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mercoledì 31 gennaio 2024

LE DUE ANIME DEL PD

IL CASO DEL VENETO 

e 

LE DUE ANIME 

DEL PD 


- di Giuseppe Savagnone*


 

Un voto che ha sconvolto tutto

Il caso della consigliera regionale dem Anna Maria Bigon, il cui voto ha contribuito alla bocciatura, in Veneto, della legge sul fine vita, merita una riflessione che vada al di là delle polemiche strumentali dei giornali della destra e delle indignate reazioni della segreteria del PD.

 Riassumiamo brevemente i fatti. Il Consiglio regionale del Veneto si accingeva a varare, per la prima volta in Italia, una legge sul fine vita. La normativa prevedeva l’assistenza sanitaria gratuita al suicidio medicalmente assistito – mediante l’auto-somministrazione di un farmaco letale –  riprendendo alla lettera le condizioni stabilite nella sentenza della Corte costituzionale del 2019.

 Le ricordiamo: il proposito di suicidio dev’essere maturato «autonomamente e liberamente», in un soggetto «pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli», «tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili». Entro questi limiti, secondo la Suprema Corte, l’assistenza a una persona che intende togliersi la vita non è più da considerare un reato.

 Di fatto, però, dopo quella sentenza, non c’era stato nessun provvedimento legislativo che la traducesse in concreta pratica sanitaria. Il Veneto, con l’appoggio del suo presidente, il leghista Luca Zaia – in polemica con la linea del proprio partito e del suo segretario Salvini – , si apprestava ad essere la prima regione italiana a fare questo passo.

 I fronti della destra e della sinistra rappresentati nel Consiglio regionale si presentavano a questa votazione spaccati, dando luogo a paradossali alleanze: la Lega si è trovata a votare a favore insieme al M5stelle e a buona parte del PD, mentre contrari erano FI e FdI. Ma la conta dei prevedibili “sì” indicava come  molto probabile l’approvazione della legge.

A scompigliare le carte è stata la decisione della consigliera e vice-segretaria provinciale del PD di Verona, Anna Maria Bigon, di astenersi. Con effetti dirompenti: la legge non ha superato il 50% dei “sì”, com’era necessario alla sua approvazione, per un solo voto, il suo.

 I suoi compagni di gruppo le avevano chiesto di ripensarci, o almeno di uscire dall’aula al momento della votazione, abbassando così il quorum richiesto e consentendo l’approvazione della legge, ma lei si è rifiutata.

 La tempesta

Bufera nel partito. La segretaria nazionale, Elly Schlein si è amaramente rammaricata per l’accaduto: «E’ un’occasione persa, quella del Veneto, che voleva solo dare dei percorsi attuando quanto previsto dalla Corte. Che la destra abbia sconfessato Zaia non stupisce, ma è una ferita che ci sia stato un voto del PD».   

 E ha sollevato un problema di correttezza da parte della consigliera: «Se il gruppo del PD vota a favore e ti chiede di uscire dall’aula, è giusto uscire dall’aula, perché l’esito di quella scelta cade su tutti».

 «Anche per me, come per la nostra segretaria» – ha scritto l’on. Alessandro Zan, attivista per i diritti LGBTQ+, deputato e membro della segreteria del Pd con la delega ai diritti – rappresenta una ferita la decisione della consigliera regionale veneta Anna Maria Bigon di partecipare al voto sulla legge regionale sul fine vita lo scorso 16 gennaio, invece di uscire dall’aula».

 Questa disapprovazione ha avuto una immediata ripercussione a livello regionale con la decisione del segretario provinciale del PD di Verona di destituire la Bigon dalla carica di vice-segretaria.

 Una decisione che, come il segretario regionale del Veneto si è affrettato a precisare, è stata presa in autonomia e a livello locale, ma che corrisponde alle prese di posizione della segreteria nazionale.

 A contestarla sono intervenute le voci di alcuni  autorevoli rappresentanti del PD, come il cattolico Graziano Delrio, che ha definito il provvedimento «un brutto segnale». «Resta inammissibile», ha detto – «che si voglia processare una persona per le sue idee e non può essere accettato».

