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martedì 27 ottobre 2026

CHE COSA VUOI DALLA VITA?

 


I ragazzi cercano 

a chi appartenere:

per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati, ricevere la propria vita come un destino buono


-di Alessandro D’Avenia

 «Non sappiamo perché siamo qui, sono venuti tutti e quindi sono venuto anche io». 

Così ha detto un ragazzino coinvolto nelle devastazioni milanesi.

Queste parole mi hanno ricordato le righe del diario di una delle più grandi pianiste del ’900, Marija Judina, che decise di diventare anche maestra elementare grazie a un campo estivo da volontaria: «C’era un ragazzino di otto-nove anni senza famiglia, viveva da parenti che non amava e da cui non era amato; era indisponente e si azzuffava con tutti.

Lo esortavamo con la parola e l’esempio.

Ma una volta passò tutti i limiti — picchiò un compagno, insultò noi, commise un furto — e fu decretata la sua espulsione.

Quando fu eseguita la condanna, io scoppiai a piangere. Così avvenne la sua seconda nascita! Scoppiò a piangere anche lui; chiese perdono, restituì la refurtiva e cominciò a seguirmi ovunque. Diceva che non aveva mai visto una maestra piangere per un alunno e, con le sue parole, “sull’anima e sulla vita” di un monello». 

I ragazzi cercano a chi appartenere: per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati, ricevere la propria vita come un destino buono. Chi non prova questa ricreazione nei legami primari è preda di squilibri, rabbia e violenza. E della massa. 

Ho assistito alla seconda nascita di tanti adolescenti non grazie a prediche e punizioni ma al sentirsi voluti.

Per questo Raymond Carver, morto di tumore a 50 anni, volle sulla lapide i versi che lui stesso aveva scritto:

«E hai ottenuto quello che/ volevi dalla vita, nonostante tutto?

 Sì. E cos’è che volevi?

 Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla terra».

 

Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 20 ottobre 2026

ALMENO DIECI


 IL GRANCHIO





-di Alessandro D’Avenia

Un famoso artista cinese a cui il re chiese il disegno di un granchio disse di aver bisogno di cinque anni.

Passato il lustro non aveva ancora iniziato e ne chiese altri cinque. Allo scadere dei dieci prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò il granchio più bello che si fosse mai visto.  

Così Italo Calvino chiude la sua lezione sulla «Rapidità», non quella di chi offre soluzioni prive di attrito con il mondo ma di chi mette anima e corpo nella perfezione del gesto.

Lo sa la scrittrice da Pulitzer Donna Tartt che ha promesso cinque libri in 50 anni, uno ogni dieci, perché ogni sostantivo abbia decennale sostanza.  

Dieci, come le dita e il voto, è numero-simbolo di compiutezza e perfezione: gli anni del ritorno di Ulisse, i comandamenti, i cieli del Paradiso di Dante la cui Commedia è fatta di dieci per dieci canti, come le novelle del Decameron (dieci giorni per dieci giovani) di Boccaccio…

Fuor di simbolo per far qualcosa di eterno ci vuole un tempo, diverso per ciascuno, che sia però «tutto il necessario» in termini di studio, esercizio, errori, fatica e gioia, perché non ha consistenza fuori di noi ciò che non l’ha prima in noi.  

La rapidità che non nasce dall’incontro prolungato con le cose è solo fretta, come lo studio a scadenza, il successo senza lavoro quotidiano, la risposta dell’IA.

La precipitazione decàde, la dècade resta: per fare un libro, una canzone, una cena, una lezione, una carezza… memorabili, ci vogliono «dieci» anni, cioè tutto il tempo di cui ciascuno ha bisogno per amare e conoscere qualcosa a tal punto da ri-crearla: darle una vita che non muore.

È la bellezza.

Corriere della Sera

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lunedì 12 ottobre 2026

SE NON RIDI TI PERDI

 



Alessandro D’Avenia

 

Qualche giorno fa un’anziana signora che ha da poco perso il marito usciva triste dal parrucchiere, e un ragazzo sconosciuto, incrociandola, in modo gratuito e inatteso, le ha detto: «Come sta bene, signora!». Non poteva sapere che proprio quella frase gliela ripeteva il marito quando si faceva bella.  

L’episodio mi ha ricordato «Passing Humanity» (Umani di passaggio), un gioco inventato da Bernard De Koven, teorico della «giocosità» come stile di vita e ribellione al controllo, che ho ripreso a fare: per strada sorrido a chi incontro, magari con un saluto o un commento; se risponde, sorridendo o altro, assegno un punteggio da 1 a 10 agli Umani, se resta indifferente o si infastidisce i punti vanno a Coloro che Trascurano l’Umanità.  

