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martedì 30 dicembre 2025

OGNI COSA A SUO TEMPO

 


La fine dell’anno

 è momento di bilanci

 e occasione

 per recuperare 

la saggezza 

del tempo che passa. 

 

di Enzo Bianchi 

 

Davanti a te un altro anno. “Buon anno!” augurerai e ti sentirai dire! Ma non dimenticare che se è bello che ti venga incontro un anno nuovo resta vero che un anno della tua vita è passato e non c’è più! E tu devi renderti conto del trascorrere del tempo: basta che osservi con attenzione il calendario del tuo corpo che registra immancabilmente i segni degli anni che passano. 

Così nella nostra vita ci sono gli anni dell’adolescenza, di cui prendiamo infuocata consapevolezza, poi vengono gli anni della giovinezza, segue la stagione della maturità e poco a poco arrivano anche l’anzianità e la vecchiaia. Questo processo non riguarda solo il corpo, riguarda anche la nostra psiche e riguarda il nostro spirito. Infatti, la nostra vita spirituale cresce e si evolve non sempre in senso progressivo, a volte con arresti e regressioni, ma va avanti e cambia. 

E noi siamo sempre attenti a questi cambiamenti ineludibili? Perché nella maturità la preghiera non è più quella della giovinezza, facendosi sempre più ascolto e poi nell’anzianità la preghiera tende a essere adorazione, addirittura silenzio, ripetizione di invocazioni alle quali si consegna una forza che non si sente più nelle proprie parole. 

Nei vecchi aumentano le domande e non solo diminuiscono le risposte ma si cercano di meno perché pregare diventa stare davanti a Dio, tentare di vedere il suo volto, sussurrargli “misericordia Signore, misericordia Signore”, e fare silenzio. 

C’è un modo di pregare per ogni stagione. È significativo che siccome non vedevano più Francesco d’Assisi pregare quando era stanco e malato dicevano di lui: “Non pregava più perché era preghiera!”. Sì, da vecchi si può per dono di Dio ed esercizio fedele di tutta una vita essere diventati preghiera!   

Famiglia Cristiana

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martedì 29 aprile 2025

LA FORZA DEI GIOVANI

 


“Io sono 

solo 

un ragazzo”


Meditando sui giovani 

con i re Davide e Salomone




Vincenzo Anselmo

È possibile fare affidamento sui giovani? Non è forse rischioso dare delle responsabilità a chi non ha maturato esperienza? La fiducia in un giovane potrebbe essere mal riposta?

 A queste domande sembra rispondere il Qoelet, quando afferma: «Povero te, o paese, che per re hai un ragazzo (na‘ar)» (Qo 10,16). Anche il profeta Geremia, davanti alla missione che Dio gli affida, si schermisce e si oppone, adducendo a motivo la sua giovane età: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono un ragazzo (na‘ar)» (Ger 1,6). A causa della sua giovane età Geremia si sente inadatto e immaturo per parlare e per compiere la missione profetica. In entrambi i casi viene utilizzata in ebraico la parola na‘ar, che generalmente indica un uomo non adulto, un giovane, un adolescente, ma si può riferire anche a un bambino e a un infante[1].

Ma, può la giovane età, da sola, essere un segno di incompetenza e di inadeguatezza? Alle perplessità di Geremia risponde Dio stesso: «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò» (Ger 1,7). Qui, come in altri passi della Bibbia, il Signore mostra che i propri criteri di scelta vanno al di là della mera età anagrafica. Dio non agisce come un selezionatore alla ricerca di curricula che offrano un ampio ventaglio di esperienze maturate. Come ha ricordato papa Francesco nel recente incontro pre-sinodale con i giovani: «In tanti momenti della storia della Chiesa, così come in numerosi episodi biblici, Dio ha voluto parlare per mezzo dei più giovani […]. Nei momenti difficili, il Signore fa andare avanti la storia con i giovani»[2].

Vedremo, infatti, come il Signore non tema di affidare proprio a dei giovani le sorti del suo popolo.

Il più piccolo dei figli di Iesse: Davide

La monarchia, in Israele, ha una storia travagliata e complessa. Dopo il lungo periodo dei giudici, gli anziani chiedono a Samuele un re che li governi al pari degli altri popoli (cfr 1 Sam 8,5). La scelta ricade su Saul, il quale, dopo un inizio promettente, si rivela un sovrano disobbediente e ribelle: durante le guerre contro i Filistei e contro gli Amaleciti egli rigetta la parola del Signore (cfr 1 Sam 13-15).

A seguito delle trasgressioni del re, Dio arriva a pentirsi di averlo collocato sul trono di Israele. Samuele si rivolge a Saul, annunciandogli che «il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore e gli comanderà di essere capo del suo popolo» (1 Sam 13,14). Più avanti il profeta interpella il re con parole altrettanto dure e nette: «Oggi il Signore ha strappato da te il regno d’Israele e l’ha dato a un altro migliore di te» (1 Sam 15,28). Samuele annuncia una nuova scelta da parte di Dio. La tensione narrativa cresce, mentre il lettore si domanda chi sarà quest’uomo secondo il cuore di Dio, che si rivelerà migliore del re Saul. Sarà costui un guerriero di valore, di nobile lignaggio, alto e bello come lo è Saul (cfr 1 Sam 9,1-2)?

