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giovedì 4 dicembre 2025

NONOSTANTE TUTTO


 Volontari, l’esercito 

dei “nonostante”

Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi sono i motori del volontariato. È il nostro "grazie" ai 4,7 milioni di italiani che si spendono gratuitamente per gli altri e per il bene comune: oggi, nonostante tutto. Le dieci parole sono tratte dal magazine di novembre, "Volontario perché lo fai?”: un numero schierato, che difende con forza le ragioni e il senso del “noi ci impegniamo”. Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, che vi riproponiamo qui nella sua versione originale

 di Sara De Carli

 A muovere l’azione volontaria, le ricerche ce lo dicono da qualche anno, non è più la solidarietà. In un tempo segnato dalla cifra dell’impotenza, il “voler cambiare il mondo” suona per lo più come utopia. E se c’è chi sceglie rage-bite come “parola dell’anno”,  noi diciamo che il volontariato è l’antidoto più potente alla rabbia, al cinismo, alla rassegnazione. Come scrive su VITA Riccardo Guidi, «il volontariato è una delle più preziose strategie collettive per reagire alla frustrazione attraverso la cura». E come ci ha ricordato Andrea Cardoni, citando il poeta Angelo Maria Ripellino durante la presentazione del magazine che abbiamo fatto a Firenze, «siamo tutti dei “nonostante” sferzati dal vento, che cercano di resistere alle sofferenze della vita».

Il numero di VITA dedicato ai volontari, “Volontario, perché lo fai?” è un numero schierato: una scelta di campo e un grandissimo “grazie” ai milioni di volontari che in Italia, ogni giorno, si dedicano agli altri e al bene comune. Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi rappresentano i motori del volontariato: da “comunità” a “frustrazione”, da “desiderio” a “immaginazione”.

Le dieci firme che riflettono sui nuovi motori del volontariato

Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo e sempre attuale testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, Il nostro impegno, qui nella versione originale condivisa dalla Fondazione don Primo Mazzolari. Ripartiamo da qui, ripartiamo da noi.

Il nostro impegno

Ci impegniamo

noi e non gli altri

unicamente noi e non gli altri

né chi sta in alto né chi sta in basso

né chi crede né chi non crede.

Ci impegniamo

senza pretendere che altri s’impegni con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

 Ci impegniamo

senza giudicare chi non s’impegna

senza accusare chi non s’impegna

senza condannare chi non s’impegna

senza cercare perché non s’impegna

senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzar la mano ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi o dei nostri convincimenti.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo si muta se noi ci mutiamo si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi

Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, su questa realtà che è il nostro mondo di fuori, poveri come siamo e come intendiamo rimanere e senza nome. Se qualche cosa sentiamo di potere — e lo vogliamo fermamente — è su di noi, soltanto su di noi.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo

si muta se noi ci mutiamo

si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura

imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi.

L’ordine nuovo incomincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo.

La primavera incomincia col primo fiore

la notte con la prima stella 

il fiume con la prima goccia d’acqua  

l’amore col primo sogno. 

Ci impegniamo  perché… 

Noi sappiamo di preciso perché c’impegniamo: ma non lo vogliamo sapere, almeno in questo primo  momento, secondo un procedimento ragionato, l’unico che soddisfi molti anche quando non  capiscono, proprio quando non capiscono. 

Questo sappiamo e più che agli altri lo diciamo a noi stessi: 

Ci impegniamo  perché non potremmo non impegnarci. 

C’è qualcuno o qualche cosa in noi — un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia — più forte  di noi stessi. 

Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami che non si sa di preciso donde vengano, ma che  costituiscono la più sicura certezza, l’unica certezza nel disorientamento generale. Lo spirito può aprirsi un varco attraverso le resistenze del nostro egoismo anche in questa maniera,  disponendoci a quelle nuove continuate obbedienze che possono venire disposte in ognuno dalla coscienza, dalla ragione, dalla fede. 

Ci impegniamo 

per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte ai giovani dalla gente pratica. Si vive una sola volta e non vogliamo essere «giocati» in nome di nessun piccolo interesse. 

non ci interessa la carriera 

non ci interessa il denaro 

non ci interessa la donna se ce la presentate come femmina soltanto 

non ci interessa il successo né di noi stessi né delle nostre idee 

non ci interessa passare alla storia. 

Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei  marmi 

non ci interessa né l’essere eroi né l’essere traditori davanti agli uomini se ci costasse la fedeltà a noi stessi. 

Ci interessa  di perderci per qualche cosa o per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci. 

ci interessa 

di portare un destino eterno nel tempo  

di sentirci responsabili di tutto e di tutti 

di avviarci, sia pure attraverso lunghi erramenti, verso l’Amore, che ha diffuso un sorriso di poesia  sovra ogni creatura, dal fiore al bimbo, dalla stella alla fanciulla, che ci fa pensosi davanti a una culla  e in attesa davanti a una bara. 

Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo 

Ci impegniamo 

non per riordinare il mondo  

non per rifarlo su misura  

ma per amarlo 

per amare 

anche quello che non possiamo accettare  

anche quello che non è amabile  

anche quello che pare rifiutarsi all’amore  

poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore  dell’Amore. 

Ci impegniamo 

perché noi crediamo all’Amore,  

la sola certezza che non teme confronti,  

la sola che basta per impegnarci perdutamente.

 La fonte della citazione è P. Mazzolari, Impegno con Cristo, ed. critica a cura di G. Vecchio, EDB, Bologna, 2007. La foto in apertura è di Anffas. La foto di don Primo Mazzolari è di LaPresse

VITA

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sabato 16 agosto 2025

COMUNITA' NON AZIENDA


 La diffusione in conventi e monasteri delle tecniche di consulenza aziendale incide sulla vita religiosa e comunitaria.

 Ma le ispirazioni profetiche vengono dagli estremi e non dalla "mediana" tra le possibilità. 

Lo stesso pericolo lo vivono le associazioni di volontariato.

 

-       di Luigino Bruni 

 

Le teorie, i metodi e le tecniche della consulenza aziendale e del management stanno entrando decisamente nelle congregazioni, nei conventi, nei movimenti e nelle comunità. Il fenomeno più visibile è l’organizzazione di assemblee e di capitoli che ormai non si svolgono più senza uno o più esperti esterni che conducono – “facilitano” –, come se in un decennio avessimo dimenticato secoli di sapienza carismatica e fossimo diventati analfabeti relazionali. Ormai i post-it segnano il nuovo ambiente, le/i responsabili sono spinti a partecipare a corsi di leadership, le comunità chiamate a scoprire la propria mission e il proprio purpose, sulla base della propria vision che emerge durante i world cafè, parole sacre del nuovo karma della vita religiosa. 

Una suora di un carisma missionario, dopo uno di questi corsi mi diceva stupita: «Sai che ho scoperto che anche noi abbiamo una mission?» . Il tema della leadership è forse il fenomeno più preoccupante, e per questo lo guarderemo da vicino nel prossimo articolo. Strumenti che piacciono molto, sono agili, leggeri, femminili, e incantano. 

Tecniche e prassi nate nel mondo delle grandi imprese che le avevano mutuate dalla psicologia delle organizzazioni. E quindi delle grandi imprese globali portano i tratti somatici ed etici, anche se si presentano come tecnica neutrale. In realtà nessuna tecnica è esente da ideologie e valori, ma la grande ideologia della tecnica è il suo presentarsi senza ideologia. 

 

Da cosa dipende questa crescente “aziendalizzazione” della vita religiosa? 

Tra le molte ragioni una è decisiva. Le comunità carismatiche sono nate con una ben precisa idea di governo e di relazioni, che recentemente è entrata in crisi nell’incontro-scontro con la cultura moderna. Quelle antiche istituzioni erano infatti espressione di una società ineguale, gerarchica e patriarcale. I tre voti religiosi erano strumenti adeguati per assicurare il loro funzionamento: persone celibi senza famiglia, senza diritti sulle proprie ricchezze ed eredità, e legati ai superiori da un vincolo sacro di obbedienza. Nello spazio di una generazione questo modello si è frantumato, e le comunità sono rimaste relazionalmente mute, soprattutto con i giovani figli di questo nuovo mondo. 

Ecco allora che in questa profonda silente crisi identitaria i potenti strumenti aziendali vengono percepiti come salvezza. La consulenza riempie un vuoto, ma poi velocemente crea infantilizzazione e mancanza di autonomia delle comunità, che si somma alla dipendenza (addiction) e alla crescente insicurezza dei responsabili che quindi chiedono sempre più consulenze per tutto; e così i tecnici finiscono per diventare non solo ghostwriter di discorsi e documenti, ma anche direttori e superiori invisibili. Si capisce allora che è la domanda (da parte delle comunità) che genera l’offerta. 

È superfluo affermare che i consulenti onesti della vita religiosa (ne conosco alcuni) ci sono e ci vogliono, soprattutto quando cercano di adattare strumenti e tecniche, tentando ibridazioni tra carismi e mondo aziendale e psicologico. Ma il centro del problema sta in capo alle comunità che devono riprendere in mano il proprio destino. 

 

Occorre qualcosa di diverso, di molto diverso, e subito. Le comunità carismatiche non sono imprese. Sono certamente organizzazioni, ma con note identitarie troppo diverse da quelle delle imprese per poterle trattare con gli stessi strumenti. Sono simili al 98%, come il nostro DNA e quello degli scimpanzé, ma se non si vede e conosce quel 2% diverso non capiamo nulla di un convento o di un monastero. 

