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lunedì 4 maggio 2026

SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 2 gennaio 2026

LA LINGUA ITALIANA E L'INSEGNAMENTO

 


“La lingua italiana deve essere l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, fondamento cognitivo e civile”

Di redazione

Pubblichiamo la lettera inviata alla nostra redazione da Marco Ricucci, docente di Italiano e Latino e professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano.

Il dibattito sull’insegnamento dell’italiano e della letteratura nella scuola secondaria di secondo grado, in Italia, continua a essere impostato, perlopiù, come una disputa sul canone: quali autori preservare, quali ridimensionare, quali eventualmente escludere. Questa impostazione rischia di essere fuorviante, perché sposta l’attenzione dai nodi pedagogici reali verso una contrapposizione ideologica che raramente incide sulla qualità effettiva degli apprendimenti. E nasce, facilmente, la “caciara”, in particolare su gruppi social, ad opera di leoni da tastiera…

A mio avviso la riflessione critica e lucida che ci si deve attendere da chi è docente dovrebbe partire da una domanda preliminare, troppo spesso elusa: quale sia oggi la priorità formativa dell’insegnamento dell’italiano in una scuola che opera in un contesto sociale profondamente mutato, caratterizzato da una crescente complessità culturale, da una pervasiva mediazione tecnologica e da una progressiva fragilità delle competenze linguistiche di base, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, dove l’Intelligenza Artificiale pone sfide, anche in campo pedagogico.

Il punto centrale è che oggi la lingua italiana deve costituire l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, non in senso riduttivo o strumentale, ma come fondamento cognitivo e civile. Non regge più il tradizionale connubio tra letteratura e lingua, a livello didattico, per gli adolescenti del terzo millennio. Soffermarsi sul perché e sul come di questo divorzio sarebbe troppo lungo e non funzionale alla riflessione che qui propongo. La lingua, alla luce anche degli studi specialistici recenti, non è soltanto da intendere come un codice comunicativo, bensì come lo strumento attraverso cui si organizza il pensiero, si costruisce l’identità, si interpretano i testi e si prende posizione nel mondo. Senza una solida competenza linguistica, ogni discorso sulla letteratura rischia di rimanere astratto.

Le difficoltà linguistiche diffuse tra gli studenti di oggi non possono più essere considerate un problema marginale o contingente. Una quota significativa di ragazzi arriva alla scuola superiore con competenze fragili nella comprensione del testo scritto, nella gestione del lessico astratto, nella produzione di testi coerenti e argomentati. Lo attestano spesso i dati INVALSI e i test internazionali. Se ciò non bastasse, le Università dello Stivale organizzano i “corsi di recupero” per le matricole sulle competenze di base come la comprensione del testo e I laboratori di scrittura italiana; si chiamano, con eleganza accademica, Obblighi Formativi Aggiuntivi (OFA). Tali difficoltà delle competenze di base hanno ricadute dirette sulla capacità di orientarsi criticamente in una società complessa, globale e fortemente mediatizzata, minando il diritto a essere un cittadino pieno nella società del mondo di oggi.

Le Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012 collocano la lingua al centro del percorso formativo, sottolineando come la comprensione, l’interpretazione e la produzione dei testi costituiscano competenze trasversali e fondative. La letteratura, in questo quadro, non è concepita come un repertorio di contenuti, ma come uno strumento privilegiato per educare alla complessità del linguaggio e dell’esperienza umana, che sarà sempre più essenziale in un mondo “inumano” dominato dalla presenza delle “macchine” e dall’invasione tecnologica.

Nella prassi didattica quotidiana, tuttavia, questo impianto viene spesso disatteso. L’insegnamento continua a essere strutturato secondo un modello storicistico uniforme, che presuppone, in maniera subdola e ipocrita, competenze linguistiche già consolidate. In assenza di tali competenze, tuttavia, la letteratura rischia di trasformarsi in un insieme di informazioni da memorizzare, perlopiù veicolato da prassi nozionistiche e da metodologie meramente trasmissive che fanno “comodo” a molti docenti, paladini spesso ciechi davanti alla realtà, con la velleità di “salvare” Dante e Manzoni a scuola.

