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venerdì 12 giugno 2026

ANZIANI, MAESTRI DI VITA

 

Leone XIV: gli anziani maestri di una vita che non si misura con l’efficienza

In una lettera a firma del cardinale segretario di Stato, Piero Parolin, al cardinale prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Kevin Joseph Farrell, in occasione dell’incontro sulla Pastorale degli anziani, il Papa sottolinea il valore della fragilità come “parte della meraviglia che siamo”, e come l'autentica cifra di un'esistenza si basi sulla "capacità di amare e di lasciarsi amare”

-         Vatican News

Abbracciare la fragilità che deriva dall’avanzare dell’età, senza vergogna, per ispirare le nuove generazioni al valore di un’esistenza che “non si misura con il metro dell’efficienza o dell’autosufficienza, ma in base alla capacità di amare e di lasciarsi amare, di donare e di ricevere”. È questo il cuore della lettera di Papa Leone XIV, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e indirizzata al cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in occasione dell’incontro sulla pastorale degli anziani. L’incontro si tiene oggi, mercoledì 10 giugno, a Roma, nella Sala Pio XI di Palazzo San Calisto, sul tema “Un ponte verso il cielo. Il magistero della fragilità nel tempo della forza”.

Il valore della debolezza

"Oggi, in molte regioni del mondo, le persone in età avanzata hanno ancora molte energie da spendere al servizio della comunità”, si legge nella lettera. Il testo sottolinea però come l’anzianità richiami anche un aspetto più profondo: il valore della debolezza. L’attuale innalzamento dell’aspettativa di vita comporta infatti un prolungamento della stagione della fragilità e, secondo il Pontefice, apre nuove riflessioni sul significato di questa fase dell’esistenza: quale valore attribuire ai tanti anni che una persona può vivere in una condizione di debolezza fisica o mentale? Qual è la prospettiva cristiana con cui abitare questo tempo? Come annunciare che la vita umana conserva sempre, in ogni sua fase, la sua “dignità infinita”?

Contro la logica della prestazione

Lo stesso Leone XIV, rivolgendosi ai giovani, aveva lodato la “meraviglia della fragilità”. Anche in questo caso chiama in causa le nuove generazioni, che possono apprendere da autentici “maestri di vita”: gli anziani. Nell’accettazione serena dei limiti legati al passare degli anni, essi possono infatti riconoscere un tempo di grazia, in una società dominata "dalla logica della prestazione e della competizione", nella quale la forza è spesso concepita come "esibizione di potenza" e rischia di degenerare nella prevaricazione. Di fronte a questi atteggiamenti, conclude la lettera, la Chiesa continua a proporre il messaggio evangelico, che proclama beati i miti e gli umili di cuore, riconoscendo negli anziani, “per esperienza e saggezza di vita, i primi e più autorevoli testimoni di questa visione cristiana dell’uomo”.

martedì 21 aprile 2026

ASCOLTARE GLI ANZIANI

Il Papa incontra una degente della Casa di accoglienza

 


 “Le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo”.

 Come primo appuntamento della visita nella terza città angolana, Leone XIV si reca nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Accolgono il Pontefice con fazzoletti bianchi, canti, balletti, testimonianze. “Gesù abita qui”, assicura il Papa: “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese"

-Salvatore Cernuzio – Inviato a Saurimo

Nella “città dei diamanti”, Saurimo, capitale della provincia angolana di Lunda Sud, la vera ricchezza sono loro: quei sorrisi sghembi, le gambe deformate dall’artrite, gli occhi vacui, le rughe presenti ma poco visibili per la pelle color dell’ebano. Sono i 62 anziani, 26 uomini e 36 donne tra i 60 e i 93 anni, che abitano il Lar de Assistência a pessoa idosa, la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo dove sono accolti malati, disabili, ma anche persone maltrattate e abbandonate dai familiari con l’accusa di stregoneria. Papa Leone XIV ha voluto iniziare da loro il programma della visita nella terza città dell’Angola. Un breve incontro prima della Messa, scandito da testimonianze, canti in lingua chowke, un dialetto locale, balletti e trenini con un fazzoletto bianco per dare accoglienza al Pontefice.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO AGLI ANZIANI DI PAPA LEONE XIV

Svago e familiarità

L’incontro avviene nel patio dal profumo di erba annaffiata della struttura che esiste da 14 anni ed è di proprietà dello Stato angolano, il quale ne garantisce il funzionamento con un contributo mensile. Poi, sì, ci sono pure le donazioni di associazioni e benefattori, i buoni rapporti con la Chiesa, e gli stessi ospiti praticano l'agricoltura su terreni incolti per contribuire al proprio sostentamento. Ma anche per svago. Ci si diverte molto nella Casa e oggi anche davanti al Papa i signori e le signore della Casa, coi loro abiti di diversa fattura e colore, a fianco allo staff in divisa azzurra, hanno dato prova dell’aria positiva che si respira al Lar, alla lettera, focolare, ambiente familiare. 

 

Al centro dell’attenzione

Lo anticipava già nei giorni scorsi ai media vaticani Georgina Mwandumba, da sette anni direttrice. “Questi anziani sono felici nella Casa di accoglienza, vanno d'accordo tra loro, vanno a Messa insieme, anche se non sono tutti cattolici, ma non c'è dubbio che vorrebbero stare con le loro famiglie che, purtroppo, non vengono nemmeno a trovarli. La visita del Papa alla Casa di accoglienza sarà quindi un momento di grande gioia per questi uomini e donne che, in quest'occasione, saranno al centro dell'attenzione”.

“Gesù è qui”

Ed è proprio "attenzione" ciò che ha voluto restituire Papa Leone con la sua visita e il suo breve saluto. Attenzione da leggere come affetto, valorizzazione di queste persone che – ha detto – sono la “saggezza”. Il Pontefice si è detto toccato dall’“accoglienza, così piena di fede”: “È di grande conforto per la mia missione. Grazie!”, ha sottolineato, dicendosi colpito anche del nome Lar, una parola che “parla di famiglia”. “Mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa”, ha assicurato il Papa. “Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.