Una suora non è una dipendente del suo istituto, non è una collaboratrice, non è una risorsa umana, né una follower di una leader. Non ha un purpose, non ha una vision: ha un carisma (senza possederlo), che è qualcosa di profondamente diverso da tutto ciò che si insegna nelle scuole di business o di psicologia del lavoro. La quasi totalità dei tecnici e degli esperti non hanno né possono avere una sufficiente cultura biblica o teologica, né tantomeno una vera frequentazione del mondo misterioso dei carismi e dello Spirito, il più misterioso e stupendo della terra. Non dimentichiamo poi che l’ingresso di tecnici esterni dentro le aziende è nato dall’esigenza di mediare le relazioni di lavoro dirette, affinché quindi i manager non “toccassero” le emozioni delle loro persone sempre più complicate e fragili. 

L’esperto esterno, infatti, “tocca” le persone al posto dei “leader”. Le tecniche sono quindi strumenti di immunità relazionale. Ma, chiediamoci: che cosa resta delle comunità carismatiche se si afferma la cultura immunitaria, se è vero che l’immunitas è la negazione della communitas? 

 Pensiamo, per un solo esempio, ad un capitolo di una congregazione. I metodi degli esperti di tecniche partecipative creano la nota sindrome della mediana: nel passaggio dalle idee del singolo al documento del gruppo di lavoro e poi dai gruppi alla sintesi finale, le tecniche tendono a selezionare le tesi e i valori mediani, e quindi a scartare gli estremi. Questa metodologia funziona per le (le scelte facili delle) imprese, per le decisioni politiche e per le istituzioni, incluse quelle vaticane o diocesane (dove oggi spopola), dove occorre ridurre i conflitti tra posizioni e arrivare presto a soluzioni che accontentino molti o la maggioranza. Nei carismi però la regola della mediana non funziona. 

I carismi sono eredi dei profeti biblici, e le soluzioni e le idee profetiche provengono (quasi) sempre dagli estremi, dagli scarti, non dalle mediane. Se si applica il metodo della mediana nei capitoli si finisce infatti per scrivere documenti dove non si troveranno le idee più innovative - è il fenomeno che il mio amico Tommaso Bertolasi chiama della “galletta di riso”: la possono mangiare tutti perché sa di poco. Nessuna idea di Isaia, del Battista o di Gesù sarebbe oggi selezionata da un facilitatore, perché troppo devianti dalla mediana. 

Stesso risultato mediano quando i documenti finali si scrivono sommando le sintesi dei lavori di gruppi. La sindrome della mediana tende ad evita o ridurre i conflitti; ma nei carismi non si trova nessuna soluzione vera senza affrontare, far emergere e accudire i conflitti (basti pensare alla Bibbia, a Paolo e ai vangeli). I n sintesi, se le comunità carismatiche scavassero di più nel cuore del carisma troverebbero intuizioni e sapienza che, attualizzati, sarebbero il solo modo giusto per condurre la comunità, capitoli e assemblee. 

Occorre quindi cambiare. Una comunità spirituale che non vuole morire o trasformarsi in una Ong, dovrebbe usare poco e sussidiariamente la consulenza, sceglierli oculatamente, e lavorare essa stessa di più sulla cultura organizzativa del proprio carisma. Esternalizzare le relazioni comunitarie non è come appaltare la mensa o le pulizie del convento - nelle relazioni ci si gioca tutto del carisma. Il primo e decisivo passo spetta alla comunità, con le persone e i talenti che ha, qui ed ora, come sa e come può. “Date voi stessi loro da mangiare” (Lc 9,13). Questo lavoro va custodito gelosamente dentro una intimità collettiva, altrimenti a breve, e senza accorgercene, del carisma resteranno qualche quadro del fondatore e un pensiero per gli auguri di Natale.

 Avvenire 

 

venerdì 1 agosto 2025

MIGLIORARSI ASSIEME

  


Il calo dei volontari e il loro ruolo

 



-       di VANESSA PALLUCCHI

-        

C’è una forza centrifuga all’individualismo, al consumismo dei sentimenti e all’indifferenza, che sta scuotendo il nostro Paese. E c’è una spinta alla solidarietà che viaggia in senso opposto, non si arrende e trova anche nuove forme di espressione per continuare a esistere.

L’Italia solidale che resiste dopo la pandemia, in una fase di crisi partecipativa e di aumento di povertà e solitudini mi sembra il primo dato da estrarre dall’indagine di Istat sul volontariato, di cui Avvenire ha scritto ieri, che conferma i 4,7 milioni di volontari italiani pilastro della coesione sociale. Ma i nuovi dati sono in grado di raccontarci anche molto altro, che riassumerei in tre punti: i numeri, le tendenze, i perché.

Partiamo dai numeri. Già la fotografia scattata da Istat nel 2023 (riferita al 2021, per il Censimento degli enti non profit) aveva evidenziato un rilevante calo, in dieci anni, di circa 900mila volontari. Se da una parte, però, la conferma di questi numeri non ci stupisce oggi, dall’altra la diminuzione non ci ha lasciati indifferenti nel tempo trascorso. Si è infatti avviato un processo, stimolato anche da un dibattito pubblico, che ha iniziato a interrogare le organizzazioni sulla loro capacità di attrarre i volontari e, più in generale, sulle trasformazioni del contesto in cui operano e sul modello evolutivo da perseguire. Tornando ai numeri, possiamo anche constatare come oggi ci troviamo in un momento di stabilizzazione, se non addirittura di timida ripresa dell’impegno volontario, se consideriamo che le stime Istat del 2023 parlavano di 4,6 milioni di volontari.

