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mercoledì 29 luglio 2026

VOLONTARI PER CRESCERE

 


Il volontariato, scuola 
di relazioni


TEMPO DONATO 

PER CRESCERE


-         di STEFANO VICARI

Molti adolescenti oggi raccontano di sentirsi soli. Non sempre usano questa parola. A volte lo dicono con il ritiro, con l’insonnia, con l’irritabilità, con la fatica a uscire o con il bisogno continuo di essere rassicurati. È una solitudine che può convivere con centinaia di contatti, messaggi continui e una presenza digitale permanente. Si può essere sempre raggiungibili e sentirsi raramente cercati. Avere molti contatti e non sapere a chi rivolgersi quando si sta male.

Le ragioni sono molte. Ma un punto appare evidente: molti adolescenti sono poco aiutati a costruire relazioni nella vita reale. Le loro giornate sono spesso piene di attività, ma molte seguono una logica competitiva. Riuscire, emergere, dimostrare, ottenere risultati. Così anche la relazione rischia di trasformarsi in confronto, esposizione e ricerca di conferme.

L’estate, con la chiusura della scuola e la sospensione dei ritmi abituali, può offrire uno spazio diverso. Non per riempire ogni momento con nuovi impegni, ma per domandarci quali esperienze proponiamo ai ragazzi per stare con gli altri. Non basta chiedere loro di spegnere il telefono. Occorre offrire alternative credibili, luoghi in cui la relazione non passi attraverso un profilo, un’immagine, un voto o un like; luoghi in cui si possa essere presenti senza esibirsi, collaborare senza dover vincere, sentirsi parte senza essere continuamente valutati.

Il volontariato può essere uno di questi luoghi. Non una terapia contro la solitudine, non un dovere morale o un titolo da spendere nel curriculum. Il suo valore sta nell’offrire ai ragazzi e alle ragazze uno spazio in cui la relazione si sperimenta, non si predica.

Chiede di esserci per qualcuno, di donare tempo, di incontrare una realtà diversa dalla propria.

Donare tempo significa uscire, almeno per un momento, dalla logica del rendimento. Significa fare qualcosa che non produce subito un vantaggio personale e non si misura in voti, follower o riconoscimenti. In una fase della vita in cui l’identità è ancora in costruzione, sentirsi utile a qualcuno diventa una forma concreta di riconoscimento. Non quello fragile dello sguardo digitale, che approva e dimentica in pochi secondi, ma quello più profondo di una relazione reale, di qualcuno che ti aspetta, che ha bisogno della tua presenza e che si accorge se non ci sei.

Anche lo sport, il teatro, la musica e la vita associativa possono costruire legami. Nel volontariato, però, la relazione nasce intorno a un compito condiviso. Nel confronto con i bisogni, i tempi e le fragilità dell’altro, un ragazzo può scoprire capacità che non sapeva di avere e limiti con cui imparare a fare i conti.

Il volontariato permette inoltre di sottrarsi alla frammentazione continua.

Molti adolescenti vivono giornate interrotte da notifiche, messaggi e video brevi. Donarsi agli altri richiede invece continuità nello stare, ascoltare, aspettare, tollerare la fatica e la lentezza.

Anche da qui passa la crescita. La libertà non coincide con l’assenza di legami, ma con la capacità di scegliere a che cosa dedicare tempo, attenzione ed energie.

Bisogna però evitare ogni strumentalizzazione. Non si entra in una casa di riposo, in un doposcuola o in un’associazione soltanto perché “fa bene” agli adolescenti. Il volontariato è prima di tutto un gesto gratuito verso persone e bisogni reali. Proprio per questo educa, perché chiede rispetto, discrezione, continuità e responsabilità.

L’altro non è uno strumento per sentirsi migliori, ma una persona da incontrare.

Non tutti i ragazzi sono pronti nello stesso modo. Un adolescente molto chiuso, ansioso o depresso non va spinto bruscamente in un’esperienza a cui non è preparato. Non si cura la solitudine imponendo socialità.

Servono gradualità, ascolto e adulti capaci di accompagnare. Le possibilità, del resto, sono molte: bambini, anziani, persone con disabilità, tutela dell’ambiente, cura degli animali, doposcuola, associazioni sportive, iniziative civiche o parrocchiali. Ciò che conta è che l’esperienza sia autentica e non sia, invece, trasformata in una nuova prestazione da fornire. Ai genitori si chiede allora non di “imporre” il volontariato, ma di aprire possibilità. Gli adulti hanno il compito di proporre ai figli incontri, responsabilità e occasioni in cui misurarsi con il mondo reale. Scuola, associazioni, parrocchie, società sportive e istituzioni locali possono creare contesti seri e continuativi, nei quali i ragazzi siano accompagnati a comprendere il senso di ciò che fanno. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di meno schermi. Hanno bisogno di più mondo. Di adulti che li aiutino a incontrarlo. Di esperienze che insegnino loro che il tempo non è soltanto qualcosa da consumare, riempire o perdere.

 Il tempo può essere donato. E quando viene donato, smette di essere vuoto per diventare relazione, responsabilità e libertà.

www.avvenire.it

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mercoledì 29 aprile 2026

MOMO

 


Da A a B


L’imminente compleanno mi obbliga a dialogare con il tempo, che io, tempo fatto carne, credo di poter dominare contando i giri della Terra attorno al Sole. A che scopo? Solo per sapere quanto sono vicino all’aspettativa media di vita, che per gli uomini italiani si attesta sugli 82? Non ho il controllo del tempo, e sapere il numero di volte in cui la Terra ha girato attorno al Sole mi serve solo a misurare gli anni di vita, non la vita negli anni. Quella come si misura? Mi torna in mente un libro letto da bambino: Momo di Michael Ende.

