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venerdì 25 settembre 2026

IL TEMPO DEL SAPER VIVERE

 


VECCHIAIA 

il tempo

 

del saper vivere



 Il peso degli anni deve promuovere condizioni di benessere, 

non di abbandono: il nuovo saggio dello psichiatra. 

 Che il tempo abbia una dimensione variabile lo dimostra la percezione che ciascuno di noi ne ha, sentendosi triste o gioioso. Nel primo caso si allunga, nel secondo si accorcia. E occorre considerare che si può passare dalla tristezza alla gioia in modo improvviso. Cercando di inserire la percezione del tempo lungo l’arco dell’esistenza, si può dire che nella fase della crescita si fa correre il tempo più rapidamente, rispetto a quella dell’invecchiamento, in cui si è portati a rallentarne la corsa. Questa percezione definisce il tempo psicologico, ed è una dimensione che non esisteva nell’antica distinzione greca tra chrònos, kairòs e aion. 

Il primo si riferiva al tempo lineare, che si sussegue regolarmente e batte come in un orologio meccanico. 

Il secondo definiva il tempo che ritorna e il riferimento è alle stagioni ma anche al ripetersi di gesti, da quando ci si alza dal letto a quando vi si ritorna la sera, in attesa del nuovo giorno. Il terzo rimanda all’eterno, a un tempo che quindi si ferma, poiché ha una dimensione che non può essere allungata. Il tempo psicologico non è nemmeno quello della fisica newtoniana né di quella di Einstein, che ha legato il tempo allo spazio. Un tempo quest’ultimo non del singolo individuo, ma dell’universo. Il tempo psicologico, invece, appartiene al vissuto, alla percezione che deriva da una elaborazione esistenziale e dipende dall’io di ciascuno. Si potrebbe dire che esiste una unità io-tempo come fondamento per definire l’esperienza nella attività temporale. Lo si può dividere in alcune categorie: la prima riguarda l’infanzia in cui il tempo è inconsapevole anche se ritmato dai bisogni, di cui il primo è dato dalla nutrizione [...]. Il tempo diventa poi consapevole in quella che possiamo chiamare la seconda infanzia, quando il bambino incomincia a muoversi autonomamente e a usare il linguaggio. Si tratta ancora di un tempo ritmato dai bisogni che aumentano di numero, a quelli primari si aggiungono il gioco e il bisogno, oltre della presenza materna, di altre figure. Si arriva a un tempo fatto di minuti, scandito meccanicamente dentro un orologio e che si colora di riferimenti sociali. 

Questo preambolo serve per riportarci all’interno delle diverse età, riferendoci in particolare alla vecchiaia, con caratteristiche nuove nell’epoca attuale. Forse è quella che identifica meglio la società contemporanea. La prima novità è che il periodo che va oltre i 65 anni – quando incomincia la vecchiaia – ha una rappresentazione che riguarda il 25% della popolazione e che dura almeno vent’anni. Il periodo della crescita parte dalla nascita, comprende l’infanzia fino alla pubertà (12-13 anni), l’adolescenza fino ai 20-21 anni, quando inizia l’età del giovane adulto, e curiosamente mostra la stessa durata della vecchiaia, che descrive una decrescita. E, sempre giocando sul significato delle parole, il tempo per saper vivere dura esattamente quanto quello che è necessario per saper morire. 

 Un’ulteriore novità della vecchiaia è che trascorre in relativa buona salute. E per convincersi basta pensare che, sino al secondo dopoguerra, l’attesa di vita si poneva tra i 45 e i 50 anni, e il grado di salute era invece all’insegna delle malattie. Oggi è resa possibile una vita attiva, sia fisicamente che psichicamente. L’unica variabile, a questo proposito, è l’abbandono: la diminuzione del numero dei figli, l’accelerazione sociale, i problemi di sopravvivenza che gravano sulle famiglie, rendono spesso difficile dedicarsi ai bisogni della vecchiaia [...]. 

 Il peso degli anni, con il tempo psicologico che si rallenta nella vecchiaia, deve promuovere condizioni di benessere, non di abbandono, sulla considerazione anche di aver lavorato molto nella ricerca per prolungarla. Una condizione che promuova il desiderio dei vecchi di essere utili, e di uscire da una condizione di inutilità. C’è una funzione che è denaro-indipendente e che può svolgersi da parte di una longevità dedicata ai giovani, a testimoniare gli errori del passato, a dare indicazioni sulla visione del mondo e sulle scelte più adeguate. 

Che, in un momento storico in cui si sentono venti di guerra, vengano dimenticati i vecchi è un peccato, poiché è certo che non vorrebbero rivedere la guerra, ma dedicarsi a descriverne la brutalità e a urlare che essa nega la dimensione umana.



 Vittorino Andreoli, Brevi lezioni di resistenza. Per vivere nel nuovo mondo, (pagine 144, euro 15,50). 

 

giovedì 24 settembre 2026

QUESTI ANZIANI !

 

IL CONCETTO 

DI VECCHIAIA 

NEL TEMPO





Relazione in un Corso estivo dell’EHU (Università del País Vasco), 2026 

dal sito feadulta

-di José Arregi, Aizarna, www.josearregi.com

 Il termine “vecchio” deriva a quanto pare dalla radice indoeuropea wet che significa “anno”. Veniva utilizzato per designare i prodotti agricoli dell’anno precedente. Ma ci sono prodotti che con gli anni acquisiscono qualità, e altri no. Ci sono vini che migliorano con gli anni e ci sono vini che non lo fanno, a seconda del raccolto e della varietà. Ogni vino richiede anni per essere “vecchio”, ma gli anni da soli non bastano. Succede anche a noi, agli anziani, in relazione alla profondità della vita. 

