Visualizzazione post con etichetta stereotipi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stereotipi. Mostra tutti i post

venerdì 27 giugno 2025

VIVERE DA ANZIANI


Ci sono segni di speranza anche nell’età anziana. Ma è necessario guardarla come una fase della vita con opportunità proprie. 

Può essere tempo di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati…


Luciano Manicardi

 

La situazione dell’anziano oggi è particolarmente complessa. Il notevole allungamento della vita nel ricco Occidente porta alcuni a distinguere tra giovani-anziani, anziani, grandi-anziani e centenari. L’anzianità nasce dall’incontro dialettico tra dato biologico e variabili culturali e oggi è possibile incontrare anziani attivi e in buone o discrete condizioni di salute, sicché un approccio che veda l’anzianità solo a partire dal «meno», dalla «riduzione» o dal «rallentamento» delle capacità cognitive e fisiche si rivela inadeguato. E più che mai, con l’avanzare dell’età, si accentuano le differenze tra gli individui. Il che rende problematico un discorso sull’anzianità in generale, in quanto quest’ultima si differenzia enormemente in ciascun individuo. 

Tuttavia, una considerazione si impone circa lo statuto sociale dell’anziano oggi: la contraddizione tra l’anzianità perseguita e diffusa e, al tempo stesso, discriminata. L’estendersi della popolazione anziana si accompagna alla cancellazione dei segni che visibilizzano nel corpo i segni dell’invecchiamento. In questa logica distorta, tanto più la vita diviene longeva tanto più deve nascondersi, fingersi giovanile, mascherarsi da giovinezza vergognandosi di ciò che è. Se Cicerone elencava quattro motivi che rendono triste la vecchiaia (allontanamento dall’attività lavorativa, indebolimento del corpo, negazione dei piaceri, prossimità alla morte), oggi se ne aggiunge un altro: l’era della tecnica e dell’informatica ha reso fuori luogo l’adagio che legava vecchiaia e sapienza e vedeva nell’anziano il depositario di un’esperienza che lo rendeva elemento fondamentale nel gruppo sociale. Oggi la sua esperienza è giudicata inutile: altro è il sapere necessario e spesso sono i giovani che insegnano ad adulti e anziani a usare marchingegni tecnologici. 

Il fenomeno dell’«anziani­smo» indica l’insieme degli stereotipi e dei pregiudizi proiettati sull’età anziana che diviene discriminazione dell’anziano stesso. Discriminazione visibile a livello strutturale in politiche pubbliche e norme del mondo lavorativo che penalizzano chi è più avanti nell’età. Ma poi diventa marginalizzazione sul piano relazionale e perfino, una volta introiettato lo «stigma», disistima di sé, senso di inutilità, colpevolizzazione (essere di peso) da parte dell’anziano stesso. Dalle differenze di classe si passa alle differenze di età e il conflitto sociale diviene conflitto di generazioni: segno della biologizzazione dei rapporti sociali. 

La differenza rispetto a forme di discriminazione che riguardano l’etnia (razzismo) e il genere (sessismo) è che chi discrimina un anziano è destinato a diventarlo a sua volta. E qui vediamo l’anzianità come pietra d’inciampo proprio nel suo essere visibilizzazione della fragilità e caducità umana. Si deve parlare della scomodità dell’anziano perché memoria della fragilità che concerne tutti e che, nella misura in cui è rimossa dall’immagine della vita riuscita oggi propagandata, vuole essere cancellata così come si cerca di cancellare le rughe dal volto anziano e di relegare gli anziani in ospizi che li rendano invisibili. 

Il bel volto anziano, provato, gravato di lutti ma con dolcezza e luminosità di sguardo di Alvin Straight (l’attore Richard Farnsworth) nel film Una storia vera, di David Lynch, presenta la possibile ricchezza e fecondità dell’anzianità: intraprende un viaggio di centinaia di chilometri per andare a trovare il fratello colpito da infarto e con cui non parla da dieci anni, con un tosaerba che traina un carretto. Ha problemi di vista, cammina con due bastoni, non ha la patente, ma la vita gli ha insegnato l’essenziale: «Alla mia età – dice –, ho imparato a separare il grano dalla crusca e a ignorare le sciocchezze». 

L’anzianità riguarda dunque chi la vive, chi vede e incontra la persona anziana, e l’immaginario collettivo. Per dare segni di speranza agli anziani non basta esortare figli e nipoti a essere vicini a genitori e nonni, ma occorre uno sforzo culturale per immaginare e creare funzioni per loro. E occorre accedere a una visione dell’anzianità come una fase della vita con le sue prerogative e opportunità proprie. Può essere tempo di anamnesi, di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati. Un tempo di verità, in cui si vive per grazia e non per dovere (Karl Barth), un tempo di passaggio dall’esteriorità all’interiorità (Jung), in cui emerge che ciò che vale è ciò che si è, al di là di ciò che si fa. Nella vecchiaia semplicemente si è.