Il gioco dura un tragitto: in città perdo quasi sempre, in montagna stravinco. È più facile far punti con chi ha bambini, sorridendo prima a loro. A volte non c’è partita: gli occhi sono solo per il cellulare.  

Le reazioni negative mi ricordano la commedia latina in cui un tale, preoccupato per le fatiche del vicino, viene invitato a farsi gli affari propri. Lui allora risponde con la frase che ha scolpito il concetto di humanitas e che traduco così: «Sono umano, tutto ciò che accade agli altri lo sento mio».  

Le neuroscienze lo confermano: se vediamo un’emozione, la proviamo anche noi, come avviene con gli sbadigli. A chi vede un sorriso il cervello sorride, anche se non ricambia. E confesso che io vinco anche quando ai punti perdo: torno a casa col sorriso.

Ricreato.

Corriere della Sera

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lunedì 5 ottobre 2026

BUONI DA MORIRE

 


I BISCOTTI


 DI

 

FRATE


 FRANCESCO



Alessandro D’Avenia

Si narra che quando 800 anni fa Francesco d’Assisi, di cui ieri abbiamo festeggiato per la prima volta la festa nazionale, sentì la morte vicina, chiese ai fratelli i suoi biscotti preferiti: la ricreazione.

Quei biscotti di mandorle, miele, mosto, albumi e spezie dovevano però uscire dalle mani di Jacopa dei Settesoli, nobildonna sua seguace che lo aveva ospitato quando si era recato a Roma per presentare al Papa il suo ordine.  

Jacopa gli preparò quei biscotti dal potere rinfrancante e curativo che si fanno ancora oggi, gli piacquero così tanto da volerli di nuovo prima di spegnersi. Francesco è poeta nel senso che ha la radice della parola: portare nel mondo più vita di quella che ci ha trovato. Inaugura infatti la poesia italiana e Dante, con la sua teologia esistenziale, è suo figlio.

 Nel chiedere i biscotti è poeta fino in fondo, come Cristo nell’ultima cena: afferma la gioia di vivere, nel creato, nel corpo, nell’amicizia e perfino nell’imminente morte, che già nel Cantico — volle recitarlo con i fratelli come addio e a Dio — aveva definito sorella, perché per lui ogni cosa venendo da un Padre, dall’acqua alle stelle, dalla Terra alla Morte, è quindi figlia, cioè per noi sorella o fratello.

La creazione è il nostro corpo, cosmico e sociale, e Francesco detta la regola della ricreazione perfetta: fai quello che sai fare per vocazione con ciò che il creato ti offre, senza distruggerlo, e porgilo agli altri... fossero anche solo dei biscotti. 

Aumenta la vita, metti al mondo più mondo. Ricreati. Ricrea.

Corriere della Sera

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martedì 29 settembre 2026

L'AUTUNNO E' UN METODO

 



In autunno è più facile vedere Dio 

che abita nei paradossi: 

frutti maturi e rami spogli, 

chi dà la vita la ritrova. 

Alessandro D’Avenia

Nel racconto biblico della creazione non si narra come le cose sono state fatte un tempo, ma il rapporto che la Vita ha con le cose in ogni tempo. Non l’inizio del mondo ma il suo perenne iniziare: la Vita si dà sempre di nuovo (il riposo del settimo giorno è custodia non distacco) e tutto è con-creato (i sei giorni), cioè collegato. Della Vita godiamo multiformi quotidiane epifanie nella vita, ma niente di ciò che è vivo è la Vita stessa. Lei è invisibile, inesauribile, eterna.  

In autunno però mostra di più il suo gioco, proprio perché fine e inizio coincidono. Il verde assorbito nei frutti maturi lascia spazio ai colori caldi del nostro destino: riposa e rinasci. Siamo vivi, ma non siamo la Vita. Possiamo trasmetterla o distruggerla, gli unici due modi di starci dentro, per compimento e rinascita o per esaurimento e aridità: la vita in te e attorno a te aumenta o si spegne?  

 Van Gogh nel settembre del 1888 scriveva al fratello che in quel periodo i colori non gli bastavano: «Non te lo dirò mai abbastanza, sono estasiato estasiato estasiato da ciò che vedo. Tutto questo dà aspirazioni d’autunno, un entusiasmo che fa passare il tempo senza accorgersene».  

 Ecco la ricreazione autunnale: cogli frutti maturi e ritirati, concentrati e riposa nella Vita, radicati nel silenzio e rinasci. Torna creatura e sarai ricreato perché finire è iniziare.

