Visualizzazione post con etichetta Dante. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dante. Mostra tutti i post

venerdì 7 marzo 2025

TRA L'INFERNO E IL PARADISO


 Tra l’inferno e il paradiso 

di una scuola di periferia

 

di Ilaria Dioguardi  

   

In un istituto scolastico della periferia della Capitale arriva la lettura della "Divina Commedia", con cui «proviamo a uscire dall’Inferno, per inseguire il Paradiso». È la sinossi del libro "Leggere Dante a Tor Bella Monaca", che è stato proposto da Marco Cassini per il Premio Strega. Lo scrittore ed insegnante: «Il nostro compito, il nostro dovere di dipendenti pubblici, è quello di trasformare la diversità in ricchezza, in valore aggiunto, in una reciproca opportunità»

Leggere Dante a Tor Bella Monaca di Emiliano Sbaraglia (Edizioni e/o) è «la storia di un professore di una di quelle scuole definite “difficili” di una periferia “difficile”», scrive Marco Cassini, che l’ha proposto per il Premio Strega 2025. «Con questo libro volevo raccontare anche un’altra Tor Bella Monaca», dice lui.

Sbaraglia, come nasce l’idea di questo libro?

Durante il periodo del Covid. Poi ho iniziato a prendere degli appunti nella scuola secondaria di primo grado nella quale insegnavo. Quando sono andato via da quell’istituto, ho deciso che era arrivato il momento. È stata una lunga riflessione e scrittura, durata cinque anni. Dopo questa gestazione, per concluderlo, mi sono dovuto allontanare. Non che sia andato via dalla scuola per questo motivo, i motivi sono altri, come anche nel libro si racconta.

Sì, nel libro lo racconta: «Ormai da un po’ continua a ronzare nella testa la percezione che sia arrivato il momento di lasciare il proprio posto a qualcun altro, qualcuno che dentro la sua, di testa, non abbia niente di tutto questo e porti energie fresche». Lei insegna sempre?

Sì, in una scuola di Frascati.

Leggere Dante a Tor Bella Monaca è stato proposto al Premio Strega da Marco Cassini. Come ha preso questa notizia?

È per me una grande soddisfazione, non lo nascondo. Lo sento come un riconoscimento. Cassini mi ha detto di aver apprezzato non solo il contenuto, ma anche il modo in cui è stato scritto. Però non mi faccio illusioni: per me va già bene così.

«Lontano dalla retorica sul senso di “missione” o “vocazione”, il docente-protagonista si definisce semplicemente un “dipendente pubblico”, che con pazienza e inventiva riesce pian piano a conquistarsi la fiducia di una classe che altrimenti sarebbe molto probabilmente destinata all’abbandono scolastico», scrive Cassini nella motivazione.

Ho cercato, nel libro, di approfondire un paio di temi che mi stavano particolarmente al cuore nel momento in cui ho deciso di scriverlo. Io ho insegnato 11 anni in quella scuola, dove ogni tanto torno: non ho perso i contatti, soprattutto con il territorio. Il primo, se dovevo scrivere di Tor Bella Monaca, anche se il mio racconto è in una scuola, volevo cercare di uscire un po’ dalla retorica della cronaca nera. Con questo libro volevo raccontare anche un’altra Tor Bella Monaca, che esiste, fatta di famiglie che vengono a chiedere un sostegno rispetto al modo in cui i ragazzi possono stare in classe, fatta di gente che lavora e che vorrebbe lavorare in una maniera migliore. Poi ho cercato di sottolineare anche un fatto al quale tengo molto: la storia dell’insegnante “missionario” deve finire.

Ci spieghi meglio.

Siamo degli insegnanti, io dico nel libro dei “dipendenti pubblici”, io mi sento questo, soprattutto in questi ultimi anni, dopo aver maturato un po’ di esperienza: finora ho fatto 24 anni di insegnamento, 12 da supplente e 12 da insegnante di ruolo. Non è questione di fare i “missionari”, di andare a fare una missione, di sacrificare il proprio ruolo di insegnante in determinate scuole. Si tratta di andare in contesti territoriali un po’ più complicati, di cercare di comprendere che cosa serve, come bisogna lavorare. E lavorarci. La logica della missione non fa bene a nessuno, non fa bene al mondo degli insegnanti per come vengono visti e non fa bene a quelle scuole dove vai a lavorare. Deve essere una scuola come tutte le altre, poi non lo è, però bisogna lavorare con questa prospettiva.

La logica della missione non fa bene a nessuno, né agli insegnanti né alle scuole. Non siamo missionari, siamo dipendenti pubblici

Quanto è complicato essere, come dice nel suo libro, dei “PPP”, dei professori professionisti passionali?

È complicato, ci devi mettere tanto nell’arco della tua giornata, perché poi quando esci da lì non se ne vanno i pensieri, restano se sei passionale. Io un po’ mi stavo giocando anche la salute, è stato il medico che, ad un certo punto, mi ha chiesto se non era il caso di trovare un’altra scuola. Ma se senti che stai cercando di fare qualcosa di utile, è anche uno stimolo per continuare a farlo tutti i giorni. Lì la sensazione di essere utile a qualcuno c’è, per me c’è in tutte le scuole e c’è sempre stata. Però in scuole come quelle, c’è di più.

Quanto è difficile cercare di scardinare la disillusione dei ragazzi di cui parla? Penso, ad esempio, a Fabiano, di cui scrive che «è quasi annoiato, lontano, disilluso. Una disillusione rinforzata dalla convinzione che niente cambierà nella strada dove vive, lasciando il sapore inconfondibile di una sconfitta annunciata, collettiva, confezionata e servita dal circolo degli adulti del ancora non fa parte, ma di cui è costretto a pagare gli errori».

Scardinare la disillusione di questi ragazzi è quasi impossibile, anche se loro spesso non dicono che stai riuscendo a far coltivare loro un dubbio rispetto a questo… Ma se si studia in un determinato modo, se si cambia un po’ la propria quotidianità, qualcosa può cambiare. È certo che loro guardano la statistica: vedono che non cambia quasi mai niente per nessuno, di chi è nato in quei luoghi lì, e quindi dicono: «Come mai dovrebbe cambiare proprio per me?» Ma starci tutti i giorni e far vedere che tu ci credi, è importante per loro, lo posso testimoniare.

Non mi sono voluto arrendere alla logica della “vigilanza”, al fatto che in certe scuole l’aspettativa è solo arrivare alle 14 con meno danni possibile

Perché la scelta di Dante, con cui «proviamo a uscire dall’Inferno, per inseguire il Paradiso»?

Dante è stato un po’ un caso. In determinati contesti scolastici, secondo il mio punto di vista, per l’esperienza che ho maturato, bisogna procedere per tentativi. Non è che Dante, nei dieci anni che sono stato lì, abbia sempre funzionato. Il libro è anche una raccolta di un’esperienza vissuta nell’arco di un decennio. Però non mi sono voluto neanche arrendere alla “logica della vigilanza”, chiamiamola così.

