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lunedì 14 settembre 2026

LA BUONA NOTIZIA

 


 'La vita

 è (molto) bella 


se c'è la buona notizia'





 Vita e Pensiero rende omaggio a   Enzo Bianchi ripubblicando questo articolo del 2003, in cui espone con passione l'importanza della bellezza nella vita cristiana

II cristianesimo è felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti. 

Se la vita cristiana, per definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri, dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità. Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa associazione. 

La vita e l'umanità di Gesù 

Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata" dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia. 

La bontà

La vita di Gesù è stata certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono» (Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At 10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla croce. 

Tuttavia la vita di Gesù è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava? 

Contemplazione

La bellezza vissuta da Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere, dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito, del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone. 

Gesù amava i banchetti e conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite, misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé. 

La vita bella e beata del cristiano 

Nell'umanità di Gesù, Dio ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)». L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani «l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv 1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza umana di Gesù. 

La felicità

Queste dimensioni della bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore. 

La fede

Questo discorso ci consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il compito della bellezza.

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 2 settembre 2026

IL PARERE DEGLI ALTRI

 

“Cosa diranno gli altri?”: quando la paura del giudizio degli altri decide al posto tuo




Indice

1.    Quando il giudizio degli altri comanda le scelte

2.    Guarda il video su cosa fare quando il giudizio degli altri ti blocca

3.    Da dove nasce il bisogno continuo di approvazione

4.    Come il bisogno di approvazione blocca identità, studio e scelte

5.    Spostare il centro: dall’approvazione degli altri all’auto-riconoscimento

Preferisci ascoltare il riassunto audio?

Quando il giudizio degli altri comanda le scelte

Voler essere apprezzati dagli altri è del tutto normale: ci aiuta a sentirci parte di un gruppo, a costruire relazioni e a capire come muoverci nelle situazioni sociali. Il problema nasce quando il bisogno di approvazione diventa così forte da condizionare quasi ogni decisione.

Può succedere, per esempio, quando:

  • cambi idea solo per non contraddire gli altri, anche se quella scelta non ti rappresenta;
  • dici sempre sì a richieste e favori, anche quando vorresti rifiutare;
  • eviti di esporti o di provare qualcosa di nuovo per paura di sbagliare davanti agli altri;
  • rinunci a ciò che ti interessa davvero per non rischiare critiche o giudizi.

Quando accade, il punto non è più soltanto voler piacere agli altri: la paura di essere criticati finisce per pesare più dei propri desideri. E, scelta dopo scelta, può diventare sempre più difficile capire cosa vogliamo davvero.

Da dove nasce il bisogno continuo di approvazione

Spesso alla base c’è una storia precisa: una mancanza di riconoscimento emotivo nei primi anni di vita. In molte famiglie l’affetto è legato al risultato: “Ti voglio bene se fai bene, se non sbagli, se ti comporti come voglio”.

In questi contesti possono accadere alcune cose:

  • I successi non vengono valorizzati, oppure non bastano mai.
  • Gli errori vengono trattati solo come fallimenti, non come tappe di crescita.
  • Le emozioni del bambino non vengono ascoltate o prese sul serio.

Chi cresce così impara che il proprio valore dipende da quanto piace agli altri, non da ciò che è.

Con il tempo questo schema può trasformarsi in:

  • perfezionismo basato sulla paura di deludere;
  • bisogno costante di conferme prima di decidere;
  • difficoltà a esporsi o a provare qualcosa di nuovo per timore del giudizio.

 Come il bisogno di approvazione blocca identità, studio e scelte

Quando l’approvazione esterna diventa il parametro principale, si perde il contatto con ciò che davvero conta per sé. Questo ha effetti concreti, soprattutto in età scolastica e universitaria.