Ancora una volta ci poniamo la domanda: è possibile crescere diminuendo? Molte persone anziane sono la prova indiscutibile che sì, e molti saggi di ogni epoca e cultura lo hanno confermato nei loro insegnamenti nel corso della storia. È possibile crescere invecchiando con le perdite che comporta la vecchiaia. Le stesse perdite possono diventare guadagno, e i servigi, libertà. E questo in tutte le età. In tutte le età bisogna impararlo, ma questa materia, la più difficile di tutte, assume una importanza singolare nella nostra età. 

Mi è stato proposto di presentare un “viaggio storico dei concetti di vecchiaia”. L’anno scorso ho presentato alcune riflessioni di saggi antichi e contemporanei sulla vecchiaia. Oggi amplierò il quadro storico e le testimonianze, passando più velocemente su quanto presentato l’anno scorso. Negli insegnamenti di coloro che ci hanno preceduto troviamo indicazioni sempre opportune e uno stimolo sempre necessario per vivere o volere vivere nelle nostre circostanze concrete ciò che loro hanno vissuto o voluto vivere nelle loro. 

Seguirò un ordine fondamentalmente cronologico e allo stesso tempo geografico. Mi limiterò a leggere testi, commentandoli molto leggermente, più per evidenziare che per spiegare ciò che dicono. 

Ma prima di passare a questo viaggio storico, voglio iniziare con una nota preliminare, molto generale, sul riconoscimento e il ruolo sociale degli anziani nell’antichità e nei nostri giorni. 

1. Gli stereotipi della vecchiaia nel passato e nel presente 

La nostra cultura e il linguaggio, la società in cui viviamo, sono carichi di stereotipi negativi sulla vecchiaia, ma non dobbiamo pensare che si tratti di un fenomeno nuovo. Si sono sempre presentati, in una forma o nell’altra. È vero che il riconoscimento e l’autorità degli anziani è stato, in generale, molto più presente nelle culture antiche che nella nostra. Gli anziani hanno avuto una presenza privilegiata nelle istituzioni dirigenziali delle culture indigene e delle società tradizionali: pensiamo al Senato romano (“senatus” deriva da senex, che significa vecchio); o nell’ebraismo antico e moderno, nei suoi consigli di anziani, che hanno ereditato le Chiese cristiane (il termine presbítero significa “anziano” ed è ancora utilizzato per designare il sacerdote)… Tuttavia, anche dove agli anziani veniva riconosciuta saggezza e autorità, la vecchiaia era legata a debolezza, incapacità, dipendenza, resistenza al cambiamento, ecc. (non manca che leggere gli scrittori romani Orazio – 65 a.C.– 8 d.C. – e Giovenale – 60-128 d.C. –). 

Ciò relativamente nuovo è il modo in cui i vecchi pregiudizi si sono manifestati nell’era industriale e nei nostri tempi. 

L’industrializzazione ha portato la rivalutazione della produttività economica, della rapidità, dell’innovazione. La discriminazione per età è oggi più associata che mai alla perdita di valore produttivo e commerciale. D’altra parte, la scolarizzazione di massa e le nuove tecnologie hanno fatto sì che noi anziani abbiamo perso il tradizionale privilegio della conoscenza in quasi tutti i campi di specializzazione: ogni giovane ha in tasca, con tutti i suoi inconvenienti, un cellulare che noi sappiamo appena usare e che a loro dà accesso istantaneo a quasi tutta la conoscenza attuale. Mi sento sopraffatto, anche se l’IA minaccia di discriminarci e sopraffarci tutti, giovani e anziani. Questa è un’altra storia che mi riempie di inquietudini e domande. 

In nessun modo ci manca le vecchie istituzioni familiari, politiche o religiose del passato. Ma, contro tutti gli stereotipi sociali e linguistici, dobbiamo ribadire che ogni età ha il suo peso e la sua grazia, e che nessuna età è né migliore né peggiore di un’altra. E abbiamo bisogno di riaffermarlo. L’età che ci spetta vivere è o può essere la migliore, se sappiamo viverla. Ora che siamo più grandi, sì, anziani, è fondamentale scoprire che è possibile e gioioso imparare ogni giorno a vivere questa età con le sue inevitabili perdite e le sue meravigliose opportunità. 

2. La saggezza tradizionale cinese: Confucio e Laozi (V secolo a.C.) 

a) Confucio 

Gli insegnamenti di Confucio sull’etica, l’educazione e il buon governo hanno influenzato profondamente la cultura, la politica e la società della Cina e dell’intera Asia Orientale per oltre due millenni fino ad oggi. Questi insegnamenti sono raccolti soprattutto negli Analecti (o conversazioni con i suoi discepoli). In essi leggiamo, ad esempio: 

“La pietà filiale e il rispetto per gli anziani sono la radice della benevolenza” (I, 2). Benevolenza traduce il termine centrale dell’etica e della politica confuciana: ren; può essere tradotto anche come umanità, bontà, amore, empatia o compassione. Beh, Confucio insegna che la radice di questa virtù fondamentale è la pietà filiale e il rispetto per gli anziani. Suonerebbe bene questa frase se un professore la pronunciasse a suo nome in una classe di ESO/DBH, di Baccalaureato o in qualsiasi corso di EHU? Dovete guardarlo, direbbe Confucio. Ci direbbe anche: “Un giovane deve amare i suoi genitori quando è a casa e rispettare gli anziani quando è fuori casa” (I, 6). 

