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venerdì 27 giugno 2025

VIVERE DA ANZIANI


Ci sono segni di speranza anche nell’età anziana. Ma è necessario guardarla come una fase della vita con opportunità proprie. 

Può essere tempo di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati…


Luciano Manicardi

 

La situazione dell’anziano oggi è particolarmente complessa. Il notevole allungamento della vita nel ricco Occidente porta alcuni a distinguere tra giovani-anziani, anziani, grandi-anziani e centenari. L’anzianità nasce dall’incontro dialettico tra dato biologico e variabili culturali e oggi è possibile incontrare anziani attivi e in buone o discrete condizioni di salute, sicché un approccio che veda l’anzianità solo a partire dal «meno», dalla «riduzione» o dal «rallentamento» delle capacità cognitive e fisiche si rivela inadeguato. E più che mai, con l’avanzare dell’età, si accentuano le differenze tra gli individui. Il che rende problematico un discorso sull’anzianità in generale, in quanto quest’ultima si differenzia enormemente in ciascun individuo. 

Tuttavia, una considerazione si impone circa lo statuto sociale dell’anziano oggi: la contraddizione tra l’anzianità perseguita e diffusa e, al tempo stesso, discriminata. L’estendersi della popolazione anziana si accompagna alla cancellazione dei segni che visibilizzano nel corpo i segni dell’invecchiamento. In questa logica distorta, tanto più la vita diviene longeva tanto più deve nascondersi, fingersi giovanile, mascherarsi da giovinezza vergognandosi di ciò che è. Se Cicerone elencava quattro motivi che rendono triste la vecchiaia (allontanamento dall’attività lavorativa, indebolimento del corpo, negazione dei piaceri, prossimità alla morte), oggi se ne aggiunge un altro: l’era della tecnica e dell’informatica ha reso fuori luogo l’adagio che legava vecchiaia e sapienza e vedeva nell’anziano il depositario di un’esperienza che lo rendeva elemento fondamentale nel gruppo sociale. Oggi la sua esperienza è giudicata inutile: altro è il sapere necessario e spesso sono i giovani che insegnano ad adulti e anziani a usare marchingegni tecnologici. 

Il fenomeno dell’«anziani­smo» indica l’insieme degli stereotipi e dei pregiudizi proiettati sull’età anziana che diviene discriminazione dell’anziano stesso. Discriminazione visibile a livello strutturale in politiche pubbliche e norme del mondo lavorativo che penalizzano chi è più avanti nell’età. Ma poi diventa marginalizzazione sul piano relazionale e perfino, una volta introiettato lo «stigma», disistima di sé, senso di inutilità, colpevolizzazione (essere di peso) da parte dell’anziano stesso. Dalle differenze di classe si passa alle differenze di età e il conflitto sociale diviene conflitto di generazioni: segno della biologizzazione dei rapporti sociali. 

La differenza rispetto a forme di discriminazione che riguardano l’etnia (razzismo) e il genere (sessismo) è che chi discrimina un anziano è destinato a diventarlo a sua volta. E qui vediamo l’anzianità come pietra d’inciampo proprio nel suo essere visibilizzazione della fragilità e caducità umana. Si deve parlare della scomodità dell’anziano perché memoria della fragilità che concerne tutti e che, nella misura in cui è rimossa dall’immagine della vita riuscita oggi propagandata, vuole essere cancellata così come si cerca di cancellare le rughe dal volto anziano e di relegare gli anziani in ospizi che li rendano invisibili. 

Il bel volto anziano, provato, gravato di lutti ma con dolcezza e luminosità di sguardo di Alvin Straight (l’attore Richard Farnsworth) nel film Una storia vera, di David Lynch, presenta la possibile ricchezza e fecondità dell’anzianità: intraprende un viaggio di centinaia di chilometri per andare a trovare il fratello colpito da infarto e con cui non parla da dieci anni, con un tosaerba che traina un carretto. Ha problemi di vista, cammina con due bastoni, non ha la patente, ma la vita gli ha insegnato l’essenziale: «Alla mia età – dice –, ho imparato a separare il grano dalla crusca e a ignorare le sciocchezze». 

L’anzianità riguarda dunque chi la vive, chi vede e incontra la persona anziana, e l’immaginario collettivo. Per dare segni di speranza agli anziani non basta esortare figli e nipoti a essere vicini a genitori e nonni, ma occorre uno sforzo culturale per immaginare e creare funzioni per loro. E occorre accedere a una visione dell’anzianità come una fase della vita con le sue prerogative e opportunità proprie. Può essere tempo di anamnesi, di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati. Un tempo di verità, in cui si vive per grazia e non per dovere (Karl Barth), un tempo di passaggio dall’esteriorità all’interiorità (Jung), in cui emerge che ciò che vale è ciò che si è, al di là di ciò che si fa. Nella vecchiaia semplicemente si è.

 Allora l’anziano può giungere a dire il suo grazie al passato e il suo sì al futuro, pregando il Salmo 71, e inoltrarsi nel crepuscolo della vita facendo sue le parole del Nunc dimittis.

Messaggero di Sant'Antonio

mercoledì 5 giugno 2024

LA RAZIONALITA' NON BASTA


Parla il vincitore della medaglia SINe 2024 e fondatore della neuroetica, la disciplina nata nei primi anni 2000 dalla stretta collaborazione tra neuroscienze e filosofia.

«Contro la disinformazione offrire argomentazioni e prove non è sufficiente 

Dobbiamo superare la profonda sfiducia che caratterizza le nostre società»


 

-         di SOFIA BONICALZI e ANDREA LAVAZZA

 Libertà umana e l’assenso a false credenze: temi chiave che non possono più essere affrontati soltanto da pensatori “in poltrona”. Ma il rapporto tra filosofia e scienze empiriche non è sempre idilliaco. “Nei secoli passati – spiega il filosofo Neil Levy, uno dei più prolifici e versatili nell’ambito analitico, in Italia in questi giorni –, la filosofia ha intrattenuto un serio dialogo con le scienze e alcuni filosofi erano a loro volta scienziati di spicco (si pensi, ad esempio, a Cartesio). Nel XX secolo, e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, la filosofia ha cominciato a distaccarsi dalle scienze. Sebbene un certo grado di indipendenza sia probabilmente necessario (i metodi della filosofia non sono identici a quelli della scienza), molti filosofi ora credono che questo divorzio abbia rappresentato un passo falso. Io appartengo a coloro che pensano che, su molte questioni, la possibilità di progresso richieda l’apporto delle discipline scientifiche”.