Mentre sta piangendo perché Saul è stato rigettato dal Signore, il profeta riceve l’ordine divino di ungere un altro re: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli ho visto per me un re» (1 Sam 16,1)[3]. Dio vede un re per sé. Questa nota personale da parte del Signore differenzia la nuova elezione di Davide da quella di Saul, il cui compito era quello di regnare per il popolo (cfr 1 Sam 8,22)[4]. Questa volta la scelta divina implica una relazione personale e un’affinità elettiva tra Dio e il nuovo sovrano.

Samuele si reca quindi a Betlemme per offrire un sacrificio e vedere il re che Dio si è scelto. In tutto il capitolo la radice ebraica r’h, «vedere», ricorre 6 volte come verbo e 2 volte come sostantivo, e riveste un ruolo centrale nella narrazione[5]. C’è un sottile gioco che alterna il punto di vista di Dio e quello degli uomini: che cosa vede Samuele?

Che cosa vede il Signore? Che cosa vedono gli altri personaggi?

Tra i figli di Iesse il profeta vede Eliàb, ma le proprie certezze si sgretolano davanti alle parole di Dio: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede gli occhi, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). In ebraico, la frase è complessa e di difficile traduzione. L’ultima parte potrebbe tradursi letteralmente così: l’uomo vede «agli occhi», «negli occhi», «secondo gli occhi», ma il Signore vede «al cuore», «nel cuore», «secondo il cuore»[6]. In ebraico, con la parola «cuore», si intende la sede del pensiero e della volontà[7], il luogo dove risiede la capacità di scegliere[8].

Dio non solo vede il cuore, ma vede secondo il cuore, cioè attraverso una visione profonda, non superficiale, che si ferma all’apparenza. Allo stesso modo, anche il profeta è invitato a non fermarsi a ciò che vedono gli occhi. Saul era stato scelto in base alla sua forza e alla sua casata, alla sua bellezza e alla sua statura (cfr 1 Sam 9,1-2). Forse era il più bello tra i figli d’Israele, ma certamente non era il migliore re possibile[9].

Dunque, Samuele passa in rassegna i figli di Iesse, uno dopo l’altro, ma il Signore non posa lo sguardo su nessuno di loro. Al profeta vengono presentati sette giovani. Questo numero dà l’idea che l’insieme dei figli di Iesse sia sfilato davanti al profeta nella sua totalità, ma nessuno di essi viene scelto.

«Samuele chiese a Iesse: “Sono qui tutti i giovani?”. Rispose Iesse: “Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge”» (1 Sam 16,11). Il profeta – e con lui il lettore – scopre che c’è ancora un altro figlio, che doveva apparire così insignificante agli occhi del padre da non essere stato neppure invitato al sacrificio insieme agli altri fratelli. È come se per Iesse questo figlio non esistesse, e invece sarà proprio Dio a vederlo, scegliendo per sé il più giovane[10].

Davide è «il figlio che rimane». Il verbo che viene usato qui si ricollega a un tema molto caro all’Antico Testamento, quello del «resto di Israele». La persona di Davide richiama quel piccolo resto che rimane fedele al Signore e che sarà salvato affinché ritorni nella Terra promessa e adori il Signore suo Dio. Pertanto, il termine «resto» attribuito a Davide fa pensare a tutto il popolo d’Israele, il popolo più piccolo, ma amato da Dio (cfr Dt 7,7-8)[11].

«[Iesse] lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: “Àlzati e ungilo: è lui!”» (1 Sam 16,12). Gli occhi del profeta continuano a vedere l’aspetto esteriore, mentre il segreto del cuore di Davide è conosciuto e visto soltanto da Dio, che ha scelto il giovane pastore come re secondo il suo cuore (cfr 1 Sam 13,14).

«Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi» (1 Sam 16,13). Il più piccolo della casa di Iesse diventa sovrano in mezzo ai suoi fratelli. Colui che pascolava il gregge ora è chiamato a pascolare il popolo di Dio, Israele. Dopo l’unzione, lo spirito di Dio irrompe su di lui e gli dà un pubblico riconoscimento nella sua famiglia.

Allo spirito che scende su Davide corrisponde lo spirito che si ritira da Saul (cfr 1 Sam 16,14), il quale si ritrova atterrito e spaventato da uno spirito cattivo. Uno dei suoi domestici gli suggerisce che proprio Davide potrebbe essere colui che, con il suono della sua cetra, lo potrà far star meglio: «Ecco, ho visto il figlio di Iesse il Betlem­mita: egli sa suonare ed è forte e coraggioso, abile nelle armi, saggio di parole, di bell’aspetto, e il Signore è con lui» (1 Sam 16,18). Qui ricorre ancora una volta il verbo «vedere». Il punto di vista è quello del giovane domestico[12] di Saul, che vede nel figlio di Iesse la soluzione ai problemi del re. Il ritratto che viene fatto, pur senza nominare direttamente Davide, anticipa alcuni aspetti del giovane figlio di Iesse che torneranno più avanti nel racconto.