Il grazie alle Autorità

Il Papa ha espresso il suo apprezzamento alle Autorità angolane “per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi”, come pure a tutti i collaboratori e volontari. “La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese”, ha ribadito, assicurando di portare “nel cuore” il ricordo di questo incontro. Come segno visibile della visita, ha lasciato in dono una statua di San Giuseppe e diversi Rosari.

Testimonianze

Prima del Papa ha dato la sua testimonianza la rappresentante del Ministero della Salute per l’Assistenza sociale e uguaglianza di genere: “Questa Casa rappresenta per noi un luogo di salvezza delle nostre vite, poiché eravamo esposti a ogni tipo di vulnerabilità a causa dell’abbandono familiare”, ha detto. “Con la venuta del Santo Padre ci sentiamo benedetti, poiché l’amore di Dio è giunto fino a noi. Venite a visitarci ancora, nostro caro Papa”.  

Lo stesso ha ripetuto Antonio Joaquím, 72 anni ma la verve di un ragazzino, che dato al Papa il “profondo e caloroso saluto” a nome di tutti gli anziani. “La vostra presenza in mezzo a questa Casa è una benedizione di Dio, poiché non tutti i popoli, e in particolare la popolazione anziana, hanno la grazia di incontrare l’inviato del Signore. La visita del Santo Padre – ha concluso - è per noi motivo di grande gioia e accresce la nostra speranza di vita”. 

Anche a margine dell'evento, Antonio ha voluto ribadire la gratitudine e la serenità che vive quotidianamente nella Casa. Anche se non mancano i problemi: "Ci sono momenti in cui non c'è il cibo, quando il governo non rifornisce. E qualche imprenditore arriva ogni tanto e dice che l’area è sua e che non possiamo coltivare la manioca. È successo tempo fa e ce la siamo mangiata noi...". Oggi, però, i problemi sono tutti alle spalle: "È la benedizione che aspettavamo da tanto. Qui ogni giorno è diverso, ma oggi è stato davvero speciale".

Vatican News

 

 

venerdì 11 luglio 2025

GRATITUDINE e CURA

 

ANZIANI, 

SEGNI DI SPERANZA


Nel messaggio per la Giornata mondiale dedicata ai nonni e a chi è nella parte finale della vita (27 luglio) il richiamo al bene sempre da compiere: «Trasmettiamo la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani»

Il Papa: «Anziani, siete segni di speranza L’amore e la preghiera non hanno età»

«Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani»

  -       di TOMMASO PICCOLI

-        «Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno ». Queste parole di san Paolo ai cristiani di Corinto sono l’ultima citazione del messaggio scritto da Leone XIV per la quinta Giornata mondiale dei nonni e degli anziani (27 luglio) e diffuso ieri. L’ultima citazione ma la più pregnante, perché è l’avvicinarsi alla risurrezione e alla beatitudine senza fine il vero motivo della speranza di cui è intessuto il messaggio stesso fin dal titolo Beato chi non ha perduto la sua speranza (cfr Sir 14,2).

«Nella Bibbia – scrive il Pontefice – Dio più volte mostra la sua provvidenza rivolgendosi a persone avanti negli anni. Così avviene, oltre che per Abramo, Sara, Zaccaria ed Elisabetta, pure per Mosè, chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni (cfr Es 7,7). Con queste scelte, ci insegna che ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e che gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza. “Cos’è mai questo tempo della vecchiaia?” – si domanda al riguardo sant’Agostino – Ti risponde qui Dio: “Oh, venga meno per davvero la tua forza, affinché in te resti la forza mia e tu possa dire con l’Apostolo: Quando sono debole, allora sono forte” ( Super Ps. 70, 11)».

Ancora: «Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio (cfr Gen 48,8-20). Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire».

Il Papa ricorda che il Giubileo, fin dalle sue origini bibliche, ha rappresentato un tempo di liberazione e «guardando alle persone anziane in questa prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono». Per questo motivo «ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani, creando per loro e con loro reti di sostegno e di preghiera, intessendo relazioni che possano donare speranza e dignità a chi si sente dimenticato ». A tale riguardo Leone XIV fa presente una particolarità di questo Giubileo, normata dalla Penitenzieria apostolica, ovvero che quanti non potranno venire a Roma quest’anno in pellegrinaggio, possano anche «conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo agli anziani in solitudine, [...] quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cfr Mt 25, 34-36)».

Il Papa riprende infine il libro sapienziale che ha ispirato il tema della Giornata di quest’anno, il Siracide, che «afferma che la beatitudine è di coloro che non hanno perso la propria speranza (cfr 14,2), lasciando intendere che nella nostra vita – specie se lunga – possono esserci tanti motivi per volgersi con lo sguardo indietro, piuttosto che al futuro. Eppure, come scrisse papa Francesco durante il suo ultimo ricovero in ospedale, “il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza” ( Angelus, 16 marzo 2025). Abbiamo una libertà che nessuna difficoltà può toglierci: quella di amare e di pregare. Tutti, sempre, possiamo amare e pregare». Così «il bene che vogliamo ai nostri cari – al coniuge col quale abbiamo passato gran parte della vita, ai figli, ai nipoti che rallegrano le nostre giornate – non si spegne quando le forze svaniscono. Anzi, spesso è proprio il loro affetto a risvegliare le nostre energie, portandoci speranza e conforto».

Questa l’esortazione conclusiva di Leone XIV: «Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore. Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età».

 www.avvenire.it


Leggi: MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV PER LA V GIORNATA MONDIALE DEI NONNI E DEGLI ANZIANI




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venerdì 27 giugno 2025

VIVERE DA ANZIANI


Ci sono segni di speranza anche nell’età anziana. Ma è necessario guardarla come una fase della vita con opportunità proprie. 