 L’autunno non è un sentimento, è il metodo della Vita nella vita.

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lunedì 21 settembre 2026

INTELLIGENZA ARTIGIANALE AFFETTIVA

 


<-di Alessandro D’Avenia


Non c’è ricreazione senza cibo.

 Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in  cartella: salame, formaggio, cioccolata?

 Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però,  affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. 

La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.  

 Un gesto rivoluzionario. 

Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. 

Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione...) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. 

 Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! 

Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa, sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.



Corriere della Sera

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mercoledì 16 settembre 2026

VIETARE LA GIOIA?

 


 'Chi può vietarci 


la gioia?'




Alessandro D’Avenia


Ricordo alcune ricreazioni, ma una su tutte. In un giorno dell'ultimo anno di liceo la campanella annunciò l'intervallo, ma il professore di italiano mi chiese di rimanere.  

Che avevo combinato? Dalla sua borsa di un marrone frusto estrasse un volume vissuto: «Il mio libro di poesie preferito, me lo ridai fra due settimane». Era la risposta alla domanda che gli avevo posto giorni prima.  

A una domanda sulla sua vita, con la sua vita mi rispondeva. Lui uscì, e miracolo fu: rimasi in classe. Non per un ripasso in extremis, ma per Friederich Hölderlin. I versi erano difficili come una scalata, ma che aria lassù, che luce, che silenzio, che vista! Quell'atto di fiducia e di sfida mi ri-creò: in quattordici giorni (qualcuno in più, ma fui richiamato all'ordine) mi crebbe l'anima. Cresce come un albero: nel silenzio, più sprofonda più si innalza. Sono le radici a farci ombra e a dare frutti. 

Mi colpirono le note personali del professore, sui margini bianchi. Colsi che i libri si leggono con la matita, per rispondere con la vita ai visitatori venuti dall'eternità a riposare da noi. Con il tempo ho capito che eros si era acceso: volevo contagiare quella gioia, passare il testimone della bellezza. Avrei fatto lo stesso, sarei stato un maestro! Quella ri-creazione continua, custodita in tre versi che allora lessi come un dono e un compito: «Invano nascondiamo il cuore nel petto,/ invano freniamo il nostro coraggio,/ maestri e giovani - chi può impedirci, vietarci la gioia?» (Pane e vino).

Corriere della Sera

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mercoledì 9 settembre 2026

COME A RICREAZIONE

 

Chiamatelo pure intervallo. 

Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.  


-di Alessandro D’Avenia

Intervallo, nella lingua di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto da capo. Ri-creato.  

Una bambina mi ha detto che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto «arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i rematori stanchi il porto.  

Fuori dai banchi corpo e anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...  

La vita tutta in quindici minuti di intensissimo qui e ora.  

Per questo, dopo anni di «Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili», ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta, impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.  

Ce ne staremo in quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere. Come a ricreazione.

Corriere della Sera

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giovedì 2 luglio 2026

IL TUO BANCO

 


La posizione in classe

 e il nostro sguardo

sul mondo.



-di Alessandro D'Avenia 

Cari lettori, che posto ave(va)te in classe?

 Io, all'ultimo banco ci sono finito in prima elementare, gli altri bambini avevano cominciato da una settimana o due perché io entravo in «primina» (la prima a 5 anni) con un passaggio più morbido, dopo ancora qualche giorno di felice «asilo». Fu aggiunto un posto per me in fondo.

Da quel giorno ho amato l'ultimo banco come una casa, tanto da occuparlo fino a 18 anni, con pause dovute a eccessi (chiacchierone e dedito ad attività clandestine) puniti con le prime file... 

La posizione in classe è data dal peso dell'anima e corrisponde a uno sguardo sul mondo, tanto che, nel romanzo «L'Appello», ho formulato una topografia esistenziale in base al posto scelto: Panorama, sempre vicino alla finestra perché la vita vera è fuori; Invisibile, in zona periferica per aderire alla messa in scena il meno possibile; Vagabondo, banco inquieto e mutevole come chi lo occupa; il Comico, nelle retrovie per (sor-)prendere tutti alle spalle con le sue immancabili battute. Il Condannato non importa dove sia seduto: attira su di sé i colpi del destino convinto di meritarseli. Il Maggiordomo, vicino alla soglia, il primo a fuggire a ogni campanella e ad ampliare il più possibile le interruzioni provenienti dal mondo esterno. L'Incontinente più spesso in bagno che in classe, non solo per ragioni diuretiche ma terapeutiche e sociali.