Di fatto, Saul riconosce Davide nella descrizione del servo e lo convoca presso di sé. Nel corso della narrazione Davide sarà chiamato a mostrare forza e coraggio, abilità nelle armi e saggezza, sapendo che il Signore è con lui. Solo lo sguardo di Dio e quello di un servo sono capaci di vedere in un ragazzo l’anticipazione di ciò che egli diventerà.

Il gigante e il ragazzo

Nel capitolo 17 del primo libro di Samuele, Davide viene presentato di nuovo nel racconto[13]. Il contesto è quello della guerra tra Israele e i Filistei. Tra le schiere filistee emerge un campione, chiamato Golia, un gigante alto quasi tre metri, che indossa un’armatura che pesa circa 50 kg. Golia sfida in combattimento un campione tra i figli d’Israele, ma il re Saul, come pure tutto Israele, è inibito e atterrito davanti a lui (cfr 1 Sam 17,11.24). Che cosa accadrà? Chi potrà intervenire per combattere contro Golia e salvare il popolo?

Mentre il lettore si pone queste domande, il giovane pastorello Davide si presenta nell’accampamento di Israele, inviato dal padre per portare un po’ di vettovaglie ai fratelli andati in guerra. Quando giunge, non si limita a obbedire al comando del padre, ma raccoglie informazioni sulla ricompensa promessa per chi abbatterà il gigante filisteo.

La presenza di questo ragazzo sul campo di battaglia provoca rea­zioni colorite da parte degli altri personaggi, suscitando irritazione, incredulità e sdegno. Il fratello maggiore si indispettisce: «Ma perché sei venuto giù e a chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco la tua boria e la malizia del tuo cuore: tu sei venuto giù per vedere la battaglia» (1 Sam 17,28). Eliàb interpreta la presenza di Davide sul campo di battaglia in modo malevolo, come una fastidiosa intrusione. Infatti, ai suoi occhi, il cuore di Davide appare arrogante e malizioso. In realtà, il lettore sa bene che Davide è giunto all’accampamento per ordine del padre, e non per ambizione o vanità.

E anche Saul, di fronte a Davide che vuole combattere contro Golia, reagisce con diffidenza e scetticismo: «Saul rispose a Davide: “Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo (na‘ar) e costui è uomo d’armi fin dalla sua adolescenza”» (1 Sam 17,33). Saul vede in Davide solo un ragazzo e lo pone davanti al paradosso di una sfida impossibile che si profila tra un giovane senza esperienza e un uomo adulto, addestrato ed esperto, che combatte fin dalla sua giovinezza. Tuttavia Davide non si scoraggia, rifiuta la pesante armatura di Saul e affronta la sfida con le proprie armi: la fionda e i ciottoli del torrente. Non vuole indossare l’armatura del re, ma, liberatosi di essa, si ritrova libero e leggero, affidandosi alla propria abilità e, soprattutto, all’aiu­to del Signore.

Di fronte al giovane Davide, anche la reazione di Golia è di irrisione e di disprezzo: «Il Filisteo scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell’aspetto» (1 Sam 17,42). Agli occhi del gigante, la giovane età, la bellezza e i capelli rossi di Davide sono motivi sufficienti per guardare a lui con presunzione e superiorità. I criteri di Golia sono puramente esteriori e superficiali[14].

Il figlio di Iesse però non si scoraggia né si indispettisce, ma risponde al Filisteo, rivelando il suo segreto: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato. […] Tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani» (1 Sam 17,45-47).

Il giovane chiama in causa la sua vera forza: la sua arma è colui che lo ha scelto e lo ha unto re. Il Signore non ha giudicato Davide secondo le apparenze – come hanno fatto gli adulti Eliàb, Saul e Golia –, ma ha scommesso proprio su un ragazzo come liberatore del suo popolo.

Se la forza di Davide è nel Signore, qual è concretamente lo strumento con cui otterrà la vittoria? Certamente la fionda, con la quale egli sconfiggerà Golia, ma soprattutto il suo acume e la sua intelligenza, con i quali ribalterà le sorti proprie e quelle del popolo. Se Davide non fosse ingegnoso e intelligente, morirebbe per mano di Golia. Il giovane sa di essere stato scelto dal Signore, ma questo va congiunto alla sua abilità, altrimenti egli sarebbe un incosciente e un folle. La scelta divina si unisce ai talenti di Davide, che sono anch’essi doni di Dio.

Davide agisce con grande abilità e astuzia, e questo è il motivo della sua vittoria su Golia. Ma qui, oltre alla causalità esercitata dagli uomini, si manifesta anche la causalità di Dio in quanto Signore della storia, Dio d’Israele, nel cui nome Davide agisce (cfr 1 Sam 17,37.45-47)[15].

Un re troppo giovane? Salomone

Il racconto dell’elezione di Davide (cfr 1 Sam 16–17) non è l’unico nella Bibbia che vede al centro un giovane chiamato da Dio e investito di una responsabilità sul popolo d’Israele. Anche Salomone, figlio di Davide, si sente solo un «piccolo ragazzo» (na‘ar qāṭōn) quando sulle sue giovani spalle viene posto il peso del regno paterno.