 Studioso dalle molteplici linee di ricerca, Levy ha legato precocemente il suo nome alla neuroetica, disciplina che nasce negli Stati Uniti nei primi anni 2000: «Nel 2007 ho pubblicato il libro Neuroetica (tradotto anche in italiano) e nel 2008 ho lanciato la rivista “Neuroethics”. La neuroetica nasce dalla stretta collaborazione tra neuroscienze e filosofia. Ha due focus differenti. In primo luogo, si occupa delle questioni etiche che emergono all’interno delle neuroscienze. Pensiamo alle preoccupazioni relative all’invasione della privacy che potrebbero derivare dalla nostra crescente capacità di “leggere” le menti con la tecnologia di scansione cerebrale. In secondo luogo, la neuroetica si occupa di come le scienze della mente possano aiutarci a rispondere alle tradizionali questioni filosofiche. Si pensi che molti problemi filosofici sorgono perché abbiamo due convinzioni in conflitto. Per esempio, molte persone trovano difficile rinunciare alla convinzione che gli esseri umani abbiano il libero arbitrio, ma trovano anche molto convincente l’idea che ogni azione sia determinata dalle leggi della natura. Le scienze della mente potrebbero aiutare a dimostrare che una di queste convinzioni è un pregiudizio psicologico non affidabile. Ad esempio, alcuni filosofi hanno argomentato che la credenza nel libero arbitrio deriva dalla forte emozione che proviamo quando contempliamo azioni ritenute sbagliate che hanno conseguenze rilevanti. Questo argomento è di matrice neuroetica nel momento in cui un filosofo utilizza metodi psicologici per sostenere la propria tesi (altri filosofi peraltro hanno utilizzato gli stessi metodi per sostenere la tesi opposta)». Fra le varie discipline che si intersecano con la neuroetica, Levy è interessato in particolare alla psicologia e a come questa può spiegare il fenomeno della disinformazione: «Lavoro sulle false credenze. Perché le persone convivono con la disinformazione? Ad esempio, perché così tante persone sono restie ad accettare i risultati e i metodi della scienza? In molti Paesi, abbiamo visto importanti forme di disinformazione affermarsi durante la pandemia di Covid-19, e le persone sono morte a causa di false credenze. Questo non è un fenomeno nuovo. Il tasso di vaccinazione tra i bambini era diminuito già molto prima della pandemia, e la disinformazione ne era una delle cause. Inoltre, la nostra incapacità di affrontare la crisi climatica è in parte derivata dal rifiuto della scienza. Che cosa spiega questi fenomeni? Il motivo per cui le persone accettano la disinformazione è oggetto di un vivace dibattito in psicologia».

 Secondo Levy, la teoria più diffusa è forse quella secondo cui le persone si comportano così a causa dei loro pregiudizi cognitivi o di qualche altra forma di fallimento della razionalità. «Ma la mia prospettiva è molto diversa - spiega -. Mi baso sugli studi relativi all’evoluzione culturale. Questi sottolineano che siamo essenzialmente animali sociali. Gran parte delle nostre conoscenze sono sociali: le generiamo insieme, e la capacità individuale di comprenderle autonomamente è spesso molto limitata. Poiché la conoscenza sociale è così importante per noi e per la nostra sopravvivenza, ci siamo evoluti per essere sensibili alle testimonianze: se qualcuno sembra più esperto di noi, o se sembra rappresentare il consenso su un certo tema, prendiamo molto sul serio ciò che dice. Allo stesso tempo, siamo sensibili alla possibilità di essere ingannati, quindi preferiamo le testimonianze di persone che condividono i nostri valori. Chi non li condivide potrebbe ingannarci o semplicemente non preoccuparsi di ciò che dobbiamo sapere. Ci sono abbondanti prove del fatto che abbiamo questo tipo di sensibilità, e personalmente sostengo che questo atteggiamento sia razionale».

 Ma – se ci si riflette - è anche tutto ciò di cui abbiamo bisogno per spiegare perché le persone accettano la disinformazione. «La accettiamo – afferma Levy – quando proviene da persone che pensiamo siano dalla nostra parte, ma che sono più esperte di noi. Questo non è irrazionale (le persone accettano le informazioni corrette esattamente per gli stessi motivi), né deriva dai limiti di coloro fra noi che esperti non sono. Tutti accettano le informazioni sulla stessa base, anche gli esperti, perché nessuno è esperto in più di un’area molto limitata. Qualcuno potrebbe essere un esperto in un particolare settore della chimica, della sociologia o della teologia, ma sono nella stessa posizione di tutti gli altri riguardo a ogni altra area di indagine».

 Le prospettive non sembrano molto rosee: «La mia idea, secondo cui gli esseri umani sono dopotutto animali razionali - continua Levy - è ottimistica sotto alcuni aspetti. Tutti rispondiamo alle prove e agli argomenti. Ma questi non sono indipendenti dalla posizione sociale e politica di chi li sostiene. Quando, ad esempio, uno scienziato del clima presenta dati che mostrano che gli aumenti di temperatura sono causati dalle emissioni di carbonio, alcune persone potrebbero razionalmente respingere le prove offerte. Questo non perché non le capiscano (probabilmente no, ma neanche la maggior parte di coloro che le accettano le capiscono davvero), ma perché la loro fiducia nei dati e nelle conclusioni è razionalmente sensibile a quella che ritengono sia l’identità politica dello scienziato e alla loro valutazione della probabilità della conclusione. Siamo animali razionali, ma non dovremmo concludere da ciò che, se solo insegnassimo il pensiero critico nelle scuole o garantissimo che tutti siano esposti a informazioni affidabili, tutti sarebbero d’accordo sui fatti. Non possiamo cancellare le nostre identità politiche e sociali, e gli agenti razionali rispondono alle prove e agli argomenti in modi che sono plasmati da queste identità». Come si può, dunque, pensare di combattere la disinformazione? «Per fare progressi – conclude Levy - su alcuni dei nostri problemi più difficili offrire più argomentazioni e prove non è sufficiente. Dobbiamo superare la profonda sfiducia che caratterizza le nostre società. E questo è un progetto essenzialmente politico. Dobbiamo riconoscere che questa sfiducia è troppo spesso giustificata: per esempio, le persone possono accettare certe teorie complottiste non fidandosi delle fonti ufficiali, e questo accade perché le istituzioni non hanno saputo rendere credibili quelle fonti. Superare la sfiducia richiede di offrire motivi per fidarsi, e ciò richiede un vero cambiamento politico».

 www.avvenire.it

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sabato 7 maggio 2022

TENERE GLI OCCHI APERTI


 SCUOLA
 Tra orsi, armadi e pregiudizi: così si impara a tenere gli occhi bene aperti

 In una scuola di Bucarest, nell’ora di narrativa, leggendo Buzzati e Lewis, i ragazzi hanno imparato a tenere gli occhi bene aperti

 -         Di Giulia Sponsa

-     Si avvicina, con giugno, la fine dell’anno scolastico e anche qui, alla scuola “Aldo Moro” di Bucarest, è d’obbligo tirare le somme del cammino percorso in questi mesi. Per me, che dopo parecchio tempo ho ripreso ad insegnare, si è trattato di un’esperienza davvero significativa tanto che i risultati sono tangibili.

