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sabato 5 settembre 2026

GRATITUDINE


 La gratitudine è un sentimento di affetto, riconoscimento e apprezzamento verso chi ci ha fatto del bene o ci ha donato qualcosa di prezioso.  
(Treccani)

-       di Luigino Bruni 

 Non c’è parola più idolatrata dal nostro tempo della parola libertà, in particolare libertà di scelta. È la parola magica della nostra economia e del nostro capitalismo. L’uomo e la donna maturi, e quindi autonomi, sono coloro che scelgono liberamente il lavoro, il partner, oggi anche il genere sessuale, gli amici, la vocazione, gli stili di vita, il tipo di vita che amano condurre. Non si riesce a immaginare una vita buona e fiorita senza questa «libertà di». Poi qualcuno va a guardare come vivono le persone concrete, quelle in carne e ossa, non quelle immaginate dalla tivù, e scopre qualcosa di profondamente diverso. 

Innanzitutto, si accorge che non scegliamo la cosa più importante della vita: venire al mondo. Ci ritroviamo catapultati in questo pianeta terra, in una famiglia (se siamo fortunati), con genitori che non abbiamo scelto, con, qualche volta, fratelli e sorelle che non abbiamo scelto, spesso con cani e gatti. 

Queste persone, le più importanti della nostra vita, non le abbiamo scelte: ci sono capitate, ci capitano. E da loro dipendono i nostri cromosomi, e le dimensioni fondamentali della nostra personalità, quelle che si formano durante l’infanzia. Ecco allora che il campo di azione della libertà si riduce decisamente, appena lo confrontiamo con quelle semplicissime parole che sono «vita» e «famiglia». 

Poi, quell’ipotetico osservatore inizia a guardare le scelte del partner, di mogli e mariti. E lì spera che finalmente ci si muova nel registro delle scelte libere. E invece, se guarda bene, si accorge che anche qui la libertà è molto limitata. Certo, all’inizio c’è spesso una storia d’amore, un innamoramento, un mutuo scegliersi. Nei primi anni, le coppie e le famiglie hanno la sensazione di trovarsi in un campo fatto, almeno questo, di scelte libere. Passa, però, il tempo, e si capisce che la moglie che abbiamo scelto è cambiata molto, e noi anche di più. E arriva ogni tanto la famosa e tremenda frase: «Non sei più la persona che ho sposato». Parole che non di rado conducono alle separazioni, perché se ci siamo convinti di aver fatto una scelta libera ieri, pensiamo di poterne fare oggi un’altra simile e di segno opposto, per tornare alla libertà originaria. Ma queste frasi tremende possono anche essere l’inizio di qualcosa di veramente nuovo, della benedetta vita adulta. Quando, finalmente, capiamo che la moglie e il marito non sono merci che si acquistano nei mercati, e non arrivano al termine di confronti di vari rapporti qualità-prezzo. 

L’incontro decisivo di una esistenza umana non è frutto dei nostri calcoli, della nostra razionalità economica: accade, arriva, ci raggiunge alla fine di un misterioso sentiero. La persona che giunge l’avevamo già dentro, ma non lo sapevamo. L’incontro l’accende, non la crea. Libertà? Poca. Il resto è semplicemente gratuità, grazia, amore, candore del mondo. E anche se un giorno ci lasciamo, perché succede anche questo, sappiamo, invecchiando, che quella persona che era già dentro di noi ci accompagnerà per sempre, anche a nostro dispetto: ho visto donne e uomini morire, e ripetere tra le ultime parole il nome di un marito o di una moglie lasciati decenni prima. 

Per non parlare delle vocazioni: pensiamo di pronunciare liberamente il nostro «sì», finché, in un altro giorno, non comprendiamo che è stato il «sì» a scegliere noi, e, ci domandiamo: ma ero veramente libero quando ho risposto «sì»? Vorremmo dire di sì, ma, se siamo onesti, sappiamo che la storia è molto più complessa, che siamo amati e guardati dalla vita prima che noi la guardiamo e amiamo. 

La libertà è stupenda, lo sappiamo, passiamo tutta la vita a inseguirla, e guai a noi se non lo facessimo. Ma è molto triste quella vita che termina senza capire che molte, forse quasi tutte, le persone e le azioni più importanti della nostra esistenza ci hanno scelto prima che lo facessimo noi nei loro confronti. E allora inizia la vera gratitudine. 

Messaggero di sant'Antonio 

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martedì 18 novembre 2025

LA GRATITUDINE CI RENDE FELICI

 


Come essere aperti all'effetto sorpresa della realtà?.





Praticare la gratitudine è un ottimo modo per essere più felici e realizzati. 

Essere grati migliora anche la relazione con se stessi e gli altri; e ha effetti benefici sulla nostra salute.