-di Alessandro D'Avenia

Momo è una bambina che non sa quanti anni ha, e se le chiedono l’età risponde che lei c’è sempre stata. Grazie a questa sua libertà dal tempo misurato e da far rendere, ha un’eccezionale capacità di ascoltare, perché ha «tutto il tempo» e lascia «tempo al tempo», e così diventa la soluzione dei problemi di chi le si rivolge: «Vai da Momo che ti passa!», dicono di lei. Per questo i Signori Grigi, agenti della Banca del Tempo, la vogliono eliminare, perché ostacola il loro progetto di convincere la gente a «risparmiare» il tempo per poterlo riavere un giorno, con gli interessi. Un’immagine in cui nel 1973 lo scrittore tedesco celava l’ossessione consumistica del controllo del tempo, alla base dell’ansia e della mancanza di gioia. Espressioni come «in tempo zero», «in tempo reale» tradiscono il nostro aver sostituito il tempo con la velocità, il destino con la carriera, la gioia con l’ansia. Dove trovare Momo?

Una volta un maestro chiese a un bambino la strada migliore tra due punti, e mentre un adulto avrebbe tracciato la linea retta che da A va a B, quel bambino ne disegnò una lunghissima e tortuosa. Il maestro stupito gli chiese come mai un percorso così lungo, il bambino rispose: «Perché tu mi hai chiesto la strada migliore, non la più veloce. E la strada migliore è quella che permette di vedere più cose». Allora dovremmo cercare di sostituire la domanda «che cosa mi aspetto io dalla vita?», che provoca la sua accelerazione, con «che cosa si aspetta la vita da me?», che provoca un dialogo: passare dal controllo del tempo all’amore del tempo.

Ma come faccio a scoprire che cosa si aspetta la vita da me, in questo istante? Non risparmiare, non ottimizzare, non accelerare. Stare: «Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda. Se ne rendevano conto i bambini, invece, perché nessuno aveva più tempo per loro. Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano» (M. Ende, Momo).

Qualche giorno fa mia moglie mi ha fatto leggere un articolo che stava scrivendo: «L’arte dell’abbastanza è quindi un invito a saper vedere quello che già c’è. Eppure, nella nostra vita, la distanza tra desiderio e realtà tende a riaprirsi continuamente… tendiamo a volere sempre di più, immaginando che il passo successivo ci renderà finalmente completi». «Abbastanza» non è «accontentarsi» ma «essere contenti» (cioè contenuti): impegnare l’energia inesauribile del desiderio (l’unico infinito presente nell’uomo è il suo desiderare) non in standard da raggiungere, tipico della visione funzionale, quantificata, lineare del tempo (diploma, laurea, lavoro, soldi, felicità…) ma nel processo di scoperta di sé e del mondo (quanto sono «contenuto» e quindi contento nel presente?).

Non si raggiunge l’infinito accatastando cose finite, ma rendendo infinito qualcosa di finito: cioè amando. L’arte dell’abbastanza cerca pienezza nell’istante, anche perché lo considera l’ultimo, fa i conti con il limite. Se la felicità è invece sempre qualcosa da raggiungere, perché così dice il mondo, allora cominciamo a voler controllare il tempo, ad accelerarlo per arrivare prima possibile a un traguardo, salvo scoprire che poi ce n’è un altro, e un altro…

Questo porta a scambiare la velocità con l’intensità, ma l’intensità dipende dalla densità di vita, dal senso che ha: se ascolto un brano musicale che amo a doppia velocità per poterlo sentire due volte sto solo rovinando la gioia di quel brano, che vuole il suo tempo, la sua verità. Lottare per raggiungere e superare l’aspettativa di vita è troppo poco, perché il fine della vita umana non è la conservazione, ma la pienezza.

Per questo ho sempre amato l’arte dell’abbastanza proposta da Cristo quando parlava del trovare il regno dei cieli, cioè della felicità: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora», star svegli per ricevere quello che la vita ha da darci adesso. L’arte dell’abbastanza non «accelera l’attimo» perché quello vero deve ancora arrivare, ma «sta nell’attimo» perché contiene già tutto: applica l’energia del desiderio non per «il distante», che non c’è, ma per «l’istante», che è pieno. Sostare. So stare? Questo non vuol dire rinunciare agli obiettivi, tutt’altro: significa godersi ogni passo del processo verso un obiettivo come se già fosse raggiunto, come il bambino che da A va a B, in cui A e B sono solo i due limiti di un infinito. Per questo Cristo aggiunge: «Tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute e voi le otterrete» (Mc 11,24). La preghiera non serve a ottenere, ma ad aprire gli occhi: ottiene chi sa che ha già ricevuto! E allora vivere è prestare attenzione, e in fondo una buona cultura non è altro che educazione all’attenzione, quell’attenzione che infatti oggi viene catturata ed esaurita dai maghi della distrazione di massa. Se le presto attenzione la vita mi darà proprio ciò di cui ho bisogno.

Faccio degli esempi ordinari per rendere il percorso da A a B appassionante.

1) Un colloquio scolastico. Chiedo ai genitori di venire, se possibile entrambi, nel bar della scuola, per bere un buon caffè e prenderci il tempo che ci serve. Solo così un colloquio diventa «abbastanza»: crea un legame, fa accadere il tempo nella carne e diventa attenzione condivisa, che è la vera soluzione agli eventuali problemi del figlio, perché quell’attenzione darà occhi per vedere che cosa fare.

2) Una lezione in classe. Se lo standard è il programma, vige l’ansia, se invece si cerca la bellezza, come nel caso del brano musicale da ascoltare al tempo giusto, allora sostiamo tutto il tempo che serve, come per esempio sull’Odissea, che leggiamo per intero lungo tutto l’anno. L’arte dell’abbastanza non è accontentarsi, ma essere contenuti, purché si sia disposti ad andare con pazienza e calma, non a correre verso un pezzo di carta.

3) Comprare qualcosa. Se c’è mia moglie tutto cambia, non prendo la prima cosa che capita, perché qualcuno mi dice «ti dona». Non si va a far shopping, ma a volersi bene. Dare tempo al tempo permette di sostituire l’ansia con l’attenzione.