Può succedere di:

  • scegliere un indirizzo di studi per far felici i genitori, non per reale interesse;
  • evitare corsi, esami o progetti impegnativi per paura di non essere “all’altezza”;
  • riempire l’agenda di impegni solo per dimostrare di essere produttivi.

In questo modo:

  • ci si allontana da valori, passioni e obiettivi personali;
  • si rinuncia a opportunità per timore di sbagliare;
  • si vive con l’idea di dover “recitare” un ruolo accettabile.

Il risultato è una vita che appare “corretta” verso l’esterno, ma che internamente lascia una sensazione di vuoto o di incompletezza.

Un consiglio in più

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio:

"Potevi fare di più": perché si ha la sensazione di non aver fatto abbastanza e come spegnere la voce che logora la mente

Spostare il centro: dall’approvazione degli altri all’auto-riconoscimento

Uscire dalla dipendenza dal giudizio altrui richiede un percorso di consapevolezza volto a dare priorità al proprio punto di vista, iniziando col distinguere ciò che si compie per valore autentico da ciò che si fa solo per compiacere gli altri. Un esercizio fondamentale consiste nel chiedersi come cambierebbero le proprie scelte e il proprio carattere in assenza di osservatori esterni, identificando così gli impegni mantenuti solo per timore della disapprovazione. Per consolidare questo cambiamento, è necessario allenare l'

autostima attraverso azioni concrete, come il riconoscimento costante delle proprie qualità e la valorizzazione dei propri successi, evitando di minimizzarli.

Perché essere sempre «bravo ragazzo» ti stressa più di quanto pensi

Un passaggio psicologico cruciale riguarda lo spostamento del locus of control da esterno a interno: smettere di attribuire ogni evento al caso o al volere altrui permette di recuperare la responsabilità personale e il potere decisionale sulla propria vita. Praticamente, risulta utilissimo imparare a prendersi del tempo prima di aderire a una richiesta, valutando se l'impegno sia compatibile con le proprie energie o se nasca dalla paura di deludere.

Questo processo di emancipazione si completa con l'auto-riconoscimento emotivo, ovvero la capacità di legittimare i propri bisogni e sentimenti senza giudicarsi, un obiettivo che può essere facilitato da un percorso psicoterapeutico strutturato. In definitiva, ridurre il bisogno di approvazione non significa isolarsi, ma smettere di sacrificare la propria identità per un consenso esterno, costruendo una vita basata sulla reale autenticità.


Il coraggio di non piacere. Liberati dal giudizio degli altri e trova l’autentica felicità

€ 16,05

 

 

sabato 2 maggio 2026

SORRIDI ALLA VITA

 


Ringrazia il buon Dio.

Dona felicità a coloro che incontri sul tuo cammino.

Non cercare te stesso.

Cerca l'incontro con gli altri


Apprezza le luci, accogli le ombre, accetta i limiti, tuoi e altrui.

Supera ogni paura e ogni diffidenza.

Vinci le illusioni dell'apparire e scegli l'essere.

Testimonia valori e non pregiudizi.

«Se i simboli della felicità sono quelli del successo e della perfezione, nell’età in cui cominci a concepire il tuo progetto di felicità ti senti subito schiacciato.

Invece io voglio riscoprire quello stile veramente occidentale di educazione che ci ha insegnato Socrate: conoscerci con le nostre luci e ombre.

Ma oggi sembra che debbano esserci solo le luci: quelle irreali del Photoshop.

La nostra unicità invece passa per i nostri limiti». 

A. D'Avenia

giovedì 9 aprile 2026

LE DIECI PAROLE TRADITE

 


Ci sono parole alla base della nostra civiltà. 
Lo specchio di noi stessi.

 Il vice direttore del «Corriere della Sera» Venanzio Postiglione parte dalla nascita: l’etimologia, i miti più belli, il valore originario. 

Racconta la storia: come sono cresciute e cambiate, gli autori che le hanno scoperte e riscoperte con entusiasmo. Fino a oggi. Tradite, stravolte, irriconoscibili. 