Passando alle tendenze, tra le novità più rilevanti dell’indagine c’è sicuramente l’aumento di volontari che svolgono attività in forma “ibrida”, cioè sia all’interno di organizzazioni che attraverso aiuti diretti (nonostante il calo riguardi entrambe le forme prese singolarmente). 

Interessante è anche la crescita dell’impegno nelle attività ricreative e culturali. Entrambe queste tendenze riflettono l’emergere di nuovi bisogni, tanto dei volontari quanto delle comunità in cui operano, e dunque la ricerca di nuove risposte sociali. È compito, assolutamente cruciale, delle organizzazioni quello di leggere queste trasformazioni ed evolvere, rafforzando quegli elementi che più le contraddistinguono, a partire dalla capacità di costruire reti sociali laddove la società attuale tende a disgregare; di offrire una cornice di valori condivisi e una visione di futuro migliore possibile laddove prende spazio disillusione e paura; di favorire l’acquisizione di competenze, importanti anche per la crescita personale dei volontari; di porsi come facilitatrici tra il desiderio e l’effettiva possibilità di realizzare azioni concrete di cittadinanza attiva. 

Infine, veniamo ai “perché”. Credo sia un segnale molto positivo la maggiore predisposizione, evidenziata da Istat anche in chi svolge aiuti diretti, a indirizzare il proprio contributo verso la collettività, l’ambiente, il territorio piuttosto che verso relazioni interpersonali dirette. In una fase complicata e spesso cupa come quella che viviamo, assume più peso il sentirsi immersi in un simile destino con il prossimo anche sconosciuto, e quindi la necessità di resistere e migliorare assieme. 

La realizzazione che “nessuno si salva da solo”, come diceva anche papa Francesco, pare accomunare sempre più persone.

Al Terzo settore l’incarico di offrire tutti i migliori strumenti per difendere e incoraggiare il desiderio di solidarietà.

 Portavoce Forum Nazionale del Terzo Settore

www.avvenire.it 

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lunedì 5 maggio 2025

GIOVANI E SPERANZA


 La difficile speranza dei giovani italiani

 

Tra le nuove generazioni di italiani la speranza non è un sentimento molto diffuso. E lo è meno tra le donne rispetto agli uomini e tra chi abita nel Nord Est rispetto a chi vive nel Sud e nel Nord-Ovest. In generale, esprimono sentimenti di speranza nel futuro meno di un giovane italiano su due. D’altra parte, è evidente che le giovani e i giovani che percepiscono più speranza sperimentano un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita.

Sono alcuni tra i dati salienti di una originale ricerca sulla Speranza curata dai ricercatori dell’Università Cattolica per lOsservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, che ha esplorato il tema cui è dedicato il Giubileo 2025. “Università laboratorio di speranza” è anche il titolo della Giornata per l’Università Cattolica  celebrata domenica 4 maggio (www.giornatauniversitacattolica.it).

Diventa dunque di grande interesse indagare ciò che intendono i giovani per “speranza”, in cosa la fanno consistere, dove e come ne fanno esperienza.

Oltre alla serie di domande dirette al campione, la ricerca utilizza una misurazione della speranza più articolata come la Scala integrata della Speranza, basata su quattro componenti: la percezione di Controllo e la competenza personale nel plasmare il proprio futuro (?Personal Mastery); la percezione di avere Supporto dagli altri; la Fiducia in sé e negli altri; la Spiritualità.

La componente che presenta punteggi medi più elevati è il Supporto, seguito dal Personal Mastery, dalla Fiducia e infine, dalla Spiritualità. Le prime due componenti mostrano un punteggio medio-alto, le ultime due medio -basso

Ma cosa determina la speranza nei giovani? Dalle analisi emerge che la speranza è determinata soprattutto dall’aver trovato un significato al vivere, a seguire dalla soddisfazione dei bisogni psicologici di base (sentirsi competenti, sentirsi autonomi e sentire di avere relazioni significative), dalla religiosità e dalla ricerca di significato. 

Alcuni dati specifici dell’indagine

AREA GEOGRAFICA: Se consideriamo il sentirsi speranzoso/a in relazione all’area di residenza emerge che i più speranzosi sono le giovani e i giovani del Nord-Ovest, anche se le variazioni sono di pochissimi punti%: le giovani e i giovani che si dichiarano molto o moltissimo speranzosi sono il 47,6% nel Nord-Ovest, il 44% nel Nord -Est, il 45% al Centro e il 46,2% al Sud e isole.

Se consideriamo le componenti della Speranza vedremo che il Nord-Ovest registra valori superiori in Fiducia rispetto al Sud e alle Isole (punteggi medi: Nord- Ovest: 2.94 – Sud e isole: 2.60; range della scala 1-5) mentre quest’ultima area si distingue per un livello di Spiritualità superiore rispetto al Centro e al Nord-Ovest (punteggi medi Sud e Isole: 2.76 – Nord-Ovest: 2.58; Centro: 2.54; range della scala: 1-5).