Può essere tempo di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati…


Luciano Manicardi

 

La situazione dell’anziano oggi è particolarmente complessa. Il notevole allungamento della vita nel ricco Occidente porta alcuni a distinguere tra giovani-anziani, anziani, grandi-anziani e centenari. L’anzianità nasce dall’incontro dialettico tra dato biologico e variabili culturali e oggi è possibile incontrare anziani attivi e in buone o discrete condizioni di salute, sicché un approccio che veda l’anzianità solo a partire dal «meno», dalla «riduzione» o dal «rallentamento» delle capacità cognitive e fisiche si rivela inadeguato. E più che mai, con l’avanzare dell’età, si accentuano le differenze tra gli individui. Il che rende problematico un discorso sull’anzianità in generale, in quanto quest’ultima si differenzia enormemente in ciascun individuo. 

Tuttavia, una considerazione si impone circa lo statuto sociale dell’anziano oggi: la contraddizione tra l’anzianità perseguita e diffusa e, al tempo stesso, discriminata. L’estendersi della popolazione anziana si accompagna alla cancellazione dei segni che visibilizzano nel corpo i segni dell’invecchiamento. In questa logica distorta, tanto più la vita diviene longeva tanto più deve nascondersi, fingersi giovanile, mascherarsi da giovinezza vergognandosi di ciò che è. Se Cicerone elencava quattro motivi che rendono triste la vecchiaia (allontanamento dall’attività lavorativa, indebolimento del corpo, negazione dei piaceri, prossimità alla morte), oggi se ne aggiunge un altro: l’era della tecnica e dell’informatica ha reso fuori luogo l’adagio che legava vecchiaia e sapienza e vedeva nell’anziano il depositario di un’esperienza che lo rendeva elemento fondamentale nel gruppo sociale. Oggi la sua esperienza è giudicata inutile: altro è il sapere necessario e spesso sono i giovani che insegnano ad adulti e anziani a usare marchingegni tecnologici. 

Il fenomeno dell’«anziani­smo» indica l’insieme degli stereotipi e dei pregiudizi proiettati sull’età anziana che diviene discriminazione dell’anziano stesso. Discriminazione visibile a livello strutturale in politiche pubbliche e norme del mondo lavorativo che penalizzano chi è più avanti nell’età. Ma poi diventa marginalizzazione sul piano relazionale e perfino, una volta introiettato lo «stigma», disistima di sé, senso di inutilità, colpevolizzazione (essere di peso) da parte dell’anziano stesso. Dalle differenze di classe si passa alle differenze di età e il conflitto sociale diviene conflitto di generazioni: segno della biologizzazione dei rapporti sociali. 

La differenza rispetto a forme di discriminazione che riguardano l’etnia (razzismo) e il genere (sessismo) è che chi discrimina un anziano è destinato a diventarlo a sua volta. E qui vediamo l’anzianità come pietra d’inciampo proprio nel suo essere visibilizzazione della fragilità e caducità umana. Si deve parlare della scomodità dell’anziano perché memoria della fragilità che concerne tutti e che, nella misura in cui è rimossa dall’immagine della vita riuscita oggi propagandata, vuole essere cancellata così come si cerca di cancellare le rughe dal volto anziano e di relegare gli anziani in ospizi che li rendano invisibili. 

Il bel volto anziano, provato, gravato di lutti ma con dolcezza e luminosità di sguardo di Alvin Straight (l’attore Richard Farnsworth) nel film Una storia vera, di David Lynch, presenta la possibile ricchezza e fecondità dell’anzianità: intraprende un viaggio di centinaia di chilometri per andare a trovare il fratello colpito da infarto e con cui non parla da dieci anni, con un tosaerba che traina un carretto. Ha problemi di vista, cammina con due bastoni, non ha la patente, ma la vita gli ha insegnato l’essenziale: «Alla mia età – dice –, ho imparato a separare il grano dalla crusca e a ignorare le sciocchezze». 

L’anzianità riguarda dunque chi la vive, chi vede e incontra la persona anziana, e l’immaginario collettivo. Per dare segni di speranza agli anziani non basta esortare figli e nipoti a essere vicini a genitori e nonni, ma occorre uno sforzo culturale per immaginare e creare funzioni per loro. E occorre accedere a una visione dell’anzianità come una fase della vita con le sue prerogative e opportunità proprie. Può essere tempo di anamnesi, di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati. Un tempo di verità, in cui si vive per grazia e non per dovere (Karl Barth), un tempo di passaggio dall’esteriorità all’interiorità (Jung), in cui emerge che ciò che vale è ciò che si è, al di là di ciò che si fa. Nella vecchiaia semplicemente si è.

 Allora l’anziano può giungere a dire il suo grazie al passato e il suo sì al futuro, pregando il Salmo 71, e inoltrarsi nel crepuscolo della vita facendo sue le parole del Nunc dimittis.

Messaggero di Sant'Antonio

venerdì 30 maggio 2025

NOI E LA SOFFERENZA


 Visitare una persona malata significa farle spazio. 

Significa porsi in una posizione che sa coniugare impotenza e non-inutilità.

 Impotenza di fronte al suo soffrire, non-inutilità nel restare accanto donando tempo e presenza, ascolto e parola.




- di Luciano Manicardi

 

Chiedendo di offrire segni di speranza agli ammalati e alle persone con disabilità, papa Francesco auspica che «le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono» (Spes non confundit 11). Il testo echeggia le parole di Agostino: «Io non so come accada che, quando un membro soffre, il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l’alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri» (Epist. 99,2). 