“Zilu gli chiese: ‘E quali sono i tuoi desideri?’ Confucio rispose: ‘Dare riposo agli anziani, fiducia agli amici e tenerezza ai piccoli’ ” (Analecti V,25). Riposo. Tutti, giovani e anziani, stiamo male per il riposo. Dove andiamo così di fretta, così stressati, e sempre di più? Il riposo è uno dei contributi fondamentali di Israele alla cultura universale: “Il settimo giorno riposerai”, e “ogni settimo anno sarà un anno di riposo” per tutti (include espressamente immigrati, animali e terra), e “ogni 50 anni celebrarete un anno giubileo”, che comporta la liberazione degli schiavi, il perdono di tutti i debiti e la restituzione delle terre o dei beni venduti o espropriati. Dovremmo anche guardarlo noi, e forse Israele stesso prima di tutti. E da qui deriva il termine latino *jubilum* e la nostra parola jubilazione. 

Sappiamo, dunque, cercare riposo. Sappiamo riposare. 

Ma Confucio non insegna solo quale dovrebbe essere il comportamento dei più giovani nei nostri confronti, noi anziani, ma anche ciò che ci viene chiesto o ci si aspetta da noi, gli anziani. “Confucio disse: ‘L’uomo superiore si astiene da tre cose: quando è giovane e la sua linfa e energia vitale non si sono consolidate, si astiene dal sesso; quando si è rafforzato e il suo sangue e la sua energia vitale sono più solidi, si astiene dalle dispute; quando diventa vecchio e il suo sangue e l’energia vitale decadono, si astiene dall’avidità’ (Analecti 16,7). 

b) Laozi 

Passo all’altro grande saggio cinese dell’antichità, contemporaneo di Confucio: Laozi. Si tratta sicuramente di una figura leggendaria, ma questo non diminuisce affatto il valore degli insegnamenti che gli vengono attribuiti e che sono raccolti in un libretto senza sprechi, breve quanto luminoso, pieno di immagini e paradossi brillanti: il Dao De Jing. Si parla appena della vecchiaia come tale, ma offre le grandi chiavi filosofiche e spirituali che valgono senza dubbio per tutte le età, ma acquisiscono una particolare rilevanza nella vecchiaia. 

Ad esempio: il segreto della pace sta nel svuotarsi (cap. 16), la pienezza si raggiunge rinunciando (cap. 48), crescere troppo è invecchiare (cap. 55), chi accumula molto perde molto (cap. 44), chi vuole trattenere qualcosa lo perde (cap. 29), nulla è più forte di un neonato (cap. 55), il morbido e flessibile è più forte del duro e del rigido (cap. 10, 28, 79), la saggezza profonda consiste nell’essere come l’acqua che non rivaleggia con nulla, che cerca il posto più basso ed è così utile a tutto il mondo (cap. 8, 66, 78). 

 Nella tradizione taoista si sviluppò e diffuse un’intera alchimia, ereditata da antiche pratiche cinesi, che aveva come oggetto raggiungere la longevità e persino l’immortalità, utilizzando per questo certe sostanze (il famoso cinabro o solfuro di mercurio), o esercizi respiratori o pratiche energetiche per raggiungere la pienezza dell’energia vitale. Il Dao De Jing attribuito a Laozi non fa la minima menzione di tali pratiche. Insegna piuttosto che, per raggiungere la pienezza o l’eternità oltre il nostro spazio e tempo, non c’è strada più giusta che lo svuotamento dell’ego e la profonda trasformazione che ci porta all’unione con il nostro essere profondo, con la eterna fonte misteriosa di ciò che è e siamo, cioè con il Dao eterno. Basta come esempio il cap. 16: 

La norma suprema è raggiungere il vuoto; 

il principio superiore è custodire la pace. 

Nel divenire di tutte le cose rumorose 

si contempla il loro ritorno. 

Tutti gli esseri crescono nell’agitazione, 

ma poi tornano alla loro origine. 

Il ritorno all’origine è trovare riposo. 

Il riposo è il ritorno al proprio scopo. 

Tornare al proprio scopo è essere eterno. 

Conoscere l’eterno è l’illuminazione. 

Non conoscere l’eterno è camminare ciechi verso la perdizione. 

Colui che conosce l’eterno è paziente, 

colui che è paziente è re, 

colui che è re è simile al Cielo [ordine cosmico], 

colui che è simile al Cielo è uno con il Dao, 

colui che è simile al Dao rimarrà per sempre, 

fino alla fine della sua vita senza pericolo (cap. 16). 

➤ seconda parte

➤ terza parte

➤ quarta parte

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martedì 30 dicembre 2025

OGNI COSA A SUO TEMPO

 


La fine dell’anno

 è momento di bilanci

 e occasione

 per recuperare 

la saggezza 

del tempo che passa. 

 

di Enzo Bianchi 

 

Davanti a te un altro anno. “Buon anno!” augurerai e ti sentirai dire! Ma non dimenticare che se è bello che ti venga incontro un anno nuovo resta vero che un anno della tua vita è passato e non c’è più! E tu devi renderti conto del trascorrere del tempo: basta che osservi con attenzione il calendario del tuo corpo che registra immancabilmente i segni degli anni che passano. 

Così nella nostra vita ci sono gli anni dell’adolescenza, di cui prendiamo infuocata consapevolezza, poi vengono gli anni della giovinezza, segue la stagione della maturità e poco a poco arrivano anche l’anzianità e la vecchiaia. Questo processo non riguarda solo il corpo, riguarda anche la nostra psiche e riguarda il nostro spirito. Infatti, la nostra vita spirituale cresce e si evolve non sempre in senso progressivo, a volte con arresti e regressioni, ma va avanti e cambia. 

E noi siamo sempre attenti a questi cambiamenti ineludibili? Perché nella maturità la preghiera non è più quella della giovinezza, facendosi sempre più ascolto e poi nell’anzianità la preghiera tende a essere adorazione, addirittura silenzio, ripetizione di invocazioni alle quali si consegna una forza che non si sente più nelle proprie parole. 

Nei vecchi aumentano le domande e non solo diminuiscono le risposte ma si cercano di meno perché pregare diventa stare davanti a Dio, tentare di vedere il suo volto, sussurrargli “misericordia Signore, misericordia Signore”, e fare silenzio. 