 Allora l’anziano può giungere a dire il suo grazie al passato e il suo sì al futuro, pregando il Salmo 71, e inoltrarsi nel crepuscolo della vita facendo sue le parole del Nunc dimittis.

Messaggero di Sant'Antonio

martedì 18 marzo 2025

QUEST'UNICA VITA

 Come si fa a trovare e custodire la propria identità in un contesto che spinge a stereotiparsi?

-
di Alessandro D’Avenia


In un recente incontro con studenti mi è stato chiesto: «Come si fa a trovare e custodire la propria identità in un contesto che spinge a stereotiparsi?». Ognuno di noi ci sarà una volta sola nella storia. Da questo «sentimento di sé» dipende cosa fare di sé: lottare per la propria fragile unicità o, pur di essere qualcuno o qualcosa, tradirla con copioni già scritti (omologarsi significa infatti «dire lo stesso, ripetere»)? 

Una risposta alla domanda l’aveva data un secolo e mezzo fa un filosofo che aveva colto in anticipo la crisi della cultura di massa: «L’uomo che non vuole appartenere alla massa non deve far altro che cessare di essere accomodante verso se stesso, segua la sua coscienza che gli grida: Sii te stesso! Ogni giovane anima ode questo appello giorno e notte e ne trema, perché sente la misura della felicità assegnatale dall’eternità posta nelle catene delle opinioni e della paura» (F. Nietzsche, Schopenhauer come educatore, 1874). 

Non è l’appello a un superficiale spontaneismo ma, per chi possa e voglia sentirlo, una chiamata all’unicità che fa tremare ogni giovane anima, anzi ogni anima giovane, cioè ogni persona che abbia un sentimento di sé gioioso, la consapevolezza della neologazione (il mai detto) contro l’omologazione (il già detto). Come spezzare allora le catene del così fan tutti e della paura di non piacere che impediscono questa gioia di vivere?

L’evoluzione ha ridimensionato l’istinto che detta all’animale il da fare: noi non viviamo per istinto, ma per scelta, infatti contro ogni istinto possiamo persino toglierci la vita, così come possiamo aumentarla. Abbiamo infatti riempito il vuoto lasciato dall’istinto con la cura: l’educazione, che i Greci chiamavano paideia e i Romani humanitas, cioè il processo consapevole di mettere un giovane in condizione di compiere la propria identità in generale (origine) e in particolare (destino). Un processo sintetizzato nel classico: «diventa ciò che sei», presente nelle parole di Nietzsche. Ma se lo dico a un mio studente, mi chiederà: «E che sono?». Vuole che sia io a dirglielo, perché la cultura di massa in cui è immerso non lo spinge a scoprirlo ma a subirlo.

Chi non scopre «ciò che è» nell’età fatta per questo finisce, avverte Nietzsche, in balia di ciò che fanno gli altri («le catene delle opinioni») o che gli altri vogliono faccia («le catene della paura»): stereotipi. Ne facciamo tutti esperienza al ristorante quando, indecisi, diciamo: «Lo stesso, anche per me» o ci affidiamo al piatto del giorno. Fare come gli altri o far decidere loro per noi ci libera dall’insostenibile peso dell’esserci una e una volta sola nella storia. 

La mancanza di uno sguardo educativo (umanizzante) impedisce ai ragazzi di mettere insieme origine (ciò che sei) e destino (diventa). Ho battezzato questo mancato sentimento di sé anodissia, mancanza di odissea, cioè triste stasi per assenza di Itaca, di terra da raggiungere. Una terra che invece è già nostra, che è in noi. Apparteniamo infatti alla specie umana, homo, dicevano i latini per indicare l’umano (maschile e femminile), da humus, il terreno. Anche Adamo, nel racconto biblico, non indica il maschio ma l’umano e significa «fatto di terra» (adamah è la terra arabile). 

Qual è allora la nostra terra? Come l’origine si dà in noi? Chi e come sono io? Con quale carne sono venuto al mondo? Per possedere questo suolo «umanamente» bisogna però volerlo ricevere: sceglierlo e farlo proprio. La prima difesa contro lo stereotipo è quindi imparare ad amare ciò che non abbiamo scelto, che ci è toccato. Che ci piaccia o no il terreno in cui siamo nati è la prima autorità (da augeo: far crescere) a educarci, se la rifiutiamo e vogliamo fare da soli (il «diventa ciò che vuoi» contemporaneo) a quella autorità sostituiamo il potere, perché non si può costruirsi dal nulla come ci fa credere la balla del self-made.