Alessandro D’Avenia

 

L'infelicità è carenza di sorprese. La vita ne è piena ma siamo noi a dormire: l'educazione in fondo è allenamento a star svegli e pronti a riceverle. Per questo al mattino cerco di inventare un appello diverso per «ri-svegliare» corpo e anima dei ragazzi. Qualche giorno fa ho fatto ascoltare il primo movimento del concerto per violino n.1 di Vivaldi: La primavera. Il famosissimo Allegro, forse il brano più noto al mondo, dura 3 minuti e 20, come la Donna cannone. I ragazzi l'hanno subito riconosciuto anche se magari non ricordavano nome e autore. Su una cosa però concordavano tutti: li aveva messi di buon umore in soli tre minuti. Come ci era riuscito? Sorprendendoli. La sorpresa è infatti il primo gradino della felicità, purché per sorpresa non s'intenda la sua riduzione odierna: il bisogno continuo di choc dopaminergici da post e video per dimenticare quanto siamo insoddisfatti della vita, «sorprese» che invece di renderci vivi ci addormentano, perché sono dipendenze. Le vere sorprese (dal latino super prendere: afferrare dall'alto, esser «elevati», «sollevati») donano invece una leggerezza che non è fuga ma pieno possesso della vita, liberano perché «sorprendersi» è fare esperienza della gratuità, cioè, sentire che la vita è data, gratis, anche nel ripetersi. Un arcobaleno è sempre sorprendente, così come l'Allegro della Primavera di Vivaldi. Come fare allora a essere ordinariamente aperti all'effetto sorpresa della realtà senza il quale esser felici è impossibile?

Vivaldi

Quest'anno quel concerto di Vivaldi compie 300 anni. Era il 1725 quando ad Amsterdam furono pubblicati gli spartiti del «Cimento dell'armonia e dell'invenzione», 12 concerti (in origine una forma musicale in tre tempi in cui il solista dialoga-contende, con-certa, con gli altri strumenti) per violino solista e archi, di cui i primi quattro sono le celeberrime Stagioni. Allora non essendoci supporti di registrazione, la musica rimaneva solo quando veniva pubblicata e accadeva solo ai più grandi. Eppure, la prima esecuzione era avvenuta qualche anno prima a Venezia, in un orfanotrofio, «sorprendendo» tutti. Infatti, Vivaldi, sacerdote cattolico, insegnava violino alle giovani accolte in una delle istituzioni di carità per orfani e poveri della città: l'Ospedale della Pietà, specifico per le ragazze, altrimenti destinate alla strada. In questo contesto venivano educate nel canto e nello strumento (perché nelle nostre scuole quest'arte indispensabile all'educazione è ridotta al flauto o alla melodica delle medie?), raggiungendo esiti passati alla storia (ascoltate lo Stabat Mater o il Gloria di Vivaldi). Vivaldi, detto «il prete rosso», per i capelli o per l'abito indossato da lui e dalle musiciste, dirigeva le ragazze celate da grate lignee al pubblico proveniente da tutta Europa (ne parlano anche Goethe e Rousseau) per ascoltarne l'incanto. Nelle Stagioni in particolare il musicista si era divertito a imitare i suoni naturali: uccelli, tuoni, cani, foglie, venti gelidi... tanto da stupire tutti per genialità compositiva, esecutiva e sociale, un fenomeno unico in un'epoca in cui alle donne era vietato suonare in chiese e teatri. I miei studenti, benché fossero le 8 del mattino, erano anche loro «sorpresi», cioè elevati a un livello di vita gioioso e sollevati dalle zavorre del XXI secolo: facevano esperienza del «gratuito». Il contrario di questa esperienza è infatti il «dare per scontato», espressione nata per indicare qualcosa di acquisito (nel senso di acquistato) perché pagato subito a fronte di uno sconto: saldato vs regalato. Solo l'esperienza della vita data «gratis» e non «per scontata» (che infatti è diventato sinonimo di: «non mi sorprende più») provoca risveglio e unione, i due elementi della gratitudine, senza la quale non è possibile esser felici. Il giorno in cui si dà qualcosa o qualcuno per scontato finisce la gioia, perché la felicità è tanta quanta lo stupore: la sorpresa di un volto o un oggetto si spengono.

La gratitudine

Allora non è la felicità a renderci grati, ma è la gratitudine a renderci felici. Ci sono persone che, pur avendo tutto, non sono felici, e persone che, avendo poco, lo sono. Come mai? La differenza sta nella pratica (è un'azione) della gratitudine, che rende capaci di ricevere l'istante come un dono, cosa che purtroppo spesso ci riesce solo quando perdiamo qualcosa o qualcuno (chi ha sofferto per amore o per un lutto lo sa). Questo significa che la capacità di sorprendersi è in noi: è interiore e va allenata. Infatti tradizioni spirituali e filosofiche millenarie e molto diverse tra loro invitano a svegliarsi e vegliare, e non perché ci vogliano insonni e ansiosi come accade oggi salvo poi invocare un po' di mindfulness a buon mercato, ma perché ci vogliono grati, cioè felici. Il cristianesimo dovrebbe produrre un'etica della gioia (la parabola delle vergini addormentate che devono partecipare alla festa lo racconta bene), perché tutto è grazia per chi ha fiducia (fede) nella vita che è infatti «eucarestia» (in greco «ringraziamento»), rito nel quale la vita stessa di Dio è data gratis, risolto spesso in una pratica da sbrigare. Ma torniamo alle sorprese: possono riguardare anche cose brutte o consuete, perché ciò che conta è che stanno capitando a noi che siamo liberi, cioè capaci di decidere che cosa farci. Il problema non è il cosa accade ma il che cosa ci faccio. Ad esempio: che cosa ci fa un geniale musicista con delle ragazze abbandonate? Le fa diventare una Primavera immortale: Anna Maria della Pietà - violinista, clavicembalista e compositrice - fu la solista più celebrata dell’Ospedale della Pietà, a lei Vivaldi dedicò 28 concerti per violino, molti venivano a Venezia solo per ascoltarla (dopo la morte del maestro, fu lei a dirigere); Chiara della Pietà, detta «la meraviglia di Venezia» per la versatilità, suonava tutti gli strumenti a corda e a fiato; per Candida della Pietà, nota per purezza ed estensione di voce, Vivaldi scrisse arie con l’indicazione specifica «per Candida»; Apollonia della Pietà, per lei il maestro compose i suoi concerti per fagotto, strumento raro all’epoca ma che lei maneggiava come nessuno; di Barbara e Pellegrina della Pietà, cantanti soliste, le cronache riferiscono che «i forestieri, udendo le loro voci, giuravano di trovarsi in paradiso». Per queste ragazze senza cognome se non l’appellativo «della Pietà» la musica fu salvezza e riscatto. Chi le aveva ascoltate senza vederle dietro le paratie di legno, quando poi le incontrava di persona si stupiva di trovarsi davanti popolane non troppo aggraziate e dai modi semplici. Una vera «sorpresa». La tomba della felicità è il «dato per scontato» o «dato per scartato». Chi dà per «scontato» o «scartato» non riceve, chi non riceve non è grato, chi non è grato non è felice. E la scuola è proprio il luogo in cui si impara a essere sempre aperti alla vita, dove ci si allena quindi a essere, in sequenza: svegli, sorpresi, grati, felici, vivi. A cominciare dall'appello o da un po' di buona musica. Magari un Allegro di Vivaldi. 