Ora, la malattia è esperienza di stranierità: il malato è come un emigrato in un Paese straniero di cui non conosce lingua, usi e costumi. Per questo opponiamo resistenze a farci vicini a un malato: ci rende a nostra volta stranieri. La debolezza del malato fa emergere la paura di essere «contagiati» dalla sua sofferenza. Sicché la visita a un malato può divenire il penoso teatro in cui vanno in scena imbarazzo e ipocrisia, reticenza e falsità, doppiezza e condiscendenza, banalità e congiura del silenzio: non a caso nell’Antico Testamento, che pure esorta a visitare il malato («Non esitare nel visitare gli ammalati», Sir 7,35), manca la testimonianza in favore della buona riuscita del rapporto dei visitatori con il malato. Il libro di Giobbe è la storia di amici che diventano nemici mentre visitano un malato

Gli amici di Giobbe sbagliano, non solo perché fanno del capezzale del malato il luogo di una catechesi, ma soprattutto perché vanno presumendo di «sapere» ciò di cui il malato ha bisogno meglio del malato stesso e ritenendo di poterlo consolare adeguatamente. Presentandosi come salvatori essi innescano un circolo vizioso in cui colpevolizzano il malato, ne fanno una vittima divenendo i suoi persecutori, e diventano a loro volta i bersagli delle sue accuse. Visitatori e malato entrano in un complesso rapporto in cui rivestono entrambi, di volta in volta, le vesti del persecutore e della vittima, e questo a partire dalla pretesa dei visitatori di essere dei salvatori. Si verifica il triangolo drammatico teorizzato dallo psicologo Stephen Karpman. La visita diviene un inferno. Non bastano le buone intenzioni: chi visita un malato deve entrare nell’ottica di non aver potere sul malato, attenersi al quadro relazionale che egli presenta, convertire la propria posizione di potere in una posizione di servizio. Più che l’intento di fare del bene è importante la consapevolezza del perché si vuol visitare un malato. 

Gesù, poi, si identifica con il malato, non con il visitatore: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Il malato è «sacramento di Cristo», sicché il visitatore deve entrare in quella povertà grazie a cui può avvenire l’incontro durante il quale il malato stesso, nella sua debolezza, condurrà il visitatore alla somiglianza con il Cristo che «da ricco si fece povero» (2Cor 8,9). E il malato chiede essenzialmente di essere ascoltato e accettato, anche se ciò che fa o dice non dovesse incontrare l’approvazione del visitatore. Dice Giobbe: «Per il malato c’è la lealtà degli amici, anche se rinnega l’Onnipotente» (Gb 6,14). Zittire le parole sconvenienti del malato o censurare i suoi moti di rivolta, significa negargli la possibilità di mettere parola (per quanto alterata) su ciò che sta avvenendo nella sua vita. Invece, ascoltare è lasciar essere presente l’altro con ciò che sente ed esprime. Visitare il malato significa fargli spazio, non occupare o negare il suo spazio. Significa porsi in una posizione che sa congiungere impotenza e non-inutilità. Impotenza di fronte al soffrire del malato, non-inutilità nel restare accanto donando tempo e presenza, ascolto e parola, senza giudicare. 

La crisi in cui ci pone il malato diviene radicale di fronte alla persona con disabilità, soprattutto mentale. Quell’umano che abitavamo pacificamente diventa una domanda drammatica: che cos’è l’umano? Che cos’è vivere? Chi sono io? Chi e come potrei diventare? E prima di suscitare domande, l’incontro con la persona con disabilità suscita inquietudine e paura, turbamento e volontà di fuga. L’identità personale di chi è segnato da disabilità è praticamente sequestrata da quella disabilità che è come la sua seconda pelle, quella che si impone all’osservatore. È lo stigma, e noi, di fatto, crediamo che la persona con uno stigma sia meno umana o «non sia proprio umana» (Erving Goffman). Siamo di fronte al problema radicale che la disabilità pone: che cos’è un essere umano? Ed è così che, paradossalmente, la disabilità si rivela un’esperienza specifica capace di «illuminare la complessità dell’umano» (Julia Kristeva). Più precisamente: «Quando diciamo che l’esperienza ci aiuta a capire l’handicap, omettiamo la parte più importante, e cioè che l’handicap ci aiuta a capire noi stessi» (Giuseppe Pontiggia).

 Messaggero di Sant'Antonio

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venerdì 14 marzo 2025

UN AMICO A PASQUA


 Il caso Hackman Determinante creare comunione con gli altri

  

Riflessione sulla morte in solitudine del famoso attore.


Occorre allargare cuore e mente, capire che l’altro mi è

 indispensabile e realizzare comunità con chi è diverso da noi

 

- di MAURIZIO PATRICIELLO

 

Non voglio scrivere della bravura di Gene Hackman come attore né dei premi ricevuti. Chi ha avuto successo nel mondo del cinema, dello spettacolo, della musica suscita tanta ammirazione ma anche tanta invidia. In fondo ha ottenuto ciò che – forse, chissà - avremmo desiderato anche noi.

Voglio soffermarmi, invece, a pensare all’uomo vecchio e malato, che trova la morte nella sua stessa casa trasformata in una prigione. Solo, terribilmente solo. Come saranno state le sue ultime ore? Si sarà reso conto del dramma che stava per abbattersi su di lui? Avrà intuito che Betsy, la donna che amava e dalla quale veniva accudito, lo aveva lasciato per sempre? Avrà chiesto aiuto durante quella interminabile settimana?

È angoscioso pensare che un uomo, ricco, famoso, conosciuto in mezzo mondo, possa terminare la sua lunga vita come è accaduto a lui. Una morte tristissima, nella più gelida solitudine. Una riflessione, a riguardo, ce la possiamo permettere, anche perché gli attori, i cantanti, gli artisti, in un certo senso, almeno un poco ci appartengono. Una mia cara amica invalida mi chiese di celebrare una messa per Nadia Toffa e Fabrizio Frizzi. «Perché?» le chiesi. E lei: «Mi hanno tenuto tanta compagnia». Bellissimo.