La democrazia che diventa illiberale, la misura perduta, il pianeta offeso e dimenticato, il talento chiuso a chiave, la verità sommersa dalle falsità. 

Così come la felicità che non è più un bene pubblico, la fraternità sparita anche dai sogni, la libertà travolta dall’odio social, la parità uomo-donna prigioniera degli stereotipi, la pace stracciata e umiliata. 

L’età delle potenze spazza via l’età delle regole. La politica dell’istante brucia la politica delle idee. 

La società dell’ansia sommerge la società del dialogo. Un’epoca senza moderazione e senza moderatori.

Eppure queste parole smarrite sono la nostra vita, la nostra coscienza.

È da loro che dobbiamo partire e ripartiremo: dieci capitoli, dieci storie affascinanti. Che ci riguardano.

sabato 14 marzo 2026

ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

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mercoledì 18 febbraio 2026

VIVERE A MISURA D'UOMO

 


"La vera ricchezza

 per essere felici

 non sono i soldi,

 ma l’amore 

e il tempo

 condiviso. 



È vivere 

a misura d’uomo 

che dà valore alla vita"

 

La Redazione

Gabriella Tupini spiega perché amore, tempo condiviso e relazioni autentiche valgono più di ogni successo materiale...

Spesso ci troviamo ancora a confondere la ricchezza con la felicità. Siamo convinti che avere di più, fare di più, ottenere di più vada anche a compensare le nostre mancanze emotive, ma nessuna ricchezza potrà mai sostituirsi ad un cuore infelice; al contrario un cuore sereno, che sorride riesce ad attribuire valore e prestigio alle piccole cose che lo circondano.

Proprio per questo la psicologa Gabriella Tupini, ci conduce verso una riflessione profonda alla quale tutti siamo chiamati a rispondere. Inizia il suo intervento domandando: “Ma voi pensate che l'umanità vivrebbe così se sapesse di morire? Che passerebbe tutto il tempo a lavorare se sapesse di morire? Non cercherebbe di fare una vita più lieta possibile o meno amara possibile? Non passerebbe il tempo a passeggiare, a chiacchierare, a fare l'amore, a mangiare?”. L’esperta in questo caso giudica un modo di vivere che va contro i tempi dell’uomo. Secondo Tupini la nostra vita deve essere plasmata sulla base di quello che davvero ci permette di vivere, tutto il resto è un “di più”, un superfluo, che ci spinge fuori dalla nostra naturalezza.

La ricchezza è una “bella sirena che chiama Ulisse”,  ci porta ad avere sempre più sete entrando in un vortice di rivalità, competizione, sfida l’uno con l’altro, andando così a ledere i valori che ci rendono umani. Infatti continua la psicologa: “Invece di costruire poteri, domini, di fare palazzi futuristici, perché dovete fare a gara “a chi ce l'ha più alto”? “Fate i soldi o non fate i soldi” che vi cambia? L'importante è che avete i soldi per mangiare, per bere, per dormire, per curarvi. Il resto a cosa serve?”.

Dobbiamo vivere una vita a misura d’uomo, senza andare alla ricerca di false illusioni. La felicità vive in quello che già possediamo, sta a noi vederla con gli occhi giusti. Infatti, secondo Tupini una frase che pronunciamo spesso è: “Ma così non mi diverto”, a tal proposito arriva il suo parere: “Non è vero che ci divertiamo a seconda di quello che facciamo fuori. Noi stiamo bene a seconda di come stiamo dentro, fuori possiamo fare quello che vogliamo. Ma chi ve lo racconta che essere ricchi faccia stare bene? State bene o male a seconda di come state dentro, a seconda di come avete superato i vostri traumi o dolori infantili”. 