Corriere della Sera

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sabato 11 ottobre 2025

LA TUA FEDE TI HA SALVATO


 12 ottobre 2025

XXVIII domenica nell’anno


Luca 17,11-19 (2Re 5,14-17)



11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».


Commento di di Luciano Manicardi*

 La prima lettura (2Re 5,14-17) presenta la guarigione dalla lebbra dello straniero Naaman a opera del profeta Eliseo e il vangelo (Lc 17,11-19) narra la guarigione, a opera di Gesù, di dieci lebbrosi di cui uno solo, uno straniero (un samaritano), torna a ringraziarlo. Il tema dell’azione di grazie, della capacità eucaristica lega le due letture. Naaman, che voleva sdebitarsi con Eliseo per la guarigione ottenuta e che incontra il rifiuto del profeta, ottiene un po’ di terra d’Israele per poter venerare il Signore, Dio d’Israele. La gratitudine appare così nella sua dimensione teologale. Il profeta scompare davanti al Signore, vero autore del beneficio, e Naaman rivolge a Dio il suo ringraziamento. Anche il vangelo presenta la dimensione eucaristica della fede: il ringraziamento del samaritano a Gesù (cf. Lc 17,16) esprime la sua fede (cf. Lc 17,19).

Il testo di 2Re mostra la difficoltà, soprattutto per un uomo importante, ricco e potente come Naaman (2Re 5,1), di riconoscersi debitore: coprire di denaro e preziosi chi lo ha beneficato significherebbe “sdebitarsi”, far divenire l’altro grato nei suoi confronti, e così non perdere la propria grandezza e la propria immagine di uomo che “non deve nulla a nessuno”. La gratitudine è difficile e richiede la messa a morte del proprio narcisismo per entrare nel novero di coloro che si sanno graziati.

Il testo evangelico si apre con un’annotazione geografica che dice che Gesù, mentre andava verso Gerusalemme, “attraversava” la Samaria e la Galilea. Penso che quell’“attraversare” vada inteso nel senso di “costeggiare”, di “passare lungo la frontiera”, dando collocazione anche fisica all’atteggiamento di Gesù quale uomo della soglia, che abita i confini. Di fatto, subito dopo, egli incontrerà un gruppo di lebbrosi che si rivelerà composto di giudei e samaritani, popoli ormai separati da inimicizie religiose e ostilità reciproche, ed egli destinerà a tutti indistintamente la sua azione terapeutica.