La vita in fondo mi chiede, istante per istante, di gioire, purché io la metta in condizione di darmi ciò di cui ho bisogno. E quando mi sembra che manchi qualcosa non devo accelerare ma ascoltare, prestare attenzione, star sveglio, come lo scrittore C.S. Lewis suggeriva a un lettore adolescente, che gli chiedeva la via della felicità: «Continua a svolgere tutti i tuoi doveri. E, in tutti i modi leciti, continua a gioire di tutto ciò di cui si può gioire: i tuoi amici, la tua musica, i tuoi libri. Ricorda che ci è stato detto di “rallegrarci”. A volte, quando ti chiedi cosa Dio voglia che tu faccia, Lui vuole davvero donarti qualcosa» (lettera a Keith Manship, 13 settembre 1962).

Ma per riceverla bisogna allenare l’organo del tempo, che è il cuore, come dice Momo: «Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto».

Corriere della Sera - Alzoglioccchiversoilcielo

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giovedì 1 gennaio 2026

TI AUGURO TEMPO

 



Non ti auguro un dono qualsiasi,

ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;

se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,

non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,

ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,

ti auguro tempo perché te ne resti:

tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto 

per guadarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per guardare le stelle

e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.

Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,

per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

 

di Elli Michler

martedì 30 dicembre 2025

OGNI COSA A SUO TEMPO

 


La fine dell’anno

 è momento di bilanci

 e occasione

 per recuperare 

la saggezza 

del tempo che passa. 

 

di Enzo Bianchi 

 

Davanti a te un altro anno. “Buon anno!” augurerai e ti sentirai dire! Ma non dimenticare che se è bello che ti venga incontro un anno nuovo resta vero che un anno della tua vita è passato e non c’è più! E tu devi renderti conto del trascorrere del tempo: basta che osservi con attenzione il calendario del tuo corpo che registra immancabilmente i segni degli anni che passano. 

Così nella nostra vita ci sono gli anni dell’adolescenza, di cui prendiamo infuocata consapevolezza, poi vengono gli anni della giovinezza, segue la stagione della maturità e poco a poco arrivano anche l’anzianità e la vecchiaia. Questo processo non riguarda solo il corpo, riguarda anche la nostra psiche e riguarda il nostro spirito. Infatti, la nostra vita spirituale cresce e si evolve non sempre in senso progressivo, a volte con arresti e regressioni, ma va avanti e cambia. 

E noi siamo sempre attenti a questi cambiamenti ineludibili? Perché nella maturità la preghiera non è più quella della giovinezza, facendosi sempre più ascolto e poi nell’anzianità la preghiera tende a essere adorazione, addirittura silenzio, ripetizione di invocazioni alle quali si consegna una forza che non si sente più nelle proprie parole. 

Nei vecchi aumentano le domande e non solo diminuiscono le risposte ma si cercano di meno perché pregare diventa stare davanti a Dio, tentare di vedere il suo volto, sussurrargli “misericordia Signore, misericordia Signore”, e fare silenzio. 

C’è un modo di pregare per ogni stagione. È significativo che siccome non vedevano più Francesco d’Assisi pregare quando era stanco e malato dicevano di lui: “Non pregava più perché era preghiera!”. Sì, da vecchi si può per dono di Dio ed esercizio fedele di tutta una vita essere diventati preghiera!   

Famiglia Cristiana

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giovedì 6 novembre 2025

ABBIAMO PERSO LE STAGIONI


Non ci sono più le mezze stagioni? 

No, sono proprio le stagioni a non esserci più: nella nostra carne. 


- di Alessandro D'Avenia

All’inizio le raccontava la terra, Omero infatti ne trova tre nel ritmo dei campi: il periodo dei raccolti, quello del riposo e quello del risveglio. Il ciclo vivente del terreno e di noi terreni: seminare, mietere, riposare. Lavoro e attesa. Azione e riposo. Fu poi un altro greco nel I sec a.C., l’astronomo Sosigene di Alessandria, a calcolare in modo preciso le quattro stagioni che Giulio Cesare impose al mondo nel 46 a.C. con il suo calendario. Infatti, la luce del Sole segna quattro giorni astronomici: i due solstizi (il sole sta), cioè il giorno con più luce, all’inizio dell’estate, e quello meno luminoso, all’inizio dell’inverno, e gli equinozi (aequa nox: notte uguale al giorno), cioè i due giorni in cui luce e buio si equivalgono (inizio della primavera e dell’autunno). Le tre stagioni si basavano sugli effetti terreni, le quattro (nelle zone temperate) sulle cause celesti. Comunque sia il tempo è scandito dal rapporto tra macro e microcosmo, un nodo di leggi naturali e vita umana che dà il ritmo all’esistenza. Un nodo che è stato sciolto dalla tecnologia, siamo poco legati alla terra e al cielo: nei supermercati non ci sono stagioni e il nostro ritmo circadiano (l’orologio biologico che regola le funzioni del corpo in base alla luce) è in tilt (siamo sempre in jet-lag a prescindere dall’ora legale...). Delle stagioni ci rimane solo un sentimento, un capolavoro di Vivaldi o una pizza? A che prezzo?

Abbiamo perso il senso del tempo ciclico e quindi il fatto che anche noi, come i campi, siamo fatti per semina, raccolto e riposo. La nostra costante produzione ci esaurisce e l’ansia quotidiana ce lo grida. Per cercare le cause, chiedo agli studenti che cosa determina le stagioni e rispondono: la distanza dal Sole. È vero il contrario: nel nostro emisfero l’estate cade proprio quando la Terra ne è più lontana. Il ritmo delle stagioni dipende infatti dalla combinazione dell’inclinazione dell’asse terrestre con l’orbita attorno al Sole: muta l’angolo di incidenza dei raggi. Questa perdita della connessione con le leggi del cosmo riduce la natura a emozione da foto e porta all’indifferenza verso la mirabile logica del creato. Ci dovrebbe lasciare a bocca aperta che ci siano leggi precise a regolare tutto perché questo significa che la vita, nella sua incalcolabile varietà di fenomeni, si dà solo grazie a relazioni armoniche: orbite, corolle, alveari, occhi... Il disordine e la bruttezza li dobbiamo alla sospensione della logica della e nella vita. Infatti, l’arte (e quindi il lavoro umano) imita la natura non perché la riproduce, altrimenti la fotocopia sarebbe l’arte suprema, ma per fare «come» fa la natura: agire in vista della vita, di una vita bella e buona. Quando Cristo deve spiegare come il Padre cura gli uomini invita infatti a guardare i fiori selvatici: «Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Ma io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt 6).