Tra le numerose proposte rivolte ai ragazzi, l’ora settimanale di narrativa è stata forse la più stimolante.

Premetto che, durante tutta la mia carriera di insegnante, ho privilegiato sempre questo spazio, attribuendogli un valore altamente pedagogico. Fin dai primi anni di lavoro, avevo concepito la struttura di quest’ora in forma molto semplice: io leggevo e i ragazzi ascoltavano. Due le regole da rispettare: nessuno studente poteva disporre del libro che solo io avevo il compito di “gestire”; nessuno studente poteva interrompere la “magia” della lettura, salvo che per chiedere il significato di un vocabolo fino a quel momento a lui sconosciuto. Mai ho pensato di esigere dagli alunni la compilazione di schede con attività predefinite o, peggio, che producessero un qualche riassunto sul contenuto del libro in corso di lettura. Quell’ora doveva rappresentare un puro “piacere”. Ciascuno era chiamato poi a verificare se davvero era stata mantenuta la promessa: che cioè leggere poteva considerarsi un’avventura seria e che cominciare un libro era come varcare il confine di un territorio incontaminato nel quale inoltrarsi con curiosità e desiderio. Vietato mancare all’appuntamento!

È pur vero che, nel corso degli anni, il disamore per la lettura è cresciuto esponenzialmente, complice il dilagare della tecnologia; così i libri hanno perso, insieme alla carta, il loro fascino antico. Quand’ero piccola io, leggere veniva considerato un rito: il libro si toccava, si annusava, si sfogliava, ci si stupiva delle figure e dei disegni disseminati tra le pagine e destinati tutti a sollecitare l’immaginazione e la fantasia del lettore.

 

Potrà sembrare incredibile ma quest’anno, nella mia classe, è successo qualcosa di simile: intendo dire che la lettura ha rappresentato un’esperienza “gratuita”. La scelta è caduta su due testi perfettamente calzanti ad una prima media. Nei mesi autunnali, ci ha accompagnato Dino Buzzati con La famosa invasione degli orsi in Sicilia, nota fiaba che racconta della guerra tra il Granduca di Sicilia e re Leonzio, sovrano degli orsi. Con l’opzione successiva de Il leone, la strega e l’armadio, l’autore inglese C.S. Lewis ha saputo trasportarci nel mondo incantato della fantasy.

Se è vero come è vero che l’educazione è un rischio, anche in questo caso ho avuto modo di riscoprirlo: perché, mi sono chiesta, hai deciso di leggere proprio questi libri? Che ipotesi intendi verificare durante la lettura in classe? Dove vuoi portare i tuoi studenti senza necessariamente forzarli a guardare quello che tu hai già visto, ma lasciandoti piuttosto sorprendere da quello che loro saranno in grado di vedere?

Con queste domande e un po’ di trepidazione, siamo partiti…

E così, partecipando alle avventure degli orsi, abbiamo scoperto insieme quanto dannoso sia trincerarsi dietro il pregiudizio. Ogni pagina del libro puntualmente lo documentava: se nei primi capitoli, in forza del pregiudizio che gli umani nutrivano verso gli orsi, erano questi ultimi le vittime designate, col procedere degli eventi i ruoli si andavano via via capovolgendo ed era il popolo degli orsi che, conquistato il potere, assumeva nei confronti della realtà un approccio pregiudiziale. Riscontrare poi in classe, nei rapporti tra compagni, posizioni analoghe e poterle insieme riconoscere e giudicare è stata l’occasione per un ulteriore arricchimento.

Anche il libro di Lewis non ha tradito le aspettative: sfidare la mentalità dominante sull’uso della ragione è un rischio che prima o poi si deve correre. I due dialoghi che – in apertura e in chiusura del libro – intrattiene il professore con i quattro giovani protagonisti della storia, sono stati una pista preziosa per accorgersi di come anche il mondo della fantasia possa, a pieno titolo, riguardarci: il regno di Narnia che esiste oltre l’armadio rappresenta l’orizzonte sconfinato del proprio cuore: dopo averlo per la prima volta scoperto, capiterà, un domani, di ritornarci: “Non cercate di andarci di proposito – raccomanda il professore –. Vi capiterà di tornarci quando meno ve lo aspettate. Non parlatene troppo neanche tra voi quattro; agli altri non dite nulla a meno che non vi succeda di incontrare quelli che hanno avuto avventure simili alle vostre. Come farete a riconoscerli? Lo capirete subito e il segreto verrà fuori da solo. Tenete gli occhi bene aperti!”.

Tenere dunque bene aperti gli occhi: un’indicazione di metodo che conosciamo. Chissà se, conservando tale attenzione, diventeremo capaci un giorno di metterci noi al “seguito” degli studenti, fino ad “annotare”, di loro, quello che, imprevedibilmente, ci fa sobbalzare.

 Il Sussidiario

venerdì 21 gennaio 2022

A SCUOLA SI FA MEMORIA

LINEE GUIDA CONTRO L'ANTISEMITISMO

27 gennaio

GIORNATA DELLA MEMORIA

 Scuola, presentate al Ministero le Linee guida contro l’antisemitismo. Bianchi: “Sono strumento per fare memoria e costruire un futuro di pace e rispetto”. Santerini: “Aiuteranno gli insegnanti ad affrontare i pregiudizi antichi e nuovi”

Sono state illustrate nella sede del Ministero dell’Istruzione, alla presenza del Ministro Patrizio Bianchi, le Linee guida contro l’antisemitismo nella scuola che nei prossimi giorni saranno inviate agli Istituti scolastici con una circolare.