Il primo gradino di una unicità libera è quindi riconciliarsi con la nostra storia, accettare chi siamo anche se non ci piace. Per farlo bisogna liberarsi dall’abitudine di incolpare qualcuno: genitori, società, sfortuna, Dio... Questo ri-sentimento, verso un presunto o reale colpevole, non è il sentimento primario di sé ma un sentimento secondario che serve al giovane (e a chi rimane immaturo) ad allontanare la terra e la fatica che richiede lavorarla. 

Il risentimento è l’alibi per non crescere, impedisce di baciare la terra che calpestiamo: la vita com’è. Ma questo capita a tutti, perché la terra che ci è capitata è piena di ferite: la vita non è come l’avremmo voluta o come dovrebbe andare. La campagna però ci insegna che proprio la terra ferita (arata) dà frutto: il vomere, che (prep)ara il suolo, non ferisce ma apre alla vita. Solo la terra solcata permette il passaggio di acqua e ossigeno, diventa viva, feconda, accogliente: campo (da una radice che significa «tagliare»), oggi però «avere campo» non significa lavorato per ricevere il seme, ma connesso a un segnale... Le vocazioni (nome del sentimento gioioso di sé) cominciano sempre con l’essere «atterrati» e «atterriti»: nella famosa Conversione di San Paolo di Caravaggio (1601), il protagonista è a terra, impaurito, accecato, con le braccia aperte come il solco, caduto da un cavallo inventato dalla tradizione pittorica. Così da assassino di innocenti diventa loro difensore.

La domanda dei ragazzi non ha quindi una soluzione da manuale, ma richiede un processo educativo (famiglia e scuola) che li faccia prima «cadere» dal cavallo del potere che omologa, che li tiene distanti dalla terra (oggi è la vita online), da cui poi smuovere lo strato pietroso e superficiale del risentimento, per raggiungere il terreno capace di dare energia al seme che potrà cercare la luce. Chi si fa campo poi si apre al cielo, alla propria altezza. L’umano è infatti verticale come gli alberi (non andiamo a quattro zampe, abbiamo il tronco e la chioma) ma in movimento, piedi per terra, testa in cielo.

Ma che cosa è questo cielo? Il mare aperto dell’Odissea, il rischio della libertà e della vita stessa, il frutto che possiamo dare solo noi: in alto. Non c’è chioma senza sottosuolo, cielo senza terra. Cristo diceva infatti ai suoi: «Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?» (Gv 3,12), non può avere cielo chi non ama la terra, chi non si inuma (da in e humus), chi non si fa terra, chi non si incarna. 

Per questo Nietzsche, in questo più vicino a Cristo di quanto credesse, chiudeva il suo scritto con un invito: «Approvi tu nel più profondo del cuore questa esistenza? Ti basta essa? Vuoi essere tu il suo difensore e il suo redentore? Soltanto un unico e sincero “sì!” dalla tua bocca: e la vita così gravemente accusata sarà assolta». Questo sì pieno alla vita (la conversione è passare da cosa ci aspettiamo noi dalla vita a cosa si aspetta la vita da noi in ogni situazione) così come ci è data trasforma la terra (humus) in campo (homo), dà il possesso di sé che è lo stato e strato d’anima con l’energia per dare vita e non tradire il seme. L’educazione prepara questo «sì» a terra e cielo, trasforma l’origine (ciò che sei...) in destino (...diventalo). 
Fare questo con ogni ragazzo è liberarlo dalle catene: solo così l’unica vita che ha può diventare la vita unica a cui è chiamato.




giovedì 9 maggio 2024

FESTEGGIAMO LE MAMME

 


PER UNA FESTA 

DELLA MAMMA 

LIBERA DA STEREOTIPI

 

 -di Andrea Frison

«Le giovani donne si trovano oggi in condizioni difficili nell’immaginare il futuro in un presente lacerato da troppi squilibri. Allo stesso tempo, questi venti di guerra, di competizione senza scrupoli e di dominio scriteriato sulla natura producono un’incertezza esistenziale senza precedenti. Non è detto, dunque, che la maternità sia per loro un desiderio avvertito con intensità». L’analisi della filosofa e teologa veronese Lucia Vantini, 52 anni, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane, sembra stendere un velo di amarezza sulla festa della mamma che ricorre questa domenica. Tuttavia, l’affermazione è confermata da un dato contenuto nel recente (è uscito a fine aprile) “Rapporto giovani” curato dall’Istituto Toniolo: “la preoccupazione per la salute del pianeta spinge i giovani tra i 25 e i 34 anni a fare meno figli per il timore di vederli condannati ad un futuro potenzialmente catastrofico”. Una tendenza che cresce nei Paesi che investono meno risorse pubbliche sulle nuove generazioni e in politiche familiari. 