Abbiamo perso la fede, prima che in Dio, nella realtà. La realtà è superata: crediamo più allo schermo che alla finestra, alla luce artificiale che a quella naturale. Non era così per Antoni Gaudí, architetto della Sagrada Familia a Barcellona, che al tramonto del XIX secolo inventò strutture architettoniche mai viste «trovandole» (inventare viene dal verbo latino per trovare) in natura, osservando alberi e conchiglie. Mise le stagioni in un edificio: era un genio perché era umile. Chi entra in quel tempio sente il legame tra il cosmo e la propria vita. Lo stesso legame che aveva ispirato 5000 anni prima di Gaudí i costruttori di Stonehenge, calendario astronomico e rituale in pietra: nei solstizi il Sole sorge o tramonta in perfetto allineamento con le pietre principali, illuminandolo come un tempio. Quei popoli dipendevano già dal nesso tra cosmo e vita umana, per loro scienza, arte, religione, lavoro, festa erano tutt’uno. E noi, nostalgici di questo nodo e dispersi in frammenti senza senso, andiamo ad ammirare il «monumento», dal latino monere: far sapere, ricordare. Che cosa? Che la vita ha una logica, è fatta per la luce.

Il Tempio della Concordia ad Agrigento è famoso perché il Sole nascente illumina l’interno della cella (l’ambiente più sacro, dove c’è il dio) nell’equinozio di primavera. Anche a Chichén Itzá in Messico, sulla Piramide di Kukulkán (XI sec) i Maya aspettavano l’arrivo del dio rappresentato dal serpente piumato creato dalla luce sulla scalinata nei giorni equinoziali. Nel tempio principale di Angkor Wat in Cambogia (XII sec) in quei giorni le torri all’alba incorniciano il disco solare. A Machu Picchu in Perù (XV sec) l’Intihuatana («pietra che lega il Sole») indicava agli Inca solstizi ed equinozi. Nell’Isola di Pasqua i grandi Moai di pietra di Ahu Akivi (XIII-XV sec) guardano il tramonto del Sole nell’equinozio di primavera e gli danno le spalle all’alba in quello d’autunno, per segnare l’attesa del ritorno della luce e di un nuovo ciclo. Nella cattedrale di Chartres in Francia (XIII sec), a mezzogiorno del solstizio d’estate, un raggio di luce attraversa un foro nella vetrata di Saint Apollinaire e illumina un chiodo nel pavimento al centro di una mattonella storta, un simbolo del legame tra il Dio creatore e ogni singola cosa, anche una punta di spillo («anche i capelli del vostro capo sono contati» dice Cristo per ribadire la cura del Padre). A San Miniato al Monte, a Firenze, all’alba dell’equinozio di primavera, la luce illumina il segno del Cancro nello zodiaco marmoreo sul pavimento, a memoria della nascita del Battista in quei giorni, patrono della città e testimone supremo di Cristo.

Si potrebbe continuare ma bastino questi «monumenti» a ricordare che, per culture lontane e così diverse, «sacro» è lo spazio che lega il cosmo alla vita quotidiana: cielo e terra, stella e campo, culto e coltura, divino e umano... In una cultura che dimentica questa armonia l’uomo si illude di essere padrone della vita, di esserne lui la legge, fino a rovinarla con effetti che oggi sono sconfortanti. Il poeta e Nobel Josif Brodskij, nel suo libro su Venezia, narra che durante il Medioevo, per avere un bel bambino, si invitava la donna incinta a guardare solo cose belle: concepiamo e generiamo vita in base a ciò con cui siamo in relazione (a Venezia lo si vede). Se ci accontentiamo delle piccole luci dei nostri schermi (ri-)produrremo qualche bagliore artificiale, simulacri di vita. Ma i grandi parti (concezioni) sono frutto dall’osservazione innamorata della realtà, dalle mele di Newton ai girasoli di Van Gogh, perché la vita è un nodo di cielo e terra, è data e affidata, ha una logica da custodire, osservare, scoprire e compiere. La Terra è inclinata di circa 23° rispetto alla perpendicolare del piano dell’orbita: senza questa «stortura» il giorno sarebbe sempre uguale alla notte e non ci sarebbero stagioni. Nella nostra lingua «inclinazione» indica anche ciò verso cui si è portati.

La Terra è portata per il Cielo, noi per la luce, quella vera: venire alla luce e dare alla luce.

Ultimo banco

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venerdì 3 ottobre 2025

UNO ALL'ORA

 


Ho scoperto che molti quattordicenni non sanno leggere l’orologio a lancette.

 I cellulari hanno reso obsoleto insegnarlo o impararlo. 


-di Alessandro D'Avenia


Sembra strano alla mia generazione che ne ha un ricordo indelebile. 

Entravamo nel tempo dei «grandi» in cui le cose accadevano all’ora precisa (soprattutto i cartoni animati). Ma non sospettavo di aver perso la magia dell’infanzia, quando il tempo non conta perché non lo si conta, non c’è ansia. Da quel momento invece il tempo cominciò a scorrere e le tre lancette lo segnalavano inesorabilmente. Accadeva da secoli: l’ombra delle meridiane, il flusso di sabbia nelle clessidre, l’ondeggiare dei pendoli. Non serviva leggere «Il pozzo e il pendolo» o «La maschera della morte rossa» di Poe per sentirsi «tagliare» dal tempo, bastava la lancetta che è infatti una «piccola lancia»: secondo e secolo vengono dal latino secare (tagliare), e una vita in media si estende tra questi due tagli.

Insomma, l’orologio affetta il tempo e quindi noi, che siamo tempo incarnato.

Invece le cifre sullo schermo fermano l’istante (scattano un’istantanea al tempo), non scorrono: appaiono. Non segnano il momento (da movimento) della Terra attorno al proprio asse ma l’attimo, parola che viene da soffio o atomo (il non tagliabile). Il tempo analogico scorre, il digitale è assoluto. Che cosa è meglio: che il tempo corra come le lancette o che si illumini sullo schermo?