Le Linee guida sono il frutto dell’iniziativa della Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Milena Santerini, che ha guidato il lavoro di un Comitato tecnico-scientifico paritetico presso il Ministero, nell’ambito di un Protocollo d’intesa siglato il 27 gennaio scorso tra Ministero dell’Istruzione, Coordinatrice Nazionale per la lotta all’antisemitismo e UCEI (Unione Comunità Ebraiche italiane).

Il documento, sulla base del lavoro svolto in questi anni dalle scuole italiane per conservare e trasmettere la memoria della Shoah, ha lo scopo di affrontare in chiave attuale i pregiudizi e le nuove forme di antisemitismo tra i giovani, aprendo una riflessione con gli insegnanti, le studentesse e gli studenti sulla prevenzione e il contrasto di questo fenomeno.

“A scuola si fa memoria. E a scuola si costruiscono, insieme, partendo dall’analisi del passato, un presente e un futuro di pace, partendo dal rispetto per l’altro”, ha sottolineato il Ministro Patrizio Bianchi. “Queste Linee guida si inseriscono in un lungo percorso che la scuola italiana sta facendo da tempo su questi temi. Percorso che ora si arricchisce di un nuovo prezioso strumento”.

“Queste Linee guida possono aiutare gli insegnanti ad affrontare i pregiudizi antichi e nuovi che indeboliscono la convivenza a scuola e nella società”, ha spiegato Milena Santerini.

 Le allegate “Linee guida” esaminano le principali forme  dell’antisemitismo contemporaneo; forniscono elementi per l’individuazione precoce di possibili criticità in ambito scolastico; riportano dettagliati riferimenti bibliografici e suggeriscono percorsi formativi; descrivono unità di apprendimento pluridisciplinari, coerenti con la Legge 20 agosto 2019, n.925 e le Linee Guida per l’Educazione Civica, adottate con Decreto Ministeriale 22 giugno 2020, n.35. “

Al link il testo del documento e la nota del Ministero che lo accompagna.

Comunicato 



 

 

sabato 11 dicembre 2021

INTOLLERANZA E DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA


Santa Sede all’Osce: 

combattere intolleranza e discriminazione religiosa

“I crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale": lo ha detto l'Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Osce, intervenuto il 9 dicembre ad una riunione dell’organismo europeo

- Isabella Piro – Città del Vaticano

Crescono in Europa l'intolleranza e le discriminazioni motivate da antisemitismo e pregiudizi religiosi: a lanciare l’allarme è monsignor Janusz Urbańczyk, Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna), nel corso della 1348.ma riunione del Consiglio permanente dell’organismo, svoltasi il 9 dicembre. Il presule sottolinea, in particolare, che “i crimini anticristiani non sono più un fenomeno marginale”; pertanto, tutti gli Stati membri sono invitati ad affrontare “senza pregiudizi o selettività gerarchica” tali fenomeni contro cristiani, ebrei, musulmani e membri di altre religioni.

No ad approcci parziali

Non solo: gli ultimi dati raccolti, sottolinea il presule, indicano che “le comunità cristiane sono ampiamente vittime di crimini d'odio e di incidenti motivati da pregiudizi anti-religiosi anche negli Stati in cui esse sono in maggioranza”. Nel 2020, infatti, in Europa, sono stati segnalati 980 casi di crimini d’odio contro i cristiani, quasi il 25 per cento del totale, ovvero più di qualsiasi altro gruppo religioso e con un aumento di quasi il 70 per cento rispetto all'anno precedente. Per questo la Santa Sede auspica “la stessa attenzione per tutte le forme di intolleranza religiosa e di discriminazione”, indipendentemente dal fatto che siano dirette contro maggioranze o minoranze. In sostanza, afferma l’Osservatore permanente, bisogna escludere “qualsiasi approccio parziale o selettivo”.

In aumento attacchi contro luoghi di culto

C’è poi un altro numero in crescita ed è quello degli “attacchi terroristici, crimini d'odio e altre manifestazioni di intolleranza che prendono di mira sinagoghe, moschee, chiese, luoghi di culto, cimiteri e siti religiosi”. Di qui il richiamo del presule all’Osce affinché si elaborino linee guida specifiche per garantire “la sicurezza delle comunità cristiane, in aggiunta e sulla base di quanto già svolto” per la tutela delle comunità ebraiche e musulmane.

Preconcetti e stereotipi sulla fede

Per conto della Santa Sede monsignor Urbańczyk si dice preoccupato anche per l’intolleranza e le discriminazioni crescenti che deve affrontare “chi vuole vivere e agire secondo coscienza, ispirato dal proprio credo religioso”. In questo caso, spiega il presule, entrano in gioco “stereotipi negativi sulla fede”, secondo cui “i comportamenti di ispirazione religiosa, come la circoncisione, la macellazione rituale, l'abbigliamento religioso o l'obiezione di coscienza non dovrebbero avere spazio nella società moderna e secolarizzata”. Ma questi sono “preconcetti”, afferma l’Osservatore permanente, preconcetti che “ignorano che la religione può essere un fattore positivo e stabilizzante per le nostre democrazie”.

Tutelare libertà di religione

Per questo, conclude il presule, la Santa Sede sostiene l’impegno dell’Osce contro il razzismo, la xenofobia, l'antisemitismo, l'intolleranza e la discriminazione contro i musulmani, i cristiani e i membri di altre religioni e ribadisce che tale impegno “non può essere separato da quello in favore della libertà di religione o di credo”.

Vatican News



 

sabato 15 maggio 2021

L'AMBIGUA PEDAGOGIA DELLA LEGGE ZAN

 Un testo simbolico 

e pedagogico

- di Giuseppe Savagnone*

Il disegno di legge Zan è stato oggetto di innumerevoli commenti, favorevoli o negativi, concentrati, nella stragrande maggioranza, sugli effetti giuridici – opportunità dell’inasprimento delle pene nelle fattispecie indicate, rischio di censura delle opinioni divergenti – che esso avrà dopo la sua ormai probabile approvazione anche in Senato. E, su questo terreno, i difensori del provvedimento hanno abbondato nel fornire spiegazioni e garanzie a prima vista inoppugnabili.

Pochi, invece, per quanto ne so, hanno evidenziato il fatto che la vera posta in gioco, qui, non sono gli anni in più o in meno che un eventuale omofobo violento dovrebbe scontare, e neppure il diritto di chi non è d’accordo di dirlo apertamente, ma il carattere fortemente simbolico e pedagogico che la nuova legge avrà.