Per questo motivo la morte di Hackman ci ha procurato non solo domande ma dolore. Com’è stato possibile? “Scelte di vita”, dirà qualcuno pronto a chiudere il discorso e voltare pagina. Quasi a dire: l’ha voluto lui, ognuno fa quello che meglio crede. E invece no, non possiamo lavarci le mani e tirare a campare. Perché il dramma della vecchiaia, della solitudine, della demenza senile, della malattia, prima o poi, ci riguarda tutti. Possiamo fare qualcosa per rendere meno pesanti gli ultimi anni di vita di tanta gente e, magari, nostri? Certamente, basta volerlo.

Innanzitutto, occorre incrementare la volontà di eliminare i ghetti.

Martedì mattina, sono stato a fare un incontro sulle mafie in un liceo di Aversa. Quasi mille giovani hanno ascoltato con attenzione, hanno fatto domande, espresso le loro perplessità, avanzato proposte. A

nche a loro, ancora una volta, ho consigliato vivamente di non ritrovarsi solo con gli amici della loro stessa età, ma di allargare le tende senza paura. Ciò di cui, necessariamente, ha bisogno il mondo è la comunione.

L’altro mi è indispensabile. Se riusciamo a creare comunione anche con chi, per età, idee, condizioni economiche, geografiche, sociali, è diverso da noi, avremo reso un ottimo servizio a noi stessi e all’umanità.

Come i vecchi non devono stare solo con i vecchi, allo stesso modo i giovani. 

La famiglia, ancora una volta, potrebbe essere la risposta a questa esigenza. In famiglia c’è spazio per tutti, nonni, genitori, bambini e cagnolino.

Dopo la famiglia, per noi cristiani, viene la comunità parrocchiale.

Iniziamo noi.

Domenica prossima, a Messa, con estrema gentilezza, andiamo a sederci accanto a uno sconosciuto. Sorridiamogli. Con garbo chiediamogli come si chiama. La prossima volta quello sconosciuto avrà un nome.

Un passo alla volta e, per Pasqua, saremo amici. Porteremo i suoi pesi e gli affideremo i nostri. E le giornate buie, come per incanto, si illumineranno. Il fardello che ci schiaccia diverrà più leggero. Ognuno diverrà custode del suo fratello.

Anche con il vicinato siamo chiamati a fare qualcosa del genere. Ci terremo d’occhio, prenderemo nota di chi vive solo, non per ficcare il naso nelle faccende altrui, ma per captare i primi segnali di un disagio, di un bisogno, di una richiesta di aiuto.

Non dobbiamo avere paura di osare. Tutto questo, ovviamente, non s’inventa dalla sera alla mattina. Si costruisce lentamente.

Anche le varie fasi della vita hanno bisogno di entrare in comunione tra loro. Un po’ come avviene per la pensione. Lavorando in gioventù costruiamo una cassa comune alla quale attingere da vecchi.

Provvedere. Prevedere. Prevenire. Soccorrere. Condividere. Amare.

Dobbiamo imparare a invecchiare, senza essere pedanti, senza pretendere di avere sempre ragione, senza la pretesa di dovere per forza insegnare. Senza rinchiuderci in quegli insopportabili lamenti che fanno scappare i ragazzi. Occorre allargare il cuore e la mente.

Chiudo gli occhi e sogno. Provo a pensare al caro Gene Hackman che spalanca le porte della sua bella casa a una, due, tre famiglie di poveri e le rende felici. Le grida dei bambini rallegrano le sue giornate. E, nel momento del pericolo, chiamano gli aiuti.

Il Vangelo ha sempre ragione. Gesù ci ha detto di amare tutti, sempre, in particolare i più fragili, i vecchi, gli ammalati, i bambini, i poveri, coloro che lentamente vanno perdendo le forze, la memoria, il senno. Hanno bisogno di noi.

 Abbiamo bisogno di loro. Custodiamoli. Custodiamoci.

Credo che le nostre comunità parrocchiali (e perché no, pure quelle scolastiche?), anche da questo punto di vista, sono chiamate a essere profetiche.

 www.avvenire.it

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lunedì 24 febbraio 2025

ANZIANI. RELIGIOSI, MA NON TROPPO

 


La ricerca. Over 65,

 religiosi ma non troppo.

 Come è cambiata la fede vissuta


L’indagine condotta su un campione

 rappresentativo di mille individui. 

Tra coloro che si dichiarano “felici” 

è alto il tasso di chi considera la fede 

e la sua pratica essenziale alla propria vita

-         di Elisa Campisi

«Quale posto occupa la religione nella sua vita?”. È una delle 40 domande di una ricerca Ipsos che ha coinvolto mille over 65 per indagare, su richiesta della Fondazione Età Grande, la religiosità degli anziani in Italia. «La religiosità in età matura è caratterizzata da una sorta di “sdoppiamento” tra sfera spirituale individuale e dimensione sociale della Chiesa», ha spiegato il presidente di Ipsos, Ferdinando Pagnoncelli, presentando martedì scorso i risultati della ricerca durante una tavola rotonda che si è tenuta alla sala Pio XI della Città del Vaticano, con molti relatori, tra i quali l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Fondazione.
È la prima volta – hanno ricordato gli organizzatori – che il tema della fede e della spiritualità viene indagato concentrandosi sull’ormai vastissimo e diversificato mondo degli over 65, che in Italia costituisce oltre il 25% della popolazione, per un totale di 14 milioni di persone. La ricerca ha approfondito i temi del senso di appartenenza religiosa, della pratica, della socializzazione della fede, della morte, del fine vita e dell’incrocio tra religione e nuove tecnologie. Costituisce dunque un importante spunto per riflettere sui cambiamenti antropologici che stanno attraversando il mondo sempre più ampio degli anziani nel nostro Paese, dal punto di vista della spiritualità e della fede.