Obiettivi e strumenti

È necessario, dunque, ripensare i percorsi in termini di riallineamento tra obiettivi e strumenti: se l’obiettivo è lo sviluppo delle competenze linguistiche, allora la selezione dei testi deve essere coerente con tale finalità. Ci può essere anche la storia della letteratura come è oggi… ma allora ci vuole un monte ore maggiore! Ripristiniamo, dunque, le cinque ore settimanali decurtate dalla Riforma Gelmini. Nessuno però grida per questo scempio perpetrato quasi venti anni fa!
In questa prospettiva, la letteratura del Novecento assume un ruolo centrale. I suoi testi affrontano temi vicini alla sensibilità dell’uomo contemporaneo: identità, crisi, relazioni, marginalità, conflitto. Dal punto di vista linguistico, consentono un lavoro più diretto sulla comprensione e sull’argomentazione, senza la mediazione continua della parafrasi.
La scelta dei testi non è neutra, ma pedagogica. Privilegiare opere che consentano un accesso reale alla lingua, senza perdersi in un mare di note o in estenuanti parafrasi che spesso sono delle vere traduzioni in italiano corrente per i ragazzi di oggi, significa rendere effettivo il diritto all’apprendimento.

In una società dominata da linguaggi tecnici e semplificati, la letteratura educa al valore della parola, alla lentezza e alla profondità del senso, ossia contrasta la frammentazione dell’attenzione e l’impoverimento del lessico, dischiudendo dolcemente quel “naufragar” di memoria leopardiana.

È anche attraverso la lettura che si può restituire agli studenti il piacere della parola e della riflessione come strumenti di sviluppo personale, rispetto a un cimitero di date e nozioni: una “battaglia” contro gli “-ismi”, per alludere a un saggio di Luigi Capuana.

Ciò non implica l’esclusione della tradizione, ma una mediazione didattica consapevole. Anche le Indicazioni nazionali parlano di flessibilità, gradualità e centralità del testo.

L’educazione umanistica

Riportare al centro la lingua italiana, attraverso un uso pedagogicamente fondato della letteratura del Novecento, significa rendere effettiva l’educazione umanistica; i secoli precedenti possono essere commisurati e riadattati a tale prospettiva.

Poi si può discutere se sia pedagogicamente proficuo oppure “giusto” ed equo differenziare i programmi dell’insegnamento della storia della letteratura italiana in base all’indirizzo di studi della scuola secondaria di secondo grado. Ma la premessa teorico-didattica, basata sul principio dell’onestà intellettuale, deve essere chiara: tenere conto della realtà dei nostri alunni e delle quattro ore settimanali che noi decenti abbiamo.

Orizzonte Scuola

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sabato 6 dicembre 2025

LA PAROLA FA UGUALI


Il capitale semantico della società: dalla parola che fa eguali a Barbiana, alla comunicazione significativa

di Daniele Scarampi 

Ogni lingua stabilisce un sistema di significati sconfinato e assai eterogeneo se rapportato ad altri sistemi: ecco perché, sulla spinta delle teorie di A. von Humboldt e per tutta la successiva prima metà del Novecento, è nata e poi si è consolidata la teoria del relativismo linguistico, ovverosia l’idea che la lingua possa influenzare il pensiero, determinare le concezioni e veicolare ovvero modificare la percezione della realtà da parte di ogni singolo individuo (Sapir, Whorf 2017).

Le diversità linguistiche sono pertanto divenute il mezzo per spiegare almeno parzialmente le differenze cognitive o culturali delle varie società, atteso che idee e concetti possono subire l’influenza della lingua e quest’ultima, sovente, utilizza i suoi strumenti per plasmarli. La lingua è dunque un agente trasformativo della realtà, include in sé la visione del mondo e la modifica oppure ne cambia i presupposti, stabilendo successivamente le modalità del pensiero di coloro che la utilizzano (Prato 2019): tra linguaggio e pensiero – come già ammoniva L.S. Vygotsky – sussiste infatti una relazione dinamica e un rapporto di stretta reciprocità perché i parlanti e gli scriventi decodificano la realtà mediante la lingua; del resto la nota ipotesi di E. Sapir e B. Whorf, linguisti e antropologi, conosciuta anche come ipotesi della relatività linguistica, asserisce che ogni lingua determina la struttura cognitiva di chi la pratica. In altri termini, una data lingua, per mezzo del suo vocabolario e delle sue strutture grammaticali, tende a influenzare il sistema cognitivo e il modo di percepire il mondo: di conseguenza, chi parla e scrive lingue diverse avrà una differente concezione della realtà.