«In quale modo questa società immagina e sostiene la vita che nasce?» si domanda la teologa, a sua volta madre di tre figli, per poi aggiungere: «Chiederselo aprirebbe tante riflessioni, anzitutto su questa strana cultura che da un lato si preoccupa del calo delle nascite e dall’altro respinge le vite migranti, da un lato parla di civiltà e dall’altro rimuove il problema della vulnerabilità, lasciando senza sostegno coloro che si prendono cura di figlie e figli disabili o con patologie psichiatriche». 

Quindi, secondo lei, ci sono mamme che ci dimentichiamo di festeggiare? 

«Sì, ci sono madri che dimentichiamo e che addirittura rimuoviamo. Tendiamo infatti a festeggiare solo un certo tipo di madre: quella che ha un uomo accanto, quella che lavora in modo dignitoso, ma sa anche fare le torte, quella che si sacrifica volontariamente per il bene della famiglia o per Dio, quella che viene dalle nostre terre, quella che è già adulta ma non troppo, quella che non ha mai pensato – nemmeno per un momento – di interrompere una gravidanza, quella che non conosce la strada, il carcere, la violenza o la paura di non farcela». 

Quali sono, secondo lei, gli stereotipi che andrebbero con urgenza superati, sul piano culturale, sociale ed ecclesiale? 

«Ogni festa porta con sé un immaginario e quella dedicata alla mamma non fa eccezione. Tuttavia, come dicevo prima, tendiamo a chiudere il discorso in stereotipi che cancellano la realtà nella sua complessità. In questo senso, ogni idealizzazione dell’elemento materno condanna le madri vere – divenute tali per desiderio, per caso o per violenza – a non poter raccontare la propria storia, la propria versione del mondo, la propria speranza di giustizia. Sul piano ecclesiale, papa Francesco ha coniato un nuovo verbo: “smaschilizzare”. Voleva dire che dobbiamo imparare a sognare e a realizzare una Chiesa dove le donne e gli uomini siano corresponsabili e pienamente soggetti, insieme, nel loro battesimo». 

La figura di Maria, visto che siamo nel mese di maggio, aiuta a superare questi stereotipi o li rafforza? 

«Dipende da come la presentiamo, da come la celebriamo e da come usiamo i simboli che la madre di Gesù – madre di Dio per i cristiani – produce. Le teologie femministe, per esempio, hanno denunciato tutti gli usi scorretti di questi simboli, affermando che nella storia la figura di Maria è stata spesso usata come una clava per le donne. Allo stesso tempo, non nego che con Maria siamo di fronte a una potenza simbolica della generatività che, se maneggiata con cura, riesce ad aprire un varco di libertà in certi discorsi abitudinari tutti declinati al maschile». 

A proposito di questo, ha fatto scalpore una puntata di Porta a porta dedicata all’aborto con soli uomini in trasmissione. 

«Da sempre lo spazio pubblico è stato interpretato come maschile, con la conseguente rappresentazione della donna come soggetto che dà il meglio di sé nello spazio della casa e delle relazioni di cura. Certi uomini si sono abituati a prendere la parola anche su esperienze che non sperimentano in prima persona e a presentarsi come controllori del corpo femminile, un corpo che sa ospitare la vita e mettere al mondo parole e gesti che si nutrono di quella potenza generativa». 

Ma secondo lei, nella società di oggi, la maternità è un peso o una risorsa? 

«In questo scenario, la maternità in sé non è né un peso né una risorsa, nel senso che tutto dipende dai desideri, dalle condizioni psicologiche, sociali e materiali di una donna, dall’ospitalità delle comunità in cui una vita viene al mondo, dalle leggi che ci diamo. Io sono colpita dalle madri che trovano il coraggio di attraversare il mare, ma sono colpita anche da quelle che restano dove sono e lasciano andare i loro bambini e le loro bambine. Mi costringono a domande difficili sul tipo di speranza che ogni essere umano può permettersi: certe persone non possono permettersi di sperare quello che speriamo noi. Le loro sono speranze arrischiate che prevedono dure separazioni alle quali noi facciamo caso distrattamente o sulle quali ci soffermiamo solo per dare giudizi spietati. Quelle storie ci insegnano da un lato che amare è lasciare andare, ma con il loro grido ci insegnano soprattutto ad aprire gli occhi sull’iniquità del nostro mondo». 