 Pur non condividendone la decisione, si è schierata con Bigon anche Debora Serracchiani, già vice-segretaria del partito, sottolineando che «l’esercizio della libertà di coscienza non può essere punito» e chiedendo al segretario del PD veronese «di ripensarci».

 Da parte sua, l’incriminata ha reagito con fermezza: «Con il mio voto sono stata all’interno di quelli che sono i principi del PD. Non vedo di cosa dovrei pentirmi. Non potevo far altro che esercitare la mia scelta. Se poi mi butteranno fuori, ne prenderò atto».

 E, più tardi, dopo aver appreso della destituzione: «Continuerò a lavorare nel Partito Democratico continuerò a lavorare nel Partito Democratico, il luogo dove deve essere garantito il pluralismo delle diverse sensibilità ».

 Due anime

In realtà, quello che risulta chiaramente da questa vicenda è che nel PD ci sono due anime, quella “laica”, che reincarna la posizione del partito radicale di Pannella e vede nella continuazione delle sue battaglie la propria vocazione, e quella di un cattolicesimo sociale che guarda con diffidenza l’esasperata insistenza sul tema dei diritti individuali e che vede nel PD innanzi tutto il difensore dei diritti sociali, quelli dei più poveri e dei più deboli.

 Per i sostenitori della prima anima la libertà è quella dell’individuo che deve poter disporre del suo corpo  e della sua vita senza doverne rispondere a nessuno, purché non travalichi il confine della sua sfera privata.

 Si pensi alla logica che sta dietro la rivendicazione del diritto di aborto – «L’utero è mio e ne faccio quello che voglio» – e che è alla base anche delle rivendicazione della istituzionalizzazione del suicidio assistito o, nella forma più piena a cui aspirano i suoi sostenitori, dell’eutanasia. 

 È ciò che suggerisce il detto secondo cui «la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella dell’altro».  Che però non è affatto “di sinistra”, ma nasce nel clima dell’individualismo liberale settecentesco e non a caso ha ispirato il partito radicale, appassionato alle libertà dei singoli, ma tutt’altro che sensibile ai problemi della giustizia sociale.

 Questa metamorfosi dell’anima socialista del PD ha spiazzato l’altra, quella cattolica, che invece punta, in linea con l’insegnamento sociale della Chiesa, sul primato del bene comune e ha della libertà un’idea molto diversa, fondata, piuttosto che sulle esigenze soggettive dell’individuo, sulla sua responsabilità verso gli altri.

 Giustamente la Bigon si è rifiutata di uscire dall’aula perché, riducendo la questione a una semplice tutela della propria coscienza, avrebbe tradito questa prospettiva, che è politica, contribuendo all’approvazione di una legge che, certo, rispetta le condizioni poste dalla Corte  costituzionale, ma lascia da parte le sue raccomandazioni a garantire quelle cure palliative che possono offrire al malato un’alternativa al suicidio. Come del resto è avvenuto nell’applicazione pratica della legge sull’aborto, che in teoria prevederebbe – contestualmente al diritto di ricorrere, in caso estremo, all’aborto – un impegno concreto della comunità per consentire  alle madri per permettere loro di non abortire. 

 Il punto è che nella prima prospettiva, “sacro” è il diritto del singolo a disporre di sé (come dimostra, nel caso dell’aborto, la levata di scudi e l’indignazione “morale” contro ogni voce che ne sottolinea la drammaticità e cerca di riportarlo al suo senso originario di “ultimo rimedio”).

 Nella seconda i diritti devono sempre rapportarsi ai doveri – verso se stesi, verso le altre persone, verso la comunità – e a questi ultimi il singolo deve subordinare le proprie preferenze e i propri interessi privati.

 Di fatto ormai da molto tempo il PD ha visto il prevalere della prima anima sulla seconda. La segreteria Schelen ha solo confermato e rafforzato questa tendenza. Ne è una conferma la totale incomprensione nei confronti della scelta della Bigon di non limitarsi a pensare alla salvezza della propria anima, uscendo dall’aula, come se in gioco non ci fosse piuttosto un modo di vedere la libertà e la società che lei, proprio perché fedele alle motivazioni della sua militanza, non poteva condividere.