Noi abbiamo due tempi quantificabili: quello storico, lineare e progressivo, che avanza come una sonda lanciata nello spazio, e quello cosmico, circolare e ricorsivo, che ritorna come le stagioni. Da come viviamo questi due tempi dipende la vita. Alcune culture, come quelle agricole, privilegiano il secondo, che garantisce ordine e frutti. Altre, come quelle tecnologiche, il primo, e cercano di accelerarlo perché il domani sarà migliore. Le Ore erano in Grecia divinità femminili che garantivano l’ordine ciclico del tempo e infatti hora significava stagione, per noi le ore sono invece torte di 60 fettine (minuto significa piccolo). Modi molto diversi di affrontare l’ora.

E proprio a partire dal rapporto con il tempo Claude Lévi-Strauss divideva le culture in fredde o calde, le prime cercano di frenare il corso lineare, perché è decadenza come accade nelle età della vita, più si è vicini all’origine da conservare (culto della Memoria) meglio è; le seconde amano accelerare perché il meglio è domani: progresso, evoluzione, innovazione (culto dell’Avvenire). La nostra, guidata dalla tecnologia, è una cultura caldissima, in accelerazione costante per raggiungere la felicità: più che il corso ci piace la corsa del tempo. Le prime culture (come i singoli) rischiano la malinconia (vivere nei ricordi) e il congelamento (la Memoria diventa prigione), le seconde l’ansia (la felicità è sempre dopo) e il surriscaldamento (il Futuro diventa distruzione), ma entrambe rischiano di andare fuori tempo e perdere il presente, o per eccesso di lentezza/conservazione o di velocità/sostituzione.

Come sempre la felicità sta nel mezzo. In un terzo tempo in cui la memoria si rinnova e il futuro si incarna, entrambi in un presente non quantificabile perché è interiore, cioè dipende dalla libertà: la posizione che decido di assumere in ogni istante. Un modo di essere che Agostino nelle «Confessioni», ben prima del surrogato contemporaneo (mindfulness), chiamava «presenza del presente», che accade solo grazie al «cointuitus», termine in cui univa «attenzione» e «intenzione», che rendono l’attimo «eterno».

L’istante ha densità e intensità tali — è pieno di senso — da fermarsi, è contemporaneamente memoria (presenza del passato) e speranza (presenza del futuro).

In questo senso l’ora che appare sullo schermo del cellulare lo evoca più del movimento delle lancette: unica e irripetibile. Ma come si fa a stare nell’istante con questa «attenzione» e «intenzione»? A fare dell’accensione dello schermo anche un’accensione di cuore, mente e corpo? In «cointuitus», il prefisso co- aggiunge a -intuitus(guardar dentro, fissare, prestare attenzione) il tenere insieme: è uno sguardo simultaneo, che collega, unifica, abbraccia. Che cosa? Kierkegaard ha risposto, grazie anche al fatto che in danese «istante» si dice «batter d’occhio» (øieblik, composto da occhio e lampo, eye più blink in inglese), che l’istante è il riflesso dell’eternità nel tempo, il punto di contatto dove eternità e tempo si toccano. Il filosofo ne parla nel suo libro sull’angoscia perché il vero istante comporta una scelta: la libertà ci sottrae al finito delle cose che non scegliamo e ci apre all’infinito di quelle possibili, e rende l’istante eterno se scelgo la vita e non la morte. Cioè?

Poter scegliere ci rende unici, una unicità che in realtà temiamo perché la libertà è impegnativa; infatti, tendiamo a nasconderci a noi stessi, a scomparire nella routine, nell’omologazione, nel «come tutti» che ci rassicura e garantisce esistenza (ma non vita). Evitiamo la solitudine buona (che è unicità non isolamento) e ci perdiamo nelle cose del mondo, quando siamo fatti per stare di fronte al mondo.

Lo spiega bene Jon Fosse, recente Nobel per la letteratura: «L’intera ideologia contemporanea, propagata quotidianamente dai media, ci dice che è questo che dobbiamo fare, scomparire nelle cose, sotto forma di produttori e consumatori, dobbiamo chiuderci nel mondo per sfuggire a noi stessi, alla nostra solitudine interiore, che non viene vista come qualcosa che ci lega a Dio, attraverso il silenzio, ma come qualcosa di spaventoso, minaccioso: abbiamo paura di noi stessi, e di Dio, molto semplicemente» («Il mistero della fede»).

La paura evita l’istante, preferisce il «distante». Ma diventa eterno solo l’istante (nel Medioevo i teologi parlavano di «nunc stans», l’adesso che rimane) che sottraiamo al mondo e alle sue regole mortifere, alle sue convenzioni e finzioni, trovandovi e immettendovi vita nuova a partire dalla nostra unicità. Per questo ci vuole «attenzione» (tensione verso ciò che ho davanti) e «intenzione» (impegno verso ciò che ho di fronte), altrimenti sparisco nelle cose, il mondo mi inghiotte. Solo la scelta della vita sottrae il tempo a lancette e schermi: essere riempiti e riempire l’attimo scegliendo di aumentare la vita, non la morte, in me e attorno a me. Tutto il resto è tempo perso, morto, nel senso che «è passato».

Tutto questo può sembrare lontano dal quotidiano, ma ne è la sostanza, basta forse un esempio che ciascuno poi adatterà al suo vissuto. Per me è eterna un’ora di lezione in cui metto: attenzione alla vita di ogni studente che mi capita di fronte e intenzione per far sì che l’ora serva a quella vita per crescere. Scelgo il presente, scelgo il mio studente: lo vorrei in classe se non ci fosse, lo vorrei nel mondo se non fosse nato. Per fare così devo però tirar fuori più vita da me, prima che da lui, una vita nuova. Questo comporta sì fatica ma anche gioia, perché l’ora trabocca di senso, non è un’ora di italiano a 17 euro, ma di vita che non muore e non c’era (da dove sgorghi richiede un altro articolo). Il tempo, circolare o lineare, che quantifichiamo con ombre, sabbia o lancette, è abbracciato e assunto in un altro tempo, che non è quantificato ma qualificato: dalla vita che scelgo. Noi siamo tempo incarnato e quando tocchiamo l’eterno è la carne che si eterna. Il sogno del transumanesimo è riuscirci con la tecnologia, sottraendo la coscienza al supporto carnale (mortale) e impiantarla in uno di silicio (immortale). In realtà questo è possibile già ora, e proprio nella carne.