La legislazione di un Paese non mira solo a regolamentare singole situazioni, bensì a influenzare la mentalità e il costume, plasmando così il volto di una società e delle persone che vivono in essa. Le norme giuridiche, insomma, in quanto rendono lecito o illecito un certo comportamento, additandolo pubblicamente come espressione di un valore o di un di-valore, hanno anche una funzione educativa. Aristotele non faceva che dar voce al buon senso quando scriveva che «i legislatori rendono buoni i cittadini creando in loro determinate abitudini» (Etica Nicomachea, 1103 b).

I veri effetti del disegno di legge

Per questo, a quanti fanno notare che già nel nostro codice penale è ampiamente assicurata una tutela dei diritti delle persone – inclusi, ovviamente, gli omosessuali –, e che questa nuova normativa è dunque superflua, i sostenitori della legge Zan replicano che manca però una specifica menzione – con relativo aggravamento di pena – dei reati legati all’omofobia, che è presente nella legislazione di molti altri Paesi , e che è in gioco un problema di “civiltà”.

Non basta, insomma, che gli individui siano tutelati come persone: sono la loro «identità sessuale» e i loro «orientamenti sessuali» che devono esserlo, additandoli come valori riconosciuti dalla collettività e ormai indiscutibili.

Il problema della censura molto probabilmente non si porrà nemmeno. Che si levino ancora le voci scandalizzate dei reazionari e dei bigotti non potrà sminuire il salto di qualità che la figura di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali acquisterà, con una legge in cui se ne sancisce solennemente la perfetta “normalità” e la piena equiparazione dei loro comportamenti a quelli eterosessuali.

Con una immediata, evidente ricaduta sull’immagine condivisa della famiglia, prima ancora che sul suo regime giuridico, a cominciare dal diritto morale, proprio di ogni coppia, di avere dei figli. Con tutti i mezzi a disposizione, come si ritiene legittimo per gli sposi etero, e quindi, in linea di principio, anche ricorrendo a quello, già ampiamente usato in altri Paesi “civili”, dell’utero in affitto (nel nostro ancora escluso dalla legge).

Se si guarda alla legge Zan sotto questo profilo, cogliendone il significato “educativo”, si capisce che i suoi effetti non si manifesteranno nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa.

Nelle scuole (elementari incluse), a tappeto

Acquista allora il suo pieno significato l’art. 6, che istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia – che sarà celebrata il 17 maggio – in cui saranno sono organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole».

Quale messaggio sarà proposto in questa occasione e in tutte le alte che indubbiamente, all’ombra di quella, si moltiplicheranno? È abbastanza ovvio. Che è una questione di “civiltà” riconoscere la perfetta equiparazione etica e giuridica tra omosessualità ed eterosessualità. E poiché espressamente si è voluto che questo messaggio giungesse non solo agli studenti della scuola secondaria, maggiormente in grado di valutarlo criticamente, ma a quelli di ogni orine e grado, fin dalle elementari, gli effetti, in termini di condizionamento, sono garantiti. Né sarà possibile sottrarre i propri figli più piccoli a questa campagna “civilizzatrice”, perché in Parlamento è stato espressamente respinto un emendamento che chiedeva fosse introdotta la condizione del consenso dei genitori.

Dal rispetto per le persone omosessuali alla cultura dell’indifferenza sessuale

Si può capire l’impegno dei sostenitori del disegno di legge. La nostra storia passata e presente è piena di «pregiudizi, discriminazioni, violenze» nei confronti di gay, lesbiche, transessuali. Le persone omosessuali sono state – e spesso sono ancora – derise, umiliate, emarginate, a volte anche perseguitate. Le si è costrette a nascondersi, a mascherare la loro vera identità e a darle libera espressione solo nell’oscurità di ambienti ambigui e violenti, privati del diritto di avere una vita affettiva – non solo sessuale! – come tutti gli altri. E ancora oggi suscita scandalo in tanti la presa di posizione di papa Francesco, quando afferma che «gli omosessuali sono figli di Dio», esattamente come gli etero, portatori come loro dell’immagine di Dio impressa nei loro volti.

Si capisce allora che alla base del disegno di legge ci sia non solo e non tanto la volontà di combattere, assumendoli come reati formali, comportamenti spregevoli ancora tristemente riscontrabili nella cultura diffusa, ma quella di rivendicare la dignità umana di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Su questo nessuno, tanto meno i credenti, potrebbe e dovrebbero avere nulla da obiettare.

Il guaio è che, nel difendere i diritti degli omosessuali, il disegno di legge – come abbiamo appena visto – pone le basi per una educazione capillare e totalitaria alla cultura dell’indifferenza sessuale. Che non è soltanto in contrasto con le tradizioni morali degli italiani, ma porta in sé delle intrinseche ombre su cui sarebbe meglio riflettere.

L’«identità di genere» in discussione

Lo hanno denunziato ben 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica, inaspettatamente contrarie all’approvazione della legge, che hanno sottolineato i pericoli insiti in un concetto cardine del testo (ma anche, in realtà, di tutta la teoria del gender), che è quello di «identità di genere».

«Per “identità di genere”», spiega il disegno di legge ««si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso». Ma, sganciando l’identità di genere da quella, biologica del sesso – dice un documento di queste associazioni – «si vuole che la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – venga fatta sparire. È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere», rendendo insignificante il ruolo dei sesso biologico ed esponendosi ad ogni sorta di confusione.

«In California» – si legge nella stessa nota delle associazioni femministe – «261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili. Il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene quindi il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”».

Il racconto dei corpi

È in realtà un problema che i critici delle concezioni centrate unilateralmente sul “genere” hanno da sempre sollevato e che risorge ogni volta che, dal rispetto per le presone omosessuali, si passa alla teorizzazione dell’omosessualità come equivalente alla eterosessualità. I corpi, con la loro struttura biologica morfologica, hanno un loro racconto che deve essere ascoltato e non può essere messo tra parentesi, affidandosi solo a una esperienza soggettiva come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso».

Forse su questo potrebbero trovare un punto d’incontro le associazioni femministe e la Conferenza Episcopale Italiana, se provassero a dialogare invece di ignorarsi (o peggio) a vicenda. Entrambi pensano che i corpi – quello delle donne come quello degli uomini – non possono essere liquidati come puri meccanismi biologici. Essi meritano di essere rispettati e valorizzati, nella consapevolezza che l’identità sessuale completa di una persona non dipende solo dalla sua struttura corporea, ma anche nella certezza che non può prescindere da essa.