CONDIZIONE LAVORATIVA: Si riscontrano differenze statisticamente significative in Personal Mastery, Supporto e Spiritualità tra chi lavora e chi non lavora: i lavoratori mostrano punteggi medi superiori rispetto a chi non lavora.

BENESSERE: Chi ha livelli più alti di speranza riporta un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita rispetto a chi ha livelli più bassi di speranza.

VOLONTARIATO: La speranza – nello specifico le componenti di Personal Mastery, Supporto e Spiritualità – risulta più elevata tra coloro che attualmente svolgono attività di volontariato – sia continuativa sia saltuaria – rispetto a chi non l’ha mai praticato e rispetto a chi lo ha fatto solo in passato.

Il commento di Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica

“Colpisce il fatto che circa metà dei giovani, e soprattutto delle giovani, nutrano poca speranza proprio in una fase della vita che dovrebbe essere ricca di progettualità, sogni, voglia di futuro. Anche perché i dati ce lo mostrano chiaramente: avere speranza impatta sul benessere e sulla qualità della vita in generale. È interessante come questi, e altri dati che stiamo elaborando, mostrino una stretta relazione tra speranza e possibilità di dare un senso al vivere. In questi momenti carichi di ansia e preoccupazione, la speranza offre la possibilità di ritrovare un orizzonte di senso e con questo un orizzonte di futuro, la possibilità non solo di sopravvivere agli affanni quotidiani, ma di fare un’esperienza di vita piena, per sé e per gli altri, dove anche l’impegno civico e solidale trova spazio e offre categorie di senso. È quindi importante offrire ai giovani luoghi intergenerazionali di ricostruzione di senso del vivere, di trame di fiducia e di speranza”.

Nota metodologica

La ricerca è stata condotta tra il 17 febbraio e il 3 marzo 2025 presso un campione di 2001 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni secondo quote rappresentative di genere, età, titolo di studio, condizione lavorativa e area geografica di residenza. Le interviste sono state effettuate tramite metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interview).

È stata realizzata da Ipsos per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e condotta dai docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità, Daniela Marzana, professore associato di Psicologia sociale e di comunità e Adriano Mauro Ellena, assegnista di ricerca in Psicologia sociale e di Comunità.

 

Istituto Toniolo

martedì 29 aprile 2025

LA FORZA DEL VOLONTARIATO


Presentata 

la ricerca "NOI+"


Presentata a Roma l'indagine Caritas he ha coinvolto quasi diecimila ragazzi e ragazze in tutta Italia. 

Don Pagniello: “Animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità”

 

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

 “I volontari non solo sono spesso capaci di operare bene, ma sono anche consapevoli di ciò che può far crescere la società in umanità e nella prospettiva del bene comune”: è quanto ha affermato, lunedì mattina, don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana nel corso della presentazione della ricerca sulle competenze dei volontari italiani nata dall’indagine “NOI+. Valorizza te stesso, valorizzi il volontariato” promossa da Forum Terzo Settore e Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. All’evento ha preso parte, tra gli altri, il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci.

Agenti di cambiamento

Tra gli aspetti che sono emersi dalla ricerca, il volontariato viene considerato innanzitutto una pratica di solidarietà ma, per chi ne fa esperienza, è anche un luogo di formazione, crescita personale e apprendimento costante. I volontari percepiscono di essere agenti di cambiamento e ritengono che la loro attività abbia un impatto rilevante sia sulla realtà circostante che su sé stessi. “Dare piena attuazione alle normative che promuovono lo sviluppo del servizio volontario – ha aggiunto don Pagniello - va a beneficio di tutti, a cominciare dalle pubbliche istituzioni più vicine ai cittadini”.

Coinvolti diecimila volontari

L’indagine NOI+, che ha coinvolto circa diecimila volontari in tutta Italia, ha rilevato che la motivazione principale che spinge a fare volontariato è quella di offrire un contributo alla comunità (87,6 per cento) ma, soprattutto tra i più giovani, assume particolare importanza la possibilità di sviluppare i propri punti di forza e l’opportunità di arricchimento professionale. Oltre la metà dei volontari ritiene che il proprio impegno abbia un forte impatto nel modificare la realtà e più del 75 per cento afferma che fare volontariato ha cambiato profondamente il proprio modo di pensare. Inoltre, lo studio si è concentrato sull’impatto formativo del volontariato, mettendo in luce come l’impegno solidale favorisca lo sviluppo delle cosiddette “soft skills”, come le competenze personali, sociali e civiche: oltre il 50 per cento degli intervistati le mette in campo sempre o spesso durante la propria attività volontaria.