A cosa si riferisce?

Al fatto che in determinati luoghi, in determinate scuole, si entra alle otto cercando di arrivare alle ore 14 con meno danni possibili. Però rinunciare a priori a un certo tipo di didattica è una cosa alla quale io, dopo qualche anno, non mi sono voluto arrendere. Mi sono detto: «Ma perché non provare a fare qualcosa di più rispetto a leggere, scrivere e far di conto, che lì serve come il pane? Proviamo a ragionare su delle cose». Poi c’è a chi piace di più, a chi piace di meno. Ci sono stati degli anni in cui le cose sono andate nel verso giusto: volevo raccontare il padre della lingua italiana che i ragazzi lì, secondo me, era giusto che avessero il diritto di conoscere.

«Dante ci salverà? La scrittura ci salverà? E la letteratura, la poesia? Chi può dirlo. Quello che purtroppo è quasi certo è che non potranno salvare Marvin». Da insegnante quanto è difficile da accettare il fatto che i vari Marvin che incontra non potranno essere salvati?

Molto, perché io posso fare ben poco. È giusto che provi a fare tutto quello che è possibile e che sento che si può fare, nelle mie forze e nella mia mente. Però non è che si possa fare molto, se non c’è un lavoro più ampio di carattere anche istituzionale. Io dico soprattutto per quanto riguarda la possibilità di avere un certo tipo di strutture, di attenzione, cosa che quella scuola negli ultimi anni è riuscita ad avere. Infatti, è molto migliorata, anche da quando c’è stata una fondazione che ha voluto investire. Si deve lavorare soprattutto sulla manutenzione delle scuole. Questo già aiuta, anche il luogo in cui questi ragazzi e queste ragazze stanno è importante. Un conto è stare in un’aula fatiscente, un conto è stare in un luogo dove sei ben accolto, quando entri. È molto diverso.

Scardinare la disillusione di questi ragazzi è quasi impossibile. Ma se si studia in un determinato modo, se si cambia un po’ la propria quotidianità, qualcosa può cambiare

Lei scrive: «Il nostro compito, il nostro dovere di dipendenti pubblici, è quello di trasformare la diversità in ricchezza, in valore aggiunto, in una reciproca opportunità». A lei cosa hanno dato tutti questi anni di insegnamento?

A me hanno dato tantissimo, ma lo dico senza retorica. Io negli 11 anni che sono stato in questa scuola ho sicuramente più ricevuto che dato. Al netto di tutto quello che ho fatto, di quello che ho provato a fare, delle arrabbiature, dei ricoveri in ospedale per stato di ipertensione, dello stare lì molte più ore di quelle da contratto, di fare attività pomeridiane. Ho cercato di fare il mio lavoro: non ho fatto niente di speciale.

Però ho ricevuto tanto, dagli studenti e dalle loro famiglie, perché sentono empaticamente che tu stai cercando di fare qualcosa per loro. È solo quello: neanche lo razionalizzano, lo sentono. Nel momento in cui lo sentono è come se entrassi nella loro comunità. Mi ha insegnato tanto perché questi sono ragazzi costretti dalla vita ad essere molto svegli, si impara molto da loro. E io, dopo aver capito dov’ero, mi sono messo anche in questa posizione: non ero il professore che, da dietro la cattedra, voleva spiegare loro come funziona la vita. Al contrario, erano loro che mi spiegavano un po’ come funziona la vita.

Lei è rimasto in contatto con qualcuno di questi ragazzi?

Sì, sono rimasto in contatto con qualcuno di loro. Per esempio, ho molto piacere che una ragazza, Giovanna, adesso sta terminando il liceo. C’era una sua predisposizione però non era scontato. Un triennio insieme di italiano, storia e geografia penso che abbia fatto la sua parte. Ogni tanto alcuni ragazzi mi chiamano per un calciotto se manca uno e, quando posso, vado. Ma loro diventano sempre più grossi e io sempre più vecchio…

 

VITA

 

mercoledì 13 novembre 2024

L'EDUCATORE IDEALE

 

Il profilo dell’educatore ideale? 

Virgilio nella Divina Commedia

Ecco le cinque caratteristiche

 decisive per chi educa:

 il senso di missione, 

il lavoro di squadra, 

l’empatia verso gli allievi, 

una morale senza moralismo, 

la capacità di lasciare andare.

L’importanza di trasmettere valori capaci di indirizzare i giovani verso il traguardo dell’indipendenza.

 

 -         di MARCO ERBA

-          Duca, segnore, maestro: sono queste le tre parole con cui Dante definisce Virgilio, sua guida, alla fine del II canto dell’Inferno. Virgilio è duca, cioè colui che conduce, ma è anche signore e maestro: ha autorità su Dante e può insegnargli molto. I critici concordano sul fatto che Virgilio sia il simbolo della ragione, ma la sua figura va molto oltre. Virgilio è un personaggio estremamente autorevole, ma anche di straordinaria umanità. Per questo si può considerare il modello di ogni educatore, un modello estremamente vicino a noi. Cosa può dunque insegnare Virgilio a chi è chiamato a educare? I n primo luogo, un educatore è qualcuno che incarna un ideale, o almeno ci prova. Un educatore non è uno che si accontenta, che si guarda l’ombelico: è uno che è davvero convinto di poter cambiare il mondo a partire dal suo piccolo, cioè dalle ragazze e dai ragazzi con i quali gli è donato di camminare. Uno che tiene alto lo sguardo, si impegna nel particolare senza però dimenticare mai il quadro generale. Un educatore ha una meta, si sente chiamato. Virgilio lo dice subito a Dante nel II canto dell’Inferno: Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.

Virgilio è inviato dal cielo per una missione. Missione è una parola bellissima e fortissima che, come tutte le parole potenti, suscita dibattito. Si è più volte discusso, ad esempio, se l’insegnamento sia un lavoro o una missione. C’è chi afferma che sia un lavoro, che parlare di missione sia fuorviante, da un lato perché si carica di una idealità eccessiva quello che ha il diritto di restare un mestiere, dall’altro perché, con la storia della missione, si vorrebbero evitare altre scomode discussioni legate alla qualità della vita e al livello salariale dei docenti. Non entro qui in un dibattito complesso, che meriterebbe ben altro spazio; dico che però sarebbe proprio bello se chiunque, non solo gli insegnanti e gli educatori, vivessero il loro lavoro come una missione: l’operatore ecologico, il dirigente pubblico, il banchiere, l’imprenditore, il muratore, il medico, e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, col nostro lavoro, siamo chiamati alla missione di donarci agli altri e quindi a salvare un pezzo di mondo. Come Virgilio, che con la sua missione salva Dante. E Dante racconta di lui, e i versi di Dante arrivano fino a noi e salvano un po’ anche noi.