Alzogliocchiversoilcielo

 Immagine

 

sabato 11 dicembre 2021

INTOLLERANZA E DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA


Santa Sede all’Osce: 

combattere intolleranza e discriminazione religiosa

“I crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale": lo ha detto l'Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce, intervenuto il 9 dicembre ad una riunione dell’organismo europeo

- Isabella Piro – Città del Vaticano

Crescono in Europa l'intolleranza e le discriminazioni motivate da antisemitismo e pregiudizi religiosi: a lanciare l’allarme è monsignor Janusz Urbańczyk, Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna), nel corso della 1348.ma riunione del Consiglio permanente dell’organismo, svoltasi il 9 dicembre. Il presule sottolinea, in particolare, che “i crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”; pertanto, tutti gli Stati membri sono invitati ad affrontare “senza pregiudizi o selettività gerarchica” tali fenomeni contro cristiani, ebrei, musulmani e membri di altre religioni.

No ad approcci parziali

Non solo: gli ultimi dati raccolti, sottolinea il presule, indicano che “le comunità cristiane sono ampiamente vittime di crimini d'odio e di incidenti motivati da pregiudizi anti-religiosi anche negli Stati in cui esse sono in maggioranza”. Nel 2020, infatti, in Europa, sono stati segnalati 980 casi di crimini d’odio contro i cristiani, quasi il 25 per cento del totale, ovvero più di qualsiasi altro gruppo religioso e con un aumento di quasi il 70 per cento rispetto all'anno precedente. Per questo la Santa Sede auspica “la stessa attenzione per tutte le forme di intolleranza religiosa e di discriminazione”, indipendentemente dal fatto che siano dirette contro maggioranze o minoranze. In sostanza, afferma l’Osservatore permanente, bisogna escludere “qualsiasi approccio parziale o selettivo”.

In aumento attacchi contro luoghi di culto

C’è poi un altro numero in crescita ed è quello degli “attacchi terroristici, crimini d'odio e altre manifestazioni di intolleranza che prendono di mira sinagoghe, moschee, chiese, luoghi di culto, cimiteri e siti religiosi”. Di qui il richiamo del presule all’Osce affinché si elaborino linee guida specifiche per garantire “la sicurezza delle comunità cristiane, in aggiunta e sulla base di quanto già svolto” per la tutela delle comunità ebraiche e musulmane.

Preconcetti e stereotipi sulla fede

Per conto della Santa Sede monsignor Urbańczyk si dice preoccupato anche per l’intolleranza e le discriminazioni crescenti che deve affrontare “chi vuole vivere e agire secondo coscienza, ispirato dal proprio credo religioso”. In questo caso, spiega il presule, entrano in gioco “stereotipi negativi sulla fede”, secondo cui “i comportamenti di ispirazione religiosa, come la circoncisione, la macellazione rituale, l'abbigliamento religioso o l'obiezione di coscienza non dovrebbero avere spazio nella società moderna e secolarizzata”. Ma questi sono “preconcetti”, afferma l’Osservatore permanente, preconcetti che “ignorano che la religione può essere un fattore positivo e stabilizzante per le nostre democrazie”.

Tutelare libertà di religione

Per questo, conclude il presule, la Santa Sede sostiene l’impegno dell’Osce contro il razzismo, la xenofobia, l'antisemitismo, l'intolleranza e la discriminazione contro i musulmani, i cristiani e i membri di altre religioni e ribadisce che tale impegno “non può essere separato da quello in favore della libertà di religione o di credo”.

Vatican News



 

domenica 16 agosto 2020

PIENI DI STEREOTIPI e PRIVI DI SENSO CRITICO .... DOVE CI PORTA IL "SENSO COMUNE" ...


Ci riteniamo tutti psicologi, sociologi e capaci di leggere il mondo.
Un libro di due studiosi della personalità mette in relazione quel che crediamo di essere  con ciò che siamo realmente e ne emerge una potente critica al cosiddetto senso comune e "buon senso".