È forse troppo tardi per fermare la campagna a favore dell’approvazione della legge Zan. Ora che Fedez si è pronunciato… Ma non lo è per riprendere, in un dialogo costruttivo – anche se affrontato con la chiara coscienza dei differenti punti vista – il punto centrale evidenziato nel documento delle associazioni femministe. Sarebbe un modo per i cattolici di uscire da un isolamento culturale che le apocalittiche denunzie, da parte di alcuni di loro, non fanno che evidenziare, e per chi ha a cuore l’identità della donna di confrontarsi con una tradizione di pensiero che forse, se si è capaci di superare radicati pregiudizi, ha qualcosa da dire anche a loro.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

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domenica 16 agosto 2020

PIENI DI STEREOTIPI e PRIVI DI SENSO CRITICO .... DOVE CI PORTA IL "SENSO COMUNE" ...


Ci riteniamo tutti psicologi, sociologi e capaci di leggere il mondo.
Un libro di due studiosi della personalità mette in relazione quel che crediamo di essere  con ciò che siamo realmente e ne emerge una potente critica al cosiddetto senso comune e "buon senso".

di GIUSEPPE O. LONGO

Quello che siamo e quello che crediamo di essere. È il tema arduo affrontato in Si fa presto a dire psicologia (Il Mulino, pagine 184, euro 14). Un agile volumetto in cui gli autori Paolo Legrenzi, Alessandra Jacomuzzi mettono a confronto la psicologia spicciola, quotidiana, del senso comune e del buon senso con la psicologia scientifica, basata sugli esperimenti. La psicologia è una disciplina piuttosto singolare: mentre per leggere con profitto un testo di chimica o di matematica si richiede una qualche nozione di base, quando si tratta di psicologia ci sentiamo tutti un po’ psicologi. Presunzione giustificata dal fatto incontestabile che nella quotidianità il buon senso (che diviene senso comune quando sia condiviso) è più che sufficiente per farci condurre una vita generalmente dignitosa. Di fatto, a differenza di altre discipline, la psicologia popolare non ha bisogno della scienza: pertanto è sorprendente che, partendo dai comportamenti delle persone, si possano escogitare esperimenti in grado di mettere in luce meccanismi mentali inattesi. Si è quindi indotti a chiedersi se esista una realtà mentale più profonda di quella che ci guida abitualmente. E ancora: la nostra mente, in migliaia di anni di evoluzione, si è strutturata per cercare la verità, oppure per interagire in modo soddisfacente con gli altri, magari ingannandoli e ingannando persino noi stessi? E se è vera la seconda alternativa, quali svantaggi comporta nel mondo contemporaneo una mente che non si è selezionata per ricercare la verità?
Nel libro gli esperimenti che mettono a nudo i meccanismi profondi della mente sono suddivisi in sei capitoli, dedicati rispettivamente alle illusioni della percezione, della realtà, della razionalità, dell’emotività, della conoscenza e dell’autonomia. Il capitolo dedicato alle illusioni percettive, per esempio, raccoglie una varietà di esperimenti escogitati da vari studiosi, tra cui, a Trieste, Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi. Alla domanda soggiacente: come facciamo a formare di un oggetto un’immagine piuttosto che un’altra, diede una risposta Max Wertheimer, il padre della psicologia della Gestalt, secondo la quale il tutto è diverso dalla somma delle parti. Circa un secolo fa Wertheimer identificò alcune leggi grazie alle quali, quando siamo davanti a una molteplicità di stimoli visivi diversi, riusciamo a creare delle figure organizzate e autonome.
Merita soffermarsi sulle conclusioni del volume, ricche di osservazioni, di notizie e di aneddoti che aiutano a collocare in prospettiva l’impostazione del trattatello. Psicoterapia, ipnotismo, affabulazione, impostazione evoluzionista sono presentate con stringata efficacia e corroborano quello che agli autori appare come il punto cruciale del libro: il passaggio dal buon senso al senso critico. La psicologia quotidiana, o «ingenua», che corrisponde al senso comune, funziona molto bene in un mondo dove non occorre diffidare delle apparenze e domandarsi se il mondo è davvero quello che si presenta ai nostri occhi. Oggi tuttavia il mondo è molto più complesso del mondo che ha foggiato il nostro cervello, e uno dei caratteri degli oggetti complessi è che nessuna singola descrizione, nessun punto di vista particolare ne esauriscono la ricchezza. Gli esperimenti sono il miglior modo per verificare o confutare (Popper direbbe «falsificare») le ipotesi sul funzionamento del mondo. Se è vero che l’esperimento è lo strumento migliore per indagare la realtà, è anche vero tuttavia che gli strumenti non ci conducono mai a risposte complete e definitive e il buon senso riempie, per così dire, i buchi della nostra ignoranza.

Inoltre, osservano gli autori, la scienza ha un grande vantaggio sul buon senso: riesce a sorprenderci, e la sorpresa accompagna la scoperta della 'magia' della realtà, ma è anche legata ai dubbi, nel senso che avremmo meno sorprese se ci fossimo dotati di più cautele e di più dubbi. «Il buon senso tende a dare per scontato che il futuro sia una replica del passato e che le cose, quando cambiano, mutino molto lentamente. Oggi il mondo cambia molto più rapida- mente che in passato e una mentalità sperimentale, centrata sul dubbio, riesce a ridurre la quantità di sorprese, di situazioni cioè in cui ci accorgiamo che il senso comune non è sufficiente, che le idee dei più sono sbagliate». D’altra parte la conoscenza ricavata dagli esperimenti non deve farci abbandonare il buon senso, piuttosto deve contribuire ad arricchirlo. Il buon senso arricchito è spesso una buona difesa contro il senso comune, che tende ad alimentare i pregiudizi e gli stereotipi.
Da ultimo, Legrenzi e Jacomuzzi fanno alcune considerazioni penetranti sul dibattito relativo ai cambiamenti climatici. Mentre il nostro cervello è erede e specchio di un passato lontano e gli è difficile adeguarsi a un mondo che cambia tanto rapidamente, la scienza ci aiuta a capire e a misurare i cambiamenti, ma non ci dice che cosa dobbiamo fare in queste condizioni di rischio. Tuttavia combinando la scienza col buon senso, ricorrendo cioè al buon senso arricchito, possiamo comprendere perché si debbono adottare certi provvedimenti e anche perché la nostra mente, se abbandonata al buon senso spontaneo e ingenuo, non ci spinge ad adottarli.