Dante lo chiamava «trasumanare», che non era però andare oltre l’umano per raggiungere il paradiso, ma andare in paradiso per compiere l’umano. 

E non dopo la morte (in paradiso come all’inferno non ci si va, ci si è), adesso, come esclama il protagonista delle «Notti bianche» di Dostoevskij: «Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! È forse poco sia pure nell’intera vita di un uomo?».

Figuriamoci uno all’ora…

 Prof 2.0

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giovedì 31 luglio 2025

UN TEMPO PER OGNI COSA

 


C’è un tempo per lavorare e studiare, per fare ciò che si ‘deve’ e che è necessario soddisfare per rispondere delle proprie responsabilità.

Ma c’è anche un tempo, ed è questo, per gustare le parole, scritte o cantate, incise in un libro o in una canzone, e gioire della bellezza che ti regalano.

C’è un tempo per fare riunioni e per organizzare tutto quello che il programma prevede. Un tempo regolato e scandito dai bandi, dai progetti, dalle agende.

Ma c’è un tempo, e può essere questo, per godere dell’amicizia e degli affetti, per gustare la bellezza di un sorriso, di una gentilezza e della gratuità. Se non ci riusciamo non è perché siamo cattivi, piuttosto perché siamo prigionieri.

‘Cattivo’ dal latino captivus significa prigioniero. Sì, siamo prigionieri di quello che ci si aspetta da noi, di un dover essere che ci vede sempre inadeguati e in ritardo e comunque mai all’altezza. Prigionieri che attendono la liberazione.

C’è un tempo per le notizie, per inseguire le ultime info, per aggiornare i software. Tempo fugace perché queste cose si annullano una dopo l’altra, proprio come quando si giocava da bambini a mettere la mano sul dorso delle mani del papà, da sotto veniva sempre fuori un’altra mano che copriva la tua: e così via in un gioco in cui nessuno usciva sconfitto o vincitore, perché tutti prima o poi ci si ritraeva stanchi.

Ma c’è un tempo anche per approfondire, per incontrare qualcuno che pensa, che medita. Sì, che medita. Non ti scansare come se fosse solo una questione religiosa. Non è facile oggi trovare qualcuno che mediti. Già è difficile trovare qualcuno che pensi.

Eppure, questo può essere il tempo per meditare, nel senso etimologico del termine dal latino meditari, intensivo del verbo mederi che significa, tra l’altro, ‘prendersi cura di’. Da cui viene ad esempio il sostantivo ‘medico’ o ‘ri-medio’… parole che dicono una cura possibile. Prenditi cura di te stesso, del tuo cuore e guarisci dalla sklerocardia, da quella durezza di volto e di cuore che trionfa in ogni dove e ci fa più cinici e indifferenti, sempre infelici.

C’è un tempo ed è adesso per affrontare questo viaggio. Meditare è un viaggio che riguarda il pensiero, si muove sulle traiettorie del linguaggio, ma relativizza l’assolutismo della ragione e la tirannia dei sentimenti. Meditare è un’arte spirituale che mette insieme il corpo e l’anima, la mente e la psiche, le emozioni e i sentimenti e ti “fa nascere di nuovo amorevolmente”, come scrive Chandra Livia Candiani (Il silenzio è cosa viva, p. X).

C’è un tempo per lavorare e studiare, per fare ciò che si ‘deve’ e che è necessario soddisfare per rispondere delle proprie responsabilità.

Ma c’è anche un tempo, ed è questo, per gustare le parole, scritte o cantate, incise in un libro o in una canzone, e gioire della bellezza che ti regalano.

C’è un tempo per fare riunioni e per organizzare tutto quello che il programma prevede. Un tempo regolato e scandito dai bandi, dai progetti, dalle agende.

Ma c’è un tempo, e può essere questo, per godere dell’amicizia e degli affetti, per gustare la bellezza di un sorriso, di una gentilezza e della gratuità. Se non ci riusciamo non è perché siamo cattivi, piuttosto perché siamo prigionieri.

‘Cattivo’ dal latino captivus significa prigioniero. Sì, siamo prigionieri di quello che ci si aspetta da noi, di un dover essere che ci vede sempre inadeguati e in ritardo e comunque mai all’altezza. Prigionieri che attendono la liberazione.

C’è un tempo per le notizie, per inseguire le ultime info, per aggiornare i software. Tempo fugace perché queste cose si annullano una dopo l’altra, proprio come quando si giocava da bambini a mettere la mano sul dorso delle mani del papà, da sotto veniva sempre fuori un’altra mano che copriva la tua: e così via in un gioco in cui nessuno usciva sconfitto o vincitore, perché tutti prima o poi ci si ritraeva stanchi.

Ma c’è un tempo anche per approfondire, per incontrare qualcuno che pensa, che medita. Sì, che medita. Non ti scansare come se fosse solo una questione religiosa. Non è facile oggi trovare qualcuno che mediti. Già è difficile trovare qualcuno che pensi.

Eppure, questo può essere il tempo per meditare, nel senso etimologico del termine dal latino meditari, intensivo del verbo mederi che significa, tra l’altro, ‘prendersi cura di’. Da cui viene ad esempio il sostantivo ‘medico’ o ‘ri-medio’… parole che dicono una cura possibile. Prenditi cura di te stesso, del tuo cuore e guarisci dalla sklerocardia, da quella durezza di volto e di cuore che trionfa in ogni dove e ci fa più cinici e indifferenti, sempre infelici.

C’è un tempo ed è adesso per affrontare questo viaggio. Meditare è un viaggio che riguarda il pensiero, si muove sulle traiettorie del linguaggio, ma relativizza l’assolutismo della ragione e la tirannia dei sentimenti. Meditare è un’arte spirituale che mette insieme il corpo e l’anima, la mente e la psiche, le emozioni e i sentimenti e ti “fa nascere di nuovo amorevolmente”, come scrive Chandra Livia Candiani (Il silenzio è cosa viva, p. X).