C’è un modo di pregare per ogni stagione. È significativo che siccome non vedevano più Francesco d’Assisi pregare quando era stanco e malato dicevano di lui: “Non pregava più perché era preghiera!”. Sì, da vecchi si può per dono di Dio ed esercizio fedele di tutta una vita essere diventati preghiera!   

Famiglia Cristiana

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giovedì 27 novembre 2025

L'ARTE DELLA VECCHIAIA

La terza età ci coglie sempre impreparati. 

E attiviamo molte difese, spesso disfunzionali. 

Invece questo tratto di vita può essere un periodo di crescita, nella relazione con l'altro.

 

-         di Mariolina Ceriotti Migliarese


Pensare all’attesa ci porta a interrogarci anche sull’invecchiamento, fase della vita in cui il tempo prende un modo diverso di avanzare, perché ci avvicina all’ignoto. Qual è il momento in cui diventiamo vecchi? È difficile rispondere a questa domanda. La vecchiaia ci coglie sempre un po’ all’improvviso; non ci accorgiamo di invecchiare, ma ci accorgiamo piuttosto di essere diventati vecchi: di essere entrati in una dimensione in cui il senso del tempo si modifica, il passato si schiaccia su se stesso e il futuro si accorcia. Come ha scritto recentemente il Cardinale Scola, la vecchiaia «…mi è venuta addosso con un’accelerazione improvvisa e per molti aspetti inaspettata». Forse un primo segnale è il presentarsi inconsueto e insistente di pensieri di confronto con i nostri genitori: cosa facevano alla nostra età, fino a che età sono vissuti, quanti anni ci mancano per raggiungere o superare quel traguardo, come stavano di salute alla nostra età. E poi ci sono (anche per chi sta bene) i piccoli e inevitabili segnali di scricchiolamento del corpo: segnali a cui non facevamo particolarmente caso e che ora invece attivano in noi un’ ansia nuova e fastidiosa, che ci accompagna come un sottofondo sgradevole. 

 Anche se la vecchiaia fa parte delle età della vita, non è facile pensarla davvero come le altre età: pensarla cioè come un tempo di sviluppo, con un proprio specifico “compito evolutivo” secondo il linguaggio dello psicanalista E. Erikson. Che compito evolutivo, e dunque migliorativo, può esserci in una fase della vita in cui tutto ci parla di perdita e di involuzione? Mentre tutte le tappe precedenti promettevano vita, l’approdo certo della vecchiaia è la morte, e la morte è un pensiero che sbarra la strada e che angoscia, perché si affaccia su qualcosa che non è pensabile. L’inquietudine della fragilità ci coglie impreparati, e la cultura in cui siamo immersi non ci aiuta a misurarci con l’idea della nostra finitezza, ma ci spinge piuttosto a mettere in atto strategie difensive che tengano lontano le vere domande, che sono domande di senso. 

Una prima difesa consiste nel proiettare sul mondo esterno l’aspettativa (o la pretesa) di soluzioni risolutive, come ad esempio la magia di un sistema sanitario così perfetto da sconfiggere ogni malattia e annullare la morte. La morte così non appare più come un evento ineluttabile che non possiamo controllare, ma piuttosto come l’effetto del fallimento di un sistema ancora imperfetto, e che possiamo perciò perfezionare. Si muore per colpa di qualcuno o di qualcosa, e non semplicemente per la nostra mortalità. 

 Un’altra difesa traspare dal moltiplicarsi delle proposte assicurative, che dovrebbero rassicurarci e diminuire l’angoscia attraverso la protezione contro ogni genere di evento avverso. C’è poi il tentativo di anestetizzare le paure con la negazione: l’anestetico proposto è da un lato l’iperattività, il non rallentare mai nemmeno quando si invecchia; ma lo sono anche le innumerevoli forme di dipendenza che ci vengono proposte, accompagnate dall’idea che per sopportare la vecchiaia l’unica soluzione sia immergersi in una sorta di costante intrattenimento. Ancora più estrema appare poi la nuova difesa che oggi ci viene suggerita tra le righe, e cioè quella di buttarsi attivamente contro ciò che ci fa paura anticipandolo: difesa disperata che mi sembra almeno in parte spiegare una delle dinamiche inconsce del movimento a favore dell’eutanasia, che è il tentativo illusorio di prendere un controllo attivo su ciò a cui non è in alcun modo possibile sfuggire. L’esperienza ci insegna che tutte queste difese sono in realtà fortemente disfunzionali e inefficaci, perché l’inquietudine dilaga e la paura non scompare affatto. Non solo, ma l’uso massiccio di queste difese impedisce di riconoscere e utilizzare le difese realistiche, funzionali e adeguate di cui potremmo invece disporre davanti alla nostra vulnerabilità e alle nostre paure. 

 Per l’essere umano di qualsiasi età la vera protezione dall’angoscia passa infatti dalla relazione con altri esseri umani; la difesa dal limite e dalla fragilità richiede che siamo capaci di soccorrerci e sostenerci l’un l’altro con il reciproco affetto: una solidarietà concreta e calda che può realizzarsi solo rimettendo al centro del nostro vivere insieme l’affidamento reciproco e la reciproca responsabilità. In questo mondo così sfiduciato, l’anno giubilare ci invita a fermarci per riflettere anche su questo: è possibile rileggere la vecchiaia (che accompagna verso la morte) non solo nella paura, ma anche sotto il segno della Speranza? Nessuno di noi può conoscere in anticipo come sarà per lui il tempo della vecchiaia: un tempo lungo o breve, di salute o di malattia, di dipendenza importante dagli altri o di relativa indipendenza. E nessuno di noi può capire davvero in profondità la lotta personale di ogni singola persona che ci precede invecchiando. Possiamo osservare chi è più avanti di noi in questo cammino, per cercare di imparare da chi ci precede “invecchiando bene”, senza però giudicare chi ci sembra in difficoltà, chi “invecchia male”. Sappiamo che dovremo lasciar andare le cose cui siamo attaccati: la bellezza, la salute, le attività che ci permettevano di controllare almeno un po’ la realtà intorno a noi. A volte dovremo rinunciare anche a controllare la nostra realtà interna, perché potremo perdere almeno in parte la lucidità e la memoria. Nessuno di noi può credere di essere davvero preparato a questo. 