Apprestandosi a entrare in un villaggio, ecco che un gruppo di dieci lebbrosi gli si fanno incontro fermandosi a distanza. La legislazione che regolava il comportamento di quanti erano afflitti da lebbra imponeva loro di stare lontani dai centri abitati (“il lebbroso … abiterà fuori dell’accampamento”: Lv 13,46) e di andare in giro gridando la propria condizione di impurità per avvertire della propria presenza contagiosa e impura e consentire di evitarli a chi li avesse incrociati sul cammino (“il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto, velato fino al labbro superiore, andrà gridando: ‘Impuro! Impuro!’”: Lv 13,45). Tuttavia, questo gruppo di uomini ci viene presentato non in atto di gridare la propria impurità, ma di supplicare aiuto. Le parole che rivolgono a Gesù sono una preghiera colma di fiducia e di speranza: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi” (Lc 17,13). La loro supplica echeggia espressioni che i Salmi di frequente rivolgono a Dio (Sal 6,2; 31,10; 41,5; 51,3-4) ed esprime la loro fede nel potere di Gesù di guarirli. Colpisce che Gesù, ascoltata la loro richiesta, non compia alcun gesto (come invece nei confronti del lebbroso in Lc 5,12-16, quando “Gesù tese la mano, lo toccò dicendo: ‘Lo voglio, sii purificato’”, e il narratore annota che “immediatamente la lebbra scomparve da lui”: Lc 5,13). Gesù li invia immediatamente a farsi visitare dai sacerdoti che dovevano verificare l’avvenuta guarigione e dunque riammettere alla partecipazione al culto avendo constatato la sparizione dell’impurità. Ma i dieci uomini obbediscono a Gesù senza che la guarigione sia avvenuta. Tutti loro mostrano fede in Gesù obbedendo alla sua parola pur senza aver visto nessun gesto di cura verso di loro e tanto meno di guarigione. Vanno a “mostrarsi” ai sacerdoti senza essere guariti! Potremmo chiederci il perché di questo atteggiamento di Gesù. Come intenderlo? Quale significato avrebbero potuto dare alle sue parole i dieci uomini? Come una maniera di liberarsi di loro? Di non prenderli sul serio? Un po’ come avviene per quella donna cananea che gli si era fatta incontro supplicandolo con analoghe parole (“Abbi pietà di me”, eléesón me: Mt 15,22; cf. “Abbi pietà di noi”, eléeson emâs: Lc 17,13.) a cui Gesù prima non aveva nemmeno risposto e poi aveva rivolto parole aspre e dure. In realtà, essi non interpretano così l’atteggiamento di Gesù, non mostrano delusione, non mormorano con rimostranze, non criticano quella che avrebbero potuto sentire come indifferenza e perfino presa in giro da parte di Gesù. Obbediscono a Gesù mostrando fede in lui. Ed è nel cammino, “mentre andavano” (Lc 17,14), che avviene la guarigione. Il loro mettersi in cammino senza essere guariti è una manifestazione straordinaria di fede nella parola di Gesù e nella sua persona. Potremmo dire che credono senza avere visto. Sembra che abbiano fatto proprio l’atteggiamento del Salmista che crede nell’esaudimento nel mentre stesso che implora aiuto: “Quando ho gridato al Signore con la mia bocca, la sua lode era già sulla mia lingua. Se il dubbio fosse stato nel mio cuore il Signore non avrebbe ascoltato” (Sal 66,17-18). Tutti e dieci hanno fede, eppure una differenza radicale emerge tra di loro quando uno solo torna da Gesù per ringraziarlo: “Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce e si prostrò davanti a Gesù per ringraziarlo” (Lc 17,17). Tutti sono guariti, ma uno solo lo vede, cioè lo riconosce e vi risponde. Quest’uomo sa vedere ciò che è avvenuto alla propria vita, riconosce che è grazie a un altro che è avvenuto ciò che è avvenuto e risponde a questo evento: cambia strada, non va dai sacerdoti, ma da Gesù e lo ringrazia. Nulla di rituale o di religioso in tutto questo. La differenza tra i nove e questo uno è nel suo saper vedere e rispondere. Si tratta di una differenza che si situa sul piano prettamente umano e precede la differenza religiosa che separava giudei e samaritani e i loro rispettivi luoghi di culto e sistemi sacerdotali. E che diversifica anche la fede che pure tutti hanno mostrato. Tanto che solo al samaritano Gesù dirà: “La tua fede ti ha salvato” (Lc 17,19). Qual è la differenza? Luca presenta nel samaritano la fede come propedeutica all’umano, la fede che insegna a vivere umanamente, la fede che approfondisce l’umano e rende autentiche le relazioni umane. Presenta la fede che insegna a vedere se stessi e a riconoscere l’altro, la fede che radica l’uomo nell’umano e non ve lo sradica. Sradicamento che a volte è operato dalla religione. Il Dio che il samaritano loda è quello che si è manifestato nell’uomo Gesù. È una differenza puramente umana, di atteggiamento umano, di presa sul serio dell’umano. La solenne proclamazione “la tua fede ti ha salvato” va dunque intesa come: ti ha posto nell’unità, ti ha dato integrità, ti ha situato nella tua verità umana. La tua fede aderisce alla tua umanità, fa tutt’uno con essa. È a questa fede, che integra pienamente l’umano, che Gesù dice il suo sì. Gli altri nove si saranno fatti vedere dai sacerdoti e avranno certamente goduto della nuova condizione di guariti, ma non avranno visto ciò che è intervenuto nella loro vita e così saranno restati nella loro cecità, nell’inerzia di chi ha occhi e non vede, orecchie e non sente, bocca e non parla. Guariti dalla lebbra, ma non dalla cecità.

Il samaritano non si presenta ai sacerdoti, ma ringrazia Gesù. E Gesù non si lamenta del fatto che nessun altro sia venuto a ringraziare lui – gli è sconosciuta l’arte perversa di fare del ringraziamento dovuto un’arma di ricatto –, ma si stupisce che uno solo sia tornato indietro a dare gloria a Dio, che uno solo abbia riconosciuto il Dio che agisce nei rapporti intraumani e abbia saputo discernere il Dio che lui narra nella sua umanità. Davvero, non è più sul monte Garizim, dove celebravano il culto i samaritani, o nel tempio di Gerusalemme, dove adoravano i giudei (cf. Gv 4,21) e da cui già erano dovuti uscire i sacerdoti quando la nube della presenza divina ne aveva preso possesso (1Re 8,10), ma nell’umanità di Gesù che va riconosciuta la presenza di Dio. Non nella mediazione religiosa, ma nell’immediatezza umana.