Arche.it


martedì 20 maggio 2025

LA COSTANTE DI DIO

 


UN COMPLEANNO CHE PARLA



- di Alessandro D'Avenia

Il 2 maggio scorso ho festeggiato 48 anni (e nove mesi) su Terra, io minuscolo corpo terrestre su un minuscolo corpo celeste tra migliaia di miliardi di un universo tanto antico quanto nuovo. Infatti alle candeline da spegnere ne dovremmo aggiungere se non 14 miliardi, gli anni dell'universo per quel ne sappiamo finora, almeno 4,6 miliardi se partiamo da quando alcuni gas e polveri cosmiche collassarono dando origine, nella periferia della nostra galassia, al Sole e alcuni pianeti collegati, di cui uno in condizioni uniche per la vita (le probabilità erano meno di quelle che uscisse la Divina Commedia da un sacco con tutte le lettere che la compongono). E se proprio vogliamo risparmiare sulle candeline, ce ne vorrebbero più o meno 300mila, gli anni necessari a iniziare la catena di uomini e donne che hanno permesso a due esponenti della specie sapiens di conoscersi perché venissi alla luce. 

 Da allora, per 48 volte, il pianeta ha orbitato attorno a quella stella a 107mila km orari, cioè da 48 anni faccio il girasole a 30 km al secondo, ma anche il girotondo ogni 24 ore a 1250 km all'ora. Di luce e gioia sono fatti questi infaticabili giri: l'universo ci porta su una giostra per miliardi di “speciali” (specie uomo) tra i quali però nessuno ha avuto, ha e avrà mai le mie o le tue impronte digitali e la mia o la tua iride (unici nella specie). Perché tanto spreco nell'universo? 

 Il compleanno celebra il fatto unico di un'esistenza finché questa velocissima roteante unicità sarà scolpita su una lapide con nome, cognome e due date, nascita e morte. Vorrei che le mie fossero invertite, morte e nascita, per dire di esser stato non solo vivente e quindi morente, ma anche vivo e quindi nascente. In questo modo il trattino tra le date non segnalerà la consueta vittoria dell'entropia sulla materia-energia, ma la vittoria della luce e della gioia, che accompagnano ogni nascita e quindi ogni compleanno. 

 Tutto questo giromondo solare e girotondo terrestre ha permesso all'unione irripetibile di carne e spirito di cui sono fatto di leggere Dante, guardare Venezia, ascoltare Beethoven, immergermi nelle acque solcate da Ulisse e assaggiarne la complessa storia in reperti come cannoli e malvasie, e poi di passeggiare su ghiacciai, vulcani, cime, boschi, deserti e spiagge... tutto un girare per abbracciare, baciare, accarezzare, stupirsi, piangere, curare, ridere e tutte le azioni che consentono alla voce di farsi verbo: voce del verbo amare. Racconto del compleanno non in preda a febbri autocelebrative da fobia del tempo che passa - che poi in realtà è il tempo che noi passiamo per bene (come i pomodori per la salsa) - ma perché chi e cosa posso essere e fare, seppur in una infinita irripetibile limitata piccolezza, posso esserlo e farlo solo io, nel bene e nel male. 

 Lo scriveva Nietzsche: «Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul quale tu devi passare», passare per andare dove? Siamo nel 2025 a motivo di un compleanno, quello di Cristo, ma siamo anche nel 48, anzi nel 49 dopo me: l'età del mondo che solo io posso intrecciare con l'età dei mondi di voi lettori, altrettanto unici e irripetibili. Non è delirio di onnipotenza, ma ammissione di impotenza: mi rattrista rendermi conto, di compleanno in compleanno, della mia inadeguatezza di fronte al miracolo del mondo e dei mondi possibili, quanto e quanti ne perdo per mancanza d'attenzione, d'amore e di coraggio, perché come diceva Ray Bradbury (quello di Fahrenheit 451) con parole da fisico quantistico: «Per giungere ai fatti, dobbiamo prima avere l’entusiasmo di cercarli». 

 Ma questo entusiasmo a volte si appanna perché proprio la nostra unicità può diventare isolamento anziché benedizione, per infedeltà a noi stessi, per il male che facciamo o che subiamo. E allora fermo di fronte alle rose appena fiorite sul balcone dopo un inverno di immobilità, ho chiesto loro: come devo vivere la mia vita? I fusti, le spine e le foglie, smaltati dal Sole, hanno taciuto così: «Ricordati di vivere e portane il peso. Sei girasole (quattro stagioni l'anno servono a sapere che dentro al tempo lineare c'è quello circolare fatto di riposo e rinascita) e sei girotondo (quanta gioia ancora da vivere! Quel sentiero nel bosco credi di conoscerlo? E il volto di tua moglie?). E allora dopo un 48 fai di più, fai un 49. Più degli anni di vita festeggia la vita negli anni: quanto rinasci o nasci del tutto». 

 Ho risposto alle rose così silenziosamente eloquenti che noi però moriamo. Loro mi hanno mostrato allora i petali disposti nella spirale di Fibonacci (il rapporto tra due petali adiacenti è costante, 1,1618: la cosiddetta «costante di Dio»), grazie a cui il Sole fa un capolavoro di luci e ombre, tanto che, ignaro del perché ultimo, chi ama dona rose. Le corolle davanti a me tacevano ancora più forte: «Non aver paura. Fai come noi, una cosa bella ogni quattro stagioni, fino alla fine, anche se nessuno se ne accorge. 

Comunque vada, sei la costante di Dio».

Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 2 maggio 2025

ELOGIO DELLA LENTEZZA


Rallentare è la chiave

 per una vita piena

 

La Redazione

 In un mondo che corre senza tregua, rallentare può diventare un atto rivoluzionario. Scopri come la lentezza può restituirti tempo, consapevolezza e una nuova qualità della vita...

 In un mondo dove la velocità è sinonimo di successo, in cui ogni momento sembra essere un’opportunità persa se non sfruttato immediatamente, la riflessione sulla lentezza può sembrare anacronistica. Ma in realtà, mai come oggi, ci sarebbe bisogno di un’educazione alla lentezza, alla pausa, al rallentamento intenzionale. Viviamo nella società dell’instant gratification, dove ogni click, ogni notifica, ogni messaggio ci spinge a una risposta rapida e immediata.