mercoledì 4 dicembre 2019

DISABILITA'. IL PAPA CI INVITA A SUPERARE I PREGIUDIZI

Nel Messaggio per la Giornata mondiale delle persone con disabilità, Papa Francesco ci esorta - tra le altre cose - a "fare strada insieme" alle persone con disabilità. Un invito che solo “facendo rete è possibile affrontare”, come spiega suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

di Emanuela Campanile - Città del Vaticano

Suor Veronica Donatello, della Congregazione delle Suore Francescane Alcantarine, da sempre è impegnata nell’inclusione e partecipazione attiva delle persone con disabilità perchè, come dice lei stessa, è "figlia e sorella di persone con disabilità". Una realtà, dunque, che conosce e che l'ha "accompagnata e formata". Attualmente, è responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei. Ed è proprio con suor Veronica, che rileggiamo il MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO diffuso in occasione della Giornata mondiale delle persone con disabilità. 
Suor Veronica, il Papa nel Messaggio di ieri ci esorta a "fare strada insieme" alle persone con disabilità e a "ungerle di dignità per una partecipazione attiva alla comunità civile ed ecclesiale". Il Papa ci interpella, ma non le sembra un compito che va oltre le forze del singolo? Come può essere sostenibile?
R. – Credo che insieme possiamo fare rete non solo per riconoscere i diritti – che è il primo segno di un Paese civile – ma per permettere di poter partecipare. Il Papa parla della loro biografia, del permettere loro di narrarsi, di raccontarsi. Spesso chi lavora con loro sa che cosa hanno, fa la diagnosi, ma non sa chi sono, non conoscere i loro desideri. Quello che ti rende uomo questo, ti rende umano è il fatto di esser riconosciuto come persona in tutti gli aspetti e non solo in alcuni aspetti della vita. È molto bello quando il Papa parla di farsi compagni, di condividere insieme.
Ancora Papa Francesco. Dice che la conversione ce la insegna il Vangelo; "ci insegna la capacità di conoscere la dignità di ciascuno, ben sapendo -  cito sempre il Papa - che essa non dipende dalla funzionalità dei cinque sensi". In pieno spirito fariseo, le chiederei se c’è un passo specifico che può essere per noi monito, di quelli da leggere e rileggere oppure se è qualcosa di molto più complesso …
R.- Ma io credo che dall’Antico Testamento al nuovo Testamento abbiamo una misura su cui muoverci. Il Papa dice che non esiste una vita di serie A e una vita di serie B e questo è un peccato grande da cui nessuno credo sia esente. Ritengo che il nostro compito non è usare criteri di abilità o di abilismo, ma accogliere l’atro in quanto persona. Ad un certo punto, il Papa dice che la discriminazione è una delle cose più brutte, quindi non è vero che chi ha i cinque sensi è perfetto o ha una vita piena, sana e felice. Credo che il Vangelo stesso parli della gioia piena. Penso che le persone con disabilità ci possano insegnare cosa è vero. A volte mi chiedo, pensando agli adulti con disabilità -  il Papa ne parla - : ma quali sono i nostri criteri veri? Successo, lavoro matrimonio, una vita senza problemi.
Forse loro, i disabili, ci insegnano che c’è un altro modo di essere adulti e di poter gioire e di poter servire. Sono convinta che veramente ci insegnano, ci umanizzano” -
Eppure c’è tanta gente che ha tutto questo e non ha vita gioiosa, piena. Forse loro ci insegnano che c’è un altro modo di essere adulti e di poter gioire e di poter servire. Sono convinta che veramente ci insegnano, ci umanizzano. Credo che questo sia uno dei loro grandi doni. Ad un certo punto il Papa dice una cosa molto bella: uno dei problemi grandi è il grande pregiudizio, l’idea che ho dell’altro oppure la lettura della diagnosi dell’altro. Allora, superiamo queste barriere. Pensiamo che il Papa scrive a tutto il mondo … È molto bello perché cammini sono stati fatti, in ogni nazione sono stati fatti piccoli passi. Però non basta. Lui in un passaggio chiave dice che le persone con disabilità hanno bisogno non solo di esistere: chiedono anche di appartenere. E questo ci invita, come Chiesa, a renderci conto che in virtù del Battesimo, come disse Papa Benedetto incontrando le persone con disabilità, loro appartengono alla comunità e sono chiamati a costruire la comunità.
Fare buone le leggi e abbattere le barriere fisiche è importante, ma non basta, se non cambia anche la mentalità, se non si supera una cultura diffusa che continua a produrre disuguaglianze, impedendo alle persone con disabilità la partecipazione attiva nella vita ordinari” - Papa Francesco”

Una suora "Cavaliere"
Nel 2016, suor Veronica Donatello è stata tra le quaranta persone, donne e uomini, ai quali il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito onorificenze al Merito della Repubblica Italiana. Si tratta, come diffuso dal comunicato del Quirinale, di “donne e uomini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nell’integrazione, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella promozione della cultura, della legalità e per il contrasto alla violenza. Il presidente Mattarella ha individuato, tra i tanti esempi presenti nella società civile e nelle istituzioni, alcuni casi significativi di impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani”. Nel caso specifico di suor Veronica, la motivazione recita: "Per il suo contributo nella piena inclusione delle persone con disabilità”.


venerdì 19 ottobre 2018

CRISTO SI E' FERMATO A LODI

Siamo davanti all’inaugurazione di una politica che, sotto i pretesti più vari e in nome del fatidico «Prima gli Italiani!», è destinata, a livello nazionale come a quello degli enti locali, a moltiplicare episodi come quello di Lodi.

