitare il dubbio che egli non abbia alcun controllo diretto sul traffico militare delle basi americane, che godono di ampia autonomia, e debba perciò a sua volta credere sulla parola a ciò che gli viene assicurato dai comandi di queste basi. 500 voli – lo ha sottolineato lo stesso Rutte – sono tanti. Chi garantisce che una parte di essi non abbia avuto come destinazione obiettivi militari?

Si aggiunga a questa perplessità un’altra, relativa alla distinzione tra le attività cinetiche e quelle solo tecniche e logistiche. Una distinzione che nella pratica non è così netta come appare sulla carta, oggi che la tecnologia fa sempre più parte integrante della dimensione propriamente militare. Per restare alla base di Sigonella, in Sicilia, da essa partono droni da ricognizione che monitorano tutto il Mediterraneo orientale, compreso il Medio Oriente. Se uno di essi fosse stato utilizzato non per colpire direttamente, ma per fornire a un caccia F-35 le coordinate per bombardare un obiettivo, la sua azione, formalmente “non cinetica”, non avrebbe avuto egualmente un carattere aggressivo?

E se gli iraniani, per impedire questo «supporto» avessero attaccato la base americana in Sicilia, come hanno fatto con quelle in Iran, ci saremmo trovati o no coinvolti nella guerra, a causa del nostro indiretto, ma fondamentale appoggio all’aviazione americana?

Forse gli italiani avrebbero accettato questo rischio. Ma avrebbero dovuto esserne messi al corrente per potere decidere. Nel comunicato del Ministero si sottolinea che «il Governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica». Ma è suonato come una rivelazione, per il Parlamento come per l’opinione pubblica, ciò che stava dietro queste asettiche e rassicuranti parole.

Certo, «supportare» una guerra non vuol dire farla. Ma non è neppure tenersene fuori, come il governo aveva ripetutamente assicurato. E come richiede l’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Tanto più che, in questo caso, si è trattato di una guerra frutto di un attacco preventivo, perfetto esempio di ciò che la Costituzione ripudia, e su cui tuttavia la nostra premier, pur riconoscendo che essa si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione, limitandosi a dire: «Non condivido e non condanno».

Guai agli amici di Trump

Resta il fatto che Trump si è molto arrabbiato con Giorgia Meloni, sentendosi tradito. A questo la premier si è appellata per smentire le affermazioni di Rutte, definendole «un discorso illogico», che non spiegherebbe perché il capo della Casa Bianca attacchi l’Italia per il mancato sostegno.

Sembrerebbe un’osservazione inconfutabile, se una lunga serie di fatti non dimostrasse che è nello stile di Trump essere più aggressivo proprio nei confronti degli “amici”, e in generale di chi si inchina al suo volere, se non lo fa fino in fondo. Emblematica l’umiliazione internazionale inflitta alla stessa Giorgia Meloni, dopo la sua (obbligata) presa di distanza – peraltro molto garbata – dall’attacco a Leone XIV e per l’altrettanto garbato e obbligato rifiuto di trascinare il nostro Paese in una guerra assurda.

La nostra premier era sempre stata la più vicina a Trump; si era detta orgogliosa del «rapporto privilegiato» stabilito con lui; si era battuta con successo per impedire che l’Europa reagisse con fermezza alle arroganti e minacciose politiche doganali del Tycoon (con risultati a dire il vero disastrosi per i nostri interessi); aveva sempre cercato di giustificare o almeno di minimizzare le sue folli pretese neo-coloniali, fino a definire una «operazione difensiva legittima» l’attacco al Venezuela per depredarlo del suo petrolio. Arrivando, poco dopo questi fatti, a proporlo – prima e unica leader europea – per il Nobel per la pace.

Non malgrado ciò, ma proprio per tutto questo Trump l’ha massacrata pubblicamente, lasciando di stucco lei e i suoi sostenitori, che sull’amicizia con lui avevano puntato tutta la politica estera italiana. Perciò non è affatto strano che, anche dopo i 500 voli di «supporto» concessi ai suoi aerei per la guerra all’Iran, il presidente americano continui ad attaccare astiosamente Meloni e l’Italia per non essere stati fino in fondo fedeli a quella che egli ha sempre concepito come un rapporto di vassallaggio: «Meloni era una mia grande fan, ma ora non la voglio più».

L’impossibile abbraccio dei ricci

Qualcuno potrebbe obiettare che è facile criticare, col senno del poi. In realtà tutto questo era chiaro fin dall’inizio. E per prevederlo non c’era bisogno di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro pubblicato l’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tycoon, intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti».

Scrivevo allora, riferendomi al “Rifare di nuovo grande l’America” di Trump e al “Rifare di nuovo grande l’Italia” di Meloni: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione».

E così è stato. Nel mondo dei sovranisti non esistono amici. Si può solo essere nemici o vassalli. E purtroppo l’Italia oggi, rispetto agli Stati Uniti di Trump, dopo essersi illusa di una impossibile amicizia, rientra nella seconda categoria. Un ulteriore motivo per chiedersi se davvero il sovranismo, sbandierato con orgoglio dal nostro governo, sia la via giusta per rendere grande l’Italia.

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