 Più che in ogni altra età della vita, nella vecchiaia il compito di ciascuno si fa del tutto personale: ognuno dovrà esplorare la “sua” vecchiaia, che sarà del tutto unica e in continuità con la sua storia così come è stata. Non c’è “la vecchiaia” e non c’è un modo solo per affrontarla: c’è o ci sarà la “mia” vecchiaia, e dovrò trovare il mio modo per viverla. Si può partire solo da ciò che siamo, senza infingimenti: la nostra storia, le nostre relazioni, le nostre risorse, i nostri limiti, i nostri errori. Ciò che siamo oggi è il punto di partenza, il “dato” da cui partire. Non si tratta di contare gli errori del passato, o di coltivare inutili rimpianti: questa nuova età ci pone di fronte una sfida tutta da vivere, giorno dopo giorno, e dobbiamo domandarci non solo come stare nel presente, ma anche come andare verso il futuro. Dobbiamo iniziare a chiederci cosa è davvero essenziale, per cui vale la pena investire le risorse che ci restano; possiamo chiederci cosa in noi può ancora crescere, dove possiamo ancora cambiare (nel carattere, negli atteggiamenti, nella pazienza, nella capacità di affidarci) e cosa abbiamo trascurato di importante. La crescita nell’anziano è possibile, ma si muove in direzione della profondità, fino a intuire che l’anima umana può espandersi fino a voler uscire da un corpo divenuto ormai troppo stretto per contenerla. 

 L’eternità che ci viene promessa e verso cui coltivare la Speranza non è un tempo. Può capirlo chi ha perso una persona molto cara e ha sperimentato come questo incide sulla sua percezione del tempo. Dopo un lutto importante il tempo sembra sdoppiarsi, e accanto al tempo cronologico (che continua inesorabilmente a scorrere allontanando la persona che amiamo) iniziamo a percepire una dimensione più sotterranea, che riesce a mantenere vicino a noi chi se ne è andato, in un costante presente. Non si tratta solo di una dimensione psicologica; se guardiamo più da vicino e più profondamente questa esperienza singolare, iniziamo anche a comprendere cosa significa che l’eternità è un presente senza fine: possiamo percepire che chi ci ha lasciato rimane vicino a noi, al di là del tempo che scorre, nella dimensione senza tempo dell’eternità. 

E’ quello il luogo dove stiamo andando, e dove ci troveremo di nuovo: il luogo dove ci accompagna la Speranza, e dove potremo contenere tanto più Amore quanto più saremo diventati capaci di contenerlo, magari utilizzando bene proprio l’ultimo tratto della nostra vita, in apparenza così faticoso e inutile. 

 www.avvenire.it

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venerdì 11 luglio 2025

GRATITUDINE e CURA

 

ANZIANI, 

SEGNI DI SPERANZA


Nel messaggio per la Giornata mondiale dedicata ai nonni e a chi è nella parte finale della vita (27 luglio) il richiamo al bene sempre da compiere: «Trasmettiamo la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani»

Il Papa: «Anziani, siete segni di speranza L’amore e la preghiera non hanno età»

«Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani»

  -       di TOMMASO PICCOLI

-        «Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno ». Queste parole di san Paolo ai cristiani di Corinto sono l’ultima citazione del messaggio scritto da Leone XIV per la quinta Giornata mondiale dei nonni e degli anziani (27 luglio) e diffuso ieri. L’ultima citazione ma la più pregnante, perché è l’avvicinarsi alla risurrezione e alla beatitudine senza fine il vero motivo della speranza di cui è intessuto il messaggio stesso fin dal titolo Beato chi non ha perduto la sua speranza (cfr Sir 14,2).

«Nella Bibbia – scrive il Pontefice – Dio più volte mostra la sua provvidenza rivolgendosi a persone avanti negli anni. Così avviene, oltre che per Abramo, Sara, Zaccaria ed Elisabetta, pure per Mosè, chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni (cfr Es 7,7). Con queste scelte, ci insegna che ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e che gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza. “Cos’è mai questo tempo della vecchiaia?” – si domanda al riguardo sant’Agostino – Ti risponde qui Dio: “Oh, venga meno per davvero la tua forza, affinché in te resti la forza mia e tu possa dire con l’Apostolo: Quando sono debole, allora sono forte” ( Super Ps. 70, 11)».

Ancora: «Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio (cfr Gen 48,8-20). Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire».

Il Papa ricorda che il Giubileo, fin dalle sue origini bibliche, ha rappresentato un tempo di liberazione e «guardando alle persone anziane in questa prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono». Per questo motivo «ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani, creando per loro e con loro reti di sostegno e di preghiera, intessendo relazioni che possano donare speranza e dignità a chi si sente dimenticato ». A tale riguardo Leone XIV fa presente una particolarità di questo Giubileo, normata dalla Penitenzieria apostolica, ovvero che quanti non potranno venire a Roma quest’anno in pellegrinaggio, possano anche «conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo agli anziani in solitudine, [...] quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cfr Mt 25, 34-36)».