Ogni lingua è tutt’altro che un mero mezzo d’accesso al pensiero; è piuttosto uno strumento attraverso cui il pensiero prende forma ed esercita un’influenza diretta sulla cognizione.

Ne consegue che le differenze tra le lingue testimoniano sempre le diverse sfumature attraverso le quali i vissuti degli individui vengono percepiti, cosicché accettare la diversità etnolinguistica significa anzitutto accettare le diversità tanto sociali quanto culturali tra i popoli; è indubbio che, oggi, intervenire educativamente nei linguaggi parlati o scritti significa anche intervenire sulle condizioni sociali di parlanti e scriventi.

Compito dell’istruzione è intendere gli altri e farsi intendere, in modo da possedere gli strumenti necessari per poter affrontare la quotidianità, con tutte le sue difficoltà e i suoi fallimenti. La parola fa eguali, salva, emancipa e ben lo aveva intuito don Lorenzo Milani con la sua scrittura collaborativa e riflessiva, antesignana dell’attuale cooperative learning, della peer education, della didattica laboratoriale e di quella per competenze. Attualmente sui banchi di scuola non ci sono più gli ospiti di Barbiana, ma ci sono i figli degli immigrati, i bambini e i ragazzi che portano il fardello di situazioni familiari disastrose, i bisogni educativi speciali non certificati, i numerosissimi minori non accompagnati, gli apolidi, i dispersi, gli abbandonati o i figli delle guerre: insomma le nuove povertà educative.

L’ottavo sacramento

Il compito della scuola, che don Milani definiva l’ottavo sacramento, è inseguire un ideale di giustizia ed equità sociale e tradurlo in una serie di azioni pratiche e concrete, a supporto di ogni discente. Perché la scuola che sa accogliere è anche quella che sa prendersi cura di ogni esigenza e soprattutto che sa mettere lo studente al centro dell’apprendimento.

Del resto la scuola non deve essere soltanto un luogo di trasmissione dei saperi, ma deve farsi spazio di ricostruzione del senso; l’educazione non è più soltanto un processo di istruzione, ma è un atto di ricomposizione semantica del mondo: là dove i linguaggi si moltiplicano e si frammentano, la scuola deve diventare il luogo in cui si genera il capitale semantico della società, ovverosia l’insieme dei significati condivisi che permettono a una comunità di pensare, comunicare e progettare il proprio futuro (Fundarò 2025). Questa è la più intima eredità di Barbiana.

Il nostro tempo è attraversato da una profonda crisi del significato, dovuta all’infodemia che la rivoluzione digitale ha generato; per cui l’aumento della mole informativa non corrisponde a un aumento di conoscenza, semmai la disgrega e la parcellizza.

Educare, pertanto, significa anche e soprattutto costruire la competenza semantica, cioè la capacità di attribuire significati condivisi, costruire relazioni di senso e riconoscere le connessioni tra le informazioni. La scuola, in questa prospettiva, ha l’obbligo di custodire e implementare il capitale semantico, cosicché – nella selva dei linguaggi frammentati – si possa perseguire l’unità del senso, condurre verso la responsabilità della parola e dare forma al pensiero.

La sfida educativa dei nostri giorni – come ben hanno intuito L. Floridi (2024) e A. Fundarò (2025) – non è reperire dati e informazioni, ma piuttosto comprenderli, interpretarli e trasformarli in conoscenza, poiché la competenza semantica presuppone tre dimensioni fondamentali: la capacità di decodificare testi e messaggi, l’attitudine a valutare la verosimiglianza delle informazioni e, non in ultimo, la creatività cognitiva, ossia l’abilità nel generare nuovi significati a partire dai dati disponibili.

Capitale semantico

D’altronde il capitale semantico è quella sommatoria di contenuti che consente di dare un senso alle esperienze vissute, alimentando processi di interpretazione, comunicazione e comprensione reciproca: l’eredità invisibile fatta di parole condivise, esperienze sedimentate, simboli riconoscibili; in un mondo dove i devices sanno già comunicare e il web veicola la conoscenza, il vero traguardo è comprendere, selezionare, interpretare i messaggi orali e scritti in modo da restituire significati comprensibili a tutti e combattere la disinformazione. Oltretutto ragionare sulle parole, usate nelle più disparate situazioni, ci aiuta a capire un po’ meglio come funziona la lingua.