Religiosità e pratica

Tra gli aspetti più interessanti c’è per esempio questo divario tra religiosità e pratica: se da un lato persiste un solido legame identitario con la fede trasmessa da tradizione e famiglia, dall’altro si assiste a un progressivo affievolimento della ritualità pubblica, specie tra le fasce under 80. «I risultati smentiscono lo stereotipo per cui gli anziani vanno a Messa, complice forse anche la possibilità di guardarle più facilmente da casa», aggiunge Pagnoncelli. Il divario tra il dichiararsi religiosi e l’importanza di Dio nella propria vita da una parte e dall’altra il rapporto con le chiese locali e con il linguaggio religioso cristiano, parla di una religiosità spesso svincolata dalle categorie convenzionali. Sul fronte dell’appartenenza religiosa emerge infatti una situazione di sostanziale fede nella popolazione anziana, con l’85% degli intervistati che considera il credere in Dio un bisogno umano. Tuttavia, andando ad analizzare più nel dettaglio, si notano delle differenze significative per area geografica, status socio-economico, livello di istruzione ed età. Pur con un 75% di intervistati che si definisce cattolico, solo il 20% lo ritiene un aspetto fondamentale e il 38% importante. Il Sud e le isole, capofila, registrano oltre l’80% di persone che si sentono religiose, mentre si scende al 44% tra i 65-70enni del Nord-Est. L’analisi individua poi che questa appartenenza spirituale tende a correlarsi con il livello di felicità. In generale gli over 65 mostrano un dato medio di felicità personale pari a 6,4 su una scala da 1 a 10, ma più ci si sente vicini alla religione, più si dichiara appagamento personale. Anche qui, però, con alcune differenze. Gli uomini, le persone più benestanti, chi ritiene la religione molto importante e i residenti al Sud si dichiarano mediamente più felici, mentre le donne, chi versa in condizioni economiche svantaggiate e chi dichiara la religione poco o per nulla importante ha generalmente anche maggiori rimpianti e insoddisfazione rispetto alla vita trascorsa.

Religione e quotidianità

A tale spiritualità non corrisponde però altrettanta pratica. Per quanto concerne la frequentazione religiosa, pur con picchi del 41% di Messa settimanale tra i 76-80enni, si vede progressivamente una minore assiduità nelle fasce più giovani della terza età: solo il 26% dei 65-70enni frequenta funzioni con regolarità e fino al 34% dichiara di non pregare mai. Nelle regioni del Nord-Est, dove il 57% dei 65-70enni dichiara la religione poco o per nulla importante, solo il 13% frequenta messa e riti con regolarità. Si tratta di un netto calo generazionale, che si ritrova anche nella scelta di dare o meno un’educazione religiosa ai propri figli. I giovani anziani percepiscono inoltre una minore “utilità” della religione nell’affrontare la quotidianità. Infine, l’indagine mostra differenze attitudinali e valoriali tra under e over 80 anche sui temi legati al fine vita. I più giovani tra gli anziani sono più laici e con un approccio pragmatico rispetto a scelte quali testamento biologico o suicidio assistito. Gli ultraottantenni sono invece più tradizionalisti, ritenendo la religione guida imprescindibile anche su tali complesse decisioni personali. «La terza età – spiega ancora Pagnoncelli – si configura come delicato crocevia esistenziale, con la religione che dà rifugio esteriore coerente alla tradizione qual era in gioventù e si fa voce interiore suadente negli anni della pensione. Una voce talora scalfita da dubbi, ma tuttora capace di infondere quella serenità e fiducia necessarie ad affrontare l’inesorabile fine». La spiritualità permane dunque «elemento fondamentale e intimamente consolatorio per la generazione degli over 65, gettando un ponte verso l’aldilà ai più anziani e verso le proprie radici culturali ai più giovani». Il presidente di Ipsos ha poi sollecitato una riflessione su come l’allungamento della vita costituisca una grande opportunità, «ma dopo il ritiro dal lavoro c’è un profondo smarrimento». Questo interpella sì la Chiesa, ma anche le istituzioni e le comunità, ha ricordato: «Un ruolo sociale può aiutare a dare un senso alla propria esistenza e chi esce dal mondo del lavoro ha un bagaglio di esperienza che può mettere a disposizione di altri, ma bisogna anche non lasciare soli gli anziani, attivare processi comunitari per avvicinarli ai giovani, un po’ come abbiamo fatto per esempio nei momenti di emergenza del Covid19, quando molti ragazzi andavano a portargli la spesa».

La vera urgenza

I cambiamenti analizzati, in una società che invecchia come la nostra, interrogano la Chiesa che ha una responsabilità verso questa fetta di popolazione più anziana. «La vera urgenza che emerge da questa inchiesta, è che bisogna parlare di questa autoesclusione degli anziani – ha commentato monsignor Paglia – . Abbiamo un popolo enorme che chiede pane e non c’è chi lo spezza per loro». Questa indagine, che mostra un bisogno generale di spiritualità, «ci dice anche che la Chiesa non la riesce a offrire a queste persone come dovrebbe». Nelle diocesi, continua, «c’è il prete per i giovani, ma manca spesso quello degli anziani. Serve una pastorale anche per loro, in modo da accompagnarli a vivere con pienezza questi anni che non possono essere di rassegnazione». Adesso che le persone vivono fino a 20 anni di più, sottolinea ancora monsignor Paglia, bisogna insistere sull’aspetto comunitario e non solo sulla messa, ricordando uno dei dati più importanti tra quelli emersi dall’analisi Ipsos: «La forza della fede aiuta gli anziani. Chi crede sta meglio».

www.avvenire.it

 

lunedì 9 dicembre 2024

DUE GENERAZIONI, UNA RIVOLUZIONE


 Esce in libreria per Rubbettino “Due generazioni, una rivoluzione”, di Vannino Chiti e Valerio Martinelli, un’opera che propone una riflessione approfondita e costruttiva sulle grandi sfide del nostro tempo, viste attraverso il dialogo tra due generazioni diverse ma complementari. Gli autori, guidati dalle domande di Chiara Pazzaglia, costruiscono un ricco confronto su temi cruciali con uno sguardo attento alla società ma anche alla dimensione spirituale. 