Il Papa riprende infine il libro sapienziale che ha ispirato il tema della Giornata di quest’anno, il Siracide, che «afferma che la beatitudine è di coloro che non hanno perso la propria speranza (cfr 14,2), lasciando intendere che nella nostra vita – specie se lunga – possono esserci tanti motivi per volgersi con lo sguardo indietro, piuttosto che al futuro. Eppure, come scrisse papa Francesco durante il suo ultimo ricovero in ospedale, “il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza” ( Angelus, 16 marzo 2025). Abbiamo una libertà che nessuna difficoltà può toglierci: quella di amare e di pregare. Tutti, sempre, possiamo amare e pregare». Così «il bene che vogliamo ai nostri cari – al coniuge col quale abbiamo passato gran parte della vita, ai figli, ai nipoti che rallegrano le nostre giornate – non si spegne quando le forze svaniscono. Anzi, spesso è proprio il loro affetto a risvegliare le nostre energie, portandoci speranza e conforto».

Questa l’esortazione conclusiva di Leone XIV: «Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore. Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età».

 www.avvenire.it


Leggi: MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV PER LA V GIORNATA MONDIALE DEI NONNI E DEGLI ANZIANI




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venerdì 27 giugno 2025

VIVERE DA ANZIANI


Ci sono segni di speranza anche nell’età anziana. Ma è necessario guardarla come una fase della vita con opportunità proprie. 

Può essere tempo di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati…


Luciano Manicardi

 

La situazione dell’anziano oggi è particolarmente complessa. Il notevole allungamento della vita nel ricco Occidente porta alcuni a distinguere tra giovani-anziani, anziani, grandi-anziani e centenari. L’anzianità nasce dall’incontro dialettico tra dato biologico e variabili culturali e oggi è possibile incontrare anziani attivi e in buone o discrete condizioni di salute, sicché un approccio che veda l’anzianità solo a partire dal «meno», dalla «riduzione» o dal «rallentamento» delle capacità cognitive e fisiche si rivela inadeguato. E più che mai, con l’avanzare dell’età, si accentuano le differenze tra gli individui. Il che rende problematico un discorso sull’anzianità in generale, in quanto quest’ultima si differenzia enormemente in ciascun individuo. 

Tuttavia, una considerazione si impone circa lo statuto sociale dell’anziano oggi: la contraddizione tra l’anzianità perseguita e diffusa e, al tempo stesso, discriminata. L’estendersi della popolazione anziana si accompagna alla cancellazione dei segni che visibilizzano nel corpo i segni dell’invecchiamento. In questa logica distorta, tanto più la vita diviene longeva tanto più deve nascondersi, fingersi giovanile, mascherarsi da giovinezza vergognandosi di ciò che è. Se Cicerone elencava quattro motivi che rendono triste la vecchiaia (allontanamento dall’attività lavorativa, indebolimento del corpo, negazione dei piaceri, prossimità alla morte), oggi se ne aggiunge un altro: l’era della tecnica e dell’informatica ha reso fuori luogo l’adagio che legava vecchiaia e sapienza e vedeva nell’anziano il depositario di un’esperienza che lo rendeva elemento fondamentale nel gruppo sociale. Oggi la sua esperienza è giudicata inutile: altro è il sapere necessario e spesso sono i giovani che insegnano ad adulti e anziani a usare marchingegni tecnologici. 

Il fenomeno dell’«anziani­smo» indica l’insieme degli stereotipi e dei pregiudizi proiettati sull’età anziana che diviene discriminazione dell’anziano stesso. Discriminazione visibile a livello strutturale in politiche pubbliche e norme del mondo lavorativo che penalizzano chi è più avanti nell’età. Ma poi diventa marginalizzazione sul piano relazionale e perfino, una volta introiettato lo «stigma», disistima di sé, senso di inutilità, colpevolizzazione (essere di peso) da parte dell’anziano stesso. Dalle differenze di classe si passa alle differenze di età e il conflitto sociale diviene conflitto di generazioni: segno della biologizzazione dei rapporti sociali. 

La differenza rispetto a forme di discriminazione che riguardano l’etnia (razzismo) e il genere (sessismo) è che chi discrimina un anziano è destinato a diventarlo a sua volta. E qui vediamo l’anzianità come pietra d’inciampo proprio nel suo essere visibilizzazione della fragilità e caducità umana. Si deve parlare della scomodità dell’anziano perché memoria della fragilità che concerne tutti e che, nella misura in cui è rimossa dall’immagine della vita riuscita oggi propagandata, vuole essere cancellata così come si cerca di cancellare le rughe dal volto anziano e di relegare gli anziani in ospizi che li rendano invisibili. 

Il bel volto anziano, provato, gravato di lutti ma con dolcezza e luminosità di sguardo di Alvin Straight (l’attore Richard Farnsworth) nel film Una storia vera, di David Lynch, presenta la possibile ricchezza e fecondità dell’anzianità: intraprende un viaggio di centinaia di chilometri per andare a trovare il fratello colpito da infarto e con cui non parla da dieci anni, con un tosaerba che traina un carretto. Ha problemi di vista, cammina con due bastoni, non ha la patente, ma la vita gli ha insegnato l’essenziale: «Alla mia età – dice –, ho imparato a separare il grano dalla crusca e a ignorare le sciocchezze». 

L’anzianità riguarda dunque chi la vive, chi vede e incontra la persona anziana, e l’immaginario collettivo. Per dare segni di speranza agli anziani non basta esortare figli e nipoti a essere vicini a genitori e nonni, ma occorre uno sforzo culturale per immaginare e creare funzioni per loro. E occorre accedere a una visione dell’anzianità come una fase della vita con le sue prerogative e opportunità proprie. Può essere tempo di anamnesi, di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati. Un tempo di verità, in cui si vive per grazia e non per dovere (Karl Barth), un tempo di passaggio dall’esteriorità all’interiorità (Jung), in cui emerge che ciò che vale è ciò che si è, al di là di ciò che si fa. Nella vecchiaia semplicemente si è.