In secondo logo, un educatore è qualcuno che gioca in squadra. Non c’è nulla di più dannoso dell’invidia in una equipe educativa. Non c’è niente di più ferale della gelosia in un consiglio di classe. Invidia e gelosia portano a sviluppare ego ipertrofici, a vedere le classi come proprio possesso, gli allievi come potenziali seguaci, i colleghi come avversari su cui primeggiare. Basta una critica scorretta a un collega di fronte a una classe di adolescenti per gettare il seme della zizzania, per diffondere sfiducia, per distruggere ore e ore di educazione civica in cui si è parlato di rispetto reciproco. Siamo tutti al servizio di chi ci è affidato. Siamo tutti utili, ma nessuno è indispensabile. Siamo una squadra: ognuno deve giocare nel suo ruolo, con umiltà. Virgilio lo sa benissimo e lo dice subito a Dante nel primo canto dell’Inferno, parlando delle “beate genti”, le anime del Paradiso, che lui non potrà mostrargli: A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire.

Sarà un’altra anima a condurti nel regno dei beati. Sarà Beatrice. Lei è più degna di me. Io ho il mio compito, lei il suo.

Non c’è ombra di risentimento in queste nobilissime parole. In terzo luogo, l’educatore è capace di concreti gesti di cura. Non è un istruttore freddo; è uno che sente l’altro nel profondo, è una persona empatica. È felice con il suo allievo, soffre con lui nelle difficoltà. Non si limita a spiegare cosa bisogna fare, ma si mette in gioco in prima persona; si compromette, si fa carico del prossimo.

Virgilio a volte rimprovera Dante aspramente, però gli vuole bene e non lo molla mai nella difficoltà. All’ingresso dell’Inferno Dante è terrorizzato. Siamo nel canto III, è il momento di fare il primo passo nel buio della dannazione, e Virgilio fa un gesto di tenerezza infinita: prende la mano a Dante, gli mostra un volto lieto, probabilmente gli sorride: E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

Da prof ho sperimentato tante volte che tra un recupero e un mancato recupero, tra un successo scolastico e un fallimento c’è una linea molto sottile. Se trovi un insegnante che ti stronca, di cui percepisci la disistima, che di distrugge a parole, parti già penalizzato. Se trovi un insegnante che ti incoraggia, che crede in te, che ti supporta pur senza regalarti niente, magari anche tu finisci per credere che ce la puoi fare, e magari ce la fai davvero. In quarto luogo, l’educatore non è un moralista, ma ha una forte etica, che tenta di incarnare in una coerente condotta morale. L’educatore non può essere uno spietato censore: deve porsi in ascolto, deve accogliere le fragilità, deve accettare che il cammino di crescita comporta sia passi avanti che cadute. Crescere è un cammino imperfetto, ma graduale e progressivo, fatto di condizionamenti difficili da sconfiggere, ma anche di liberanti salti di qualità. Il moralista mette al primo posto l’ideale e lo usa come un letto di Procuste per distruggere le persone. Un educatore, invece, mette la persona al primo posto, accoglie la sua storia, ha uno sguardo di misericordia.

Con il vizio che distrugge, però, l’educatore è inflessibile. Nell’VIII canto dell’Inferno, nella palude Stigia, Dante incontra l’iracondo fiorentino Filippo Argenti. Costui si chiamava in realtà Filippo Adimari, ma era soprannominato “Argenti” perché ostentava a tal punto la sua ricchezza da ferrare con l’argento gli zoccoli del suo cavallo. Avversario politico di Dante, è l’incarnazione della spietata arroganza della ricchezza che, secondo il poeta, distrugge la società. Tema attualissimo, peraltro: gli Argenti di oggi sono quelli che misurano le persone sulla base del conto corrente, della fama, del numero di like; coloro che ritengono vi siano esseri umani di serie A e di serie B e che si credono tra i dominatori del mondo. Dante, contro Argenti, si mostra spietato: lo maledice, infierisce contro di lui a parole. Di fronte a questo atteggiamento, Virgilio abbraccia Dante, lo bacia, lo loda con espressioni quasi religiose, dice che la stessa madre di Dante è benedetta per essere rimasta incinta di lui: Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi ’l volto e disse: ‘Alma sdegnosa, benedetta colei che ’n te s’incinse!

La reazione sembra esagerata, ma Argenti è qui il simbolo di tutti quegli atteggiamenti che più profondamente dividono la società, togliendo dignità agli esseri umani. Atteggiamenti dai quali l’educatore deve mettere in guardia duramente: se l’io prevale sul noi, tutte le relazioni risultano minate. Infine, l’educatore è qualcuno che sa che il suo compito ha un inizio e una fine. Il grande educatore non rende gli altri dipendenti da sé, ma desidera la loro autonomia. Non pretende di tenere i suoi allievi sempre con sé: il suo obiettivo è che vadano avanti per loro conto. L’educatore ti vuole così bene da sapere che il suo successo è completo quando tu sai camminare da solo. L’educatore vince quando tu sai fare a meno di lui. È ciò che avviene alla fine dell’ascesa del Purgatorio, nel XXVII canto. Sulla soglia del giardino dell’Eden, Virgilio saluta per sempre Dante con parole di immensa grandezza, le sue ultime nella Commedia: Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Sei tu il re di te stesso, hai tu in mano il timone della tua vita. Ora puoi andare, tocca a te: non ti servono più le mie parole e le mie indicazioni. Ricordo una strepitosa collega, che regalò questi versi a una quinta superiore a cui era legatissima, proprio l’ultimo giorno di scuola insieme. Ci furono pianti e abbracci. Certamente c’era la sensazione di un tempo passato e irreversibile. C’era il dolore per la fine di una storia insieme. Ma a prevalere era la gratitudine: ragazze e ragazzi capivano benissimo che quella prof non li stava abbandonando. Col suo passo indietro, stava facendo loro il dono più grande: la libertà di essere ciò che desideravano.

Anche Dante lo capisce e, pur nel dolore, quando si rende conto che Virgilio se n’è andato, lo chiama “dolcissimo patre”. Perché un padre resta per sempre, anche quando non c’è più.

È allo stesso tempo duca, signore e maestro Così la guida di Dante incarna un modello di educazione che va oltre la semplice trasmissione della conoscenza.

 www.avvenire.it 

** Marco Erba è nato in provincia di Milano nel 1981. Dopo la maturità classica e la laurea in lettere, ha lavorato per anni come giornalista di cronaca e come addetto stampa. Dal 2007 è insegnante di lettere in un liceo. La sua attività di scrittore nasce tra i banchi di scuola, nella relazione quotidiana con i ragazzi e con le loro vite. I suoi studenti sono stati i suoi primi editor.