 Tuttavia, c'è una potenza nascosta nel dare tempo alle cose, nel fermarsi e nel respirare prima di reagire. La lentezza non è sinonimo di inefficienza o di pigrizia. Anzi, è un atto di profonda consapevolezza. È il riconoscimento che non tutto ha bisogno di una risposta immediata, che non tutte le domande hanno bisogno di una soluzione rapida. Nella nostra quotidianità, siamo così abituati alla frenesia che dimentichiamo quanto può essere prezioso il silenzio, il pensiero riflessivo e l’atto di osservare prima di agire.

Paolo Crepet, sociologo e psichiatra, ha spesso parlato dell’importanza di fermarsi a riflettere e di prendersi il tempo per comprendere ciò che accade dentro di noi. Il suo consiglio che è una massima di vita è: per realizzare se stessi è opportuno perdersi, fare una pausa in più per raggiungere livelli inaspettati. Per andare avanti  a volte è necessario regredire, come fa l’atleta quando si riposa prima di fare un grande salto.  "L'uomo ha bisogno di silenzio, di pausa, per capire cosa sta accadendo dentro di sé". Riflessione che sottolinea quanto sia essenziale, in un mondo iperconnesso e sempre attivo, fare spazio per l'introspezione e per il rallentamento.

La filosofia della lentezza ha trovato una voce importante negli ultimi decenni, specialmente attraverso movimenti come il Slow Food e il Slow Movement, che si oppongono al consumismo sfrenato e alla frenesia della vita moderna. Questi movimenti ci invitano a riprendere il controllo del nostro tempo, a vivere in modo più consapevole, a dedicare tempo a ciò che è davvero importante: le relazioni, la qualità del nostro lavoro, l’attenzione a ciò che ci circonda.

Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, ha affermato che "Noi viviamo nella pura accelerazione del tempo, scandita non dai progetti umani, ma dagli sviluppi tecnici che, consumando con crescente rapidità il presente, tolgono anche al futuro il suo significato prospettico, quindi il suo 'senso'." Dal suo pensiero emerge che la velocità è il nemico della profondità, perché ciò che è profondo ha bisogno di tempo per essere compreso e per svilupparsi. Un pensiero che si collega perfettamente all'idea che la crescita personale e professionale non può essere forzata dalla fretta. Ogni passo, anche il più piccolo, merita di essere vissuto pienamente, e ciò non può accadere se corriamo sempre verso il prossimo obiettivo. Imparare a rallentare significa anche riscoprire la bellezza del presente. In un'epoca in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro o immersi nel passato, la capacità di essere pienamente presenti nel qui e ora è diventata una risorsa rara. Eppure è proprio in quel momento che si trovano le risposte più profonde.

La riflessione, la calma e la serenità sono gli spazi in cui si sviluppano le idee più creative, quelle che non nascono dalla fretta ma dalla quiete. Inoltre, la lentezza non riguarda solo il nostro rapporto con il tempo, ma anche con le altre persone. La società contemporanea, sempre più individualista, ci ha convinti che per avere successo dobbiamo correre da soli, senza fermarci mai. Ma in realtà, è proprio rallentando e prendendosi il tempo per costruire relazioni autentiche che si arriva alla vera crescita. La pazienza nell’ascolto, la cura nei dettagli e la disponibilità a investire tempo nelle persone sono valori che, sebbene spesso ignorati, sono alla base di qualsiasi vera connessione. Crepet, in un'intervista, ha sottolineato che "l'intelligenza della vita consiste nel sapere quando fermarsi, nel capire che non è tutto urgente."

Questo invito a riflettere prima di agire, a non cedere alla spinta costante verso il fare, è un monito che ci dice che solo rallentando possiamo acquisire la lucidità necessaria per fare scelte veramente significative. Non è facile fermarsi in un mondo che ci spinge a correre. Ma forse il coraggio più grande oggi è proprio quello di scegliere di rallentare, di non cedere alla pressione esterna e di riconoscere che la vita, in tutta la sua bellezza, si trova nei momenti più lenti e riflessivi. Perché, come ci insegna la saggezza di tante tradizioni, "la vita non è una corsa, ma un viaggio da vivere appieno". E solo chi ha il coraggio di fermarsi per ascoltare il proprio cuore può davvero comprendere il valore di ogni passo lungo il cammino.

 SCUOLAOGGI

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giovedì 9 gennaio 2025

L'UOMO CHE VENDEVA IL TEMPO

 

Nel negozio di Vettore, ciascuno trova ciò che desidera: mezz’ora in più per giocare con gli amici; altri cinque minuti sotto le coperte; una giornata da dedicare a una nuova invenzione. Vettore lavora da mattina a sera, e il tempo che gli avanza lo regala a chi non può comprarlo.

 Finché un giorno, proprio quando è lui ad averne più bisogno, scopre di aver finito le scorte.

Non c’è più tempo! E ora come si fa? Qualcuno bussa alla porta con la soluzione…

 Dalla penna di Luca Cognolato, con le tavole di Marco Paschetta, una storia che aiuta i bambini a comprendere il valore del tempo come bene comune: da preservare, custodire e persino regalare, condividendolo con chi ne ha bisogno.

 Luca Cognolato

Docente in un istituto superiore, da anni scrive libri per bambini e ragazzi, sempre più spesso in coppia con Silvia del Francia. Il romanzo L’eroe invisibile (Einaudi) è stato inserito tra i “White Ravens” della Internationale Jugendbibliothek, mentre l’albo Lo zainetto di Matilde (Carthusia) ha vinto il Silent Book Contest Gianni de Conno Award.

Segue il basket e la torta millefoglie, ma per motivi diversi.

Per Terre di mezzo Editore è stato pubblicato L’uomo che vendeva il tempo (2024) illustrato da Marco Paschetta.

 Età: 5-7 anni

ISBN: 9791259960962

Anno: 2024

Pagine: 32

€ 15,00