E autentificazione della fede è la dimensione eucaristica, ovvero la capacità di riconoscere, nel senso di entrare nel riconoscimento per giungere alla riconoscenza. Si tratta di riconoscere l’intervento di Dio nella semplicità e opacità dell’umano, del reale. Ma il riconoscimento è pieno quando si dilata nel rendimento di grazie. Quando lo sguardo che ha visto l’umano, da quello stesso umano risale al divino. Allora il culto è autentico e celebrato nella vita, nella trama delle relazioni, nella qualità dei gesti, delle parole e degli sguardi. Allora la conversione è compiuta: il samaritano “tornò indietro (hypéstrepsen) lodando Dio a gran voce” (Lc 17,15). 

La lode a Dio si unisce in modo inscindibile al rendimento di grazie a Gesù. Nell’uomo Gesù si manifesta il volto di Dio.

*Monastero di Bose

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venerdì 11 luglio 2025

GRATITUDINE e CURA

 

ANZIANI, 

SEGNI DI SPERANZA


Nel messaggio per la Giornata mondiale dedicata ai nonni e a chi è nella parte finale della vita (27 luglio) il richiamo al bene sempre da compiere: «Trasmettiamo la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani»

Il Papa: «Anziani, siete segni di speranza L’amore e la preghiera non hanno età»

«Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani»

  -       di TOMMASO PICCOLI

-        «Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno ». Queste parole di san Paolo ai cristiani di Corinto sono l’ultima citazione del messaggio scritto da Leone XIV per la quinta Giornata mondiale dei nonni e degli anziani (27 luglio) e diffuso ieri. L’ultima citazione ma la più pregnante, perché è l’avvicinarsi alla risurrezione e alla beatitudine senza fine il vero motivo della speranza di cui è intessuto il messaggio stesso fin dal titolo Beato chi non ha perduto la sua speranza (cfr Sir 14,2).

«Nella Bibbia – scrive il Pontefice – Dio più volte mostra la sua provvidenza rivolgendosi a persone avanti negli anni. Così avviene, oltre che per Abramo, Sara, Zaccaria ed Elisabetta, pure per Mosè, chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni (cfr Es 7,7). Con queste scelte, ci insegna che ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e che gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza. “Cos’è mai questo tempo della vecchiaia?” – si domanda al riguardo sant’Agostino – Ti risponde qui Dio: “Oh, venga meno per davvero la tua forza, affinché in te resti la forza mia e tu possa dire con l’Apostolo: Quando sono debole, allora sono forte” ( Super Ps. 70, 11)».

Ancora: «Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio (cfr Gen 48,8-20). Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire».

Il Papa ricorda che il Giubileo, fin dalle sue origini bibliche, ha rappresentato un tempo di liberazione e «guardando alle persone anziane in questa prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono». Per questo motivo «ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani, creando per loro e con loro reti di sostegno e di preghiera, intessendo relazioni che possano donare speranza e dignità a chi si sente dimenticato ». A tale riguardo Leone XIV fa presente una particolarità di questo Giubileo, normata dalla Penitenzieria apostolica, ovvero che quanti non potranno venire a Roma quest’anno in pellegrinaggio, possano anche «conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo agli anziani in solitudine, [...] quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cfr Mt 25, 34-36)».

Il Papa riprende infine il libro sapienziale che ha ispirato il tema della Giornata di quest’anno, il Siracide, che «afferma che la beatitudine è di coloro che non hanno perso la propria speranza (cfr 14,2), lasciando intendere che nella nostra vita – specie se lunga – possono esserci tanti motivi per volgersi con lo sguardo indietro, piuttosto che al futuro. Eppure, come scrisse papa Francesco durante il suo ultimo ricovero in ospedale, “il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza” ( Angelus, 16 marzo 2025). Abbiamo una libertà che nessuna difficoltà può toglierci: quella di amare e di pregare. Tutti, sempre, possiamo amare e pregare». Così «il bene che vogliamo ai nostri cari – al coniuge col quale abbiamo passato gran parte della vita, ai figli, ai nipoti che rallegrano le nostre giornate – non si spegne quando le forze svaniscono. Anzi, spesso è proprio il loro affetto a risvegliare le nostre energie, portandoci speranza e conforto».

Questa l’esortazione conclusiva di Leone XIV: «Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore. Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età».

 www.avvenire.it


Leggi: MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV PER LA V GIORNATA MONDIALE DEI NONNI E DEGLI ANZIANI




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mercoledì 13 novembre 2024

COLTIVARE LA GENTILEZZA


Che cosa possiamo fare per celebrare 

davvero la gentilezza a scuola, 

per renderla un’esperienza quotidiana,

 l'arte del vivere nel mondo?



Il 13 novembre è la giornata mondiale della gentilezza.

Talora la giornata passa, e poi la gentilezza va nel dimenticatoio… come al solito. La gentilezza è la grande assente nella nostra società e di sicuro non è frequentata nei contesti scolastici. Manca spesso nei genitori quando si relazionano con noi docenti (e viceversa), è trascurata nella relazione tra colleghi, tante bambine e bambini nel gruppo dei pari la ignorano, probabilmente perché noi adulti non siamo in grado di insegnarne loro il valore.

Purtroppo, la società odierna, i social, arroganza, prepotenza, individualismo, ed anche cafoneria, sovente non stimolano ad essere gentili, ma tutt'altro.