 Allora l’anziano può giungere a dire il suo grazie al passato e il suo sì al futuro, pregando il Salmo 71, e inoltrarsi nel crepuscolo della vita facendo sue le parole del Nunc dimittis.

Messaggero di Sant'Antonio

mercoledì 5 febbraio 2025

L'ARTE DI INVECCHIARE

 


Socrate, Agata e il futuro.


 L'arte di invecchiare

con filosofia 

di Beppe Severgnini (Autore)

 

La vita umana, insegna l’induismo, si divide in quattro periodi: il primo serve per imparare, guidati da un maestro; il secondo per realizzare sé stessi; il terzo per insegnare e trasmettere la conoscenza; l’ultimo, segnato da un progressivo disinteresse verso le cose materiali, per prepararsi al congedo.

Molti, oggi, non lo ammettono. Nonostante l’età, continuano a sgomitare, spingere, accumulare. Inseguono cariche, conferme, gratificazioni sociali. Non sanno rallentare, ascoltare, restituire.

 Con l’aiuto di una nipotina che insegna il disordine quotidiano (e mette i palloncini sul busto di Socrate), Beppe Severgnini riflette sul tempo che passa e gli anni complicati che stiamo attraversando. «Le cose per cui verremo ricordati – scrive – non sono le cariche che abbiamo ricoperto e i successi che abbiamo ottenuto. Sono la generosità, la lealtà, la fantasia, l’ironia. La capacità di farsi le domande giuste.»

Don’t become an old bore, non diventare un vecchio barbogio: ecco l’imperativo. L’autore invita a «indossare con eleganza la propria età».

Per farlo serve comprendere il potere della gentilezza, imparare dagli insuccessi, allenare la pazienza, frequentare persone intelligenti e luoghi belli, che porteranno idee fresche. Serve accettare che c’è un tempo per ogni cosa, e la generazione dei figli e dei nipoti ha bisogno di spazio e incoraggiamento. Non di anziani insopportabili.

 Beppe Severgnini, L'arte di invecchiare. ed. Rizzoli

 

lunedì 7 ottobre 2024

LA VECCHIAIA, UN NUOVO VOLTO DELLA VITA



Insieme all’invecchiamento di massa si fa strada un nuovo volto della vita

Studi scientifici mostrano una sempre più precisa identità della generazione anziana, con caratteristiche ed esigenze proprie

 Una delle trasformazioni sociali più significative di questo secolo induce a spostare la soglia di accesso alla vecchiaia, modificando il profilo di quello che non va più considerato solo come un “lungo tramonto”

C’è tutta una parte dell’esistenza che attende di essere riconsiderata. La memoria non “perde colpi” ma diventa selettiva. 

E il picco delle capacità intellettive ora si sposta a 70 anni.

 Cresce la coscienza che la vecchiaia sia un’età con un profilo proprio

 

-         di VITTORIO A. SIRONI

 «La vecchiaia è per sé stessa una malattia», affermava nel II secolo avanti Cristo lo scrittore latino Publio Terenzio riferendosi ai malanni e alle privazioni fisiche tipiche della senescenza. Se questa considerazione è rimasta di fatto valida per oltre due millenni, oggi non è più così. Non solo perché la medicina, a partire dalla metà del secolo scorso, ha progressivamente consentito di allungare la durata della vita media (l’aspettativa di vita è aumentata di 20 anni rispetto agli inizi del Novecento) e di migliorare al contempo la qualità dell’esistenza, ma anche per il fatto che gli stessi geriatri – cioè i medici che si occupano di studiare e curare gli anziani – hanno proposto ufficialmente di innalzare l’età da cui far partire la vecchia di una decina d’anni: dai 65 ai 75 anni.

 Sebbene la vecchiaia sia a tutti gli effetti la parte finale del ciclo vitale, non si può dire che sia legata solo all’età. L’età cronologica è un dato di fatto – ma ci sono fattori ben più importanti da prendere in considerazione –, come l’età biologica (che sovente è minore di quella anagrafica) e la condizione psicologica. Questa fase dell’esistenza corrisponde a una vera metamorfosi da interpretare e vivere nel suo significato in modo non diverso da quel cambiamento che segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

 Lo afferma con convinzione lo psichiatra Vittorino Andreoli nella sua Lettera a un vecchio (Solferino, 2023) che invita a pensare a questa età dell’esistenza come legata a un nuovo stile di vita e a una nuova visione del mondo. Lo sostiene anche il monaco Enzo Bianchi nel suo saggio La vita e i giorni (Il Mulino, 2018), in cui definisce la vecchiaia una fase che, nonostante le sue ombre e le sue insidie, fa parte del cammino dell’esistenza: è arte del vivere che possiamo in gran parte costruire a partire dalla nostra consapevolezza per prepararsi ad allentare il controllo sul mondo e sulle cose, senza nulla concedere a una malinconica nostalgia, ma anzi trovando l’occasione preziosa di un generoso atto di fiducia verso le nuove generazioni.

 È errato credere che il tema attorno a cui ruota l’esistenza del vecchio sia la morte e che la sua maggiore preoccupazione sia la malattia. Occorre invece che la società si convinca che egli ha bisogno di sentirsi utile, di avere un senso proprio nel presente e che la sua passata esperienza vissuta possa essere realmente percepita fonte di saggezza e non interpretata come nostalgia per il passato. Solo così si possono rimettere al centro i desideri e le caratteristiche degli anziani, evitando loro il dolore della solitudine, dell’esclusione e dell’abbandono, come ha più volte ribadito papa Francesco ricordando che la contrapposizione tra generazioni è un inganno e che lo “scarto” degli anziani non è né casuale né ineluttabile, ma frutto di scelte – economiche, politiche, sociali, personali – che non riconoscono la dignità della persona.