 

 

 

mercoledì 2 ottobre 2024

DANTE E L'AMICIZIA

 
Desiderio, amore, libertà, etica 

 Il talento come apertura alla vita, la capacità di donare qualcosa di sé, la vicinanza nelle difficoltà, ma anche la tensione per il bene comune. Ecco la formula per essere veri amici

L’amico vero tira fuori il meglio di te, ti aiuta ad alzare lo sguardo, ti resta fedele, ma accetta anche il dolore di perderti per salvaguardare un bene più grande

-        - di MARCO ERBA*

 Dante Alighieri, in uno dei suoi sonetti più celebri, parla della sua amicizia con Guido Cavalcanti e Lapo Gianni:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio; sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse ’l disio.

Guido Cavalcanti e Lapo Gianni erano due poeti accomunati dalla stessa sensibilità di Dante e appartenenti al gruppo degli stilnovisti. Quello di Dante è una sorta di sogno ad occhi aperti: desidera trovarsi, come per magia, su un vascello, e vagare per il mare insieme ai suoi due cari compagni. Una sorta di crociera ante litteram? In realtà i critici spiegano che in questi versi Dante farebbe riferimento alla magica navicella di mago Merlino, più volte citata nei racconti del ciclo bretone, che ha per protagonisti re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. La sostanza però è la stessa: passare del buon tempo con persone a cui si vuole bene, in una condizione di distacco dal quotidiano e da tutte le sue fatiche. Fatiche che, come tempeste, possono portarci a sbandare, a perdere la rotta. Ciò però non avviene su questo vasel incantato: nessuna fortuna (cioè fortunale, tempesta) e nessun tempo rio (cioè avverso) può disturbare la magica navigazione.

 Dante indica in questi versi uno degli elementi chiave della vera amicizia: vivere sempre in un talento, cioè in un unico desiderio, desiderando ancor più di stare insieme. L’amicizia è una dimensione preziosa dell’esistenza. Gli amici veri non sono molti: Dante ne cita due. È questa una navigazione intima, non una festa oceanica. Questi amici sono degli eletti: sono accomunati dallo stesso desiderio, dallo stesso sentire profondo. Non significa pensarla allo stesso modo su tutto, ma desiderare la presenza dell’altro, il confronto con l’altro e, di fondo, avere lo stesso orientamento esistenziale, la stessa sensibilità per ciò che davvero conta. P enso a diversi miei amici: con alcuni condivido valori, fede, ideali; altri non potrebbero essere più diversi da me. Con loro mi capita di discutere anche animatamente. Eppure c’è qualcosa che ci accomuna profondamente, quello che Dante chiama talento: un’apertura alla vita; un desiderio, pur con tutti i nostri limiti, di lasciare un segno positivo sul mondo che ci circonda. Uno i questi amici, che la pensa in modo diametralmente opposto da me sulla fede, sulla filosofia, sulla visione dell’esistenza, mi ha detto di recente una frase bellissima: « Mi piace impegnarmi per gli altri perché sono stato fortunato e ho avuto la possibilità di fare tutto ciò che desideravo nella mia vita. Ora voglio restituire qualcosa alla comunità». Ecco il talento profondo, il legame che unisce: il desiderio di donare qualcosa di sé. Dante e i suoi amici poeti donavano bellezza; ciascuno di noi, nel suo campo, può fare lo stesso, con i suoi interessi e la sua sensibilità. I l sonetto di Dante continua poi citando le donne amate dai tre poeti. Nel viaggio ideale della navicella, il poeta vorrebbe che anche loro fossero presenti:

 E monna Vanna e monna Lagia poi con quella ch’è sul numer de le trenta con noi ponesse il buono incantatore: e quivi ragionar sempre d’amore, e ciascuna di lor fosse contenta, sì come i’ credo che saremmo noi.

 Che bello se mago Merlino ponesse sul vascello anche Giovanna e Alagia (monna Vanna e monna Lagia), le donne amate da Guido e Lapo, oltre a quella ch’è sul numer de le trenta, la donna amata da Dante stesso!

L’amicizia troverebbe così compimento, perché un’amicizia vera è apertura ad altre relazioni: è apertura al mondo, non chiusura su sé stessi. L’amicizia è libertà, non gelosia. L’affetto si moltiplica, non si divide. Un amico vero è felice delle nostre altre relazioni, è disposto ad accoglierle nella sua vita. Un amico vero ci lascia andare, non ci trattiene, e per noi c’è sempre. Un amico vero è qualcuno che, se non lo vediamo da molto, è felice è accogliente e ci chiede curioso di noi, non è uno che fa l’offeso e ci domanda diffidente perché non ci siamo fatti sentire e dove eravamo finiti. L’amicizia è la condivisione di un viaggio, appunto, non è l’obbligo di timbrare il cartellino. Perché l’amicizia vera è una forma di amore e l’amore si misura sulla libertà. Non a caso l’amore è proprio l’argomento di cui i tre amici e le tre donne desiderano ragionare: l’amore è l'essenza delle relazioni più profonde.

 In questo sonetto il quadro è idilliaco, il dolore è lontano. Ma come agisce un amico nel momento della difficoltà? Dante lo racconta nel secondo canto della Commedia. Perso nella selva oscura del peccato, che può forse rappresentare quella crisi esistenziale con la quale chiunque, credente o non credente, si trova prima o poi a fare i conti, Dante viene soccorso dal poeta latino Virgilio. Questi gli rivela chi lo ha mandato: è proprio Beatrice, la donna amata da Dante. Beatrice si è rivolta a Virgilio con parole mirabili:

 l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che volt’è per paura.

 Dante è definito amico, e non de la ventura.

 Un amico che resta per sempre, non un amico per convenienza. Un amico che non viene abbandonato, non uno che al cambiare delle circostanze non è più tale. Dante è impedito nel cammino e Beatrice, che ormai è diventata un’anima del paradiso, lascia il suo posto in cielo, scende fino all’inferno per inviare Virgilio. È un’immagine bellissima: l’amico non ti molla mai nelle difficoltà. Non è uno che ti dice cosa fare e poi non si sporca le mani: è uno che ti cammina al fianco, che non interrompe il suo viaggio con te, nemmeno nell’inferno.

 Beatrice mi ricorda molto un sacerdote che ho avuto la fortuna di conoscere tempo fa. Un amico di quel sacerdote si era perduto, ne aveva combinate di cotte e di crude, non voleva ascoltare ragioni, si era ridotto a dormire in un parcheggio. Non sapendo più cosa fare, quel sacerdote una sera prese un sacco a pelo e andò a dormire al suo fianco. Si gelava, era inverno. Il sacerdote disse all’amico: «Siamo proprio due idioti a stare qui a dormire al gelo». L’amico replicò: « Ma di tutti gli idioti del mondo, uno solo è qui, sdraiato al mio fianco».