 Ma un partito che adotta una filosofia liberale, senza neppure accettare di rimetterla in discussione, non è più “di sinistra”, anche se per abitudine continua a dire di esserlo. E infatti le sue battaglie, più che sul terreno della giustizia sociale, si sono incentrate prevalentemente sulla tematica dei diritti.

E probabilmente nell’aumento esponenziale del fenomeno dell’astensionismo, nelle penultime e nelle ultime elezioni, ha avuto un ruolo importante anche lo sgomento di chi ormai si trova a dover scegliere tra i partiti di destra del governo e  una opposizione metà populista e metà post-liberale. Senza parlare di coloro che ormai, quando votano PD, lo fanno vedendo in questa sigla l’acronimo di “per disperazione”.

 Dopo tanto silenzio, anche i vertici cattolici dei dem cominciano finalmente a mostrare di avere coscienza della situazione. «Chiariamoci,», ha detto Delrio, «se il mio partito, nato per essere custode dell’incontro tra i valori dell’umanesimo cristiano e di quello socialista, diventa una copia del Partito radicale, che pure molto rispetto, allora non mi sentirei più a casa mia». Sì, forse è venuto il momento per i (veri) socialisti e per i (veri) cattolici del PD di far sentire la loro voce.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura Arcidiocesi Palermo

www.ttuttavia.eu

venerdì 24 marzo 2023

IL PARTITO DEMOCRATICO AD UN BIVIO

 FARE CHIAREZZA 

E GUARDARE LONTANO

-di Giuseppe Savagnone*

 Il balzo della Schlein

Il balzo in avanti dei consensi (un milione e ottocentomila voti!) che il partito democratico ha registrato, secondo tutti i sondaggi, all’indomani dell’elezione di Elly Schlein alla segreteria, premia senza dubbio una scelta coraggiosa di rinnovamento che la figura della nuova segretaria sembra impersonare, non solo per la sua giovane età, ma anche per una “storia” personale che la colloca al di fuori delle logiche burocratiche dell’apparato del PD e la rende felicemente “alternativa”.

E ce n’era davvero bisogno, in una struttura partitica che da troppo tempo sembrava aver perso la carica innovativa delle origini e appariva a molti più la garante dell’esistente che non la promotrice del cambiamento. Significativo il suo declino elettorale, sia a livello nazionale che nelle ultime elezioni regionali, caratterizzate da un dilagante astensionismo – sei elettori su dieci! – che tutto lascia pensare abbia riguardato soprattutto l’elettorato di sinistra.

Già nella tornata elettorale del 2018 gli italiani avevano cercato altrove – nei 5stelle soprattutto – chi potesse far sperare in un rinnovamento radicale (che poi non c’è stato). Ora, dopo le delusioni di queste aspettative, si sono rivolti a un partito come Fratelli d’Italia (l’unico vero vincitore, stando al responso delle urne) e a un volto nuovo, com’era Giorgia Meloni, preferendo correre il rischio della novità che la certezza della routine.

È questa voglia di uno stacco dal passato che probabilmente ha giocato un ruolo decisivo anche nell’ascesa della Schlein. E lei ha subito corrisposto a questa istanza della base assumendo atteggiamenti ben più dinamici di quelli a cui ci avevano abituato gli ultimi segretari del PD e interpretando con maggiore decisione  il suo ruolo di leader dell’opposizione.

È in questo contesto che si colloca anche la partecipazione, a Milano, alla manifestazione di protesta contro le restrizioni imposte dal nuovo governo alla registrazione dei figli delle coppie gay.

Problemi di stile

Ma proprio quest’ultima mossa, insieme all’annuncio di una prossima proposta di legge del PD per riconoscere i diritti delle famiglie omogenitoriali, ha suscitato una serie di riserve non solo e non tanto da parte della destra, quanto di personalità della stessa sinistra e di osservatori indipendenti.

Alcune di queste riserve si riferiscono al metodo. È il caso dei bonari, ma espliciti, avvertimenti provenienti dal “padre nobile” del PD, Romano Prodi, alla nuova segretaria: «Se riduciamo tutto a una piazza finiamo male», ha detto l’anziano leader.  Ricordando che «la piazza è anche un modo di rincuorare, è un modo di stare insieme, è importante. Ma guai alla piazza sola».