Ora, se il fine ultimo dell’istruzione è creare individui consapevoli, il traguardo che la scuola deve imporsi è quello di emancipare le persone dai gioghi culturali e sociali, per poi condurle verso lo sviluppo d’una coscienza critica utile a far valere sempre quei diritti fondamentali troppo spesso vilipesi e calpestati. Ecco dove nasce la pedagogia dell’aderenza assai cara al Priore di Barbiana: partendo dall’ambiente in cui vive, lo studente costruisce la propria conoscenza e il docente, nell’organizzare i significati, struttura con il discente un ambiente d’apprendimento efficace e operativo. Dal particolare all’universale allievo e maestro pattuiscono regole comuni.

Quindi, costruito un apprendimento significativo, la pedagogia dell’aderenza accompagna verso lo sviluppo di quella che C. Rinaldi (2024) definisce «intelligenza sensibile» – naturale evoluzione dell’intelligenza emotiva di M. Goleman – che, trascendendo l’empatia, raggiunge un livello assai profondo di comprensione sensoriale.

Non si tratta solamente di comprendere ciò che il nostro interlocutore prova sul piano emotivo, ma di ascoltare anche i suoi segnali più sottili e corporei che costituiscono un fondamentale feedback comunicativo. La comunicazione efficace non è fatta soltanto da un uso sapiente delle parole, ma anche dalla capacità di ascolto attivo, che consente di accogliere l’altro, di creare un clima di fiducia reciproca, di mettersi in frequenza comprendendone i messaggi e stabilendo quelle connessioni indispensabili al superamento di attriti e incomprensioni.

In conclusione vale la pena osservare che, da sempre, l’identità di un popolo o di una cultura è legata inscindibilmente alla lingua, in quanto scrigno di valori culturali e punti di vista differenti resi manifesti per il tramite degli strumenti lessicali e delle regole grammaticali. Tuttavia lingua e identità sono concetti mobili, in continua evoluzione, ed ecco che il capitale semantico fornisce gli strumenti concettuali per dare senso alla realtà e creare un senso di appartenenza.

 

Biblio-sitografia

Bramante, R.P., Ascolto attivo: una competenza silenziosa, , 24 ottobre 2025.

Fundarò, A., Il capitale semantico dell’educazione: costruire identità e senso nell’era digitale, , 31 ottobre 2025.

Genovese, G.A., , Erickson.it, 23 gennaio 2025.

Laudisa, E., , GoodJob.Vision, 4 febbraio 2024.

, Rivista.ai, 31 ottobre 2024

Prato, A., , IstitutoEuroArabo.it, 2019.

Rinaldi, C., , Milano, Egea, 2024.

Ronchi, M., , econopoli.ilsole24ore.com,16 ottobre 2025.

Sapir, E., Whorf, B., , Cassarai, M., Crucianelli, E. (ed.), Roma, Castelvecchi, 2017.

Scarampi, D., L’ottavo sacramento: una scuola che accoglie. La lezione di don Milani, Firenze, Giunti Scuola, 2021.

Scarampi, D., , Lingua italiana, Treccani.it., 2023.

Treccani 

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domenica 23 marzo 2025

ORSO BIANCO e NERO



L’orso bianco era nero

Storia e leggenda della parola


Roberto Vecchioni*

Edizioni PIEMME - Marzo 2025 


«Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero. Non ho nessuna intenzione di sciorinarvi un'opera corretta, metodica, e men che meno colta, accademica, incomprensibile ai più e infine del tutto inutile a chi sfaccenda pieno di problemi suoi col tempo che vola. 
D'altronde non ho neanche voglia di mortificare una scienza (arte?) meravigliosa riducendo tutto all'osso e tirar fuori un "bigino" per deficienti. L'intento è un altro: è quello di farvi innamorare. 
Avete letto bene! Farvi innamorare della parola. Penserete "questo è matto". Scommettiamo? Sono i miei ottant'anni d'amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri, un gioco famelico a sapere e chiarire, un'ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e capivo, comprendevo a pieno la "vera" essenza di tutto, la corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e invece sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, le commozioni nostre e degli altri; le parole sono un groviglio logico di foni, suoni che specchiano l'uomo. 
Questa era la mia felicità.»