di GIUSEPPE O. LONGO

Quello che siamo e quello che crediamo di essere. È il tema arduo affrontato in Si fa presto a dire psicologia (Il Mulino, pagine 184, euro 14). Un agile volumetto in cui gli autori Paolo Legrenzi, Alessandra Jacomuzzi mettono a confronto la psicologia spicciola, quotidiana, del senso comune e del buon senso con la psicologia scientifica, basata sugli esperimenti. La psicologia è una disciplina piuttosto singolare: mentre per leggere con profitto un testo di chimica o di matematica si richiede una qualche nozione di base, quando si tratta di psicologia ci sentiamo tutti un po’ psicologi. Presunzione giustificata dal fatto incontestabile che nella quotidianità il buon senso (che diviene senso comune quando sia condiviso) è più che sufficiente per farci condurre una vita generalmente dignitosa. Di fatto, a differenza di altre discipline, la psicologia popolare non ha bisogno della scienza: pertanto è sorprendente che, partendo dai comportamenti delle persone, si possano escogitare esperimenti in grado di mettere in luce meccanismi mentali inattesi. Si è quindi indotti a chiedersi se esista una realtà mentale più profonda di quella che ci guida abitualmente. E ancora: la nostra mente, in migliaia di anni di evoluzione, si è strutturata per cercare la verità, oppure per interagire in modo soddisfacente con gli altri, magari ingannandoli e ingannando persino noi stessi? E se è vera la seconda alternativa, quali svantaggi comporta nel mondo contemporaneo una mente che non si è selezionata per ricercare la verità?
Nel libro gli esperimenti che mettono a nudo i meccanismi profondi della mente sono suddivisi in sei capitoli, dedicati rispettivamente alle illusioni della percezione, della realtà, della razionalità, dell’emotività, della conoscenza e dell’autonomia. Il capitolo dedicato alle illusioni percettive, per esempio, raccoglie una varietà di esperimenti escogitati da vari studiosi, tra cui, a Trieste, Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi. Alla domanda soggiacente: come facciamo a formare di un oggetto un’immagine piuttosto che un’altra, diede una risposta Max Wertheimer, il padre della psicologia della Gestalt, secondo la quale il tutto è diverso dalla somma delle parti. Circa un secolo fa Wertheimer identificò alcune leggi grazie alle quali, quando siamo davanti a una molteplicità di stimoli visivi diversi, riusciamo a creare delle figure organizzate e autonome.
Merita soffermarsi sulle conclusioni del volume, ricche di osservazioni, di notizie e di aneddoti che aiutano a collocare in prospettiva l’impostazione del trattatello. Psicoterapia, ipnotismo, affabulazione, impostazione evoluzionista sono presentate con stringata efficacia e corroborano quello che agli autori appare come il punto cruciale del libro: il passaggio dal buon senso al senso critico. La psicologia quotidiana, o «ingenua», che corrisponde al senso comune, funziona molto bene in un mondo dove non occorre diffidare delle apparenze e domandarsi se il mondo è davvero quello che si presenta ai nostri occhi. Oggi tuttavia il mondo è molto più complesso del mondo che ha foggiato il nostro cervello, e uno dei caratteri degli oggetti complessi è che nessuna singola descrizione, nessun punto di vista particolare ne esauriscono la ricchezza. Gli esperimenti sono il miglior modo per verificare o confutare (Popper direbbe «falsificare») le ipotesi sul funzionamento del mondo. Se è vero che l’esperimento è lo strumento migliore per indagare la realtà, è anche vero tuttavia che gli strumenti non ci conducono mai a risposte complete e definitive e il buon senso riempie, per così dire, i buchi della nostra ignoranza.

Inoltre, osservano gli autori, la scienza ha un grande vantaggio sul buon senso: riesce a sorprenderci, e la sorpresa accompagna la scoperta della 'magia' della realtà, ma è anche legata ai dubbi, nel senso che avremmo meno sorprese se ci fossimo dotati di più cautele e di più dubbi. «Il buon senso tende a dare per scontato che il futuro sia una replica del passato e che le cose, quando cambiano, mutino molto lentamente. Oggi il mondo cambia molto più rapida- mente che in passato e una mentalità sperimentale, centrata sul dubbio, riesce a ridurre la quantità di sorprese, di situazioni cioè in cui ci accorgiamo che il senso comune non è sufficiente, che le idee dei più sono sbagliate». D’altra parte la conoscenza ricavata dagli esperimenti non deve farci abbandonare il buon senso, piuttosto deve contribuire ad arricchirlo. Il buon senso arricchito è spesso una buona difesa contro il senso comune, che tende ad alimentare i pregiudizi e gli stereotipi.
Da ultimo, Legrenzi e Jacomuzzi fanno alcune considerazioni penetranti sul dibattito relativo ai cambiamenti climatici. Mentre il nostro cervello è erede e specchio di un passato lontano e gli è difficile adeguarsi a un mondo che cambia tanto rapidamente, la scienza ci aiuta a capire e a misurare i cambiamenti, ma non ci dice che cosa dobbiamo fare in queste condizioni di rischio. Tuttavia combinando la scienza col buon senso, ricorrendo cioè al buon senso arricchito, possiamo comprendere perché si debbono adottare certi provvedimenti e anche perché la nostra mente, se abbandonata al buon senso spontaneo e ingenuo, non ci spinge ad adottarli.