Primobanco preferisce avere a che fare con gli adulti, sa a memoria il calendario scolastico e le pagine da studiare. Non è necessariamente secchione, ha solo paura di perdere il controllo.

A ogni Primobanco corrisponde un Ultimobanco, dedito ad attività di sedizione (il sottobanco è il suo regno), non è parte del sistema ma ne ha bisogno per esistere. È diverso da Palude che occupa zone grigie, banchi da attività totalmente avulse dalla scuola. Ai primi posti c’è l'Avvocato, capace di rilevare con puntiglio le contraddizioni dei professori con precedenti e parole dimenticati da tutti. Vicino c’è il Campione, deciso a dimostrare che al mondo c’è qualcuno che affronta i problemi che gli altri vedono ma non hanno il coraggio di risolvere. Gli assomiglia il Martire il cui movente non è però l'idealismo ma il masochismo.

In fondo all'aula, ma come fosse al primo banco, c’è anche il Veterano, per lo più ripetente e provato dalla vita vera, appartiene già agli adulti, tratta i professori da coetaneo e i compagni con un misto di disprezzo e compassione. Ci sarebbero altre anime sulla mappa della classe ma lasciamole al divertimento letterario, perché quest'anno mi sono reso conto che i cliché evaporano quando in una classe, o perché spaziosa o perché di pochi alunni, si possono disporre i banchi a cerchio o a ferro di cavallo: né primi né ultimi, tutti primi e ultimi, tutti in gioco, tutti faccia a faccia. Questo crea relazioni più impegnative perché non vedi solo le schiene degli altri ma il loro volto, e il volto è il luogo di relazioni che a poco a poco diventano più schiette e gioiose: cooperazione anziché competizione. Si prende la parola senza alzare la mano ma solo quando l'altro ha finito di parlare e dopo aver riassunto ciò che ha detto il compagno.

Il docente, sul lato aperto del cerchio o del ferro di cavallo, fa da guida e moderatore, assicurando che la ricerca sia portata avanti da una comunità e non da individui che devono compiacerlo o ripetere cose che sa o ha detto. Il sapere si situa in mezzo, nello spazio vuoto al centro, come un cibo che, anche se diviso, si moltiplica: con-diviso.

La chiamo «co-duzione», l'ambiente in cui accadono i due modi dell'apprendimento, induzione e deduzione, che funzionano solo c'è la relazione, altrimenti tutto si riduce ad addestramento per una performance. Nella co-duzione si crea un cervello condiviso e il maestro assomiglia a quello d'orchestra: si è tutti al servizio della musica e di chi ascolta, ciascuno con il suo timbro, per fare qualcosa che realizza contemporaneamente se stessi e gli altri, un bene comune, un concerto. Perché ci sia scuola non basta acquisire sapere sul mondo né formare individui separati, ci vuole quella trasformazione che accade solo nella relazione viva con il mondo (cose e persone). Ho sempre vissuto e raccontato la scuola come metafora dell'esistenza, perché la tappa che va da 6 a 18 anni è il laboratorio di tutta la vita futura.

Per questo mi congedo dalla rubrica con questa immagine di convivio (Dante) o di simposio (Platone), ben diversa dai «banchi», termine che si usava per la postazione a cui erano costretti i rematori nelle imbarcazioni. 



Il banco diventa tavola, banchetto: auspicio di cambiamento in un Paese ingolfato dal suo motore educativo, e quindi poi in tutto il resto. Otto anni fa intitolavo la mia prima rubrica sul Corriere «Letti da rifare», che due anni dopo ha generato, per l'appunto, «Ultimo banco», che oggi finisce per dare vita a una nuova rubrica («Ultimo banco» riprenderà a settembre solo sui miei canali personali ma in altro modo). Capisco quando una ricerca finisce per aprirne un'altra, come la fine di una stagione inaugura la successiva.

E così su queste pagine ci ritroveremo a settembre, sempre tutti i lunedì, ma in modo diverso. Vorrei anche iniziare un altro progetto dettato da un bisogno che vedo nei ragazzi ma di cui parlerò in futuro. 

Intanto voglio ringraziarvi, cari lettori, immaginando un ultimo appello capace di nominarvi tutti e ciascuno qualsiasi sia il vostro posto in questa classe diffusa. Spero che ogni tanto le mie parole abbiano rischiarato qualche ombra, ispirato un po' di coraggio e speranza, liberato un po' di anima, creato qualche legame, lucidato qualche parola, provocato un'inquietudine, risvegliato un desiderio o strappato un sorriso. Un grazie particolare a mia moglie Alice e al mio amico Carlo, primi attenti lettori dei «banchi», grazie a chi con arte li ha arricchiti di illustrazioni, a chi al Corriere ha vegliato sui miei errori e a chi di voi mi ha scritto per arricchire il mio punto di vista o semplicemente per gratitudine. 