*È uno dei padri storici della canzone d'autore in Italia. È stato professore di greco e latino per molti anni, attualmente insegna Contemporaneità dell'antico all'Università IULM di Milano. Per Einaudi ha pubblicato Viaggi del tempo immobile (1996), Le parole non le portano le cicogne (2000), Parole e canzoni (2002), Il libraio di Selinunte (2004), Diario di un gatto con gli stivali (2006), Scacco a Dio (2009), Il mercante di luce (2014), La vita che si ama. Storie di felicità (2016), Lezioni di volo e di atterraggio (2020) e Tra il silenzio e il tuono (2024). Per Frassinelli è uscito il libro di poesie Di sogni e d'amore (2007), per Bompiani Canzoni (2021), un'autoantologia dei testi più significativi di cinquant'anni di carriera. Sua è la traduzione del Prometeo incatenato di Eschilo andata in scena a Siracusa nel maggio 2023. È ospite fisso di In altre parole, trasmissione condotta da Massimo Gramellini su LA7.

venerdì 17 gennaio 2025

LINGUA E DIALETTI



 GIORNATA NAZIONALE 

DELLE LINGUE LOCALI


Oggi è la Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali. Ma che cos’è una lingua, che cos’è un dialetto, e come si distinguono?

I linguisti in genere definiscono dialetto la varietà di una lingua parlata in una località o in un’area specifica, per esempio il dialetto veneziano (varietà del veneto parlata a Venezia), o il dialetto pescarese (varietà dell’abruzzese parlata a Pescara. Si definiscono invece lingue i “gruppi di dialetti” che condividono la stessa sintassi, le stesse regole morfologiche, la stessa fonologia (cioè le regole che governano il sistema dei suoni della lingua), anche se non necessariamente gli stessi suoni e lo stesso lessico. Questa variabilità nei suoni e nelle parole, determinata anche dall’assenza di standardizzazione poiché spesso le lingue locali sono solo parlate, può portarci a pensare che il dialetto del paese vicino sia un’altra lingua, ma nella maggior parte dei casi non è così. I dialetti si distribuiscono lungo un continuum linguistico, rendendo difficile tracciare confini netti tra una lingua e l’altra.

In Italia si parlano molte lingue romanze, sviluppatesi direttamente dal latino e sorelle dell’italiano, lingua romanza a base toscana. Sono lingue il sardo e il friuliano, ma anche il napoletano/campano, il siciliano, il veneto, il piemontese, l’abruzzese: sebbene i dialetti meridionali non estremi formino un continuum, infatti, tra il napoletano e l’abruzzese ci sono differenze strutturali sufficienti a considerarli due lingue distinte.

La tradizione linguistica italiana ha etichettato invece come dialetti tutte le varietà linguistiche diverse dall’italiano standard. Secondo questa visione sono dialetti il sardo e il milanese, ma non il croato e il tedesco, anch’essi parlati da minoranze in Italia, che invece sono lingue. Questa classificazione si basa su criteri non linguistici ma sociopolitici, secondo i quali un dialetto è una lingua incompleta, inferiore all’italiano perché parlata localmente e perché mancante di buona parte del lessico “colto”. Il lessico, però, come dicevamo, non è la parte centrale di una lingua: bisogna ricordare che una lingua ha diverse componenti, e che tutte le lingue locali hanno una grammatica completa e perfettamente funzionante.

Qualunque sia il nome che vogliamo dare a queste lingue locali, l’importante è ricordarci di continuare a parlarle. Ciò ci consentirà di godere di tutti i benefici del bilinguismo e, al contempo, di preservare il nostro ricchissimo patrimonio storico e culturale. Viva le lingue locali, viva i dialetti!

 

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sabato 21 dicembre 2024

DOVE STA LA GRAMMATICA ?


 Grammatica a scuola

allarme 

lanciato dall'Accademia della Crusca

Gli italiani fanno fatica a comprendere i testi che leggono: per l'Accademia della Crusca è colpa della scarsa conoscenza della grammatica

 

 


-di Patrizia Chimera*

 Il 58esimo rapporto annuale del Censis ha svelato un quadro preoccupante per quello che riguarda la situazione sociale del nostro Paese. Per quello che riguarda la formazione e l’istruzione sono molti i punti deboli che emergono dall’indagine. In particolare i riflettori sono puntati sulla scarsa capacità di comprendere i testi che si leggono. Secondo l’Accademia della Crusca questo “problema” potrebbe essere dovuto al fatto che non si studia e non si impara più la grammatica italiana come una volta. Qual è il collegamento tra la comprensione di un testo e la grammatica di una lingua?