Il testo è arricchito dalla prefazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi e dalla postfazione di Romano Prodi. 

Pubblichiamo la prefazione del presidente della Cei.

 

Papa Francesco ha ripetuto spesso che la cosa peggiore dopo una pandemia è restare quelli di sempre, non fare tesoro della sofferenza vissuta per cambiare, per migliorare, rafforzare la consapevolezza che solo insieme c’è salvezza. Quando l’uomo imparerà? La tragica esperienza del Covid ha rivelato la fragilità della nostra condizione e ci ha insegnato che il nostro futuro si gioca tutto sul dialogo tra le generazioni e sulla solidarietà, l’unica che può permettere di affrontare le pandemie. E il male stesso è sempre pandemio. 

 Il primo aspetto è quello, molto concreto e vasto, del ruolo degli anziani nella società e nella Chiesa. 

Ritengo sia decisivo permettere agli anziani un coinvolgimento attivo nella vita sociale. Il primo problema di questa generazione è la lotta contro la solitudine e il senso di inutilità, l’idea di essere “scarto”, nonostante tutto quello che si è potuto dare nella vita. Anche da questa condizione non se ne esce da soli. La solitudine è come una pandemia invisibile che avvolge la vita di tante persone, spegne l’esistenza perché non siamo un’isola e solo nella relazione la persona trova sé stessa. La vecchiaia, ma non solo, è accompagnata da tanta solitudine che rende la condizione di fragilità insostenibile. 

 Dall’altra parte, ai giovani serve riscoprire il gusto di una vita senza paura, non perché senza consapevolezza ma con il vero antidoto alla paura: la speranza, la passione, il gusto del futuro, il desiderio di costruirlo e la consapevolezza di poterlo fare, per non arrendersi ai primi inevitabili ostacoli o cercare tante sicurezze da essere sempre insicuri. In queste due semplici indicazioni è racchiuso il senso di questo volume: tutti gli argomenti su cui si confrontano le voci delle due generazioni, dal lavoro al welfare, dall’Europa alla pace, dalla partecipazione al multiculturalismo, partono dal presupposto che solo aiutandosi e sostenendosi, scoprendosi complementari e non escludenti, giovani e anziani possono superare solitudini e paure. 

 Sappiamo bene che la denatalità è uno dei mali del nostro tempo: anche questa è frutto della paura del futuro, minacciosa proiezione del presente che fa rinchiudere nel consumo dell’oggi e, nonostante tante certezze impensabili nelle generazioni precedenti, queste non appaiono mai sufficienti. Senza passione e speranza restiamo prigionieri delle nostre paure. Occorre conciliare il lavoro con la famiglia, la giusta rivendicazione di un ruolo sociale unito a quello familiare. C’è davvero ancora molto da fare su questo che mi appare uno dei problemi principali da risolvere, senza dimenticare il precariato e la casa. 


Serve allora un’alleanza che metta da parte, come già diceva papa Giovanni XXIII, ciò che ci divide e ci faccia scegliere ciò che ci unisce. Serve un sistema Paese che dia sicurezze, che punti sul benessere e sulla stabilità economica e lavorativa, senza dubbio. Ma serve anche, forse soprattutto, una riscoperta del gusto di una vita senza paura. È nella famiglia, come dice Papa Francesco, che si costruisce la speranza e la vita si mostra nella sua piena forza: è questa il migliore esempio di come si costruisca la storia, di generazione in generazione. E la famiglia è il primo laboratorio dove impariamo a pensarci insieme. 

 La conversazione che queste pagine ci affidano è frutto di due persone che si offrono l’un l’altro, senza fretta e senza concessioni all’epidermico o al sensazionale. Ho apprezzato il tentativo di Vannino Chiti e Valerio Martinelli, guidati dalle precise domande di Chiara Pazzaglia, di operare un confronto intergenerazionale su temi importanti. Ho notato che, quasi sempre, c’è piena convergenza di opinione. Ecco l’utilità del dialogo: ascoltarsi, confrontarsi, anche discutere, per far risaltare ciò che unisce più di ciò che divide, per pensarsi insieme. L’augurio è che, oltre le pagine del libro, questa capacità di ascolto e confronto tra generazioni possa essere di ispirazione e di stimolo a tanti, anche nella quotidianità. 

Sono molti gli argomenti trattati, spaziando sui temi di maggiore passione sociale, in particolare il tema della transizione digitale ed ecologica, della partecipazione e, soprattutto, della pace, rappresentano davvero le sfide più importanti del nostro tempo. Attrezzarsi per affrontarle significa proprio farlo in una piena alleanza tra i più e i meno giovani, ognuno sostenendo l’altro con l’esempio della memoria passata e la fiducia nel futuro comune, che sia davvero di pace. 

 Come hanno scritto i nostri autori «È quel tutti insieme di Don Milani che ci piace: la sfida vera della nostra collettività è riscoprire la coesione come comunità di uomini e donne, il gioco di squadra, anche fra generazioni diverse che condividono un Cammino comune». La spiritualità si sottende a tutto ed è la passione che può generare il nuovo anche da quello che è vecchio.

 Famiglia Cristiana

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giovedì 25 luglio 2024

GIOVANI E ANZIANI, UNA RICCHEZZA PER TUTTI

Il Papa: una società fraterna si costruisce con l’alleanza tra giovani e anziani

Sul suo account X, il Pontefice indica nel dialogo intergenerazionale una base imprescindibile per imparare “la bellezza della vita”. Il post è stato pubblicato pochi giorni prima della memoria liturgica, il 26 luglio, dei santi Gioacchino ed Anna e della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, domenica 28 luglio. Date speciali per ricordare alcune riflessioni dei Pontefici sulla terza età.