 Quel sacerdote era così con tutti: non ti mollava, lo trovavi al tuo fianco quando più eri smarrito. A me capitò in uno dei giorni più brutti della mia vita: il citofono suonò e lui era lì, al mio fianco. Parlava con la sua presenza, prima di pontificare. Anni dopo scoprii che era l’unica persona a visitare in carcere e ad aiutare un uomo condannato per pedofilia. Il mio amico sacerdote si era spinto anche lì, nel fondo più nero, dalla persona più reietta e disprezzata, colpevole del reato più odioso che si possa immaginare. Ne parlammo: io ero molto critico nei suoi confronti. Lui mi disse: «Spesso le persone guardano la cenere, giudicano, condannano senza appello. Ma una scintilla sotto la cenere è sempre accesa. Dio guarda quella scintilla».

 Parole che mi colpirono, che ancora porto con me. Un amico non è Dio, ma davvero può essere colui che sempre crede in quella scintilla. L’ amicizia, purtroppo, a volte deve fare i conti con il conflitto. Guido Cavalcanti, il Guido del sonetto citato in apertura, sarà esiliato da Firenze, sua città natale, nel giugno del 1300 per motivi politici. Guido apparteneva infatti alla fazione dei Guelfi Bianchi, che si scontrarono a più riprese con i Guelfi Neri. Per pacificare la città, i priori di Firenze decisero di esiliare i capi delle due fazioni, tra i quali, appunto, Guido. Tra i priori che stabilirono questa misura c’era anche Dante Alighieri. Dante esiliò dunque l’amico a cui aveva dedicato il sonetto di cui abbiamo appena parlato. Cavalcanti morì poco dopo di malaria. Nessuno può sapere cosa provò Dante nel prendere una decisione così drastica, né si può conoscere il dolore del poeta per la morte dell’amico. Ma questo provvedimento così drammatico ci ricorda che non esiste amicizia senza etica. L’amicizia non può far dimenticare il bene comune, non deve impedire di compiere la scelta giusta. Se l’amicizia è vera, l’amico non sarà mai un raccomandato, non riceverà mai ingiusti sconti o favoritismi. Per questo Marco Tullio Cicerone, autore latino conosciuto e citato da Dante, nel De amicitia afferma che la vera amicizia è possibile solo tra boni, cioè tra persone virtuose. L’amicizia non è semplice cameratismo, non è condivisione acritica di ogni esperienza. L’amico vero tira fuori il meglio di te, ti aiuta ad alzare lo sguardo. Ti resta fedele, ma accetta anche il dolore di perderti per salvaguardare un bene più grande.

 *Insegnante e scrittore

www.avvenire.it

 

 

 

sabato 25 maggio 2024

CENSURARE DANTE

 No, non si fa integrazione 

censurando la Divina Commedia

 Un lettore musulmano potrebbe sentirsene offeso o turbato? È proprio la scuola a dovere evitarlo, spiegando, contestualizzando, approfondendo, certamente non cancellando.

 

-          di Roberto Carnero

   

Sono convinto che l’iniziativa dell’insegnante della scuola media di Treviso di chiedere ai genitori di due alunni musulmani una sorta di “parere preventivo” per un percorso didattico sulla Divina Commedia sia stata mossa da una buona intenzione: quella dell’inclusione, dell’attenzione alle diverse sensibilità presenti nella classe. Detto questo, però, va affermato con altrettanta chiarezza che è stata un’idea sbagliata.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato un’ispezione. Benissimo: è nelle sue prerogative. Ma, per favore, non crocifiggiamo ancora una volta l’insegnante, il preside, la scuola di turno, soprattutto quando operano in contesti complessi e difficili. Se la buona volontà ha indotto a compiere un passo falso, raddrizziamo il passo, ma sosteniamo la buona volontà, facendo in modo che l’inclusione si persegua in modi fondati, sensati, efficaci, e non – come in questo caso – magari persino controproducenti.

Perché è sbagliata l’idea di prevedere la possibilità di esonerare gli studenti di fede islamica dallo studio di Dante? La questione va affrontata su due piani: religioso e culturale. Sul piano religioso, certamente la Commedia dantesca è un’opera cristianamente ispirata, come lo sono gran parte dei capolavori della letteratura italiana e occidentale in genere (compresa l’altra grande opera la cui lettura è prevista in tutte le scuole, I promessi sposi), ma per leggerla, comprenderla e apprezzarla non è richiesto un atto di fede. Allo stesso modo in cui posso leggere l’Iliade o l’Eneide senza dover necessariamente credere in Giove e in Giunone. Le opere citate sono pietre miliari della letteratura universale.

Il problema è forse più legato all’aspetto culturale. Vale a dire ad alcune situazioni ed episodi presenti nel poema di Dante, che non sono verità di fede ma elementi contingenti connessi alla mentalità medievale e alla cultura personale dell’autore. Come è noto, Dante pone Maometto all’Inferno tra i seminatori di discordia (XXVIII canto della prima cantica). Un lettore musulmano potrebbe sentirsene offeso o turbato? È proprio la scuola a dovere evitarlo, spiegando, contestualizzando, approfondendo, certamente non censurando. Dante mette all’Inferno anche i non credenti («eretici ed epicurei») e gli omosessuali («sodomiti»), ma per apprezzare la sua poesia non dobbiamo sposare in tutto e per tutto il suo punto di vista.

 Sottrarre la lettura della Divina Commedia ai ragazzi provenienti da famiglie musulmane è un’occasione persa in termini di integrazione. Se questo è l'obiettivo della scuola, la cultura italiana, di cui Dante è uno dei padri nobili, va presentata e valorizzata nella sua interezza. Magari cogliendo l’opportunità per illustrare i rapporti tra l’opera dantesca e la cultura araba. Sappiamo ormai da più di un secolo che con molta probabilità Dante trasse ispirazione anche dal Libro della Scala di Maometto, il racconto di un viaggio nell’aldilà. D’altra parte, Dante mostra in più occasioni di conoscere e rispettare la cultura islamica (per esempio i filosofi arabi Avicenna e Averroè). Nel Medioevo gli scambi tra questi due mondi erano fitti e continui. Sarebbe assurdo impedirli oggi.

 

www.avvenire.it

 Immagine Immagine

giovedì 14 settembre 2023

VECCHIAIA, VITA NUOVA


 «Vecchiaia, tempo pieno 

che richiede cura e cultura»

 In una società, come la nostra, in cui l’età media delle persone è sempre più alta, è comprensibile che si moltiplichino le riflessioni sulla terza età o, se non vogliamo a tutti i costi accondiscendere al linguaggio “politicamente corretto”, potremmo anche dire sulla vecchiaia. Non evita quest’ultima parola Gabriella Caramore, autrice del saggio L’età grande. Riflessioni sulla vecchiaia (Garzanti, pagine 144, euro 14,00), il quale verrà presentato sabato 16 settembre alle ore 16.00 con Lidia Ravera e Michela Fregona a Pordenonelegge. Il libro si articola in un’intensa meditazione, che fa riferimento non tanto ai molti studi sociologici o medici sulla vecchiaia, quanto alle espressioni letterarie, musicali, artistiche, oltre che alle esperienze vissute. Classe 1945, giornalista, scrittrice e docente, l’autrice spiega con queste parole perché chiama la vecchiaia “l’età grande”: «Grande per il numero degli anni. Certo. Ma non solo. Grande perché deve sopportare un carico di prove che non ha l’eguale nelle altre fasi della vita. Ma grande anche perché è quella più capace di avere consapevolezza di sé».