 Proprio per evidenziare gli importanti contributi che le persone anziane possono dare alla società, e per aumentare la consapevolezza delle opportunità e delle sfide che l’invecchiamento pone al mondo di oggi, nel 1990 l’Assemblea generale delle nazioni Unite ha stabilito che ogni anno il 1° ottobre sia dedicato a festeggiare la Giornata internazionale delle Persone anziane, appena celebrata. Il loro impatto è sempre più marcato in ambito sociale: per la prima volta nella storia, nei Paesi occidentali, gli individui nati nella seconda metà del Novecento hanno ragionevoli probabilità di essere attivi, fisicamente e mentalmente, perlomeno sino a 85 anni. Oggi nel mondo quasi un miliardo di persone ha un’età pari o superiore ai 60 anni, superando globalmente giovani e bambini. Entro il 2030 questa quota arriverà a toccare il miliardo e mezzo. L’invecchiamento della popolazione è destinato a diventare una delle trasformazioni sociali più significative del XXI secolo. Manca però una vera e consapevole riflessione antropologica, sociale e sanitaria su questo “invecchiamento di massa”, mentre prevale spesso un pregiudizio (il cosiddetto “ageismo”) che porta a disprezzare tutto ciò che è connesso alla vecchiaia. 

Certamente la vecchiaia è l’ultimo capitolo della vita, ma nessuno può sapere quanto duri. Entrare in questa fase dell’esistenza è però anche un privilegio: basti pensare ai tanti che hanno visto interrompersi la loro vita senza raggiungerla. C erto con l’incalzare della vita il pensiero della sua fine non può essere dimenticato, e talvolta non è facile da accettare. Non ha senso però pensare alla vecchiaia solo come anticamera della morte. È invece uno spazio dell’esistenza da riconsiderare (anche alla luce della fede), da fondare sui bisogni personali e non su quelli guidati o suggeriti dalla società. In questa prospettiva una delle cose più immediate è rifiutare l’uso di termini eufemistici. Occorre mantenere la precisione, la dignità e la “bellezza” di alcune parole, che invece oggi la società fa percepire come inadeguate, preferendo utilizzarne altre per nascondere una realtà che cerca di ignorare o addirittura di negare. È più adeguato chiamare la vecchiaia con questo nome in luogo di altri apparentemente più neutri, come anzianità, terza o quarta età. Così come è più opportuno definire i vecchi con tale parola invece di quella ritenuta più appropriata e meno impattante di “anziani”.

 La medicina stessa fornisce oggi una lettura diversa di alcune caratteristiche della vecchiaia. Gli inevitabili cambiamenti fisici del corpo legati al trascorrere del tempo possono essere gestiti attraverso un adeguato stile di vita che passa attraverso un’alimentazione corretta. La diminuzione della forza muscolare, in parallelo e in simmetria con la riduzione del suo uso, induce una fragilità che può essere bilanciata da un’attività fisica legata al movimento e, se possibile, alla pratica sportiva non stressante.

 Anche le difficoltà psicologiche del vecchio possono essere superate dalla consapevolezza del bisogno che ciascuno ha dell’altro: riscoprendo il legame d’amore coniugale e filiale, consolidando gli affetti con i parenti e gli amici. La diminuzione della memoria dell’anziano, che viene spesso vissuta e intesa come apriporta di un decadimento fisiologico di tutte le funzioni mentali o, ancora peggio, come l’inizio di un processo di involuzione cognitiva destinato a sfociare poi nella demenza, è interpretata oggi in maniera differente dalle neuroscienze. La memoria è testimone del vissuto individuale delle persone e la metamorfosi che si opera nella vecchiaia modifica anche la percezione del tempo e del vissuto individuale. Ecco perché spesso il vecchio ricorda bene episodi del passato che hanno avuto un rilievo significativo nella sua vita e dimentica invece fatti e nomi recenti che non sono importanti per lui in questa parentesi esistenziale. Il suo cervello non è più veloce come in gioventù perché è – come la memoria di un computer – molto ricco di dati, ma in compenso risulta molto più flessibile.

 Con l’età è più probabile che si prendano decisioni giuste e si sia meno esposti a emozioni fuorvianti: è la famosa “saggezza” della vecchiaia. Il professor Monchi Ury, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Montréal, sostiene che il cervello dei vecchi funziona eliminando le attività superflue e la sovrabbondanza di informazioni, operando solo con le finalità più adeguate per risolvere i problemi da affrontare.

 Alcuni recenti studi evidenziano poi come il cervello umano raggiunga il picco della sua capacità intellettuale proprio attorno ai 70 anni. Il medico statunitense Fitzhung Mullan, direttore della George Washington University School of Medicine, in un recente articolo pubblicato sull’autorevole rivista The New England Journal of Medicine, dimostra che il cervello di una persona anziana è molto più efficiente di quanto si creda perché, dopo i 60 anni i vecchi sono in grado di utilizzare contemporaneamente in modo integrato e armonico entrambi gli emisferi encefalici. Ecco perché molte persone oltre questo limite di età risultano sovente più creative di altri soggetti più giovani. « Mi diverto a invecchiare: è un’occupazione costante » ha detto a chi lo intervistava diversi anni fa a proposito della sua età lo scrittore e critico teatrale francese Paul Léautaud. Riprendendo la sua affermazione il neurologo Yves Agid dimostra nel suo libro Invecchiare? È divertente (Carocci, 2022) che invecchiare non dipende solo dal passare del tempo, ma soprattutto dal nostro cervello. La vecchiaia può e deve quindi rappresentare una tappa feconda della vita se a questa fase dell’esistenza si dà un senso nuovo, se si riscoprono ideali culturali e sociali, religiosi ed etici, se si mantengono e si consolidano conoscenze e affetti. Senza aspettare passivamente l’arrivo di una badante o pianificare l’ingresso in una Rsa.

 

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