 Un monito che appare particolarmente significativo in un contesto in cui la nuova segretaria, sull’onda dell’entusiasmo del raduno milanese, ha affermato che «è già pronta una legge per il Parlamento scritta assieme alle associazioni», senza neppure aver avuto il tempo di consultare la nuova direzione, appena costituita, in cui sono rappresentate e avrebbero dovuto confrontarsi le diverse anime del partito.

Sono in gioco i diritti dei bambini o i desideri degli adulti?

Ma i problemi sollevati dalla presa di posizione della Schlein sono soprattutto quelli che riguardano il merito della sua iniziativa. La manifestazione di Milano ha avuto come bandiera la difesa dei diritti dei bambini delle coppie omogenitoriali. «Contro questi bambini e bambine crudelmente si sono scagliati coloro che oggi governano il paese, ma sono bimbi come tutti», ha detto la segretaria del PD al termine.

Il punto è che, per quanto riguarda i bambini già nati da queste coppie esiste una sentenza della Corte costituzionale che prevede la possibilità della cosiddetta step child adoption, l’«adozione in casi particolari», che, scavalcando tutti i criteri a cui devono sottostare normalmente le coppie eterosessuali, consente al giudice di dare in adozione un bambino anche in situazioni che non avrebbero consentito di giungere all’adozione piena, per tutelare il diritto del minore alla famiglia.

Sul terreno di una ragionevole sanatoria delle situazioni già in atto si possono naturalmente fare ulteriori passi, ma non è quello che chiedevano i manifestanti di Milano e a cui mira la segretaria del PD. Ciò che essi vogliono è piuttosto che sia garantito anche per il futuro un regime di automatica trascrizione delle genitorialità riconosciute all’estero, anche quando siano realizzate in forme contrarie alle leggi del nostro paese, com’è la maternità surrogata o “gravidanza per altri” (Gpa), una pratica vietata in Italia ma permessa in altri paesi, tra cui alcuni aderenti alla UE, anche se in questi ultimi solo a titolo gratuito.

Il problema riguarda dunque i bambini che ancora non sono nati (anzi, neppure concepiti) o, per essere più precisi, le coppie di adulti – siano esse omo o eterosessuali – intenzionate ad averli ricorrendo a questa pratica. È a tutelare queste coppie, non i figli (che ancora non ci sono), che è evidentemente volta la proposta di legge annunciata dalla Schlein. 

E quando si parla di “diritti”, non si parla di quelli indiscutibili (e indiscussi) dei bambini, ma di quelli, più problematici, degli aspiranti genitori, per cui vale evidentemente la logica oggi dominante secondo cui ogni desiderio viene trasformato automaticamente in un bisogno, ogni bisogno in una pretesa, ogni pretesa in un diritto.

Ora, come ha notato una nota femminista, Luisa Muraro, «non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi», anche se «ce lo vogliono far credere». E il più che legittimo desiderio di averne non può essere realizzato attraverso una pratica che, per usare le parole di un’altra femminista militante, Sylviane Agacinski,  tratta «una donna come un mezzo di produzione di bambini» e che implica inevitabilmente «relazioni economiche sempre diseguali», tra un committente ricco e una donna che per denaro accetta di far crescere dentro di sé un bambino – stabilendo con lui quell’intimo rapporto che ogni gravidanza comporta, per poi essere obbligata a separarsene.

Il corpo in vendita

A questo punto si dovrebbe legittimare anche la vendita degli organi, magari invocando i “diritti” degli acquirenti ad essere sani. La verità è che la maternità surrogata o Gpa, la si chiami come si vuole, è la forma più estrema di mercificazione del corpo umano e l’ultimo atto di un neocapitalismo che, con essa, assoggetta alla logica mercantile perfino l’evento profondamente umano della maternità.

Che poi, in qualche paese, sulla carta ciò venga subordinato alla condizione della gratuità è, come è stato detto a chiare lettere da una sostenitrice di questa pratica, solo «una grande menzogna»: «desiderare una Gpa altruistica e senza scambi di denaro non solo è mostrare di vivere al di là del mondo reale, ma è anche un’opzione estremamente pericolosa: è solo dare l’opportunità ai delinquenti e criminali di ogni genere di schiavizzare davvero le donne e usare i loro grembi a fine di lucro».

Essere o avere?

In realtà, la nuova battaglia in cui Elly Schlein sta imbarcando il Partito Democratico non è affatto, contrariamente a quanto continuano a sostenere i giornali di destra, una forma di estremismo di sinistra. A dire il vero non è neppure una vera svolta nella linea di questo partito, che da molto tempo, ormai, si occupa molto più dei cosiddetti “diritti” individuali che delle questioni legate alla giustizia sociale.

Una linea che ha alle spalle una visione rigorosamente “di destra”, che si ispira alla definizione data da uno dei padri dell’ideologia liberale, il filosofo del Seicento John Locke, il quale propose di sostituire il concetto medievale di persona, caratterizzato dall’ “essere”, con uno fondato invece sull’ “avere”.

“Persona” vorrebbe dire, secondo lui, essere proprietari di se stessi, del proprio corpo, delle proprie facoltà, del proprio lavoro e poterli perciò dare liberamente in vendita o in affitto.

Coerentemente, anche la libertà del singolo – modellata sul concetto di proprietà privata – veniva definita in termini assolutamente insulari, come autonomia e potere di fare ciò che si vuole di se stessi senza doverne rispondere a nessuno. Una definizione perfettamente adeguata alle esigenze del capitalismo nascente, che si basò su di essa per giustificare la mercificazione degli operi salariati e del lavoro.

Lo stesso figlio concepito e generato in quest’ottica mercantile è ridotto a “cosa”.  Perché, come dice la Agacinski, «ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana». Altro che “diritti del bambino”!

La sinistra deve decidere cosa essere

È questa la “filosofia a cui si è sempre più ispirata la cosiddetta “sinistra” (ma il liberalismo è di destra!), nelle sue battaglie per l’aborto (“l’utero è mio e ne faccio quello che voglio”), per l’eutanasia e ora per la maternità surrogata.

 Questa linea ha progressivamente svuotato, negli anni, la concezione originaria del Partito democratico, nato dall’unione tra socialisti e cattolici democratici sulla base della comune battaglia contro quella che Marx chiamava la «reificazione» (riduzione a res, a “cosa”, dell’essere umano) e contro il selvaggio individualismo che, nella società capitalistica, la legittima, rompendo i legami di fraternità (secondo il cristianesimo) e di solidarietà sociale (secondo il socialismo) che rendono ogni essere umano responsabile nei confronti degli altri.

Da qui l’indebolimento della carica rivoluzionaria che sia il socialismo sia il cristianesimo dovrebbero avere nei confronti della società del profitto e della sopraffazione del più forte nei confronti del più debole. Sotto i governi di cui il PD è stato parte in questi ultimi anni si è arrivati in Italia a cinque milioni e mezzo di cittadini in condizioni di povertà assoluta ed è stato un ministro dell’interno di questo partito, Minniti, a inaugurare la politica di accordi con la Libia che ha dato luogo ai disumani campi di detenzione sul territorio africano. Senza dire che anche l’accoglienza verso i migranti che sono riusciti ad arrivare in Italia non si è finora mai tradotta in un progetto organico di integrazione.

A dire il vero la Schlein, proprio all’indomani della sua elezione a segretaria, ha parlato di problemi di giustizia sociale, come il salario minimo. Questa sì sarebbe una svolta rispetto al passato e un ritorno alle origini autentiche del PD. Ma siamo davanti a una filosofia opposta e incompatibile rispetto a quella dell’individualismo possessivo ed egocentrico che sta dietro la logica della maternità surrogata. 

Questa proposta porta all’estremo una tendenza già esistente ed evidenzia ancora più fortemente il problema.  È ora che il Partito democratico faccia una scelta coerente. Consapevole che, se essa fosse quella di continuare ad essere una riedizione del vecchio partito radicale (che di sinistra non aveva nulla), i cattolici e i socialisti degni di questo nome non potrebbero più considerarlo casa loro.

 

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

Scrittore ed Editorialista.

 

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