Gabriella Caramore, quando ha iniziato a riflettere sul tema della vecchiaia? Sulla spinta di quali eventi?

Forse ho sviluppato una sensibilità particolare rispetto a questo tema perché ho sempre avuto persone “grandi” intorno a me. I miei genitori, quando sono nata, erano già quarantenni, cosa scontata ora ma non a metà del secolo scorso; le mie sorelle erano molto più grandi di me; poi i nonni, gli zii... Ma a pensarci consapevolmente ho cominciato quando il mio corpo ha avuto dei cedimenti per i quali è previsto aggiustamento e non guarigione; quando ho visto sparire amici intorno a me; quando se ne sono andati dei miei familiari; e poi, forse soprattutto, quando ho cominciato a percepire di essere nata in un’epoca diversa da questa, quando a scuola c’erano i banchi di legno, quando non c’era la tv, quando le lettere si scrivevano a mano. Ma anche, ora che sto entrando nell’età davvero grande, mi accorgo con dolore che il mondo non si rinnova, come forse avevo sperato, che non riesce a trovare rimedio ai suoi mali, come accade in vecchiaia. E questo mi fa percepire la vecchiaia personale come un fenomeno dentro la Storia che invecchia anch’essa.

 Lei a un certo punto, alludendo a Dante, definisce la vecchiaia una « vita nova »? Davvero questa fase dell’esistenza può segnare l’inizio di una nuova vita?

Direi di sì, anche se non vorrei che questa espressione facesse pensare a una nuova giovinezza, a una possibilità indefinita di vita spensierata e serena come certe seduzioni commerciali sembrano promettere. Direi che invece la “novità” consiste proprio per percepire, forse per la prima volta in maniera così inequivocabile, che c’è uno sbarramento di fronte a ciascuno di noi. Che la vita finisce, e anche se lo abbiamo sempre saputo è solo ora che ci appare con una evidenza spietata. Ma questo può anche indurci a dare maggior valore agli anni, ai giorni che restano, cercando di viverli con pienezza, restituendo loro quel senso che molte volte, durante la vita attiva, ci era sfuggito.

 La pandemia ha mostrato la fragilità degli anziani e l’inefficienza dei modi in cui negli ultimi decenni abbiamo spesso organizzato la loro vita (si pensi a cosa è successo in molte rsa). Quale lezione dobbiamo trarre da quella drammatica esperienza?

 Purtroppo, se ne è tratta una lezione soltanto teorica, e ancora nessuna radicale trasformazione pratica ne è seguita. Manca un senso complessivo, sul piano politico e sociale, della cura della vita umana soprattutto in relazione agli anziani, considerati come vite inutili, spesso come vuoti a perdere. I vecchi, come ogni essere umano, non sono tutti uguali. Alcuni preferirebbero continuare a vivere a casa loro, altri con un familiare, altri ancora in case per anziani. Ma per tutti ci vorrebbe un supporto di aiuto, di assistenza, di cura, e anche di cultura.

Come possiamo rendere la vecchiaia un “tempo pieno”? Non tanto di cose quanto di senso.

 Occorrerebbe che il tessuto sociale intorno fosse più accudente, più progettato per facilitare le cose, invece di lasciare i vecchi nell’abbandono. Ma anche il soggetto, quando entra nel tempo penultimo della propria vita, dovrebbe compiere uno sforzo per non lasciarsi andare, per non anticipare la fine nella trascuratezza e in una malinconia senza sbocco. Lo so, non è facile. Ma bisognerebbe, per tempo, aver cura di sé e delle relazioni, continuare ad avere curiosità per il mondo, per i piaceri forse più piccoli, ma non per questo meno significativi.

 A un certo momento lei parla di eutanasia, riprendendo però il valore etimologico del vocabolo. Vuole spiegare questo concetto?

 Certo, la parola “eutanasia” ha acquistato un significato sinistro da quando ideologie criminali la hanno usata per occultare le loro pratiche assassine. Ma, di per sé, significa soltanto una “buona morte”: cioè, senza sofferenze atroci, senza accanimenti inutili, in un contesto amorevole e coscienzioso. Andrebbe riconsiderata in questo senso. Del resto, ricordo che Paolo VI, nel 1970, scriveva a un amico: “Il dovere del medico consiste nel calmare le sofferenze, invece di prolungare il più a lungo possibile, con qualunque mezzo, a qualunque condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va verso la conclusione”.

Nel suo libro ci sono varie citazioni letterarie, molte tratte dalle Sacre Scritture. In che modo la sapienza biblica può aiutare gli uomini e le donne di oggi ad affrontare questa fase della vita, anche con uno sguardo su ciò che sta oltre?

 Nella Bibbia la vecchiaia è descritta con realismo, nelle sue molteplici espressioni. Ci sono sì i patriarchi che muoiono “sazi di giorni”, con i figli attorno a testimoniare la consolazione della discendenza. Ma poi ci sono i vecchi derisi, umiliati, sofferenti: “Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Salmo 71). Direi che però, complessivamente, l’invito è a porre lo sguardo sulla necessità di vivere “bene” nel tempo della pienezza, nella fiducia che ogni vita possa trovare il proprio senso: in Dio, per l’uomo biblico; nella complessità della Storia, per l’uomo contemporaneo.

 Fonte: Avvenire

sabato 23 luglio 2022

DOVE IL SI SUONA


Addio al linguista Luca Serianni

Lo studioso era stato investito da un'auto a Ostia. Marazzini (Crusca): «La sua scuola continuerà a produrre frutti». Riccardi (Dante): «Una delle pagine più illustri della storia dell'italiano»

    - di Roberto Carnero

Luca Serianni era in pensione da quattro anni, ma faceva tutt’altro che la vita del pensionato. Continuava a essere molto attivo nella ricerca, con i libri, con gli articoli e con tanti interventi come lezioni e conferenze. Il tragico incidente di lunedì 18 luglio - un investimento d’auto mentre attraversava la strada nella sua Ostia - ha spezzato in modo del tutto inatteso la vita del professore e la sua fervida attività. Avrebbe compiuto 75 anni il prossimo 30 ottobre. Dal 1980 al 2018 ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università "La Sapienza" di Roma (dopo aver insegnato alcuni anni nelle Università di Siena, dell’Aquila e di Messina), Serianni ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti per il suo lavoro accademico e ricoperto importanti incarichi: dottore "honoris causa" dell’Università di Valladolid, socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, della Crusca, dell’Arcadia, dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Virgiliana, corrispondente dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, direttore delle riviste "Studi linguistici italiani" e "Studi di lessicografia italiana", membro del comitato scientifico della "Zeitschrift für romanische Philologie".