A sostegno delle comunità

La gran parte dei volontari italiani svolge, durante l’impegno solidale, svariate competenze trasversali, come la capacità di collaborare, gestire le proprie emozioni e i conflitti, sviluppare pensiero critico, apprendere lungo tutte le fasi della vita, affrontare i cambiamenti. “Dalla ricerca – prosegue il direttore di Caritas Italiana - emerge come i volontari siano animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità”. Si tratta di un dato assai confortante in un momento storico segnato dall’individualismo e dall’indifferenza. “I volontari e le volontarie, sono anche consapevoli di dare con il loro impegno un contributo efficace al cambiamento in meglio della società nel suo complesso. Un cambiamento che parte dalla loro stessa crescita personale. Anche questo – conclude Pagniello - ci parla del volontariato, e dei volontari, come una delle risorse più preziose del nostro Paese”.

 Vatican News



sabato 26 aprile 2025

IL TESORO DEL VOLONTARIATO

 


«Moltiplicatore di speranza»


Otto intellettuali per otto parole-chiave del pontificato di Bergoglio, già pubblicate nel numero di VITA "Fratello papa", scaricabile gratuitamente.

 Riccardo Bonacina scriveva che «essere volontari significa essere “con”, essere accanto all’altro, lavorare con lui, accompagnarlo e farsi accompagnare. 

Non “per” ma “con”». È il nostro "grazie" a entrambi


di Riccardo Bonacina

Si potrebbe davvero comporre una catechesi sul volontariato spulciando i discorsi, i messaggi e le encicliche di Papa Francesco in questi dieci anni. La sua è stata un’attenzione crescente e tutta dentro i passi del magistero pontificio. È a Roma che Francesco scopre il volontariato, il suo valore che non consiste nel volontarismo.

Il Papa che pochi mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio, nell’ottobre 2013, aveva avvertito che la Chiesa non è una ong: «La Chiesa non è un’agenzia umanitaria, la Chiesa non è una ong, la Chiesa è mandata a portare a tutti Cristo e il suo Vangelo; non porta se stessa, la Chiesa porta Gesù». Ovvero, la sua ragione sociale non è umanitaria ma sacramentale.

Papa Francesco nel corso del suo magistero ha poi via via incontrato centinaia di volontari e centinaia di gruppi di volontariato, sui territori o nelle udienze e nei lunghi mesi della pandemia ha visto e ammirato la mobilitazione in aiuto dei più fragili quando nelle città dominava il deserto e il silenzio. Si può parlare di una vera e propria scoperta da parte del Papa del volontariato, una scoperta che lo ha portato a dire «Io ho trovato tre cose in Italia che non ho visto da altre parti. Una di queste tre cose è il forte volontariato del popolo italiano, la forte vocazione al volontariato. È un tesoro: custoditelo! È un tesoro culturale vostro, custoditelo bene!» (Discorso ai volontari della Protezione civile, maggio 2022). E ancor più recentemente «Il volontariato è una delle tre cose che ho trovato in Italia come una caratteristica vostra, non l’ho trovato così altrove. Le altre cose sono gli oratori parrocchiali, al nord soprattutto, e poi le associazioni di aiuto economico, bancario, perché la gente prenda lì il mutuo e vada avanti, un aiuto di tipo economico. Tre cose tipicamente italiane».  (Discorso ai rappresentanti della Focsiv il 14 novembre 2022).

Il mondo ha bisogno di volontari ovvero di persone, uomini e donne, che non abbiamo paura dell’impegno, idea che molti vorrebbero cancellare. Un impegno non per i soldi o il potere ma per la costruzione del bene comune

Un “tesoro culturale”, sottolinea il Papa, ovvero qualcosa di cui essere coscienti, da salvaguardare, da nutrire. A delineare contorni e contenuti di questo tesoro scoperto strada facendo da Francesco è stata poi l’intenzione di preghiera per il mese di dicembre 2022, diffusa attraverso un video alla Rete mondiale di preghiera del Papa, così intitolata: Per le organizzazioni di volontariato. Un testo breve quanto un’intenzione di preghiera ma in cui c’è molto, forse tutto il pensiero del Papa sul tema. Vediamolo punto per punto perché questi sono i cardini della catechesi del Papa sul volontariato svolta in questi anni. (…)

In questi 12 anni Papa Bergoglio è stato un punto di riferimento costante per tutto il mondo che a VITA fa riferimento. Per questo abbiamo messo a disposizione di tutti il numero di VITA che ha celebrato i primi dieci anni del pontificato di Francesco. 

Scarica il magazine gratuitamente da qui, semplicemente registrandoti, per leggere la versione integrale di questo articolo e tutti gli altri contenuti.

VITA

 

 

venerdì 7 marzo 2025

VOLONTARIATO. FARSI DONO

 


I Papi e il volontariato, 

scuola di vita 

che insegna 

il primato del dono


In occasione 

del Giubileo dell’8 e 9 marzo prossimi, 

ricordiamo alcune

 riflessioni dei Pontefici 

a partire da Giovanni Paolo II

 

-       -  di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 Il segno distintivo del volontariato è racchiuso in una scelta d’amore: quella del donare. “Cristo - scrive l’apostolo Giovanni - ha dato la sua vita per noi”. La conseguenza di questo dono dovrebbe essere un discepolato vissuto, dall’uomo, nel solco dell’imitazione di Cristo: “anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (Gv 3,16). Il Giubileo del mondo del volontariato, in programma a Roma l’8 e il 9 marzo è dedicato in particolare a volontari, associazioni no-profit, Ong e operatori sociali di tutto il mondo. Un’occasione per riflettere su questo impegno gratuito ma ricco di senso e promuovere la solidarietà.