 -         di Amedeo Lomonaco - Città del Vaticano

-          “Abbiamo bisogno di una nuova alleanza tra giovani e anziani, perché la linfa di chi ha alle spalle una lunga esperienza di vita irrori i germogli di speranza di chi sta crescendo. Così impariamo la bellezza della vita e realizziamo una società fraterna”. Il post di Papa Francesco pubblicato oggi sull’account X, @Pontifex, precede due date significative: la memoria liturgica, il 26 luglio, dei santi Gioacchino ed Anna, i genitori della Beata Vergine Maria, e la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, in programma domenica 28 luglio.

I nonni di Gesù

Il 26 luglio ricorre dunque la memoria dei nonni di Gesù. È stato san Papa Paolo VI a riunire i nonni di Gesù nella medesima festività, nel 1969, in occasione della riforma del nuovo calendario liturgico. Prima, infatti, erano ricordati in giorni separati. Per Anna la ricorrenza era uguale all’odierna, mentre quella di Gioacchino cadeva il 16 agosto. “I santi Gioacchino ed Anna - ha detto Papa Francesco all’Angelus il 26 luglio del 2013 durante il viaggio apostolico a Rio de Janeiro - fanno parte di una lunga catena che ha trasmesso la fede e l’amore per Dio, nel calore della famiglia, fino a Maria che ha accolto nel suo grembo il Figlio di Dio e lo ha donato al mondo, lo ha donato a noi”. Alla loro casa, ha aggiunto in quella occasione il Pontefice, si lega “il valore prezioso della famiglia come luogo privilegiato per trasmettere la fede”.

Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, indulgenza plenaria per chi la celebra

Giornata mondiale di nonni e anziani

Il tema scelto quest’anno da Papa Francesco per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, “Nella vecchiaia non abbandonarmi” (cfr. Sal 71,9), intende sottolineare come la solitudine sia, purtroppo, l’amara compagna della vita di tanti anziani che, spesso, sono vittime della cultura dello scarto. Nell’anno di preparazione al Giubileo, che il Santo Padre ha scelto di dedicare alla preghiera, il tema della Giornata è tratto dal Salmo 71, l’invocazione di un anziano che ripercorre la sua storia di amicizia con Dio. La celebrazione della Giornata, valorizzando i carismi dei nonni e degli anziani e il loro apporto alla vita della Chiesa, vuole favorire l’impegno di ogni comunità ecclesiale nel costruire legami tra le generazioni e nel combattere la solitudine, consapevoli che - come afferma la Scrittura - “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Nel messaggio per questa Giornata, il Papa sottolinea che “Dio non abbandona i suoi figli, mai”. “Non scarta alcuna pietra, anzi, le più ‘vecchie’ sono la base sicura sulla quale le pietre ‘nuove’ possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale”.

Giovanni Paolo I: pensiamo al cuore dei nostri vecchi

I Pontefici, in più occasioni, si sono soffermati sul ruolo degli anziani nella società. Papa Giovanni Paolo I durante l’udienza generale del 6 settembre 1978 ha ricordato in particolare un episodio legato al suo ministero episcopale:

Giovanni Paolo I: "non basta il cibo, c'è un cuore"

“Io, vescovo di Venezia, andavo qualche volta, nelle case di ricovero. Una volta ho trovato un'ammalata, un'anziana: «Come va Signora?» - «Beh, da mangiare, bene! Caldo? Riscaldamento? Bene» - «Allora è contenta Signora?» - «No» - si è messa quasi a piangere. «Ma perché piange?» - «Mia nuora, mio figlio non vengono mai a trovarmi. Vorrei vedere i nipotini». Non basta il caldo, il cibo, c'è un cuore; bisogna pensare anche al cuore dei nostri vecchi. Il Signore ha detto che i genitori devono essere rispettati e amati, anche quando sono vecchi”. 

Giovanni Paolo II: essere anziani è un privilegio

Anche le ultime fasi della vita sono dense di valore, significato, dignità. Nel discorso rivolto il 23 marzo del 1984 ai gruppi della terza età, Giovanni Paolo II sottolinea che essere anziani è un privilegio: Voi carissimi fratelli e sorelle, siete entrati a far parte della categoria degli anziani, costituita da uomini e donne provenienti da tutte le classi sociali e da ogni livello di cultura. Così, cancellate le differenze di facciata, si è unicamente affratellati nella propria dignità di persona. L’ingresso nella terza età è da considerarsi un privilegio: non solo perché non tutti hanno la fortuna di raggiungere questo traguardo, ma anche e soprattutto perché questo è il periodo delle possibilità concrete di riconsiderare meglio il passato, di conoscere e di vivere più profondamente il mistero pasquale, di divenire esempio nella Chiesa a tutto il popolo di Dio.

Benedetto XVI: la sapienza degli anziani è una ricchezza

Accogliere gli anziani significa accogliere la vita. È quanto sottolinea Papa Benedetto XVI, il 12 novembre 2012, durante la visita alla Casa famiglia “Viva gli anziani”:

Benedetto XVI: "chi accoglie gli anziani accoglie la vita"

Nella Bibbia, la longevità è considerata una benedizione di Dio; oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell'efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case. La sapienza di vita di cui siamo portatori è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!

Nella nostra società, sempre più colpita dalla cultura dello scarto, gli anziani sono spesso messi da parte, abbandonati nella loro solitudine. Non manca poi chi approfitta delle loro debolezze. Molte persone, nella cosiddetta terza età, sono vittime di imbrogli e vengono raggirate. Il loro grido di dolore, fiaccato anche dall'esperienza della malattia, molte volte non viene ascoltato. Ma sono proprio queste pietre vecchie e fragili, come ci ricorda Papa Francesco, le fondamenta su cui poggia il futuro della società.

 

MESSAGGIO DEL PAPA