Ci rivediamo a settembre, non rimandati, ma rinnovati.

 Buon vento!

Corriere della Sera

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lunedì 22 giugno 2026

DI CHE SOGNO SEI?


Il motore dell'ispirazione

 è l'immaginazione,

 a sua volta bisognosa 

di attenzione.

Che cosa uccide

 i nostri sogni?


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a renderlo un artista ma i sogni, che l'hanno salvato dai traumi alimentando sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»? 

Nella vita c'è tanta gioia quanta creazione, la creazione viene dall'ispirazione, l'ispirazione dall'immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà: quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la gravità in una mela o un poeta che trova l'infinito in una siepe. L'immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché l'energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che, come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico da ognuno di noi.  

Purtroppo, a volte la catena si interrompe, magari proprio nell'età fatta per «sognare». Questo consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i sogni? 

Una risposta l'ho trovata nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui racconta l'origine di Hanno ucciso l'uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».  

Come fare a non farseli rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se sei sognato, puoi sognare: se c'è un amore che ti vuole esistente allora puoi amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire: bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?  

Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell'immanenza della produzione e del consumo, al di là dell'immanenza dell'informazione e della comunicazione, vi è un'altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell'essere». 

Sognare non è fuggire dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un profumo non esiste. L'organo di percezione è l'attenzione. 

Per spiegarlo cita le parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull'origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c'è veramente desiderio, se l'oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C'è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione». 

Il filosofo commenta così le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un'epoca senza Eros. Il desiderio cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di un'attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L'epoca del bisogno è quindi un'epoca senza spirito».  Dio non è morto ma non può essere percepito se non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione. Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l'attenzione e quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente. Per questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso. 

In fondo «la mala» e «la pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l'Uomo ragno erano immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o riducendoli a bisogni. 

Ritornando a Cremonini, durante il concerto ha cantato «San Luca» con l'amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non c'è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».  

 

Il cammino-luce ricorda il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e quindi poter sognare.  Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell'essere. L'educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio, camminare, fissare l'attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è trovare ma farsi trovare. 

Per questo diciamo «mi manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l'altro abbiamo scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente, ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità di genio creatore di un'epoca è proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell'epoca» (Simone Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio). 

 E autentica è solo la religione che genera vita e mai morte.

Corriere della Sera

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martedì 9 giugno 2026

COMPITI PER LE VACANZE?

ULTIMO 

GIORNO

 DI SCUOLA



Dove, e quando, sei entusiasta? 

Che cosa ti fa sentire ispirato, vivo? 

Si parte da qui, per capire se sia davvero l'ultimo giorno di scuola.


Alessandro D’Avenia

Oggi in molte scuole è l'ultimo giorno: un anno scolastico è «valido» se ha 200 giorni effettivi. Da domani: scrutini, pagelle e, per chi è alla fine di medie e superiori, l'esame. Crediamo ancora che scuola sia un perimetro burocratico di giorni e banchi, domeniche escluse.  

Potremmo invece aprirci alla più gioiosa realtà che «scuola» sia una dimensione permanente dell'anima. La vita umana è fatta di due soli movimenti: andare a scuola e tornare a casa, dove scuola e casa sono i due poli da cui passa l'energia che accende l'esistenza. Infatti a scuola «si va» e a casa «si torna», perché scuola è andare incontro al mondo, il Viaggio, e casa è la stabilità delle relazioni primarie, Itaca. Se queste relazioni sono solide il bambino e l'adolescente maturano l'equilibrio e il coraggio necessari a esplorare per scoprire con chi e cosa entrano in risonanza, per costruire poi loro una casa, nuovi legami stabili e fecondi.  

Casa-scuola-casa-scuola... circolo virtuoso che evita all'anima di chiudersi nella paura o perdersi nella confusione.  

Per questo dedico le ultime lezioni dell'anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo? 

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare...), ma la fonte primaria dell'azione. 

Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l'attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un'abilità, un interesse o un'attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue...), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni...), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare...). 

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? 

Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia.  

La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa... perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno.  

E abbraccia l'esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos'altro... è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.  

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l'insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell'essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell'utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c'erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia).  

 

L'autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.  

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213). 

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.  Oggi non è l'ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?

Corriere della Sera

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