di Giuseppe Savagnone

Probabilmente il caso di Lodi verrà ricordato nei libri di storia come il primo episodio esplicito e conclamato di discriminazione etnica in Italia, dopo la fine del fascismo. Vale perciò la pena di ricordarne brevemente i termini.
Tutto ha inizio nell’estate del 2017, quando la sindaca Sara Casanova – appena eletta con la Lega – firma una delibera che modifica le regole per beneficiare, nelle scuole cittadine, delle tariffe agevolate per la mensa scolastica e per lo scuolabus. Fino a quel momento i requisiti per goderne erano stabiliti in base all’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE), un indice che in estrema sintesi serve a stabilire la ricchezza di una famiglia. Per l’anno scolastico 2018-2019, quello iniziato poche settimane fa, la delibera prevede che i genitori nati fuori dall’Unione Europea debbano invece presentare una ulteriore documentazione, che attesti la loro nullatenenza nel paese di origine. Si noti che i bambini coinvolti – fra i due e i trecento – sono quasi tutti nati in Italia, mentre le loro famiglie ci sono per lo più arrivate con i mezzi di fortuna che conosciamo, fuggendo dai loro paesi e magari rischiando la vita nelle acque del Mediterraneo.
È appena il caso di dire che per questi genitori produrre la documentazione richiesta dal Comune è stato più impossibile che difficile. Da qui l’esclusione dei loro figli dalla lista degli aventi diritto alla mensa e all’autobus gratuiti e l’obbligo, per fruirne, di versare 5 euro a pasto per il primo servizio, 210 euro al trimestre per il secondo. E poiché le famiglie in questione non sono in grado di pagare simili cifre, per quanto non astronomiche, i bambini hanno dovuto essere accompagnati a scuola dai genitori, che sono stati anche costretti a riprenderli all’ora di pranzo per farli mangiare a casa. Mentre i figli degli italiani viaggiavano e mangiavano alla mensa gratis. Anche lo yogurt fornito a merenda durante a ricreazione è stato dato solo ai “cittadini”. Dimenticavo: due scuole hanno permesso eccezionalmente ai bambini di portarsi il cibo da casa, però mangiando in aule separate dalla mensa comune.
Un incidente, dovuto alla mancanza di misura e alla sprovvedutezza di una singola persona? Non sembra. Lo dimostrano inequivocabilmente gli sviluppi che la vicenda ha avuto quando la stampa ne ha dato notizia. Per la verità, il presidente della Camera, Roberto Fico, leader della sinistra dei 5stelle, appreso l’accaduto, ha stigmatizzato la decisione della sindaca leghista e proposto un’immediata soluzione: «Bisogna chiedere scusa ai bambini e farli tornare a mensa». Ma Fico non fa parte del governo ed è a quest’ultimo, non al presidente della Camera, che tocca stabilire gli indirizzi politici che l’Italia seguirà nel prossimo futuro. Lo ha ricordato, con parole sprezzanti, il capogruppo leghista di Montecitorio, Ricardo Molinari. E lo ha ribadito, con altrettanta asprezza, il vicepremier e ministro degli Interni Matteo Salvini: «Faccia il presidente della Camera!», annunciando al contempo una sua visita a Lodi per esprimere alla sindaca la sua piena solidarietà.
Per chi ha seguito in questi primi mesi l’attività del governo e ne ha potuto constatare le dinamiche interne, il pronunciamento di Salvini assume un significato particolare. Da quando il “governo del cambiamento” è andato al potere, il segretario della Lega parla a nome del premier e degli altri ministri, prendendo perentoriamente posizione sulle questioni più varie, dai rapporti con gli altri Stati ai problemi della scuola, dai vaccini alla riforma fiscale. Il suo appoggio alla sindaca di Lodi – la cui delibera, del resto, è coerente con quanto la Lega da molti anni proclama, e che ora è in grado finalmente di realizzare – lascia dunque intravedere un progetto destinato a imporsi, in questo come in tanti altri casi, sui remissivi alleati 5stelle.
          Siamo davanti, insomma, all’inaugurazione di una politica che, sotto i pretesti più vari e in nome del fatidico «Prima gli Italiani!», è destinata, a livello nazionale come a quello degli enti locali, a moltiplicare episodi come quello di Lodi. Non risulta che gli indici di gradimento di Salvini, prossimi al 60% degli italiani, abbiano avuto delle significative flessioni, in seguito a questo episodio. Possiamo dunque supporre che il numero delle persone definibili con la formula «Io, per carità, non sono razzista, ma…» sia molto cresciuto dal tempo delle elezioni e sia ormai tale da assicurare alla Lega e al suo leader un radioso futuro.
Tuttavia, le cronache segnalano che, in questa occasione, si sono verificati due fatti, anch’essi emblematici. Uno è stato che il Coordinamento Uguali Doveri di Lodi, venuto a conoscenza della situazione, ha lanciato una campagna di raccolta fondi per pagare i buoni pasto dei bambini esclusi. E con risultati sorprendenti: in poche ore sono stati accreditati sul conto dedicato più di 60mila euro. L’altro, che un dirigente scolastico, da poco trasferito a Lodi dal quartiere palermitano di Brancaccio, dove aveva prestato servizio l’anno scorso, ha deciso di disobbedire alla delibera e di ammettere egualmente tutti i bambini alla mensa.
Siamo dunque di fronte al delinearsi di due Italie diverse e contrapposte, quella dei «Io non sono razzista, ma…» e quella dei «Io non sono razzista, perciò…».
La contrapposizione non è tra “cattivi” e “buoni”. I primi quando tornano a casa accarezzano i propri bambini, come i secondi, e raccomandano loro di essere buoni; i secondi conoscono ovviamente anche loro, in famiglia, sul lavoro, nella vita di ogni giorno, comportamenti sbagliati e contraddizioni. Non serve a molto, per capire cosa sta succedendo, demonizzare gli uni come “razzisti” o deridere i secondi come “buonisti”. Prendiamo atto che siamo davanti al delinearsi di due diverse visioni della persona e della/e comunità degli uomini, che stanno dividendo l’Italia come forse non era accaduto da molto tempo a questa parte.
Quello che non sono disposto a concedere è che esse siano entrambe compatibili col cristianesimo. Salvini ha il pieno diritto di ricordare il suo essere un padre affettuoso, ma non di appellarsi al Vangelo, rivendicando il merito di difendere l’identità cristiana del nostro Paese di fronte all’invasione dell’Islam. Non c’è visione più lontana dal messaggio di Gesù di quella che discrimina gli esseri umani in base a criteri etnici, giuridici o religiosi. La parabola del buon samaritano, altrimenti, andrebbe riscritta. All’odiato straniero il soccorritore dovrebbe dire, nella nuova stesura: «Prima i samaritani», e passare oltre. E Gesù, se si fosse messo nei panni della sindaca leghista di Lodi, oggi dovrebbe esortare i discepoli, che vogliono liberarlo dalla pressione dei bambini: «Lasciate che i piccoli – ma solo gli italiani – vengano a me». Tanti anni fa, Carlo Levi scrisse un romanzo per descrivere l’arretratezza del Sud, intitolato «Cristo si è fermato ad Eboli». Oggi Cristo sembra essere stato bloccato molto più a nord.

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