Davide è ormai vicino alla morte, ed è giunto per lui il momento di lasciare le proprie disposizioni testamentarie[16]. Egli dice a Salomone: «Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e móstrati uomo. Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e le sue istruzioni, come sta scritto nella legge di Mosè, perché tu riesca in tutto quello che farai e dovunque ti volgerai, perché il Signore compia la promessa che mi ha fatto dicendo: “Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con fedeltà, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, non ti sarà tolto un discendente dal trono d’Israele”» (1 Re 2,2-4).

Alcuni vedono in questa prima parte del discorso di Davide (vv. 2-4) un intervento successivo del redattore[17], per mitigare la seconda parte (vv. 5-9), che è molto crudele e in cui Davide chiede al figlio di eseguire azioni di sangue per regolare i conti con coloro che lo hanno avversato durante il suo regno. In realtà, da un punto di vista narrativo, questa prima parte è fondamentale, perché il vecchio re svolge infine il suo ruolo di padre, consegnando alla generazione successiva la legge di Mosè e la promessa del Signore, che qui viene ricordata (cfr 2 Sam 7).

Al livello del macroracconto, Davide realizza la propria paternità[18]: trasmette ciò che il popolo ha ricevuto attraverso Mosè e la promessa che a lui stesso è stata consegnata. Come il padre descritto nel libro del Deuteronomio (cfr Dt 6,1-9), egli trasmette al proprio figlio la legge; come un re secondo il cuore di Dio, ha davanti ai propri occhi la legge del Signore (cfr Dt 17,18-20).

In seguito il narratore ci comunicherà che Salomone ama il Signore e segue ciò che il padre gli ha prescritto, ma la sua fede in Dio è ancora incerta: infatti, alla dedizione al Signore si accompagnano i sacrifici consumati sulle alture, luoghi dove si compiono pratiche idolatriche (cfr 1 Re 3,3)[19].

È proprio durante uno di questi sacrifici, a Gàbaon, che il Signore si rivela a Salomone. La trasmissione generazionale della fede di padre in figlio non è sufficiente: occorre che anche Salomone faccia esperienza viva del Dio di suo padre.

«A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda”» (1 Re 3,5). Le parole del Signore sono sorprendenti: non sono né di rimprovero né di condanna per il fatto che Salomone compia sacrifici di genere idolatrico; ma Dio si presenta a lui come colui che dona.

Anche l’atteggiamento di Salomone è sorprendente: paradossalmente la sua saggezza comincia proprio qui, nel mostrare uno spirito umile e assennato, che lo dispone ad accogliere la Sapienza[20]. Egli sa quale sia la cosa giusta da chiedere: «Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un piccolo ragazzo (na‘ar qāṭōn); non so uscire né entrare. […] Concedi al tuo servo un cuore che ascolta, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?» (1 Re 3,7-9)[21].

Salomone si presenta come servo del Signore e riconosce di essere solo un piccolo ragazzo, inesperto a causa della sua giovane età. La sua reazione riecheggia quella di Geremia di fronte alla missione che Dio gli affida: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono un ragazzo (na‘ar)» (Ger 1,6). L’essere un ragazzo renderebbe Salomone incapace di assumere obblighi pubblici e militari[22]; è questo il senso della confessione: «Non so uscire né entrare». Eppure il giovane re si mostra già sapiente in ciò che chiede: un cuore che ascolta.

Per il credente israelita, infatti, l’orecchio è l’organo principale della percezione. Nella Bibbia il verbo «ascoltare» compare più di mille volte. Israele è chiamato ad ascoltare la parola di Dio. La preghiera quotidiana del credente israelita comincia con l’imperativo Šema‘ Yisrā’ēl: «Ascolta, Israele!» (Dt 6,4). Il popolo che ascolta le parole di Dio è obbediente alla Torah e intraprende il cammino verso la vita.

Salomone è inesperto e sa ancora poco della vita. Un cuore che ascolta diventa così il presupposto affinché il giovane re possa esercitare la giustizia e il discernimento per governare il popolo d’Israele. Salomone potrà essere un re secondo il cuore di Dio, come Davide suo padre? Il modello di monarchia che traspare dalle sue parole lascia ben sperare. Salomone appare come un re che vuole servire Dio e Israele, e non come un sovrano egoisticamente ripiegato su di sé, che approfitta del popolo per perseguire i propri interessi (si veda il discorso di Samuele in 1 Sam 8,11-18).

Pertanto, al Signore piace la richiesta di Salomone: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te discernimento per fare udienza giudiziaria, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te» (1 Re 3,11-12). Poiché Salomone ha espresso a Dio la richiesta più importante, il Signore concederà a lui tutto, ricchezza e gloria, come a nessun altro.

Risvegliatosi dal sonno, Salomone tornerà a Gerusalemme con una nuova consapevolezza; il segno esterno di tale mutamento interiore è che egli non compirà sacrifici sulle alture, ma starà davanti all’arca del Signore[23].