La scarsa conoscenza della grammatica italiana

Gli italiani hanno gravi difficoltà a comprendere i testi, un aspetto che fa parte del cosiddetto analfabetismo funzionale. Mirko Tavoni, professore di Linguistica italiana e Filologia dantesca all’Università di Pisa, in un intervento sul sito dell’Accademia della Crusca, ha analizzato i dati del Censis, soffermandosi sulla conoscenza degli italiani della grammatica.

La domanda che il linguista si pone è la seguente: lui si chiede se “la grammatica che si fa – o forse non si fa – nella scuola secondaria abbia o non abbia conseguenze sulla migliore o peggiore comprensione dei testi: abilità, quest’ultima (Reading literacy), senza alcun dubbio di capitale importanza nei sistemi educativi di tutto il mondo”.

Il linguista si chiede anche come vengono “spese le due o tre ore di scuola dedicate alla lingua, sulle sei complessive riservate all’Italiano, ogni settimana, da due milioni e mezzo di adolescenti nel pieno del loro sviluppo intellettuale, e replicate per tre anni (alle medie) più due (al biennio) della loro vita”. La mole di tempo è molta e la domanda se questo tempo e le energie spese vengono messi a frutto bene o male. Perché questo può fare la differenza per il futuro degli studenti.

Conoscere la grammatica per comprendere i testi che si leggono

Le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, che il Miur ha reso note nel 2012, non pongono troppo l’accento sulla grammatica, “né in generale né in particolare per servire a comprendere i testi”. A essere protagoniste sono le quattro abilità chiave: saper ascoltare, saper parlare, saper leggere, saper scrivere.

Il linguista, nel suo intervento, ha segnalato che 50 anni fa è iniziata la svalutazione della grammatica. I risultati di tale scelta sono sotto gli occhi di tutti, visto il rapporto del Censis e anche gli esiti delle prove Invalsi. Secondo Tavoni, però, la conoscenza della grammatica italiana ha una forte influenza nella comprensione dei testi.

“La grammatica scolastica, per quanto migliorata nella capacità di descrivere finemente la norma e l’uso, è rimasta immutata – a parte limitate iniezioni di grammatica valenziale – nell’impostazione teorica sottostante, cioè nella obsoleta routine di analisi grammaticale, analisi logica, analisi del periodo, e annesse inerti tassonomie. Appunto il tipo di grammatica che non serve granché a capire i testi”, ha poi aggiunto Mirko Tavoni.

Secondo lui, sarebbe il caso di mettere a disposizione uno strumento didattico utile ad affrontare le tematiche fondamentali “che andrebbero fatte a scuola, come la linguistica moderna ci ha insegnato da almeno trent’anni, e che costituirebbero anche l’introduzione ottimale alla comprensione dei testi”. Ad esempio, analizzare la frase in sintagmi, distinguere il livello sintattico dal livello semantico e da quello informativo, riconoscere la struttura argomentale non solo dei verbi. Per passare “dalla grammatica implicita alla grammatica esplicita, cosa che le Indicazioni nazionali raccomandano agli insegnanti di fare senza dare loro la minima indicazione su come farlo”.

Rapporto annuale del Censis e analfabetismo funzionale in Italia

Il 58° Rapporto Censis ha messo in evidenza un cambiamento generazionale. I giovani sono più attenti all’ambiente, ma frequentano un sistema scolastico che è sempre più fragile. I risultati peggiori si hanno in italiano e in matematica e sono molte le lacune per quello che riguarda la conoscenza della storia e della letteratura.

Secondo quanto è emerso, quasi la metà degli studenti delle scuole superiori (43,5% in italiano, 47,5% in matematica) non raggiunge gli obiettivi di apprendimento previsti. Anche alle scuole medie le percentuali sono allarmanti: quasi il 40% in italiano e il 44% in matematica. Molti italiani non conoscono le date fondamentali della storia italiana, come l’Unità d’Italia, o i personaggi più importanti del Risorgimento, come Giuseppe Mazzini. Scarsa anche la conoscenza di grandi eventi storici internazionali o di grandi capolavori della letteratura.