Dove il Si suona

La sua attività di ricerca spazia in quasi tutti i settori e i periodi della storia linguistica italiana: dalla grammatica storica alla lingua letteraria, dalla fonologia al lessico, dal Medioevo all’età contemporanea. Ha esordito occupandosi di dialetti toscani medievali, per poi spostare i propri interessi sull’italiano dell’Otto e Novecento. Ha studiato inoltre la riforma linguistica manzoniana, Carducci poeta e prosatore, il rapporto lingua-dialetto a Roma con particolare riguardo alla poesia di Belli, ma anche il linguaggio della medicina e della pubblica amministrazione.

Ha scritto una fortunata Grammatica italiana, più volte ristampata (come "Garzantina", con il titolo Italiano, nel 1997), e ha curato, con Pietro Trifone, una Storia della lingua italiana (Einaudi 1994). Tra i suoi volumi più recenti, possiamo ricordare: Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente (Garzanti 2005), Prima lezione di grammatica (Laterza 2010), La lingua poetica italiana. Grammatica e testi (Carocci 2009), L’ora d’italiano (Laterza 2014), Leggere, scrivere, argomentare. Prove ragionate di scrittura (Laterza 2013), Parola di Dante (pubblicato l’anno scorso presso Il Mulino in occasione del centenario dantesco).

Il cordoglio dell’Accademia della Crusca

Da noi sentito, il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, traccia di Serianni un ritratto partecipe e commosso: «Non esito a dire che era il più autorevole e completo linguista italiano. Ha ricoperto in questi anni un po’ la funzione che ha avuto prima di lui Tullio De Mauro. Alla base c’era una preparazione scientifica profonda e rigorosa, alla quale si univa uno stile personale di grande affabilità e delicatezza. La sua famiglia erano i suoi allievi. Tanti e tutti bravi, non necessariamente uguali a lui o uguali tra di loro. La scuola di Serianni rimarrà, e continuerà a produrre i suoi frutti». Ma qual era la cifra specifica di Serianni come studioso? «Il collegamento tra filologia e teoria linguistica, con un forte interesse per la lingua letteraria. In questo senso Serianni aveva messo a frutto la grande lezione del suo maestro, Arrigo Castellani, con il quale si era laureato a Roma nel 1970, vale a dire la lezione di metodo che viene dalla filologia. Poi aveva una grande capacità comunicativa: i suoi interventi, anche orali, erano sempre precisissimi, mai una parola di troppo. Si potrebbe dire che "parlava come un libro stampato". Ma in senso positivo: il suo eloquio era dotato di un rigore e di una scorrevolezza davvero invidiabili».

Serianni era anche molto consultato e ascoltato dalla politica. È stato infatti consulente di diversi ministri dell’Istruzione, per esempio in occasione dell’ultima riforma dell’esame di maturità. I temi della scuola e dell’educazione gli stavano particolarmente a cuore. Sentiva infatti il valore civile dello dello studio e della ricerca: anche questa una qualità non così comune.

Il cordoglio della Società Dante Alighieri

Alla notizia della sua scomparsa Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri della quale Serianni era vicepresidente dal 2010, ha commentato: «Si chiude una delle pagine più illustri della storia della lingua italiana: Serianni ha rappresentato ai massimi livelli lo studio e l’evoluzione della lingua di Dante sino ai giorni nostri e la sua scomparsa segna un vuoto incolmabile».

Tra le tantissime attività che Luca Serianni ha curato per la Dante Alighieri va ricordata la mostra “Dove il Sì suona”, realizzata alla Galleria degli Uffizi di Firenze nel 2003 e inaugurata dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il lavoro - condensato nel catalogo Storia della lingua italiana per immagini. Progetto museo della lingua italiana, - è poi proseguito nel Mundi (Museo Nazionale dell’italiano) in via di allestimento a Firenze a cura delle principali istituzioni che si occupano di lingua italiana e sotto la direzione dello stesso Serianni. Il vivo cordoglio di tutta la rete mondiale della Dante Alighieri, alla quale Serianni era legatissimo e che riconosceva come punto di riferimento per l’apprendimento del nostro idioma nel mondo, è testimoniato da centinaia di lettere e messaggi giunti in Palazzo Firenze in questi giorni.

«Con Serianni - afferma il Segretario Generale della Dante Alessandro Masi - scompare un elemento essenziale della cultura italiana e un sicuro riferimento agli studi della lingua di Dante».

 

www.avvenire.it

 

venerdì 3 giugno 2022

IL DONO DELLO SPIRITO


 Lo Spirito 

ci viene donato 

e ci colma di doni

 

-         P. Giuseppe Oddone *

           La festa della Pentecoste rappresenta la piena realizzazione della Pasqua di Gesù: il Risorto dona alla sua Chiesa, ad ognuno di noi il suo Spirito.

         Credo nello Spirito Santo, proclamiamo nel Credo. Gesù ci ha svelato gradualmente questo mistero. Egli, che possiede lo Spirito in abbondanza, che è spinto dallo Spirito, che esulta in Lui, che ci dona parole di Spirito e vita, non ci lascia orfani, ci manda il Consolatore, capace di guidarci alla verità tutta intera, Lo comunica nel mistero pasquale e nei suoi sacramenti.

         La riflessione teologica, meditando sulle parole di Gesù, definisce lo Spirito Santo come il dono dei doni all’interno del mistero trinitario, dono infinito di amore del Padre al Figlio e del Figlio al Padre, fuoco e persona divina che spira dall’Uno e dall’Altro, sorgente di di una gioia perenne. Questo dono è comunicato nel battesimo ad ogni credente, lo rende figlio di Dio e partecipe della vita divina.

 L’insegnamento di Dante nella Divina Commedia

          Riporto la meditazione poetica e teologica del nostro poeta Dante, che per molti aspetti può essere considerato maestro nella fede e nella vita spirituale.

O luce eterna che sola in Te sidi  (risiedi)

sola t’intendi  (Dio Padre),  e da Te intelletta

ed intendente Te (Dio Figlio), ami e arridi (Spirito Santo)

(Par. XXXIII, 124-126)

         Potremmo parafrasare  così: O unico Dio, luce eterna, o Padre che solo in Te risiedi, che non puoi essere contenuto in nessun luogo se non in Te stesso, che Ti comprendi perfettamente, generando il Figlio e da Lui sei perfettamente conosciuto, colmo di Amore e di gioia infinita “che l’uno e l’altro eternamente spira” (Par. X,2)

         Ma lo Spirito Santo non è solo il dono dei doni all’interno della vita intima di Dio, ad intra Trinitatis, egli agisce anche all’esterno, ad extra Trinitatis, nella creazione degli angeli e dell’universo: “s’aperse in nuovi amor l’eterno amore” (Par. XXIX, 18) e riempie tutto il creato, che diventa per così dire il tempio cosmico dello Spirito; è donato alla Chiesa, comunità dei credenti,  che è realmente il suo tempio spirituale, è donato ad ogni persona che vivendo il Battesimo lo accoglie nella fede, nella speranza, nella carità,  trasformandola nel suo mistico tempio.