Conclusione

Nel libro dei Proverbi, l’essere giovani è accostato a inesperienza e a mancanza di giudizio: «Ecco, io vidi dei giovani inesperti, e tra loro scorsi un adolescente dissennato [letteralmente: privo di cuore]» (Pr 7,7). L’elezione di Davide e quella di Salomone rovesciano decisamente questa prospettiva.

Rievocando la storia d’Israele, san Paolo afferma: «[Dio] suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”» (At 13,22). Lo sguardo di Dio vede lontano e scommette a lungo termine su un giovane dalla cui discendenza verrà il Messia per Israele e per tutti i popoli della terra.

Anche Salomone, figlio di Davide, quando diventa re, si sente solo un ragazzo. Interpellato in sogno da Dio, esprime la propria preoccupazione di essere schiacciato da responsabilità troppo pesanti per le sue gracili spalle, ma sa cosa chiedere: un cuore che ascolta.

Nella storia della salvezza, il Signore si fida dei giovani e affida proprio ad alcuni di loro le sorti del suo popolo. È la rivelazione di un Signore che ha fiducia nel futuro e nella vita e non teme le novità che il domani porta con sé: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).

[1].     Cfr L. Alonso Schökel – M. Zappella, Dizionario di ebraico biblico, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2013, 554. Nella Bibbia c’è incertezza su quando cominci l’età adulta. In alcuni testi il limite della giovinezza è posto a vent’anni (Es 30,14; Nm 1,3.18; 14,29); in altri casi la giovane età può durare fino a venticinque anni (Nm 8,24) o fino a trenta (Nm 4,3.23; 1 Cr 23,3): cfr H. F. Fuhs, «na‘ar», in G. J. Botterweck – H. Ringgren (eds), Grande lessico dell’Antico Testamento, V, Brescia, Paideia, 2005, 926-940.

[2].     Francesco, Discorso nell’Incontro pre-sinodale con i giovani, 19 marzo 2018, in w2.vatican.va

[3].     Qui facciamo una traduzione letterale del testo, diversa da quella della Cei.

[4].     Cfr J.-P. Sonnet, L’ alleanza della lettura. Questioni di poetica narrativa nella Bibbia ebraica, Roma, Gregorian & Biblical Press, 2011, 146.

[5].     Cfr R. Alter, The David Story. A Translation with Commentary of 1 and 2 Samuel, New York, W. W. Norton & Company, 1999, 85.

[6].     Sulle possibili traduzioni della particella le, cfr L. Alonso Schökel – M. Zappella, Dizionario di ebraico biblico, cit., 408-411.

[7].     Cfr R. D. Nelson, I e II Re, Torino, Claudiana, 2010, 40.

[8].     Secondo la mentalità ebraica, gli affetti invece risiedono nelle viscere o nel seno materno: cfr A. Sisti, «Misericordia», in P. Rossano – G. Ravasi – A. Girlanda, Nuovo dizionario di teologia biblica, Cinisello Balsamo (Mi), Paoline, 1988, 978-984.

[9].     La parola ṭôb in ebraico ha il duplice significato di «bello» e «buono». Meir Sternberg dedica interessanti pagine al tema dell’ambivalenza del «bell’aspetto» nei libri di Samuele: cfr M. Sternberg, The Poetics of Biblical Narrative. Ideological Literature and the Drama of Reading, Bloomington, Indiana University Press, 1985, 354-364.

[10].    Nel racconto di Gen 4, Dio «guarda» l’offerta di Abele e non quella di Caino, così come tra Giacobbe e Esaù il Signore sceglie il più piccolo. Successivamente Giuseppe sarà principe tra i suoi fratelli e Gedeone verrà costituito come salvatore su Israele, pur essendo il più piccolo nella casa di suo padre (cfr Gdc 6).

[11].    Cfr M. Gargiulo, Samuele. Introduzione, traduzione e commento, Milano, San Paolo, 2016, 175.

[12].    Con la parola na‘ar si può intendere sia un giovane sia un domestico, un servo, un garzone: cfr L. Alonso Schökel – M. Zappella, Dizionario di ebraico biblico, cit., 554.

[13].    Sono due i racconti che introducono Davide nella storia d’Israele. Probabilmente dietro queste narrazioni ci sono due tradizioni differenti, che sono state conservate nella Bibbia. Entrambi i testi sono importanti per capire la rilevanza del personaggio Davide. Secondo Robert Alter, 1 Sam 16 si concentra sulla chiamata del giovane Davide da parte di Dio, a cui appartiene tutta l’iniziativa, mentre 1 Sam 17 ha una prospettiva orizzontale: il figlio di Iesse interagisce, parla, lotta, e non sembra esserci un’azione diretta del Signore (cfr R. Alter, The David Story…, cit., 110 s).

[14].    Cfr M. Gargiulo, Samuele..., cit., 189.

[15].    Sui nessi tra causalità umana e causalità divina nel racconto biblico, cfr Y. Amit, «The Dual Causality Principle and Its Effects on Biblical Literature», in Vetus Testamentum 37 (1987) 385-400.