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domenica 27 ottobre 2024

CURRICULA o CURRICOLI ?

 


Quale è il plurale della parola “curriculum”?

- di Patrizio Lo Votrico

 "Curriculum" è uno di quei termini che dal latino sono arrivati fino a noi e che sono entrati nella nostra quotidianità, ma, nonostante ciò, solleva dei dubbi: quale è il suo plurale?

La parola latina curriculum è entrata nella lingua italiana attraverso l’espressione curriculum vitae, che significa “corso della vita in breve”. Questo utilizzo appare per la prima volta nel 1892. Successivamente, a partire dal 1941, si trova l’uso della parola singola curriculum, che si afferma in forma invariabile ed è registrata nei dizionari italiani come un sostantivo maschile invariabile. Tuttavia, nel latino classico, curriculum era un sostantivo neutro. Con il passaggio all’italiano, ha subito un cambiamento di genere, passando da neutro a maschile.

Il plurale corretto di “Curriculum”

Questo cambiamento di genere crea difficoltà e dubbi quando si tratta di più esemplari di curriculum e non più uno solo. Anche se esiste la forma italianizzata curricolo, con il rispettivo regolare curricoli, la parola latina originale curriculum continua ad essere la preferita. Il plurale corretto di curriculum sarebbe curricula, secondo le regole del latino. Tuttavia, questa forma incontra una certa resistenza, poiché la desinenza in -a, tipica del plurale dei neutri latini, non è comune nella morfologia italiana e presuppone una conoscenza di base del latino.

Anche vocabolari recenti come il GRADIT, il Vocabolario Treccani online e lo Zingarelli riconoscono una varietà di possibilità. Tra queste, la forma invariabile curriculum è accettata, trattando la parola come un prestito ormai stabilizzato che ha perso la sua forma plurale originaria. Questo accade anche con altri latinismi moderni, come referendum.

In conclusione, anche se la forma curricula sarebbe preferibile, viene talvolta percepita come un eccessivo sfoggio di erudizione. Le alternative sono curricoli, che non è molto diffusa, e l’invariato curriculum, ampiamente utilizzato e accettato.

Conclusioni sulle forme di “Curriculum”

La parola curriculum deriva dalla lingua latina e significa letteralmente “corso” o “percorso”. In ambito moderno, il termine si è affermato soprattutto con il significato di “curriculum vitae”, ossia il documento che elenca il percorso formativo e lavorativo di una persona.

Dal punto di vista linguistico, una delle questioni più frequenti riguarda la formazione del suo plurale. Seguendo la grammatica latina, il corrispettivo corretto di curriculum sarebbe curricula, poiché in latino i nomi neutri della seconda declinazione terminano in -um al singolare e in -a quando ci si riferisce a più di un esemplare.

Tuttavia, nell’uso quotidiano della lingua italiana, si sono sviluppate altre forme di plurale. Tra queste, troviamo curricoli, una forma italianizzata che rispetta le regole del nostro idioma, ma che non è largamente utilizzata. Molto più diffusa è la tendenza a mantenere la forma invariabile curriculum, trattandola come un forestierismo integrato nella lingua italiana, analogamente a quanto accade con parole come referendum, che è anch’esso invariato.

L’importanza di mettere la lingua latina nel “curriculum”

La lingua latina, spesso considerata una lingua morta, continua a rivestire un ruolo fondamentale nella formazione culturale e intellettuale. Studiarla oggi non significa semplicemente imparare una lingua che non è più parlata correntemente, ma entrare in contatto con le radici stesse della nostra cultura, della nostra storia e del nostro pensiero. Vediamo perché lo studio della lingua rimane rilevante.

1. Radici linguistiche e culturali

La lingua latina è la lingua madre di molte lingue moderne, come l’italiano, lo spagnolo, il francese, il portoghese e il rumeno, tutte appartenenti al ceppo delle lingue romanze. La conoscenza del latino facilita non solo l’apprendimento di queste lingue, ma anche la comprensione profonda delle strutture linguistiche. Molti termini, soprattutto nel campo delle scienze, della filosofia e della giurisprudenza, derivano direttamente dalla lingua latina, e conoscerne l’etimologia aiuta a comprendere meglio il loro significato e utilizzo.