Che cosa possiamo fare, allora, per celebrare davvero la gentilezza a scuola, per renderla un’esperienza quotidiana e non una sporadica occasione per ricordarsi che un “mondo gentile” sarebbe un mondo migliore per tutti?


 Risponde Giuseppe Maiolo, Psicologia delle età della vita, Università degli studi di Trento

Se le giornate dedicate a un tema possono essere in generale uno stimolo alla riflessione, penso serva soffermarsi sulla “gentilezza” soprattutto perché potrebbe aiutarci a mettere in moto un processo generativo capace di trasformare la realtà.

Stabiliamo prima di tutto che la gentilezza è un sentimento, cioè un sentire specifico da far crescere e potenziare, per il quale è necessario costruire un significato condivisibile che dia valore al comportamento gentile. Questo vale soprattutto in questo momento storico in cui nelle relazioni umane tendono a prevalere arroganza e prepotenza.

 Gentilezza e gratitudine

Di fatto la gentilezza si fonda sull’ascolto e contiene ingredienti come la comprensione, la fiducia, il rispetto. Potrebbe anche essere associata alla cura, ovvero all’abilità di prendersi cura e “pre-occuparsi” dell’altro, che è un “vedere anticipato” e un dargli spazio nei propri pensieri. Competenza questa dell’adulto che va raggiunta per tappe e si potenzia con l’uso, come accade con le abilità linguistiche e la comunicazione. Non a caso Mark Twain sosteneva che “La gentilezza è una lingua che il sordo può sentire e il cieco può vedere”. Di fatto non esiste gentilezza senza comunicazione, cioè senza un sentire e un vedere insieme e non c’è gentilezza senza gratitudine, che nella relazione è l’energia con cui si può generare comunione d’intenti, anche nelle divergenze del pensiero. Ma questo mix di sentimenti è ciò che serve alla relazione per il sostegno reciproco e per il mantenimento dei legami. E poi aiuta a contenere l’idea egoica di una libertà personale che consente a chiunque di fare quello che vuole.

In altre parole, gentilezza e gratitudine sono un binomio necessario per fronteggiare egoismo e individualismo.

 Gentilezza come obiettivo educativo

Proporre la gentilezza come obiettivo educativo sia a scuola che in famiglia, vuol dire avere coscienza delle nostre insufficienze di adulti che spesso sono incapacità di attenzione e ascolto.

A volte anche di quelle “buone maniere” che un tempo erano materia di educazione scolastica.

La sua assenza educativa dai programmi scolastici di oggi ha cancellato “l’urbanità”, che è vocabolo desueto ma ancora utile per definire il nostro essere cittadini rispettosi e cortesi in una comunità che si ritiene civile.

Così abbiamo finito per rimuovere una quantità di parole semplici ma necessarie al vivere quotidiano, come “grazie, per favore, posso?”, perché non richieste e tanto meno affermate nelle relazioni.

La gentilezza a cui dovremmo rivolgerci è fatta prima di tutto di consapevolezza relativamente al senso che hanno le cose che si dicono o l’importanza dei gesti e delle azioni che produciamo.

Una volta l’attenzione all’altro veniva chiamata “filantropia”, che era amore per gli esseri umani e capacità reale di condividerne l’esistenza. Ma dal punto di vista psicologico è ancora adesso abilità di “entrare e stare nei pensieri dell’altro” che, come dice Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, di solito indica un buon livello di salute mentale.

 La gentilezza non basta averla in dotazione, serve insegnarla ed educarla

Seminare e coltivare gentilezza

Ora che disponiamo di una quantità di ricerche scientifiche e siamo in grado di sapere quanto la pratica della gentilezza possa avere un impatto positivo anche sui nostri geni, siamo capaci di comprendere come tutto questo ci aiuti a trasformare il modo di stare insieme e con-vivere.

Sappiamo però che gentili non si nasce, ma si può diventare acquisendo con gradualità ciò che serve per darne esempio e, quello che conta di più, per seminare e coltivare la gentilezza.

Ci servirà, però, non fermarci alle giornate celebrative, come ben sottolinea la maestra Serena, e agli slogan facili (tipo “Scuola gentile” o “Paese gentile”), perché la gentilezza ha bisogno di contenuti e non di targhe.

L’educazione civica dovrebbe diventare allora fin dalla primaria “educazione alla convivenza gentile e insegnamento delle relazioni cortesi”. Ma anche i corsi di aggiornamento a scuola per gli insegnanti e i momenti di incontro dei genitori, dovrebbero contenere, almeno in parte, laboratori di “gentilezza verbale” e percorsi per esercitare il “fare gentile”.

Credo che ve ne sia un bisogno urgente, quanto meno per contrastare la violenza del turpiloquio che dilaga sui social, nei media, in particolare nei talk show, e fronteggiare per esempio quegli sgarbi televisivi che ci stanno abituando a un parlare offensivo e irrispettoso, rendendoci incapaci di riconoscere l’importanza del garbo e dell’agire gentile.

 Giunti Scuola

 

 


venerdì 6 settembre 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE


Parla la religiosa, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. "È una delle parole chiave per una economia basata sulla condivisione"

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium e Segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

 

-         Intervista di Cristina Uguccioni

-          

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili, perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro ‘La teoria dei sentimenti morali’ sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche – cattoliche e non – di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, sta iniziando ad avere rilevanza internazionale, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

Come accompagnare e sostenere le giovani generazioni alle prese, in Occidente, con un clima culturale dominato dall’individualismo e dall’imperativo dell’autosufficienza?