[16].    Cfr Gen 28,1-4 e 49,29; 2 Re 20,1.

[17].    Cfr R. Alter, The David Story…, cit., 374.

[18].    Cfr F. Ficco, «“Sii forte e mostrati uomo”. La paternità di Davide in 1 Re 1–2», in Rivista Biblica 57 (2009) 257-272.

[19].    Cfr J. T. Walsh, 1 Kings, Collegeville, The Liturgical Press, 1996, 72.

[20].    Alla preghiera di Salomone nel primo libro dei Re fanno eco le parole del figlio di Davide nel libro della Sapienza: «Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza; implorai e venne in me lo spirito della sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. L’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana» (Sap 7,7-10).

[21].    Nell’ultimo versetto, «un cuore che ascolta» è la traduzione letterale. La versione Cei 2008 traduce, più liberamente: «un cuore docile».

[22].    Cfr M. Cogan, I Kings: A New Translation with Introduction and Commentary, New York, Doubleday, 2001, 186.

[23].    Cfr M. Cogan, I Kings…, cit., 188.

 La Civiltà Cattolica

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venerdì 15 novembre 2024

DIVENTARE ADULTI

 


La bellezza 

delle vocazioni 

che diventano adulte


La spensieratezza e vitalità della giovinezza, 

anche nell'ambito dei movimenti e carismi, 

deve crescere ed evolvere in una maturità spirituale.

 Non è automatico, né semplice.


-       -  di Luigino Bruni*

Diventare adulti è sempre un processo complicato e dall’esisto incerto. Ma se da giovani si è vissuta una grande esperienza spirituale e ideale, la complicazione e l’incertezza aumentano.

La giovinezza è l’età meravigliosa per tutti, è il tempo delle energie infinite che ci fanno iniziare cammini impossibili. È il tempo in cui tutto appare possibile, i vincoli della realtà sono solo sfide, e i consigli di prudenza che arrivano dagli adulti danno solo fastidio e vengono (giustamente) rispediti al mittente. È la stagione della gratuità assoluta, dei sogni meravigliosi, della generosità grande che arriva a farci donare tutta la vita ad una persona, addirittura a Dio.

Quando sulla giovinezza naturale si innesta una esperienza spirituale forte e identitaria, come accade quando si incontra un carisma nel quale ci si riconosce totalmente, la giovinezza esplode e tutte le sue virtù e doti naturali si amplificano. La generosità diventa assoluta, il “per sempre” diventa l’unico linguaggio comprensibile e il solo con cui vogliamo parlare di noi e della vita. Si dà tutto perché si vuole dare tutto, perché non si può non dare tutto, ciò che si possiede e ciò che ancora non si ha.

Per questa ragione, sulla terra ci sono poche cose più belle e sublimi di un giovane, di una giovane che incontra una vocazione e risponde con un “sì” che diventa donazione di tutta la vita. Giovani che si illuminano di una luce diversa e chiarissima, gli occhi prendono un’altra brillantezza, diventano ancora più belli dei bellissimi occhi di tutti i giovani. Ci si immedesima totalmente nella vita di quel carisma e della comunità, non si vuole altro. Una identificazione totale che però non è vissuta come limite della propria personalità, ma come suo potenziamento e pieno sviluppo. Vediamo di fronte un mare nuovo e bellissimo, e vogliamo soltanto “naufragarci” dolcemente dentro.

Ci sono persone che restano in questa gioventù carismatica per molti anni, ben oltre il tempo della gioventù biologica e psicologica. Fa parte delle vocazioni l’allungamento del tempo della giovinezza, che in un certo senso dura tutta la vita: si può riconoscere una persona che ha avuto una vocazione da giovane anche da un timbro diverso dell’anima che le resta fino alla vecchiaia, che gli consentirà di chiamare per nome l’angelo della morte.

Non è difficile, allora, comprendere perché quel misterioso e impreciso processo che si chiama “diventare adulti” è particolarmente complesso per i giovani con vocazioni vere. Da una parte, infatti, quando arriva la provvidenziale e necessaria crisi della maturità, non è semplice capire che la forma che la vita spirituale ha assunto durante la giovinezza e che sta finendo era soltanto l’involucro della crisalide, che deve essere salutata se si vuol spiccare il volo.

È durante questa fase di transizione-metamorfosi del bruco in farfalla che tante persone con vocazioni autentiche si smarriscono. Le forme di questo smarrimento sono molte. La prima, e la più ovvia, è quella di chi identifica la vita spirituale (Dio, fede) con il bruco; e quindi di fronte alla crisi e morte della fede della giovinezza si convince che la fede e Dio fossero soltanto illusioni di un giovane ingenuo. Muore la prima fede e con essa muore tutto. Questi sono coloro che per diventare adulti perdono la fede e la vocazione.