Scuola di vita

Solo se ama e si dona agli altri, l’uomo si realizza pienamente. È questo il fulcro del messaggio di Papa Giovanni Paolo II in occasione dell’Anno internazionale del volontariato proclamato nel 2001 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riconoscere, promuovere e celebrare il servizio volontario in tutte le sue manifestazioni. Il volontariato - sottolinea Papa Wojtyła - è chiamato ad essere in ogni caso scuola di vita”.

Carità e gratuità

Attraverso l'amore per Dio e l'amore per i fratelli, il cristianesimo sprigiona tutta la sua potenza liberante e salvifica. La carità rappresenta la forma più eloquente di evangelizzazione perché, rispondendo alle necessità corporali, rivela agli uomini l'amore di Dio, provvidente e padre, sempre sollecito per ciascuno. Non si tratta di soddisfare unicamente i bisogni materiali del prossimo, come la fame, la sete, la carenza di abitazioni, le cure mediche, ma di condurlo a sperimentare in modo personale la carità di Dio. Attraverso il volontariato, il cristiano diviene testimone di questa divina carità; l'annuncia e la rende tangibile con interventi coraggiosi e profetici. Non basta venire incontro a chi si trova in difficoltà materiali; occorre al tempo stesso rispondere alla sua sete di valori e di risposte profonde. E' importante il tipo di aiuto che si offre, ma ancor più lo è il cuore con cui esso è dispensato. Che si tratti di microprogetti o grandi realizzazioni, il volontariato è chiamato ad essere in ogni caso scuola di vita soprattutto per i giovani, contribuendo a educarli ad una cultura di solidarietà e di accoglienza, aperta al dono gratuito di sé.

Amare con Dio

“L’impegnarsi a titolo volontaristico costituisce un’eco della gratitudine ed è la trasmissione dell’amore ricevuto”. È quanto sottolinea Papa Benedetto XVI incontrando il mondo del volontariato nel 2007 durante il viaggio apostolico in Austria.

“Deus vult condiligentes – Dio vuole persone che amino con Lui”, affermava il teologo Duns Scoto nel XIV secolo. Visto così, l’impegno a titolo gratuito ha molto a che fare con la Grazia. Una cultura che vuole conteggiare tutto e tutto pagare, che colloca il rapporto tra gli uomini in una sorta di busto costrittivo di diritti e di doveri, sperimenta grazie alle innumerevoli persone impegnate a titolo gratuito che la vita stessa è un dono immeritato. Per quanto diverse, molteplici o anche contraddittorie possano essere le motivazioni e anche le vie dell’impegno volontaristico, alla base di tutte sta in fin dei conti quella profonda comunanza che scaturisce dalla “gratuità”. È gratuitamente che abbiamo ricevuto la vita dal nostro Creatore, gratuitamente siamo stati liberati dalla via cieca del peccato e del male, gratuitamente ci è stato dato lo Spirito con i suoi molteplici doni.

Uscire per incontrare

Papa Francesco si è soffermato più volte, durante il Pontificato, sul valore del volontariato. In particolare, durante l’incontro con i membri della Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario (Focsiv) ha sottolineato che essere volontari significa innanzitutto “uscire per incontrare”.

Il volontariato. È una delle cose più belle. Perché ognuno con la propria libertà sceglie di fare questo cammino che è un cammino di uscita verso l’altro, uscita con la mano tesa, un cammino di uscita per preoccuparsi degli altri. Si deve fare un’azione. Io posso rimanere a casa seduto, tranquillo, guardando la tv o facendo altre cose… No, io mi prendo questa fatica di uscire. Il volontariato è la fatica di uscire per aiutare altri, è così. Non c’è un volontariato da scrivania e non c’è un volontariato da televisione, no. Il volontariato è sempre in uscita, il cuore aperto, la mano tesa, le gambe pronte per andare. Uscire per incontrare e uscire per dare.

Farsi dono

Uscire per incontrare l’altro attraverso il dono, in una società che sta vivendo profonde lacerazioni a causa di guerre, è un inno alla fratellanza. È come il suono dello Jobel, soprattutto in questo Giubileo della speranza.