lunedì 4 giugno 2018

STEREOTIPI E PREGIUDIZI: IL RUOLO DELLA SCUOLA

Stereotipi e pregiudizi di genere sono ancora molto presenti nella nostra società: questo è quanto emerge dalla ricerca Ipsos “Cosa farò da grande?”, promossa da Valore D tra ragazzi e ragazze delle scuole medie. Mentre i ragazzi si immaginano ingegneri, medici o informatici, le loro compagne aspirano ad essere insegnanti, veterinarie o avvocato. Un’idea influenzata prevalentemente dalla famiglia, con la mamma come principale role model per le figlie (47%) e il papà per i maschi (44%).
I genitori esprimono ancora una concezione tradizionale dei ruoli, pur riconoscendo le doti delle proprie figlie: da un lato infatti un genitore su due ritiene che sia più facile per un maschio fare carriera e che tocchi alle figlie occuparsi della famiglia (quasi 80%), dall’altro lo stesso campione (40%) riconosce che le ragazze hanno più facilità nello studio, che sono più sicure di sé e più ambiziose.
Per la maggioranza dei genitori poi la bravura nelle materie scientifiche è appannaggio dei maschi (in particolare l’informatica), mentre le femmine sono più brave in italiano, storia, geografia e lingue straniere. Dimenticando così figure come Margherita Hack, il premio nobel Rita Levi Montalcini, solo per citare due tra le tante scienziate che hanno cambiato la storia. Che dire poi dei grandi scrittori e poeti di sesso maschile? Eppure la permanenza di stereotipi di genere si ritrova anche nella percezione dei ragazzi e delle ragazze verso se stessi: 4 ragazze su 5 pensano che saranno loro a occuparsi maggiormente della famiglia e in questo anche i ragazzi sono sostanzialmente d’accordo (poco più di 3 su 5).
Proporre modelli e messaggi che vadano al di là degli stereotipi evidenziati dalla ricerca rappresenta proprio l’obiettivo del progetto InspirinGirls: portare la testimonianza di donne che svolgono mestieri e ruoli tradizionalmente maschili agli studenti delle scuole medie, in particolare nelle classi seconde e terze. Perché è a quest’età che ragazzi e ragazze decidono il loro futuro percorso di studi – che influenzerà poi la loro vita professionale – ed è a quest’età che si creano preferenze di genere verso alcune materie, solo il 31% delle ragazze tra gli 11 e i 14 anni infatti giudica la matematica una materia divertente e piacevole, contro il 50% delle ragazze tra i 7 e 10 anni. 
InspirinGirls è un progetto internazionale fondato da Miriam Gonzalez e ad oggi attivo in 6 Paesi (Spagna, Serbia, Italia, Cile, Brasile e Messico). Promosso in Italia da Valore D in partnership con ENI e Intesa Sanpaolo e con il patrocinio del MIUR, si sta espandendo su tutto il territorio nazionale: ad oggi hanno aderito al progetto oltre 400 role model e 100 scuole da Milano a Caltanissetta, da Succivo (CE) a Mestre. Le role model, che aderiscono al progetto a titolo volontario e gratuito, sono manager, ingegnere, professioniste, sportive, imprenditrici e portano nelle scuole l’esempio delle proprie esperienze e il racconto delle loro carriere professionali, del coraggio e della passione che hanno guidato le loro scelte.
“L’obiettivo è testimoniare che non ci sono professioni per donne e per uomini e che ciascuno – indipendentemente dal genere – può realizzare le proprie aspirazioni con impegno e determinazione” ha dichiarato Barbara Falcomer, Direttore Generale di Valore D. “In questo primo anno di attività il progetto è stato accolto con grande favore dalle scuole e dai ragazzi. Questo ci sprona a proseguire nella prossima fase del programma con ancora più impegno per liberare da stereotipi e pregiudizi l’idea di futuro delle giovani generazioni”.
Strumento che supporta la diffusione del progetto è il sito www.inspiring-girls.it che permette l’adesione al progetto online e la connessione tra scuole e role model su base territoriale. A supporto di InspirinGirls – che ha ottenuto il patrocinio del MIUR – ci sono aziende che fin dall’inizio hanno creduto nel progetto: i due partner Eni e Intesa Sanpaolo, insieme con Real Time, Corriere della Sera, J.W. Thompson e Hill+Knowlton Strategies. 

da TUTTOSCUOLA


sabato 9 luglio 2016

GENDER A SCUOLA. QUALI PROSPETTIVE?



Il Ministero lavora sul gender a scuola. 