Le manie di grandiosità, al contrario di ciò che pensiamo, rivelano personalità fragili. Persone che non hanno chiuso bene i conti con il loro passato, che hanno conflitti interiori da placare, che cercano di compensare le carezze, l’affetto, il conforto non ricevuti con il potere. Ma la vera ricchezza si ottiene quando possiamo osservare il nostro passato con consapevolezza, quando riusciamo a trovare un equilibrio, quando sappiamo di avere tempo da dedicare a noi e ai nostri cari, quando sappiamo di avere salute abbastanza da poter vivere la vita che desideriamo, quando sappiamo godere di ciò che ogni giorno osserviamo. Questa è la ricchezza che spalanca le porte alla vera felicità. 

Ascuolaoggi

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venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


lunedì 29 dicembre 2025

IL SEGRETO DELLA FELICITA'

  



ALLA VIGILIA DEL NUOVO ANNO AUGURIAMO A TUTTI (E A NOI STESSI)  FELICITA'

Uno studio di Harvard, durato 85 anni, rivela il segreto della felicità: non è né il denaro né la fama

Nel corso degli anni, molti hanno associato la felicità al successo materiale e al riconoscimento sociale.

 

La scoperta di Harvard sulla vera felicità

Tuttavia, uno studio impressionante condotto dalla Harvard University, iniziato nel 1938 e durato ben 85 anni, ha svelato che i pilastri della vera felicità umana sono molto più vicini a noi di quanto pensassimo.

I ricercatori hanno seguito la vita di 724 individui, espandendo poi il focus ai loro discendenti, analizzando dettagliatamente la qualità delle loro relazioni sociali. I risultati sono cristallini: coloro che godono di legami sociali profondi e positivi tendono a vivere più a lungo e ad essere significativamente più felici.

 Qualità della vita legata alle relazioni

Il segreto risiede nella qualità delle nostre interazioni quotidiane. Secondo lo studio, avere persone care che sono supportative e premurose può aumentare significativamente la nostra felicità. Questi legami influenzano positivamente la nostra capacità di affrontare lo stress e le sfide della vita, migliorando sia la nostra salute mentale che quella fisica.

Non si tratta solo di sentirsi amati, ma anche di percepire un senso più ampio e profondo della propria esistenza. La ricchezza emotiva derivante da relazioni solide e genuine si traduce in una migliore qualità della vita e persino in una maggiore longevità.

Consigli pratici per relazioni migliori

Ma come possiamo migliorare le nostre relazioni per raggiungere questa felicità duratura? Secondo i suggerimenti del World Economic Forum, la chiave è dedicare tempo di qualità alle persone che amiamo. Questo include condividere esperienze, ascoltare attivamente e mostrare empatia e sostegno.

Altrettanto importante è il perdono. Superare i conflitti e concentrarsi sulle qualità positive degli altri può rafforzare i legami e aumentare la reciproca comprensione e rispetto. Infine, essere disponibili ad aiutare e supportare gli altri non solo migliora le nostre relazioni, ma arricchisce la nostra esperienza di vita.

  • Trascorri tempo faccia a faccia con le persone care.
  • Ascolta attivamente e con empatia.
  • Perdona le incomprensioni ed eventuali errori
  • Offri aiuto e supporto regolarmente.
  • Sorridi a coloro che incontri
  • Le relazioni negative inquinano la tua e l'altrui vita
  • in ogni persona che hai incontrato (o incontro) lungo il cammino della tua vita ci sono aspetti positivi e aspetti negativi, Soffermati sugli aspetti positivi e manifesta la tua gratitudine.
  • Il rancore è un brutto tarlo che corrode anzitutto la tua vita.

L’indagine di Harvard ci ricorda che la vera felicità non è un traguardo distante o un obiettivo materiale, ma qualcosa che possiamo coltivare ogni giorno attraverso relazioni significative e amorevoli. In un mondo che spesso valorizza il successo individuale e materiale, ricordiamo che la nostra felicità più profonda e duratura si trova nel calore delle nostre relazioni umane.

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