Le giovani generazioni stanno educando oggi quelle più adulte a uno sguardo meno individualistico di quello che ha trionfato negli scorsi decenni. Sono le vittime di una ubriacatura di cui, a volte in forme incerte e scomposte, altre volte in forme silenziose e sofferte, patiscono le conseguenze e desiderano il superamento. I giovani in Occidente sono pochi, poco ascoltati, spesso accusati da chi ha costruito attorno a loro un mondo respingente e giudicante. Il loro desiderio di cambiamento è radicato, profondo. La nostra responsabilità è quella di vedere nelle loro incertezze e nei loro bisogni una chiamata alla conversione, così da offrire testimonianze credibili e da sostenere con risorse materiali e spirituali i loro sogni.

In Occidente stiamo assistendo a una crescente burocratizzazione dei rapporti sociali e dunque anche dei rapporti di lavoro; una burocratizzazione che considera la gratitudine qualcosa di nobile ma di superfluo e ininfluente per far funzionare il mondo del lavoro. Come si corregge questa visione che marginalizza la gratitudine?

Riconoscenza ha la stessa radice di riconoscere: per dire grazie devo saper vedere il dono. In economia, e in particolare nella gestione delle organizzazioni, si è abituati a ragionare in termini di programmazione e controllo: si fissano gli obiettivi e si controlla che essi siano raggiunti. Poco spazio viene lasciato al dono, e quindi poco o nulla si fa per accorgersi di quel dono. Trovo interessante la tesi di Norbert Alter: egli sostiene che chi lavora all’interno delle organizzazioni ha bisogno di esprimersi come persona nel proprio lavoro, di personalizzarlo, di donarsi, di andare oltre la lettera del contratto. Le organizzazioni, che hanno tutto l’interesse a ottenere molto dai dipendenti, organizzano sistemi di controllo che non sanno riconoscere il dono, quindi non lo vedono. Per questo motivo non sono riconoscenti e non lo apprezzano, rischiano di far demotivare i lavoratori arrivando a impedire loro di donare. L’ingratitudine impedisce il dono, ecco la tesi di Alter. Volendo ottenere molto dai dipendenti, il management rinuncia alla risorsa più preziosa, la capacità di donare, che porta alla cooperazione e tiene alte le motivazioni. La gratitudine quindi, oltre che collante sociale, si può rivelare una forza enorme anche nella gestione delle organizzazioni: essa, però, non può essere imposta. Ha bisogno di occhi che sappiano riconoscere il dono, quel dono volontario e spontaneo che in qualche modo è anche la personalizzazione del lavoro che si fa. È anche questo il motivo per cui diciamo grazie al barista e non al distributore automatico del caffè: nel lavoro del barista c’è un’espressione di sé, unica e legata al suo modo di essere e di esprimersi. Ed è su questa linea che possiamo immaginare la gratitudine insieme a un buon contratto e non in sostituzione di esso. La riconoscenza verso il dono-gratuità non è in opposizione al denaro, ma le due cose possono stare insieme: anche un aumento di stipendio può essere una forma di gratitudine, se è conseguente al riconoscimento del dono.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è principalmente chi si fa da sé, ma chi accoglie volentieri – creativamente e attivamente – anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

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venerdì 30 agosto 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE

 


«Le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere che coinvolge gli altri»

  Parla suor Alessandra Smerilli, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale «È una delle parole chiave che guidano un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto per l’ambiente»

 

-         di CRISTINA  UGUCCIONI

 

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

 In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro “ La teoria dei sentimenti morali” sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

 Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è chi si fa da sé, ma chi accoglie creativamente e attivamente anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

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venerdì 23 agosto 2024

BELLEZZA e GRATUTUDINE

 

Le opere degli artisti, come le meraviglie del creato e la generosità' umana, nutrono il nostro animo, toccano corde interiori profonde. donano pace


 Le opere d’arte di cui sono colmi i musei sono state commissionate, create e poi mostrate con orgoglio, custodite, protette con cura e sacrificio anche in mezzo a guerre e sciagure naturali. Sono state restaurate, studiate, fatte diventare materia di insegnamento. Di generazione in generazione noi umani abbiamo fatto tutto questo, e continuiamo a farlo, mossi dal desiderio tenace e lieto di consegnare alle nuove generazioni – con spirito grato – ciò che riteniamo far parte del patrimonio irrinunciabile dell’umano più bello.

Di queste opere e della gratitudine riflette in questo dialogo Barbara Jatta, dal 2017 direttrice dei Musei Vaticani.

 Intervista di Cristina Uguccioni

Cosa insegnano le opere d’arte in tema di gratitudine?