 

La Pentecoste di Alessandro Manzoni

 

         Un grande e profondo poeta credente, Alessandro Manzoni, nel suo ispirato inno sacro “La Pentecoste” sottolinea con vigore ed in modo molto concreto l’azione dello Spirito nella storia e nella vita.

         La Pentecoste, ossia il dono dello Spirito, crea la Chiesa, madre dei santi, pone sulle sue labbra il fonte della Parola, la libera da ogni paura e la spinge all’azione perché sia l’accampamento terreno di quelli che lottano e sperano, le dona un respiro universale dall’uno all’altro mare, crea la fraternità tra gli uomini, rivoluzionando i rapporti sociali, porta la libertà e la pace, agisce nella vita dei popoli e dei singoli, rendendoli capaci di modificare il loro comportamento, permea ogni realtà umana, dall’inizio alla fine dell’esistenza: lo Spirito si manifesta nell’ineffabile sorriso dei bambini, nella bellezza composta della ragazze, nel carattere entusiasta e temprato dei baldi giovani, nelle decisioni rette degli uomini maturi, nel cuore fedele delle spose e nella gioia nascosta delle persone consacrate a Dio, nei santi desideri delle persone anziane, nello sguardo errante di chi sperando muore.

         Per chi lo accoglie, lo Spirito è “piacevol alito, aura consolatrice” ed avvolge la vita in un’atmosfera di pace interiore, di gioia e di amore.

 La presenza dello Spirito nella vita del cristiano

                 Ogni credente, tuttavia, deve nel corso della sua vita approfondire personalmente questa relazione con il mistero trinitario, immerso nella realtà dello Spirito Santo.

         Seguendo gli insegnamenti del Vangelo dobbiamo sentirci tra le braccia del Padre, nel cuore di Cristo, il Figlio crocifisso, morto e risorto per noi, con Maria e nella Chiesa, avvolti dal fuoco dello Spirito.

         La presenza dello Spirito può trasformare e ravvivare la nostra stessa vita fisica, oserei dire il nostro cervello, il nostro cuore, il nostro sangue, aiutandoci a vivere in un modo più sano; può scendere nel nostro inconscio, nella parte più intima del nostro essere, e lavare e cancellare ciò che si è macchiato nel corso degli anni, fecondare le nostre aridità, sanare le nostre ferite, piegare le nostre rigidità, scaldare il gelo del nostro cuore, raddrizzare le nostre storture.

         Lo Spirito può ravvivare i nostri sensi esterni, aiutarci a percepire la bellezza e l’incanto del mondo e nello stesso tempo, secondo l’esperienza dei mistici e dei cristiani fervorosi, donarci una vista interiore, gli occhi della fede, un profumo che attrae, un sapore, un ascolto, un amplesso spirituale, il tutto orientato all’amore di Cristo, sposo dell’anima che è tempio dello Spirito.

         Faccio riferimento ancora ad una terzina dantesca che definisce il Paradiso, ossia la vita di Dio ed in Dio come

luce intellettual, piena d’amore,

amor di vero ben, pien di letizia,

letizia che trascende ogni dolzore (dolcezza terrena)

(Par. XXX, 40-42)

per far comprendere come lo Spirito può illuminare anche la nostra intelligenza, immergerla in quella Luce intellettuale piena di amore, che è il mistero trinitario che brilla al sopra di noi, dentro di noi, e nella realtà che ci circonda, aiutandoci e comprendere chi è Dio, chi siamo noi, chi sono gli altri, che cos’è la vita, cos’è la morte, qual è il nostro destino terreno ed eterno.

         In egual modo lo Spirito fortifica anche la volontà, orientandola nelle scelte quotidiane all’amore del Sommo Bene, vero ed eterno; può riempire il nostro sentimento di una indescrivibile dolcezza, facendo pregustare il possesso della vita divina.

         Inoltre, lo Spirito ci aiuta a vivere le virtù soprannaturali, infuse nel Battesimo, della fede, della speranza e della carità. La fede è sostanza delle cose sperate, cioè possesso anticipato della vita trinitaria di Dio e ci immerge nel vortice delle relazioni fra le tre Persone divine, e nella rivelazione del progetto di Dio che si attua nella creazione, nella redenzione, nella santificazione, in sintesi nella nostra partecipazione al regno di Dio; la speranza è l’attesa certa della gloria futura, ossia della nostra piena salvezza nella resurrezione del nostro corpo, prodotta in noi dalla grazia divina e dal nostro impegno, azione dopo azione, nella nostra esperienza quotidiana; la carità ci dona la certezza che siamo amati dal Padre che ci dona il suo Figlio, ci comunica il suo Spirito, ci inserisce nella Chiesa, della quale Maria, la madre di Gesù, è l’icona più espressiva; cerchiamo pertanto di ricambiare come possiamo l’infinito, eterno amore di Dio nei nostri confronti e verso tutti i nostri fratelli.

         Ad ognuno di noi è stata data una manifestazione particolare dello Spirito di Dio, un dono unico ed irripetibile: pertanto l’azione dello Spirito è diversa da persona a persona. L’importante è che ci sentiamo avvolti e pervasi fin nelle profondità del nostro essere dall’amore di Dio, che ha uno spettro molto più grande della nostra stessa percezione, intimior intimo meo et superior supremo meo, direbbe Sant’Agostino, ossia oltre il punto più profondo della mia interiorità, ed al di sopra del punto supremo della mia comprensione della stessa vita.

 I doni dello Spirito

          Soprattutto noi insegnanti abbiamo bisogno dei sette doni dello Spirito Santo: della sapienza, ossia della capacità di gustare le cose di Dio, dell’intelletto, ovvero il poter comprendere la realtà alla luce della sua Parola, del consiglio guidando e illuminando i nostri alunni, della fortezza per non lasciarci scoraggiare nel nostro lavoro educativo, della scienza per illuminare la disciplina che insegniamo con la luce della nostra fede, della pietà per manifestare le nostre convinzioni cristiane, del timore di Dio, consapevoli della grande responsabilità che ci è affidata nel campo educativo.

 Preghiera

          O Spirito Santo, Tu sei Dono, sei la consolazione piena e la mia gioia! Tu sei Amore fedele, che non mi lascia, non mi abbandona, ma rimani per sempre! Tu sei con me, ti fai uno con me, accetti di condividere la mia vita più segreta, più intima, anche là dove c'è il dolore, la notte, il peccato. Tu sei il mio Maestro interiore, la mia guida sicura! Ti seguirò, Spirito Santo e non smetterò mai di invocarti e dirti: "Vieni!". Al mattino ti aspetterò e alla sera cercherò in Te il mio riposo.

*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC