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venerdì 26 luglio 2024

ADOLESCENTI, INTERNET, AMBIENTE

  

«Ambiente 

e internet 

incidono 

sul cervello

degli adolescenti»



La neuroscienziata: «Contano molto gli influssi sociali, 

anche in positivo»

- di Stefania Garassini 

«Un periodo unico di sviluppo biologico, psicologico e sociale»: definisce così l’adolescenza la neuroscienziata britannica Sarah-Jayne Blakemore, docente a Cambridge, che mette in evidenza le straordinarie potenzialità di questa fase della vita, nel corso della quale è in atto uno sviluppo cerebrale vorticoso, con ancora molti aspetti da approfondire. Blakemore, che è autrice di Inventare se stessi. Cosa succede nel cervello degli adolescenti (Bollati Boringhieri), di recente è stata ospite dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano per ritirare il Social Research Prize dell’associazione Ciao Table e tenere una lectio magistralis sul cervello sociale degli adolescenti. «Nel periodo in cui frequentavo l’università, la metà degli anni ’90, s’insegnava che il cervello umano smette di svilupparsi nel corso dell’infanzia – spiega -. Ma negli ultimi due decenni, grazie a nuovi e numerosi studi, si è visto che in realtà non è così: lo sviluppo continua fino ai 20-25 anni. Sono molte le funzionalità che si evolvono, da quelle cognitive a quelle che riguardano il comportamento sociale. È la fase in cui il nostro senso d’identità si trasforma più profondamente.

Quali sono i cambiamenti più rilevanti che caratterizzano il cervello adolescente?

«L’adolescenza è un periodo in cui il cervello è straordinariamente plastico, in continua trasformazione, e l’influsso dell’ambiente e delle relazioni sociali è molto rilevante. Un aspetto fondamentale è la predisposizione al rischio. Per un adolescente è cruciale essere accettati dal gruppo: e per ottenere questo obiettivo è disposto a correre rischi esponendosi a comportamenti pericolosi o dannosi per la salute (ad esempio fumo e alcol). Dai nostri studi risulta evidente l’influenza sociale: gli adolescenti sono più disposti a correre rischi quando si trovano in compagnia degli amici».

Quali altre conseguenze ha sulla vita adolescente questa grande plasticità cerebrale?

«Siamo abituati a dare valore soprattutto agli aspetti negativi del condizionamento sociale. Ma lo stesso meccanismo vale anche per i comportamenti positivi, come il desiderio di fare volontariato e aiutare gli altri. Gli adolescenti sono estremamente sensibili all’influenza dei loro pari in questo campo. Ed è una caratteristica che può avere effetti benefici nelle campagne di salute pubblica. È stato fatto uno studio sull’efficacia degli interventi contro il bullismo in un gruppo di scuole statunitensi: in metà degli istituti gli incontri erano tenuti da insegnanti, secondo un metodo tradizionale, mentre nell’altra erano stati i ragazzi dagli 11 ai 15 anni, opportunamente formati, a parlare con i loro coetanei. In questo secondo gruppo di scuole c’è stata una diminuzione di episodi di cyberbullismo del 25% più alta».

In che modo gli adulti possono instaurare una relazione sana con gli adolescenti?

«Gli adulti hanno un ruolo fondamentale: non è vero che gli adolescenti non li ascoltano, gli adulti fungono da modelli di comportamento e da supporto. Le ricerche che stiamo svolgendo possono aiutare gli adulti a comprendere meglio il comportamento adolescenziale anche quando sembra irrazionale o irresponsabile. Si tratta di atteggiamenti che hanno una fondamentale motivazione di adattamento, li riscontriamo anche negli animali. Saperlo può renderci più facile accettarli».

Quali sono a suo avviso le cause dell’attuale crisi di salute mentale tra i giovani?

«Il lockdown ha certamente avuto un effetto più rilevante per i giovani rispetto agli adulti. Per un adolescente la mancanza di rapporti sociali può influire direttamente sullo sviluppo cerebrale. Riguardo alla salute mentale nei giovani, abbiamo dati allarmanti: molte malattie come la schizofrenia e la depressione si manifestano per la prima volta in adolescenza. Va detto anche però che in molti casi i problemi si limitano a questo periodo e in seguito si risolvono»”

Si dibatte molto dell’impatto negativo dei social media sulla salute mentale degli adolescenti. È di queste settimane l’uscita negli Stati Uniti del libro dello psicologo sociale Joanthan Haidt The anxious generation, di prossima pubblicazione in Italia, che punta il dito contro i servizi digitali, principali responsabili a suo avviso di questo peggioramento dello stato di salute mentale. Lei cosa ne pensa?

«L’ambiente ha un influsso sulla mente adolescente e può modificarne l’evoluzione, dunque anche l’uso dei social media; sarebbe strano il contrario. È però difficile provare con certezza che i social siano la causa diretta del disagio mentale in adolescenza. Abbiamo assistito a un aumento parallelo dell’uso di internet e dei sintomi depressivi, ma i dati possono essere letti anche in senso inverso: ovvero le persone depresse tendono a fare un maggior utilizzo dei social. Dipende anche da come si usano i social, se ad esempio lo si fa di notte, compromettendo il sonno, cosa che ha certamente un impatto sulla salute mentale, o se se ne fa un uso esclusivamente passivo. In Gran Bretagna una vasta ricerca ha monitorato per 9 anni la situazione di 17.400 partecipanti tra i 10 e i 21 anni. Abbiamo studiato come l’aumento dell’uso dei social in un anno fosse legato alla soddisfazione della propria vita nell’anno successivo, riscontrando che ci sono due momenti in cui la relazione fra social e salute mentale si fa critica: il primo è per le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e per i ragazzi tra i 14 e i 15, il secondo è, per entrambi i sessi, a 19 anni. Si tratta di due periodi di grandi cambiamenti: il primo coincide con la pubertà e il secondo, in Gran Bretagna, è il momento in cui i ragazzi e le ragazze in genere lasciano la famiglia e vanno a vivere da soli: aumenta la vulnerabilità e l’impatto dei social è più evidente».

In quale direzione procederanno le sue ricerche nei prossimi anni?

«Attualmente mi sto concentrando sullo studio dell’isolamento e della solitudine tra i ragazzi e su come questo influenzi il loro cervello. Sappiamo che la solitudine è un rilevante fattore di rischio per i problemi di salute mentale. Nonostante la connessione continua i ragazzi sono molto soli e i social amplificano il senso di isolamento, mostrando situazioni di divertimento e condivisione da cui si è esclusi. A breve avrò anche modo di avviare ricerche che analizzeranno la struttura del cervello a livello cellulare, cosa che fino a oggi non è stata possibile. Abbiamo sempre studiato il cervello con strumenti, come la risonanza magnetica, che consentono un’analisi delle macrostrutture, ma sono in arrivo nuovi macchinari che consentiranno di arrivare al livello delle sinapsi. Lì cercheremo le risposte a molti dei quesiti insoluti sul funzionamento del cervello adolescente».

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venerdì 5 luglio 2024

DEMOCRAZIA COMPUTAZIONALE

 


 La democrazia saprà  
essere resiliente 
alle nuove forme 
di potere computazionale?


-        - di PAOLO BENANTI*

   

Durante la Seconda guerra mondiale, per scopi bellici, furono sviluppati i primi computer: Colossus, creato a Bletchley Park nel Regno Unito e, negli Usa, l’Atanasoff-Berry Computer e l’Eniac.

 Nell’immediato dopoguerra a partire dagli anni ’50, l’introduzione dei transistor al silicio ha permesso la creazione di computer più piccoli, veloci e affidabili mentre i circuiti integrati, apparsi negli anni ’60, hanno ulteriormente ridotto le dimensioni e i costi, aumentando la funzionalità dei computer. Si inaugura così una stagione in cui si diffonde la potenza computazionale nella società. In quegli anni, questa distribuzione della potenza computazionale avviene confinandola in “mainframe”. Tuttavia, è la comparsa di una nuova corrente culturale che possiamo definire, ci si perdoni il gioco di parole, come Bit generation, che ha prodotto il profondo meccanismo di decentralizzazione dei decenni seguenti.

 La rivoluzione tecnologica si è nutrita dal seme della controcultura californiana degli anni ’60. Il centro di questo modo di vedere il computer e l’informatica è stato ed è la Silicon Valley, l’area compresa tra San Francisco e San José.

 È stato soprattutto l’ideale comunitario dei figli dei fiori, la loro indole libertaria, la voglia di allargare gli orizzonti e il disprezzo per l’autorità centralizzata a fare da asse portante per i fondamenti filosofici ed etici di Internet e dell’intera rivoluzione del personal computer. La rete si è avviata proprio verso il crepuscolo di quell’esperienza.

 La fine di questo processo di democratizzazione si è avuta verso la fine del primo decennio di questo secolo con l’avvento dello smartphone.

Nel momento in cui la potenza computazionale personale ha iniziato ad abitare le nostre tasche, ha iniziato anche a sottrarci una certa autonomia: lo smartphone ha bisogno di un sottostato invisibile e fondamentale, la rete, che ne garantisce l’operatività e che nutre il potere computazionale tascabile che abbiamo e “datifica” le nostre esistenze personali. Di fatto lo smartphone ha cominciato a interporsi in maniera sempre più massiccia fra noi e le cose che facciamo quotidianamente riconfigurando in termini di transazione digitale, la maggior parte degli atti che compongono la nostra quotidianità. Ma se la nostra esistenza e la nostra capacità di agire nello spazio pubblico si è riconfigurata in forma digitale, di fatto il nostro diritto e potere di cittadinanza è divenuto di fatto computazionale. Oggi le nostre esistenze democratiche sono esistenze computazionali. La democrazia divenuta computazionale sfrutta oggi anch’essa le potenzialità delle tecnologie informatiche per rendere più efficace e inclusiva la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche. Tuttavia, se il primo decennio del secolo si è concluso con le primavere arabe facendoci sperare che il digitale connesso fosse lo spazio dove si sarebbe diffusa e rafforzata la democrazia liberale, la fine del secondo decennio, con le rivolte di Capitol Hill, ci ha iniziato a far temere per il futuro della democrazia nello spazio digitale-computazionale.

 L’avvento delle intelligenze artificiali sta di nuovo cambiando l’orizzonte. I servizi dell’IA sfocano il confine tra potere computazionale personale e potere centralizzato nel cloud: nell’usare i nostri telefoni non sappiamo quasi più cosa viene eseguito in locale e cosa in cloud. Questa nuova forma di centralizzazione nei cloud però adesso con sé anche una centralizzazione della capacità computazionale personale associata alla democrazia. La domanda da affrontare allora sarà come rendere democratico il potere centralizzato del cloud e dell’AI evitando che la democrazia computazionale collassi in una oligarchia del cloud.

 L’esperienza d’uso dei computer è destinata a subire una nuova radicale trasformazione. Fin dall’inizio della storia del computer è stato l’uomo il collo di bottiglia nella relazione con la macchina. Nel 1975, con l’introduzione del sistema operativo DOS, abbiamo velocizzato la relazione con la macchina grazie alle tastiere. Nel 1985 i sistemi a finestre come Windows, ci hanno permesso di guadagnare velocità con il mouse. A partire dalla fine degli anni Novanta il touch è stato un ulteriore cambio di relazione. Oggi ci sembra di aver raggiunto la più naturale e veloce delle interfacce: il linguaggio umano. Musk continua a sognare frontiere più veloci con i suoi impianti cerebrali. Di fatto infondere i sistemi operativi con dei Large Language Model (LLM) eseguiti in locale è una rivoluzione nell’interfaccia e nella velocità di utilizzo della macchina: mai come ora possiamo dire cosa fare alla macchina come faremmo con un nostro simile e siccome la capacità di cooperare tra membri della nostra specie è alla base della nostra ascesa planetaria come specie dominante, non pochi iniziano a sognare un futuro fatto di utopie o distopie al confine dell’ibridazione tra uomo e macchina.

 Uno degli aspetti più preoccupanti di questa nuova frontiera dell’interazione con la macchina è l’enorme ampliarsi della superficie di attacco cyber. Poter far eseguire dei processi al computer mediante comandi linguistici significa di fatto trasformare gli LLM in agenti in grado di compiere operazioni sul computer: dei maggiordomi elettronici. Se fino ad oggi gli hacker potevano entrare nei nostri sistemi e prelevare dati, cancellarli o criptarli per chiedere riscatti o usare il nostro computer per fare attacchi verso altri computer, cosa saranno in grado di fare oggi? Con la stessa efficienza con cui aiuta noi, il nostro maggiordomo può trovare tutte le nostre informazioni compromettenti e comunicarle al malintenzionato.

 La democrazia saprà insomma essere resiliente a queste nuove forme di potere computazionale?

*Francescano. Docente di etica e bioetica. Etica della tecnologia e Artificial Intelligence, neuro-etica e post-umano. componente del New Artificial Intelligence Advisory Board delle Nazioni Unite, capo della Commissione Nazionale sull'Intelligenza Artificiale per l'informazione.

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lunedì 1 luglio 2024

DARE VOCE ALLE EMOZIONI


 “Se un bambino si sbuccia un ginocchio, per i genitori equivale alla frattura di un braccio. 
Rieduchiamo 
gli adulti alle emozioni”.

INTERVISTA a Matteo Lancini

Di Fabio Gervasio

Come possiamo imparare a conoscere e gestire le emozioni? Ne abbiamo parlato con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano.

 Professor Lancini, l’affettività nei più giovani cambia a seconda della fascia d’età. Quanto è importante l’educazione emozionale, in ragazzi che hanno sempre più difficoltà a gestire le proprie emozioni, a partire dai più piccoli?

 L’educazione alle emozioni o agli affetti in realtà non è una materia che si può insegnare. Credo che il tema dell’alfabetizzazione emotiva oggi non riguardi neanche prevalentemente le nuove generazioni ma piuttosto gli adulti, nel senso che noi abbiamo costruito una società dove l’espressione delle emozioni, soprattutto quelle più disturbanti come la tristezza, la rabbia o il dolore, vengono rimosse dallo sguardo di ritorno degli adulti che tende a negarle in una società che rimuove il dolore, come è ben noto in una società algofobica come dice un famoso studioso coreano. Detto ciò, ritengo che la tematica non sia un problema di mancata gestione delle emozioni dei ragazzi, ma di come intendiamo noi le emozioni, come interpretiamo ad esempio la rabbia, vista come se fosse necessariamente qualcosa di violento o da negare.

 La verità è che negli ultimi anni chiediamo ai nostri bambini di mettere a tacere fin dalla più tenera età l’espressione emotiva attraverso lo sguardo o i comportamenti che vengono sanzionati a scuola, a volte chiamati come violenti o come bullismo anche quando non rientrano in questi comportamenti. Quindi quella che giustamente lei richiama a un’educazione alle emozioni, o all’affettività, non passa attraverso delle lezioni, ma passa attraverso adulti che siano in grado di fare esprimere le emozioni e contenerle e non chiamare educazione, o punizione a scopo educativo, il mettere a tacere qualsiasi aspetto emotivo.

 Oggi è necessaria un’alfabetizzazione emotiva degli adulti che torni a tollerare il fatto che ci sono delle emozioni primitive, primarie, che i bambini devono esprimere e se non lo faremo allora sì che dopo avremo delle problematiche legate al fatto che non avendole potuto esprimere diventeranno azione e rabbia. È necessario partire da una nuova cultura degli adulti che tollerino le possibilità di esprimere queste emozioni e non chiedere di mettere a tacere in nome dell’angoscia o di modelli educativi adulti che poi dicono che i ragazzi sono particolarmente sregolati, mentre la verità è che le generazioni come la mia si potevano muovere ed erano molto più violente di oggi, erano molto più disregolate di quelle odierne, ma era la rappresentazione dell’adulto che era diversa, consentiva l’espressione mentre oggi non consentiamo ai nostri bambini di esprimersi.

 Basta sapere che il corpo è sotto sequestro e accade che se appena un bambino si arrampicano su un albero ecco che scatta l’angoscia dei genitori. Il dolore che oggi un genitore prova per la sbucciatura di un ginocchio o per un bernoccolo del proprio figlio, equivale allo stesso dolore dei nostri genitori nel caso in cui ci fossimo fratturati un braccio e magari in più punti. È cambiata la rappresentazione adulta sulle emozioni, non dei bambini.

 ANSIA

Un’emozione in particolare caratterizza la società attuale ed è l’ansia, tant’è che la riscontriamo anche nei più piccoli. Cosa ha determinato l’emergere in modo rilevante di questa emozione?

 Si collega a quello che dicevo prima, l’ansia è determinata dal fatto che fino a qualche anno fa la leggevamo come frutto di una società competitiva e individualista, quindi un’ansia da prestazione perché si deve essere sempre belli, popolari e di successo, la verità è che negli ultimi anni quest’ansia è determinata dagli aspetti legati all’impossibilità di esprimere parti autentiche emotive di sé. Lei pensi solo al fatto che oggi sentiamo parlare da ogni parte, in nome di un modo di sovraintendere la mente delle nuove generazioni, di dipendenza affettiva come se fosse la malattia del secolo della nostra società, quasi che se uno avesse una dipendenza degli affetti, nei modelli educativi che proponiamo, è un soggetto che ha dei problemi. Ci stiamo dimenticando che l’essere umano nasce con delle dipendenze affettive, anzi il bambino ha una dipendenza affettiva originaria e per questo bisogna avere degli atteggiamenti adulti anche sacrificali in nome della crescita del bambino, delle proprie emozioni e dei propri bisogni.

 Questo tipo di negazione delle emozioni, al punto di chiamare addirittura gli affetti qualcosa che segnala una dipendenza, in poche parole è il tema che affrontavo nella risposta alla prima domanda, ovvero che i più giovani non possono esprimere emozioni se non secondo quelli che sono i dettami della scuola e della famiglia, dove sono gli educatori che ti dicono che le emozioni tollerabili sono quelle che tollerano gli adulti. Questo tipo di questione sta creando una profonda ansia che esplode soprattutto in preadolescenza e in adolescenza e poi nella giovane età adulta. Anche se è vero che è sempre più precoce ma è lì che la vediamo ed è determinata da questo mandato paradossale di crescere essendo sé stessi a modo dei genitori, o della scuola, insomma sì te stesso a modo mio, non a caso ho intitolato così il mio ultimo libro.

 Così quando arriva l’adolescente ci troviamo di fronte ad un vuoto identitario, cioè che non si è potuto dare voce ai propri aspetti emotivi autentici, che erano chiamati dipendenza affettiva, oppure violenza quando invece era solo rabbia, era una tristezza che veniva vissuta come un affronto dagli adulti che dicevano al ragazzo di ascoltarlo. Se lei somma questo vuoto identitario con un’assenza di prospettive future legate ai comportamenti quotidiani degli adulti, quindi non solo disboscamento del pianeta, plastificazione lunari, guerre e una pandemia che ha certificato che la povertà educativa è la povertà digitale, e poi dopo gli impediamo di nuovo di andare in internet dicendo che ci stanno troppo e perdono tempo, tutto questo è una disassociazione dei modelli che fanno sì che si arrivi in adolescenza ad incontrare quotidianamente adulti che non ti pensano. Aggiungiamo inoltre genitori e insegnanti che sono lì a dirti che quello che gli serve per il futuro è sbagliato e lo devono usare solo gli adulti, vedi internet, si ha quella che oggi è in effetti il sintomo della generazione, non solo in Italia ma nel mondo, di un’ansia generalizzata che non è più l’ansia prestativa del narcisismo, ma è un’angoscia propria del post-narcisismo. Vuoto identitario e assenza di prospettive future creano angoscia, detta ansia pervasiva, in ogni dove, in ogni luogo.

 L’ansia ha  due facce, una positiva, quando stimola e attiva i processi attentivi, ed una patologica quando diventa bloccante. Recentemente è stato pubblicato “Buonanotte, Ansia – Inside Out 2” con la sua prefazione, a tal proposito come possiamo imparare a gestire questa emozione vissuta con tutte le altre?

 Innanzitutto non negandola, accettando che l’ansia fa parte di aspetti fisiologici, come diceva lei, che però quando diventa pervasiva blocca, e tollerando che l’ansia odierna deriva dal fatto di non aver potuto esprimere delle emozioni. Un conto è come aiutare i ragazzi che gestiscono un’ansia prestativa, un altro conto è accettare che esistono dei temi legati, ad esempio, alla tristezza, al dolore, a delle espressioni emotive che dovremmo legittimare. Quando queste espressioni emotive vengono accolte attraverso comportamenti che invece di essere sanzionatori sono relazionali, sono spiegati, allora sì che vengono accolte e poi non diventeranno più un comportamento problematico. Il modo migliore oggi è identificarsi con le nuove generazioni su cosa significa costruirsi un presente e un futuro in questa società e tollerare, appunto, che l’ansia è uno degli elementi, a volte anche con la necessità di essere integrata con la tristezza o con la rabbia, e non solo con i sentimenti meravigliosi che vorremmo per loro.

 ASCOLTO

Oggi pensiamo di avere un’attenzione maggiore all’ascolto da parte di famiglia e scuola, pensiamo di ascoltarli tanto e di essere più attenti, mentre in realtà abbiamo organizzato un dispositivo che non è per niente identificato con le espressioni emotive delle nuove generazioni, tant’è che anche la Walt Disney se n’è accorta e da lì nasce la realizzazione di un film, in proiezione nei cinema da pochi giorni, che parla di emozioni e che sta avendo un grande successo. Siamo convinti che dobbiamo alfabetizzare emotivamente i bambini non capendo che l’alfabetizzazione emotiva, la vera emergenza educativa, è la fragilità adulta e l’assenza di alfabetizzazione emotiva degli adulti.

RELAZIONI

 Un’ultima domanda. Le emozioni si allenano nelle relazioni, sia con gli adulti, ad esempio genitori e insegnanti, che con i pari, ovvero i propri coetanei. In una società dove gli spazi di aggregazione sono cambiati e sempre più ridotti e dove lo spazio virtuale si affianca e integra quello reale, come cambia l’imparare a gestire le proprie emozioni?

 Le emozioni sono costitutive dell’essere umano, esistono e, ci tengo a dire, sono emozioni che riguardano sempre il tema oggi grandemente rimosso del dolore, della tristezza, dei vissuti depressivi che fanno parte della vita. Abbiamo la necessità di comprendere, come giustamente dice lei, che se gli adulti quotidianamente non ascoltano, non sono identificati, ma sono più portati a chiedere ai bambini di provare delle emozioni funzionali alle esigenze degli adulti, ecco che durante la crescita il competitor principale che abbiamo, internet, diventa il luogo all’interno del quale i giovani vanno a risolvere queste tematiche.

 Quindi non è un problema di allenarle le emozioni, è un problema di dare voce alle emozioni che arrivano, e se viene ascoltata la voce non si è poi costretti ad alzare la voce ulteriormente o a renderla agito come succede in adolescenza. Credo che il compito degli adulti oggi sia di fare delle domande le più disturbanti che ci vengono in mente, altro che organizzare dispositivi privativi del cellulare o, come dico sempre, realizzare iniziative che sono volte solo a trovare nel cellulare, e quindi in internet, o nella pandemia, il male delle nostre generazioni per cui il loro disagio dipenderebbe da quello. Abbiamo necessità di fare delle domande disturbanti, ad esempio chiedere ai propri figli, dopo una certa età, se pensano al suicidio, chiederlo anche a scuola, accettare il fatto che oggi nessun ragazzo si vede bello e che molti di fronte a questa sensazione di inadeguatezza hanno più azioni violenti verso di sé, anche se poi fuori qualcuno le mette in atto.

 Capire che le nuove forme di violenza giovanile, erroneamente chiamate baby gang infantilizzando comportamenti di qualcuno che nome è più baby, è un modo oggi di farsi vedere, come ci dicono anche le ricerche che evidenziano che ci sono sempre meno furti e rapine e più violenza messa in atto. Abbiamo la necessità di cogliere i miti affettivi che governano i comportamenti degli adolescenti, che sono i comportamenti espressione di un’ansia, di una disperazione, di una paura di non avere un futuro, fortemente connesso al fatto che quando si prova ad esprimere le proprie emozioni, o le si mette in atto in ambito scolastico educativo, non ci sono interventi mirati ai ragazzi, ma interventi mirati a non far sentire gli adulti inadeguati e quindi a placare l’angoscia dei genitori.

 SMARTPHONE

Chi fa il mio mestiere suggerisce ai genitori di non regalare lo smartphone al figlio finché non sa decidere lui quando privarsi di questo strumento, oppure di chiedere al figlio se pensa al suicidio invece di sequestrare il cellulare a tavola per una mezz’oretta così per far finta di essere la famiglia felice. La scuola fa lo stesso ovviamente per non avere guai, per non avere denunce, e sta immobilizzando i nostri bambini che non possono esprimersi in niente e quindi le emozioni, che diventano anche azione e bisogno di contatto, oggi sono subito chiamate violenza con addirittura alcune interpretazioni drammatiche e di violenza di genere, mentre sappiamo che il conflitto è fisiologico a scuola, ma va gestito e non lasciato correre, va preso sul serio ma va anche compreso nei suoi significati.

 Mettere a tacere tutti i sentimenti che non ci piacciono, tutte le emozioni come la rabbia, la tristezza o il dolore, non ha portato bene in questi anni e poi succede che c’è internet. Se non puoi parlare di queste questioni con i tuoi genitori o i tuoi insegnati, se non ti puoi muovere, perché chiunque si muova oggi è visto come minaccioso del benessere del vicino e deve star fermo nel banco ad ascoltare, se ci permettiamo di dare delle note ai bambini piccoli perché quel bambino si muove, quando ai miei tempi per cose simili la dirigente scolastica avrebbe chiesto chiarimenti all’insegnate, anche perché i bambini si muovono e si muoveranno sempre, è chiaro che poi i ragazzi vanno in internet a cercare le risposte.

 Oggi la vicenda più drammatica, ai miei occhi, è quella che vede il cambiamento del mio pensiero su internet, quando ha iniziato a diffondersi pensavo che internet fosse il luogo della solitudine per le nuove generazioni, oggi mi sono reso conto, sempre di più, che internet è il luogo dove i ragazzi vanno ad esprimere emozioni e a cercare relazioni, in poche parole a lenire il dolore della solitudine che provano ogni giorno davanti ad adulti che dicono che sono in relazione con loro, ma che invece sono in relazione solo con i propri bisogni di adulti fragili.

Orizzonte Scuola

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martedì 30 gennaio 2024

I SOCIAL. LUCI ED OMBRE

"I social?

 Un’atmosfera.

 Solo il senso critico

 elimina

 l’inquinamento"



 -          intervista a Gianfranco Ravasi  a cura di Guido Bandera 

-          

Internet e i social sono un’atmosfera: inquinata o meno, la respirano tutti. L’importante è avere una maschera che la depuri. Questa maschera è il senso critico". La voce del cardinale Gianfranco Ravasi arriva dalla Roma vaticana limpida, cordiale. Non racconta dell’età che, per norma canonica, tiene lontano il biblista e teologo dai grandi incarichi a cui è stato chiamato. Fra i quali la guida del Pontificio consiglio della Cultura, di cui è presidente emerito.

Eminenza, Internet sta cambiando la nostra vita: in meglio o in peggio?

"Serve una premessa. Per una figura mitica come Marshall McLuhan (sociologo canadese teorico del villaggio globale, ndr ) i mezzi di comunicazione sono un’estensione della persona. Telefono, televisione, il telescopio... erano protesi dei sensi umani. Oggi invece sono un ambiente. Ci viviamo immersi. Quest’atmosfera ci impegna, ma ci rende anche schiavi. Il filosofo Luciano Floridi parla di infosfera. Un altro strato che avvolge il globo. Un’aria che è anche inquinata. Ma molti la maschera della capacità critica non la vogliono o non ce l’hanno".

Allora il web ci peggiora...

"Non necessariamente. Vorrei dare un messaggio equilibrato. Umberto Eco distingueva gli uomini davanti alle novità fra ’apocalittici’ e ’integrati’. Non si può essere apocalittici, ma integrandosi ci si adatta anche alla parte corrotta".

L’immagine è tutto sui social. È lavoro, risorsa economica, relazione fra persone... E spesso qualcuno ne resta vittima.

"Vedo tre rischi fondamentali. Il primo è per i nativi digitali. C’è una moltiplicazione esponenziale dei dati disponibili. Questo può produrre un’anarchia intellettuale e morale... Guardi gli studenti e le loro tesine. Su ogni singolo vocabolo ci sono 20mila risultati. Chi li aiuta a selezionare? Vengono sconvolte le gerarchie oggettive dei valori. Il filosofo seicentesco Thomas Hobbes scriveva ’la regola la fa l’autorità, non la verità’".

Secondo rischio?

"Solo in apparenza c’è una democratizzazione. Dietro la deregulation della globalizzazione informatica si nasconde una sottile operazione di condizionamento. Il controllo delle grandi corporation. C’è poi un terzo pericolo: il trionfo delle fake news, delle fandonie travestite da verità pseudo-oggettiva. E poi c’è la parola colorata...".

Ovvero?

"La parola che spicca: violentissima, degenerata, minacciosa. Attraverso questi meccanismi diventa comune, accettata. E poi torna nel mondo reale e si trasforma in violenza. Si dice che i giovani stiano perdendo l’udito. Forse è il volume delle cuffie, forse è evoluzione. Presto non saremo più in grado di sentire i pianissimo della musica. Lo stesso è per le parole".

È pessimista?

"No. Il realismo non giustifica il pessimismo radicale".

Politica e istituzioni promettono nuove regole.

"Dobbiamo interrogarci e agire. Non solo per l’intelligenza artificiale, di cui tutti parlano. Bisogna partire dalle basi. Serve educazione informatica. Non solo per la tecnica, ma per i fornire capacità critica. Ci sono esperienze in Francia e in Israele. La scuola è il luogo giusto. In classe non bisogna solo istruire, inserire dati, ma anche educare, fare uscire la persona nella propria umanità. Oggi la scuola è quasi muta, come la cultura. Mancano figure che sapevano incidere, come don Lorenzo Milani, padre Turoldo, Norberto Bobbio. Presenze vive, che educavano. La Chiesa, nonostante le difficoltà, ha un ruolo importante. E quella di Papa Francesco è una figura che incide...".

Proprio in questi giorni ha parlato di social e Vangelo.

"È un tema su cui torna spesso. Ha parlato anche di intelligenza artificiale, etica e pace. E ha paragonato quelle che ho definito ’parole colorate’, offensive e corrotte, alla guerra. Certe volte, come vediamo, fanno vittime reali. La Chiesa non sarà più quel cuore del villaggio a cui la domenica tutti accorrevano, ma è una presenza che cerca una nuova strada".

Ci sono sacerdoti che, fra alterne fortune, sui social fanno evangelizzazione.

"Vero. Anche io uso Twitter".

E cosa le insegna Internet?

"Che se interpelli direttamente, spesso hai una risposta creativa. C’è chi dice qualcosa. Certo, c’è anche chi attacca a prescindere. Però segue. Nella storia dell’arte il crocifisso è spesso oggetto di attacco. Ma se si sente il bisogno di farlo è perché è un simbolo forte. E questa è epoca di simboli, più che di astrazione. E in fondo la tecnica di Gesù è molto simile a Twitter. I suoi ’loghia’, i suoi detti sono più sintetici di un cinguettio. ’Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ in greco sono forse solo 53 caratteri...".

 

Quotidiano Nazionale 

 

 

venerdì 22 settembre 2023

GENERAZIONI CONNESSE

 

Generazioni Connesse, al MIM l’evento “Back to School 2023”, dedicato alla sicurezza degli studenti in rete

 Si è svolto al Ministero dell’Istruzione e del Merito il 20 e il 21 settembre l’evento “Back to School 2023”, a cura del progetto Safer Internet Centre – Generazioni Connesse (SIC) (https://www.generazioniconnesse.it/), dedicato alla sicurezza in rete e all’educazione digitale delle studentesse e degli studenti. “Back to School”, all’inizio dell’anno, offre un’occasione per coinvolgere i ragazzi e l’intera comunità scolastica in un percorso di approfondimento, riflessione, dibattito ed elaborazione di proposte su questi temi.

I lavori sono iniziati nel pomeriggio del 20 settembre, con la formazione dello Youth Panel (il gruppo di consultazione giovanile del SIC) a cura dei gruppi di lavoro.

Nella mattinata del 21 settembre, aperta dal saluto del Direttore Generale per lo Studente, l’Inclusione e l’Orientamento Scolastico, Maria Assunta Palermo, si è svolta la premiazione del concorso “The Kids are All Rights”, destinato agli studenti del primo e del secondo ciclo d’istruzione. Il vincitore è stato l’IC “Bassa Sabina” di Poggio Mirteto (RI), premiato con una giornata di formazione sui temi del coding e della sicurezza online messa a disposizione da Hewlett Packard Enterprise, membro dell’Advisory Board del SIC.

Sono stati presentati gli strumenti di supporto dell’ePolicy e del Kit Didattico, con Daniele Catozzella di Save The Children, Federica Pilotti del MIM, mentre Patrizia Corrada ha ricordato le linee di Helpline e Hotline curate da Telefono Azzurro. È stato poi presentato il video promozionale realizzato dallo Youth Panel di Generazioni Connesse con il supporto di Giffoni Experience, rappresentato da Marco Cesaro e dal Direttore Claudio Gubitosi.

A seguire, i ragazzi dello Youth Panel si sono confrontati in una tavola rotonda sulla sicurezza con le esperte delle piattaforme Google (Martina Colasante), Meta (Costanza Andreini) e TikTok (Luana Lavecchia).

Nel pomeriggio, si è svolto il webinar destinato ai docenti “Strumenti e pratiche di eSafety all’interno del progetto Generazioni Connesse: l’ePolicy e il Kit Didattico”, a cura del SIC, in collaborazione con il progetto europeo eTwinning.

Tra le attività di supporto rivolte a chi, come genitori, insegnanti o minori, è più esposto a situazioni di difficoltà e/o pericolo, risulta particolarmente rilevante il percorso di autovalutazione e formazione che, attraverso un iter guidato da esperti, conduce le scuole a dotarsi di un documento, denominato e-policy, che le supporti nell’educazione e nella formazione all’uso consapevole e sicuro delle tecnologie. Un ulteriore supporto per gli istituti, utile alla realizzazione di attività didattiche ed educative da realizzare in classe, risulta essere il kit didattico.

L’obiettivo del MIM, attraverso il progetto SIC, è rendere il web un luogo più sicuro per i giovani, contrastando il cyberbullismo e promuovendo un uso positivo e consapevole della rete, oltre che le capacità di sintesi e valutazione critica dei contenuti online. Cofinanziato dalla Commissione Europea, in linea con le Politiche Europee del cd. “Better Internet for Kids”, il progetto SIC è coordinato dal 2012 dalla Direzione Generale per lo Studente, l’Inclusione e l’Orientamento Scolastico del Ministero. Il progetto si avvale del partenariato delle principali realtà italiane che si occupano di sicurezza in rete e comunicazione: Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Polizia di Stato, gli Atenei di Firenze e “La Sapienza” di Roma, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, la Cooperativa EDI Onlus, Skuola.net e l’Ente Giffoni Experience.

Il video della diretta del 21 settembre

MIM



mercoledì 29 marzo 2023

PEDOPORNOGRAFIA IN RETE


Gli orchi? Sempre più hi-tech.

 Pedofilia, fascia 8-12 a rischio





EDUCAZIONE, PREVENZIONE, VIGILANZA
RESPONSABILITA' DELLE FAMIGLIE,  DEGLI EDUCATORI 
E DELLE ISTITUZIONI
- Rapporto METER - L'associazione guidata da don Fortunato Di Noto rivela che lo scorso anno sono aumentati gli scambi di cartelle compresse online, anche a pagamento. La quantità di foto e video resta incalcolabile e per l'identificazione dei pedofili si chiede maggiore collaborazione tra le aziende che gestiscono i server. Il sacerdote: non dimentichiamo che dietro ogni rappresentazione c'è un bambino abusato

 - di Michele Raviart - Città del Vaticano

 I dati dello scambio di materiale pedopornografico sono inquantificabili. Si tratta di un fenomeno mondiale che vede in America e in Europa la maggior parte delle segnalazioni alle polizie mondiali. Aumentano gli scambi attraverso le cartelle compresse condivise, che contengono foto e video all’interno di piattaforme di file hosting (servizio che permette di caricare su internet file che possono poi essere scaricati e condivisi da altri utenti) che sono più che raddoppiate (1.734 segnalazioni nel 2022 rispetto alle 637 nel 2021). È quanto emerge dal rapporto 2022 sulla pedofilia di Meter Onlus, pubblicato oggi.

Alcuni dati del rapporto Meter 2022

Diminuiscono le foto – da quasi tre milioni e mezzo a circa due milioni – e i video – da poco più di un milione a 900 mila – anche se questa diminuzione non corrisponde ad una minore circolazione del materiale in rete. Le segnalazioni alle polizie di tutto il mondo riguardano server che in 12.771 casi su 15.660 si trovano in America, mentre sono 1.299 i link in Europa, secondo il database di Meter. Quasi 50 mila i link nel cosiddetto “dark web”. Quello che è necessario, spiega il presidente di Meter onlus, don Fortunato Di Noto, è una maggiore collaborazione internazionale, soprattutto per riuscire a superare le resistenze delle aziende che ospitano i server nel fornire i dati di chi usufruisce, scambia e lucra su questo materiale.


Don Di Noto, che cosa emerge dal rapporto Meter di quest'anno?

Il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia, ahimè, resta sempre un fenomeno sottaciuto e ci sono numeri inquantificabili perché oltre ad aumentare i link segnalati alle varie polizie, non soltanto quelle italiane ma anche quelle estere, non dobbiamo dimenticare che il fenomeno si è spostato nelle cosidette “cartelle compresse”, dove i pedopornografi non solo trafficano il materiale, ma soprattutto lucrano su questo materiale. Questa è la prima cosa che emerge dal monitoraggio della rete. I numeri sono veramente inquantificabili, tra milioni e milioni di foto e di video. C'è l'aumento della presenza delle donne che abusano dei bambini e c'è la presenza anche dell'utilizzo, è brutto dirlo, degli animali. Oltre a questo, i social network ancora oggi sono terra fertile per quanto riguarda la realtà dell'adescamento dei bambini. L'età si abbassa sempre di più, ma oltre a questo c'è la questione impellente della necessità di una particolare regolamentazione globale per quanto riguarda l'accesso ai dati da parte delle forze di polizia, perché i server provider si arrogano l'idea che prevalga più la privacy che la tutela stessa dei bambini. È un impegno che deve continuare costantemente da parte di tutti, non soltanto da realtà associative come Meter.

Che cosa sono le cartelle compresse e come si diffondono?

Le cartelle comprese sono i cosiddetti file “rar”, cioè sono delle cartelle in cui sono contenute le immagini e i video e che vengono allocate in server provider e quindi anche in piattaforme per lo scambio, per la vendita, e per la eventuale possibile detenzione nella rete. Sono fenomeni che cambiano e mutano anno dopo anno e credo che questo sia fondamentale stabilirlo. La pedopornografia criminale ha questa capacità di adattarsi e di utilizzare le tecnologie a proprio vantaggio.

Abbiamo parlato di server. C’è una possibilità di rintracciarli? Dove sono dislocati?

Noi abbiamo monitorato lo scorso anno 34 Paesi. Quando c'è la collaborazione dei server provider automaticamente c'è la possibilità di poter accedere, quando forniscono i dati, all’identificazione dei soggetti che non solo caricano, divulgano, possiedono materiale, ma che in una percentuale altissima hanno anche abusato dei bambini. Di conseguenza, la possibilità di poter avere i dati da parte delle polizie di mezzo mondo dipende anche dalla legislazione che le nazioni hanno nei loro ordinamenti. Questo è fondamentale per far comprendere che l'azione di contrasto nasce dalla collaborazione internazionale. Senza collaborazione internazionale è una lotta impari. Non si può pensare altrimenti di togliere il materiale e rimuoverlo dai server provider perché, ripeto, i pornografi continueranno sempre di più a diffondere ad abusare e anche a lucrare sulla pelle dei bambini.

Nel rapporto si legge che diminuiscono le foto e i video in circolazione, ma questa diminuzione non corrisponde a una minore circolazione del materiale in rete. È una buona notizia che diminuiscono le foto e i video o è un'impressione fallace?

È un dato fallace perché quello che noi abbiamo potuto mettere nel report è quello che noi attraverso il nostro database abbiamo cercato di conteggiare, ma abbiamo già detto che ci sono i “.rar”, le cartelle, che sono numeri inquantificabili. Il fenomeno della diffusione del materiale pedopornografico nel mondo è veramente qualcosa di molto, molto, grave e molto pesante. E non dimentichiamo mai che dietro una foto c’è sempre un bambino. Non dimentichiamo che dietro un video ci sono bambini già abusati che hanno vissuto il dramma dell'abuso. Come direbbe Papa Francesco, sono stati uccisi psicologicamente, perché l'abuso, la pedofilia, è un omicidio psicologico.

 Vatican News

ORCHI IN RETE 


 

 

martedì 21 febbraio 2023

I DIRITTI DI INTERNET A SCUOLA

 Presso l’Istituto Superiore Alessandrini Mainardi di Vittuone si è tenuto un evento di educazione civica sulla dichiarazione dei diritti in internet.

Gli studenti delle classi quinte hanno partecipato attivamente all'incontro, avendo la possibilità di approfondire il tema dei diritti e delle responsabilità in internet, partendo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il dibattito, introdotto dalla dirigente scolastica, prof. Carmela Pisani,  coordinato dal prof. Vito Luca Scozzari, consigliere nazionale di AIMC, e dal prof Adriano Daniele, docente di informatica, nello sviluppo del corso di educazione civica, si è incentrato su temi di grande attualità, come la libertà di espressione e di opinione, la protezione dei dati personali e la lotta contro l'hate speech e la disinformazione.

Gli studenti hanno dimostrato grande interesse e partecipazione, ponendo domande e scambiando idee con i docenti e gli ospiti presenti, utilizzando anche strumenti di condivisione come il padlet.

Molto seguito l’intervento dell’Avvocato Antonino Palmeri, tributarista penale e cassazionista, socio di Amnesty International. Egli ha fornito ai giovani studenti interessanti spunti di riflessione, anche multimediali, sui rischi e sulle opportunità offerte dall'utilizzo di internet.

L'incontro si è concluso con una riflessione comunitaria sulla necessità di promuovere una cultura digitale responsabile e consapevole, che tuteli i diritti degli utenti e favorisca un utilizzo positivo e costruttivo delle tecnologie digitali.

L'evento ha rappresentato un importante momento di formazione e di sensibilizzazione per i giovani studenti, che hanno avuto la possibilità di approfondire un tema fondamentale per la loro crescita personale e per il futuro della società digitale.

lunedì 7 febbraio 2022

8 febbraio - SAFER INTERNET DAY


 Safer Internet Day, martedì 8 febbraio al Ministero dell’Istruzione le celebrazioni della Giornata mondiale dedicata all’uso positivo di Internet. 

Apre l’intervento del Ministro Bianchi. I dati: diminuiscono le ore passate online, maggiore attenzione alla sicurezza

 Martedì 8 febbraio in tutto il mondo si celebrerà la Giornata mondiale per la sicurezza in Rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea. L’appuntamento con il Safer Internet Day, accompagnato dal consueto slogan “Together for a better Internet”, prevede un fitto programma di iniziative organizzate dal Ministero dell’Istruzione, coordinatore del progetto “Generazioni Connesse”, il Safer Internet Centre, Centro italiano per la sicurezza in Rete. L’evento nazionale si terrà al Ministero, alle ore 10.00, vedrà la partecipazione del Ministro Patrizio Bianchi e potrà essere seguito in diretta sul canale YouTube del MI.   

Generazioni connesse

In tutta Italia si svolgeranno poi attività promosse con i principali partner di “Generazioni Connesse”: l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Polizia di Stato, Telefono Azzurro e Save the Children. Sul web il racconto della giornata sarà accompagnato dagli hashtag #SID2022 e #SICItalia. Sono previstiwebinar, dirette e interviste con esperti.  

Punto di partenza delle riflessioni che si svolgeranno durante la giornata dell’8 saranno i dati della ricerca realizzata da Generazioni Connesse, sulla quantità e sulla qualità delle ore passate in Rete dalle ragazze e dai ragazzi in Italia. Si riduce il tempo trascorso online dai più giovani: il 42% delle e degli intervistati dice di stare collegato dalle 5 alle 10 ore al giorno, contro il 59% dello stesso periodo dell’anno scorso. Le ragazze e i ragazzi che si dichiarano “sempre connessi” scendono dal 18% del 2021 al 12% del 2022, complice anche il graduale ritorno alla normalità dopo le restrizioni del periodo più difficile della pandemia. In quest’ultimo anno è aumentato il numero di quanti e quante dichiarano di essere più informati sui rischi della Rete: il 55% dei giovani sostiene di aver ricevuto indicazioni sulla sicurezza online, soprattutto dai docenti.  

Gli appuntamenti 
Al Ministero dell’Istruzione, la mattina dell’8 febbraio, istituzioni, decisori politici ed esperti collegati si incontreranno con i giovani delle scuole secondarie di primo e di secondo grado, per approfondire le tematiche del Better Internet for Kids Policies, ovvero opportunità e criticità connesse al mondo delle tecnologie digitali. Tra i presenti, ci saranno anche i giovani “attivisti” dello Youth Panel, composto dai ragazzi di scuole iscritte a Generazioni Connesse in quanto rappresentanti di azioni virtuose italiane relative all’uso delle nuove tecnologie.  
A seguire, ci saranno due webinar formativi, realizzati dagli esperti del Safer Internet Centre, dedicati a docenti e studenti: si parlerà di digital storytelling e web reputation, di nuove proposte didattiche per la cittadinanza digitale, di opportunità e rischi della Rete. 

La ricerca   
Meno tempo speso online e maggiore consapevolezza dei rischi in cui si può incappare sul web. Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’annuale ricerca condotta da Generazioni Connesse, in collaborazione con Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e Sapienza Università di Roma – CIRMPA, in occasione del Safer Internet Day 2022, su un campione di 2.472 studenti di scuole secondarie di primo e secondo grado.  
Se, infatti, tra il 2019 e il 2020 era più che raddoppiata la percentuale di coloro che raccontavano di essere connessi dalle 5 alle 10 ore al giorno - passando dal 23% al 59% - nell’ultimo anno il dato ha iniziato lentamente a tornare sui livelli pre-pandemia fino alla più recente rilevazione secondo cui il 42% dei ragazzi è stato collegato al web per un tempo medio così lungo.  
Meno ore su Internet anche per coloro che si dichiarano “sempre connessi”, che scendono dal 18% rilevato nel 2021 al 12% della prima rilevazione del 2022. Il restante 46% degli adolescenti coinvolti nella ricerca, invece, stima di passare online meno di 4 ore al giorno, contro il 23% complessivo di 12 mesi fa. 
Aumenta la consapevolezza dei ragazzi e, in particolare, di quanti sfruttano le conoscenze acquisite sui meccanismi della Rete per aiutare i coetanei in difficoltà: nell’ultimo anno, il 95% degli studenti coinvolti nella ricerca dichiara di aver sostenuto ragazze e ragazzi della propria età con consigli e suggerimenti per migliorare la loro esperienza nella dimensione digitale. I più diffusi? Evitare di condividere online dati sensibili, fare attenzione alle persone conosciute in Rete, non diffondere foto e video privati sul web, non condividere informazioni sensibili su altre persone senza il loro consenso, verificare l’attendibilità di chi ci manda link prima di aprirli. Interventi quantomai utili, visto che pur crescendo la consapevolezza sulle potenzialità e sui rischi della Rete, fenomeni come il sexing o il cyberbullismo sono tutt’altro che sconfitti. Solo negli ultimi 2-3 mesi, il 24% degli intervistati racconta di aver scambiato proprie immagini intime, mentre il 7% dichiara di essere stato vittima di atti di cyberbullismo, a cui si aggiunge un 2% di cyberbulli e un 21% di spettatori di tali atti. 
Tra gli effetti positivi che il lento ritorno alla normalità sta avendo sulla vita digitale delle nuove generazioni c’è anche una spiccata attenzione per i temi della sicurezza online. Nell’ultimo anno, più della metà dei ragazzi (55%) dice di aver ricevuto indicazioni e informazioni utili per difendersi dai pericoli della Rete. Un dato quasi doppio rispetto a dodici mesi fa, quando appena il 29% affermava di confrontarsi su tali argomenti. Fondamentale il ruolo della scuola: la maggiore diffusione della cultura digitale è dovuta in gran parte all’azione svolta dai docenti. Le studentesse e gli studenti che hanno ricevuto insegnamenti sulla sicurezza online dai loro insegnanti sono passati dal 12% di un anno fa al 31% attuale. Il 68% delle ragazze e dei ragazzi però non ha mai sentito parlare del nuovo regolamento per il trattamento dei dati personali, il GDPR, entrato in vigore nel 2018 e si dichiara preoccupato in merito alla possibilità che i siti web visitati possano condividere le loro informazioni personali con altri. Simili percentuali vengono riportate anche rispetto al tracciamento di cosa fanno online (un po’ preoccupato 52%; molto preoccupato 39%) e a possibili usi non autorizzati dei dati forniti (un po’ preoccupato 65%; molto preoccupato 23%).   

La campagna di comunicazione “Il mese della Sicurezza in Rete” 
Con il SID 2022 partirà la sesta edizione della campagna “Il Mese della Sicurezza in Rete”. Durante tutto il mese di febbraio le scuole interessate a partecipare ad attività formative e di sensibilizzazione relative all’uso consapevole degli strumenti digitali potranno trovare informazioni relative agli eventi organizzati da associazioni, istituzioni ed aziende sul sito www.generazioniconnesse.it/site/it/2022/02/08/sid-safer-internet-day-2022/

Le attività social potranno essere condivise con l’hashtag #laretesiamonoi.  

Le scuole protagoniste 

Tutte le scuole potranno offrire un contributo durante tutto il mese di febbraio. Sarà possibile caricare online gli eventi realizzati per la giornata e durante tutto il mese, sul sito www.generazioniconnesse.it al seguente link https://www.generazioniconnesse.it/site/it/iniziative-e-lavori-delle-scuole/ 

Nel corso degli anni, il Safer Internet Day (SID) è diventato un appuntamento atteso per tutti gli operatori del settore, le istituzioni, le organizzazioni della società civile. Per informazioni relative agli eventi organizzati in tutto il mondo è possibile consultare il sito della Commissione Europea dedicato alla  giornata: https://www.saferinternetday.org/