Poi ci sono coloro che fanno l’esperienza opposta, sebbene generata dallo stesso errore di identificazione della vita spirituale con la sua prima forma. Questi un giorno intuiscono che sta per terminare e morire qualcosa di importante, e sono terrorizzati dalla prospettiva di perdere per sempre l’unico tesoro della loro vita, di smarrire la parte migliore di loro stessi; e bloccati da questo panico si negano la possibilità di crescere. Così, per non perdere la vocazione e la fede non diventano mai adulti. Credo che nelle comunità religiose questi secondi sono maggiori dei primi. Queste persone non escono dalle comunità e dalle istituzioni dove sono entrati da giovani, continuano a fare la vita di sempre, ma in un certo senso escono dalla loro vita, perché interrompono, senza saperlo né volerlo, il processo della loro fioritura umana e quindi della loro libertà.

C’è comunque anche un terzo esito, sempre possibile: diventare adulti salvando la vocazione della giovinezza. Sono autentiche rinascite-resurrezioni, che sono ancora rare nelle comunità e nei movimenti, perché richiedono la capacità-dono di resistere nel silenzio del “sabato santo”, e perché ci vogliono tempo e molta mitezza per imparare a riconoscere la fede e il Dio di ieri in una fede e in un Dio diventati così diversi al punto di essere irriconoscibili. Molta fede adulta prende la forma del perché?, e le risposte facili di ieri diventano solo domande difficili, gridate insieme ai poveri e alle vittime della terra.

rete@cittanuova.it

Articolo pubblicato sul n. 6/2024 di Città Nuova

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* Luigino Bruni. Si è laureato in economia all'Università di Ancona, ha conseguito un dottorato in economia presso l'Università dell'Anglia orientale a Norwich e un dottorato in filosofia con l'Università degli studi di Firenze. Ha seguito corsi alla London School of Economics and Political Science. Storico del pensiero economico, con interessi in filosofia e teologia, è noto per il suo studio dell'economia di comunione e dell'economia civile.[1] Insieme a Stefano Zamagni, è promotore e cofondatore della Scuola di Economia Civile, per la quale riveste la carica di Presidente. Conduttore della trasmissione televisiva Benedetta Economia[2] su Tv2000 e Consultore del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita.

Il 23 settembre 2024 è stato nominato vicepresidente della "Fondazione The Economy of Francesco".[3]

 

mercoledì 5 giugno 2024

IL SEGRETO PER NON INVECCHIARE


C
hi mantiene la facoltà di vedere la bellezza 

non invecchia

-          -di Alessandro D’Avenia

 

La vita offre spesso gli indizi per risolvere un po' del suo mistero. La scorsa settimana ne ho ricevuti alcuni che forse fanno una prova.

1. Ho visto un bambino gattonare da solo. Avanzava, si fermava, si voltava a guardare il padre dietro di lui, e poi riprendeva senza paura. Così, diverse volte, fino ad allontanarsi tanto che molti erano in apprensione, ma non lui né il padre.

2. Ho incontrato i ragazzi di alcune scuole. I loro insegnanti mi avevano mandato in anticipo le domande suscitate dalla lettura di un libro, 50 domande tra cui questa: «Quale consiglio può dare a noi giovani affinché non ci lasciamo bloccare dalla paura di fallire?».

3. Una studentessa alle prese con un tema di preparazione alla maturità, commentando i versi di una poetessa, scriveva: «La poesia non è un'arte elitaria destinata a qualche eletto, ma è prima di tutto un atteggiamento mentale che consta dell'amore per la bellezza del quotidiano”.

4. Oggi è il centenario della morte di Franz Kafka, uno degli autori che ho incontrato proprio nell'anno della maturità e che da allora non ho smesso di frequentare. Ispirato dall'anniversario ho letto Conversazioni con Kafka dello scrittore Gustav Janouch che, da adolescente, poiché il padre lavorava nella stessa compagnia assicurativa di Kafka, lo conobbe ed ebbe come amico e mentore. Che cosa hanno in comune fatti così diversi?

I quattro indizi provano che la vita è un'esplorazione, spesso paurosa e faticosa, che può avvenire solo nella misura in cui apparteniamo a qualcuno. Che si tratti di un genitore, di un mentore, di un amore, di un autore conosciuto direttamente o attraverso i suoi scritti, per venire al mondo abbiamo bisogno, come nelle traversate difficili in montagna, di una corda, cioè di appartenenza, che non è certo vincolo e possesso, ma legame che rende stabili e permette di avanzare. In fondo la maturità (non l'esame) è diventare capaci, attraverso la cultura, di scoprire che niente e nessuno ci è estraneo, che la vita cresce per legami, dalle molecole alle grandi civiltà. 

Questo soggettivamente accade solo se diventiamo consapevoli di quando e quanto «apparteniamo»: che cosa mi rende vivo, cioè che cosa mi lega profondamente e stabilmente alla vita, tanto da essere libero poi di avanzare? Essere vivi e non solo viventi è infatti essere in comunione. La cultura del farsi da soli genera individualisti in guerra con il mondo, e invece la vita fiorisce quando partecipiamo (ne siamo parte e facciamo la nostra parte) alla sua trama come uno dei suoi nodi. Kafka aveva la ferita dell'inappartenenza, come scrive nei suoi Diari: «La mia educazione ha fatto più guasti di quanto riesca a comprendere... 