 Vatican News

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sabato 1 febbraio 2025

GIOVANI IN SERVIZIO

 Giovani precari ma impegnati

 Aiutare gli altri è una passione


ILRAPPORTO

Nello studio “Giovani in Caritas: tra sogno e realtà” 

632 ragazzi descrivono il proprio presente,

 elencano le difficoltà ed immaginano il loro futuro,

 fuori e dentro l’organismo pastorale Cei


- di ILARIA BERETTA

In un Paese che invecchia e basato sul lavoro precario, i giovani impegnati nelle associazioni di volontariato sono merce preziosa che pure, però, corre il rischio di essere considerata solo come manodopera, vincolata a ruoli operativi e quasi mai coinvolta nei processi decisionali. Senza paura di fare autocritica, Caritas Italiana ha da tempo deciso di ribaltare questa prospettiva, mettendo al centro del proprio piano strategico e, prima ancora, dell’analisi del suo Centro studi proprio le nuove generazioni. Lo dimostra il rapporto, presentato ieri, “Giovani in Caritas: tra sogno e realtà” che segue due precedenti studi di analisi sull’identità e il lavoro dei ragazzi e completa la fotografia dell’impegno dei giovani in Caritas aggiungendo le loro prospettive: per sé e per il futuro dell’organizzazione.

L’indagine – promossa dal Servizio Giovani e Volontariato e dal Servizio Studi di Caritas Italiana – ha interpellato 632 giovani, di età compresa tra 16 e 35 anni, distribuiti equamente nelle diverse regioni , che a vario titolo – volontari, servizio civilisti, dipendenti, tirocinanti... – hanno incrociato la strada dell’organismo pastorale Cei. Si tratta in gran parte di ragazze (68,4%), di cittadinanza italiana (97,2%), con un’età media di 24 anni e mezzo a cui è stato chiesto di presentarsi e descrivere il proprio presente, raccontare dove e come si immaginano di vivere, fuori e dentro Caritas, e quali sono gli ostacoli che avvertono sul proprio cammino.

Più di sette su dieci (precisamente il 71,7%) dichiarano che la loro passione principale è “aiutare gli altri”. Tra le passioni che spiccano in senso negativo invece c’è il fare politica, una sfera di azione che interessa solo l’8,9% dei giovani. A servizio del prossimo i giovani si mettono soprattutto nei centri d’ascolto, nelle Caritas parrocchiali e nelle attività per giovani. La loro presenza nell’organizzazione crolla invece nelle iniziative dedicate alla formazione, nell’osservatorio su risorse e povertà e nelle attività internazionali: tutti settori in cui la competenza dei giovani potrebbe invece essere valorizzata. «Questo dato – commenta Walter Nanni, sociologo ed autore del rapporto – deve porci una domanda: gli adulti in Caritas sono disposti a dare fiducia ai giovani, ad affidare loro anche ruoli di leadership e responsabilità?» La risposta alla questione è tutt’altro che una faccenda interna. Dal rapporto, infatti, emerge che – nonostante le difficoltà economiche e il timore di non trovare un lavoro abbastanza redditizio (in cima alle preoccupazioni dei giovani interpellati) – per molti l’esperienza in Caritas non è negoziabile. Un

buon 29% fa i salti mortali per non rinunciare all’impegno di servizio, affiancando alla collaborazione con Caritas sia lo studio sia il lavoro. L’attività caritativa è per giovani che la praticano una vera e propria scuola di vita, da cui dipende l’attuale soddisfazione ma anche lo stile della strada che si sceglierà di intraprendere in futuro. «Questi dati – riflette il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello – ci dicono che il desiderio di solidarietà e di impegno per il bene comune è vivo e profondamente radicato. Un’attenzione che, più volte, abbiamo riscontrato in particolari situazioni di emergenza, quando la chiamata a tendere una mano per aiutare persone in difficoltà, ha raggiunto e motivato l’impegno di moltissimi giovani – anche quelli che consideriamo “lontani” da certi mondi ed esperienze – pronti ad offrire il proprio contributo».

Se però il volontariato non è una parentesi della vita, gli enti solidali hanno una grande responsabilità: far crescere i giovani e far superare loro anche la scarsa fiducia in se stessi che risulta al terzo posto degli ostacoli che i ragazzi vedono davanti a sé. Un’idea potrebbe essere proprio provare a coinvolgere i giovani nelle fasi di progettazione e decisione: cosa che – emerge dallo studio – non è accaduta al 44,6% degli intervistati che pure idee da condividere ne avrebbe. Il 78% di loro, per esempio, dovendo ripensare Caritas, punterebbe molto di più sulla comunicazione delle attività dell’organizzazione verso l’esterno mentre il 74% ne immagina una gestione più efficace. «Da questo studio – commenta Walter Nanni – concludiamo che forse il ruolo di Caritas è formare i ragazzi, trattandoli da adulti, e poi restituirli alla società dove potranno impegnarsi con ruoli di cittadinanza attiva».

«Trovo interessante – plaude all’iniziativa Diego Mesa, docente di Sociologia della famiglia dell’Università Cattolica di Brescia – che Caritas non abbia dato per scontato di conoscere i giovani che collaborano e abbia dedicato tempo e spazio per ascoltarli. È l’unico modo per non ingabbiare a priori i ragazzi in etichette e a trattarli come soggetti in formazione ma il cui parere va preso sul serio».

 

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