Una bozza preparata dal Miur contiene passaggi ambigui su “stereotipi spacciati come naturali”. Si dà credito inoltre a un portale che vuole far salire in cattedra le associazioni Lgbt

Gender
Gender - Wikipedia Commons
“La differenza sessuale può essere vissuta in uno spettro ampio di inclinazioni, affinità, scelte”, perché “si può essere uomini e donne in modo libero e rispettoso di sé e degli altri senza costringere nessuno/a dentro un modello rigido di comportamenti e di atteggiamenti”.
C’è chi si ostina ad affermare che l’ideologia gender non esista, frutto di chissà quale fantasia perversa di qualche cattolico in preda ad ossessioni. Eppure, a leggere gli estratti di una bozza del Ministero dell’Istruzione delle linee guida su percorsi educativi da applicare alle scuole, sembra proprio che l’esistenza di un’ideologia intenta a destrutturare la differenza sessuale non sia infondata.
Il documento elaborato dalla Commissione del Miur incaricata ad applicare il comma 16, art.1 della legge “Buona Scuola” – ove si parla, appunto, di lotta alle discriminazioni sulla base dell’identità e dell’orientamento di genere – sarebbe dovuto esser consegnato ai presidenti delle associazioni di genitori Fonags.
Il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola è un istituto nato proprio per assicurare una “stabile consultazione delle famiglie sulle problematiche scolastiche”. I presidenti sono rimati tuttavia a mani vuote. Come denunciato da Massimo Gandolfini, rappresentante degli ultimi due Family Day, il documento non è stato loro consegnato giacché dovrebbe ancora “passare per l’approvazione dei competenti ministri, Pubblica Istruzione e Pari Opportunità”.
Gandolfini ritiene questo atteggiamento del Miur “palesemente irrispettoso nei confronti dei presidenti e delle associazioni da essi rappresentate”, ed esprime la preoccupazione che sia in atto un tentativo di “scippare i genitori del ruolo decisionale che in primis spetta loro, a vantaggio di impostazioni ideologiche tipiche del politicamente corretto”.
Della bozza in questione (che essendo un documento in itinere potrebbe ancora essere sostanzialmente modificata) è riuscito a prenderne visione ZENIT. Leggendola si evince che non è peregrino, in effetti, il timore manifestato da Gandolfini per conto di migliaia di altri genitori.
Nel testo si punta l’indice contro “modelli gerarchici” basati sul “patriarcato”, che hanno fatto “interiorizzare” le differenze come diseguaglianze. “Se c’è una differenza, allora qualcuno è meglio e qualcuno è peggio e, soprattutto, c’è una dimensione di potere dell’uno sull’altro”, la conclusione che sembra un estratto reinterpretato del “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” di Rousseau.
Questo retroterra culturale intriso di patriarcato, secondo gli autori della bozza, è fonte oggi di “pregiudizi e stereotipi che vengono spacciati come naturali”. Pur stigmatizzando quello che viene definito “il regime delle equivalenze”, atto a cancellare la differenza sessuale, il documento asserisce che una “autentica educazione di genere si può realizzare declinando insieme uguaglianza e differenza”.
In che modo? Attraverso una serie di linee di intervento “sulle quali incentrare la progettazione educativa e didattica sia curricolare sia extracurricolare”. Linee che convogliano tutte verso alcuni obiettivi: “decostruire pregiudizi e stereotipi”, “educare alle differenze” e anche “alle relazioni e alla affettività”. Proposito, quest’ultimo, che ricorda il progetto di legge sulla cosiddetta “educazione sentimentale”.
Al fine di realizzare questi obiettivi concorre poi il sostegno di associazioni esterne al mondo della scuola. Ecco allora che nella bozza in questione si parla di “capitalizzare, mediante la loro più ampia diffusione”, un “ricco patrimonio di esperienze” come quella del portale Noisiamopari.
Si tratta – come si legge sul sito – di “una pagina web dedicata alle Pari Opportunità a Scuola”, al fine di “adeguarla (la scuola, ndr) ai delicati compiti educativi a cui è chiamata”. Il metodo per perseguire questo adeguamento dell’istituzione scolastica proposto da Noisiamopari è presto detto: far salire in cattedra i rappresentanti dell’associazionismo omosessuale.
In uno specifico documento sull’omofobia presente nel portale si richiede infatti come misura “l’accreditamento delle associazioni Lgbt presso il  Miur in qualità di enti di formazione”. Una richiesta che volge – come segnalato appunto da Gandolfini – “a vantaggio di impostazioni ideologiche”. Ma c’è ancora tempo per modificare questa bozza. Chissà se c’è anche la buona volontà da parte del Miur.