Questa imperfezione non è innata e perciò è tanto più doloroso sopportarla. Anch’io infatti come qualunque altro ho in me fin dalla nascita il centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare. Ce l’ho ancora questo buon centro di gravità, ma in certo qual modo non ho il corpo adatto. E un centro di gravità che non lavori diventa piombo ed è fitto nel corpo come una pallottola» (1910). Da questa ferita ogni sua riga sgorga come sangue: «Non c’è nessuno che abbia comprensione di me nel mio complesso. Oh, possedere qualcuno che abbia questa comprensione, vorrebbe dire essere sostenuto in ogni parte, avere Dio» (1915). Per questo era attentissimo alle relazioni, come racconta Janouch ricordando la propria adolescenza e riassumendo il ruolo di ogni mentore: «Franz Kafka fu la prima persona a prendere sul serio la mia vita interiore, a parlare con me come con un adulto, rafforzando la mia coscienza di me stesso. Il suo interesse nei miei confronti era un regalo».

Grazie a questo interesse il diciassettenne Gustav maturò consapevolezza di se stesso e la sua vocazione artistica. Sorprende il ritratto, non privo di idealizzazione, che Janouch confeziona all'autore di storie come La metamorfosi, Il processo, Nella colonia penale, Il castello... eppure la luce, implicita nella minacciosa ombra di questi racconti che hanno richiesto l'invenzione dell'aggettivo «kafkiano», mostra una ricerca di legami, orizzontali e verticali, che è altrettanto «kafkiana». In merito Janouch riporta le parole dell'addetta alle pulizie dell'Assicurazione presso cui lavorava Kafka: «È completamente diverso dagli altri. Lo si capisce da come ti offre le cose. Gli altri te le danno di nascosto, quasi ti feriscono. Non danno qualcosa, ma umiliano. Il dottor Kafka invece ha un modo di donarti le cose che fa veramente piacere. Non mi tratta come una vecchia donna di servizio». Janouch conferma: «Possedeva l’arte del donare. Non mi diceva mai: “Prenda, glielo regalo” ma sempre soltanto: “Non occorre che me lo restituisca”». Un giorno Gustav tra le lacrime confidò allo scrittore la separazione violenta dei genitori: «Ascoltò con calma il mio racconto rotto dall’agitazione, poi si alzò e disse: “Andiamo a fare il giro dell’antica capitale.

I passeggiatori che si rispettano solitamente iniziano bevendo un bicchiere di vino o di cognac. Noi però non ci accontentiamo di un’ebbrezza così modesta e abbiamo bisogno di droghe più elaborate. Quindi andiamo da Andrée”». Questi era un libraio: «Il dottor Kafka mi comprò il David Copperfield di Dickens, Prima e dopo di Gauguin e Poesia e vita di Rimbaud».

I due passeggiarono a lungo parlando di quei libri e, quando il ragazzo si fu rasserenato, Kafka disse: «“La crisi che è scoppiata a casa sua non fa soffrire solo lei, ma logora e ferisce ancor più i suoi genitori. Divenendo estranei l’uno all’altro, perdono gran parte del bene più prezioso posseduto da noi uomini, gran parte della vita e del suo senso. Così i suoi genitori, come la stragrande maggioranza degli uomini del nostro tempo, sono in realtà mutilati nello spirito... Perciò non deve respingerli, anzi, li deve guidare e sorreggere come si fa con i ciechi e con gli invalidi”. “Come faccio?” chiesi disperato. “Con il suo amore”. “Anche se mi danno addosso?”. “Proprio allora. Con la sua calma, il suo riguardo, la sua pazienza - in poche parole, con il suo amore - deve cercare di risvegliare nei suoi genitori ciò che in loro sta per morire”. Mi accarezzò lievemente e di sfuggita la guancia. “Arrivederci, Gusti”. Si voltò e scomparve dietro la porta di casa. Restai lì come paralizzato. Mi aveva chiamato Gusti, come facevano i miei genitori».

Questa è cultura (dal latino prendersi cura): curare la sofferenza, la fragilità, la ricerca, le domande. Essere chiamati per nome fa sentire l'appartenenza che rende capaci, come scriveva la mia studentessa, di amare la bellezza nel e del quotidiano, in incontri che, coltivati, diventano legami, e quindi esplorazioni, come quella del bambino che gattona. Un incontro mancato con la bellezza è un legame mancato con la vita, e senza legami a poco a poco la vita diventa una minaccia, come il ragazzo che chiede come «non essere paralizzati dalla paura».

Kafka lo spiega così a Janouch che aveva definito pieno d'amore un suo racconto: «“L’amore non è nel racconto, bensì nell’oggetto della narrazione, nella gioventù”, fece notare Kafka serio. “Sono i giovani a essere pieni di sole e di amore. La gioventù è felice, perché possiede la facoltà di vedere la bellezza.

Quando si perde questa facoltà, comincia la vecchiaia, la decadenza, l’infelicità”. “La vecchiaia esclude dunque ogni possibilità di essere felici?”. “No. È la felicità che esclude la vecchiaia: chi mantiene la facoltà di vedere la bellezza non invecchia”». Kafkiano.

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