Esse esplicitano il legame profondo tra bellezza e gratitudine. Nel cuore umano, infatti, la gratitudine sorge di fronte alla bellezza, intesa in senso ampio: può trattarsi della bellezza della natura o di quella creata dalla mano degli artisti o della bellezza di gesti umani generosi e gratuiti. Naturalmente la gratitudine dipende anche dalla sensibilità di ogni singola persona: c’è chi è più portato ad essere riconoscente e chi, invece, lo è meno. Però, in linea generale, direi che la gratitudine scaturisce dall’esperienza della bellezza colta nella sua gratuità e fecondità: sentiamo che la bellezza ci arricchisce, nutre il nostro animo, amplia la nostra conoscenza, tocca corde interiori profonde, dona pace. Personalmente sono grata a moltissime opere d’arte: dal mio ufficio vedo ogni giorno la cupola di San Pietro, un’opera che continua a destare in me meraviglia, ammirazione e gratitudine verso Michelangelo e papa Sisto V. E non posso non provare riconoscenza verso artisti che con il loro genio hanno creato lungo i secoli magnifici dipinti, sculture, spazi architettonici, oggetti di oreficeria: penso, ad esempio, alla cappella Sistina, ai dipinti di Raffaello, all’Apollo del Belvedere, che proprio in questo periodo stiamo restaurando, o anche al reliquiario di Sisto V, cui stiamo attualmente dedicando una mostra nei nostri Musei; è un raro capolavoro, tempestato di gemme, dell’oreficeria tardogotica francese.

 La gratitudine è un sentimento che lega gli artisti tra loro.

Sì. Dico sempre che l’arte nasce dall’arte: non c’è artista che non sia debitore nei confronti di artisti che l’hanno preceduto o a lui contemporanei e che non provi implicita o esplicita gratitudine. Ad esempio, Caravaggio, per la sua magnifica Deposizione esposta nei nostri Musei ha sicuramente tratto ispirazione dalla Deposizione della Pala Baglioni di Raffaello. Allo stesso modo, Vincent van Gogh, per la sua intensa Pietà conservata qui da noi, ha tratto ispirazione da una litografia della Pietà di Eugéne Delacroix, il quale, a sua volta, è stato influenzato da un’opera di Peter Paul Rubens, il quale, a sua volta, si è ispirato al gruppo del Laocoonte, anch’esso presente nei nostri Musei. L’arte è una sorta di lunga catena in cui gli artisti sono legati tra loro. 

Ogni istituzione museale è un’istituzione fondata sulla gratitudine poiché onora e consegna alle nuove generazioni ciò che si considera parte del patrimonio irrinunciabile dell’umano più nobile. È dunque anche un’istituzione che contribuisce a edificare una cultura della gratitudine. Per farlo può anche avvalersi di talune specifiche iniziative: quali ha avviato nei Musei Vaticani per favorire questa edificazione?

È vero, ogni museo è fondato sulla gratitudine. Lo sono anche i Musei Vaticani, che da più di cinque secoli onorano quanto ereditato. Abbiamo promosso diverse iniziative che crediamo contribuiscano all’edificazione di una cultura della gratitudine: anzitutto ci impegniamo a valorizzare le collezioni ricevute cercando anche di preservare talune concezioni museografiche del passato proprio a motivo della gratitudine che proviamo: penso, ad esempio, al Museo Pio Clementino, che non disinstalleremo mai poiché siamo grati a quel tipo di allestimento che coniuga mirabilmente le antichità greco-romane e la struttura architettonica che le accoglie. E poi – anche grazie al sostegno dell’associazione dei “Patrons of the arts in the Vatican Museums” – abbiamo avviato molteplici attività didattiche ed educative che stiamo implementando: sono destinate a singoli e gruppi di ogni fascia di età. Le considero uno strumento prezioso per far circolare e diffondere lo spirito di ringraziamento. Abbiamo, ad esempio, un’intera sezione del nostro staff che si occupa di ideare percorsi e iniziative per le scolaresche, e un’altra che lavora per proporre iniziative ad hoc alle persone con disabilità uditive, visive, tattili e cognitive. In occasione del Giubileo allestiremo anche specifici percorsi didattici proprio riguardanti il tema del Giubileo e implementeremo le iniziative didattiche nei giardini Vaticani per favorire la riflessione sul creato. E poi vi sono le mostre, un altro strumento importante: di recente, ad esempio, abbiamo ricevuto in dono circa sessanta pregevoli autoritratti di artisti, collezionati da un privato il quale alla sua morte li ha lasciati alle figlie le quali, a loro volta, hanno deciso di donarli ai nostri Musei. In segno di gratitudine verso il collezionista, le figlie, gli artisti, esporremo queste opere in una mostra che allestiremo in occasione dell’inizio del Giubileo e che affiancherà altre iniziative che stiamo studiando per il 2025.

In quali opere lei coglie con maggiore nitidezza la gratitudine di Gesù verso il Padre?

Potrei indicarne molte: penso che la maggior parte delle opere raffiguranti la Trinità riescano a trasmettere il radicato sentimento di gratitudine di Gesù. Ma anche nelle opere in cui il Padre non è raffigurato è possibile leggere questo sentimento di Gesù; penso, ad esempio, ad un dipinto di El Greco, conservato nell’appartamento delle udienze pontificie: raffigura il Redentore, una figura bellissima e ieratica, nella quale leggo tutta la gratitudine del Figlio verso il Padre. Proprio quest’opera farà parte di una mostra con la quale apriremo il Giubileo.

A chi desidera rivolgere il suo grazie più sentito?

Ai miei genitori che mi hanno dato la vita e mi hanno educato donandomi gli strumenti per diventare la persona che sono oggi. E naturalmente ringrazio il Signore per il dono della vita e della fede e per il sostegno che non mi ha mai fatto mancare nel corso dell’esistenza.

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