Ad esempio, molte parole italiane quotidiane come “tempo”, “amore”, “vita” derivano da tale lingua classica (tempusamorvita). Questa influenza non si limita al lessico, ma coinvolge anche la grammatica e la sintassi. Conoscere il latino significa saper decodificare meglio le sfumature del linguaggio moderno.

2. Pensiero critico e logica

Non è solo una lingua, ma una chiave per comprendere la logica e la struttura del pensiero occidentale. Tradurre da questa lingua classica richiede un notevole sforzo di analisi e comprensione. La sua grammatica complessa obbliga lo studente a ragionare con attenzione e a sviluppare capacità di problem solving.

La pratica del tradurre costruisce un pensiero analitico, portando a sviluppare abilità critiche che sono utili in ogni ambito della vita.

Un esercizio di traduzione dalla lingua latina non è solo una questione di trovare corrispondenze lessicali, ma anche di interpretare il significato nel suo contesto e di restituirlo con coerenza. Questa operazione rende lo studio della lingua particolarmente formativo, non solo da un punto di vista linguistico, ma anche logico.

3. Importanza nelle discipline moderne

Questa lingua è presente in molti campi del sapere moderno, dalla biologia alla medicina, dalla giurisprudenza alla teologia. Molti termini scientifici e medici derivano direttamente dal latino, e una buona conoscenza della lingua può semplificare la comprensione di questi vocaboli tecnici.

In biologia, per esempio, i nomi scientifici delle specie animali e vegetali sono ancora oggi espressi in lingua latina, secondo la classificazione binomiale introdotta da Linneo nel XVIII secolo. Lo stesso vale per la medicina, dove molti termini anatomici, patologie e procedure mediche mantengono il loro nome in lingua latina. Avere familiarità con il latino permette quindi una maggiore comprensione di questi settori specializzati.

4. Sviluppo di competenze trasversali

Infine, il suo studio sviluppa una serie di competenze trasversali che risultano utili anche in contesti lavorativi. La capacità di analizzare, di risolvere problemi complessi, di lavorare con precisione e di comunicare efficacemente sono tutte abilità che si sviluppano nello studio della lingua latina. Queste competenze sono altamente trasferibili e possono essere applicate in una vasta gamma di professioni, dal diritto alla comunicazione, dalla scrittura alla gestione aziendale.

Nell’epoca della tecnologia e dell’innovazione, lo studio di suddetta lingua ci ricorda che le radici del progresso affondano nella conoscenza del passato.

 Liberiamo

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sabato 19 ottobre 2024

FORMARE LE PAROLE

La lingua e la corretta formazione delle parole: aferesi, sincope e apocope


di Patrizio Lo Votrico

 Aferesi, sincope e apocope: cosa sono questi fenomeni della lingua italiana? Quanto li utilizziamo senza rendercene conto? Scopri la corretta formazione delle parole italiane

La lingua italiana è in continua evoluzione, e i suoni, le parole e le espressioni cambiano nel tempo. Alcuni dei fenomeni linguistici che modellano la struttura delle parole, soprattutto nella loro forma parlata, includono l’aferesi, la sincope e l’apocope.

Questi tre fenomeni riguardano l’elisione o la caduta di suoni o sillabe all’inizio, nel mezzo o alla fine di una parola, e sono processi fondamentali nel comprendere come si trasformano le parole nel corso del tempo. In questo articolo, esploreremo in dettaglio ciascuno di questi fenomeni, fornendo esempi e analizzandone l’importanza.

Cosa sono L’aferesi, la sincope e l’apocope

Aferesi: la caduta iniziale

L’aferesi è il fenomeno linguistico in cui una o più lettere o suoni all’inizio di una parola vengono omessi. Questo processo può verificarsi per ragioni fonetiche, di economia linguistica o di comodità nel parlato quotidiano.

L’aferesi è particolarmente comune nelle lingue romanze, come l’italiano, il francese e lo spagnolo, e spesso contribuisce all’evoluzione e alla variazione dialettale di una lingua.

Senza ombra di dubbio l’aferesi più celebre della letteratura italiana è quella che troviamo nel primo verso del XXVI componimento poetico contenuto in Vita Nova di Dante alighieri, ovvero: “Tanto gentile e tanto onesta pare” in cui quel “pare” non è altro che “appare“, inteso cioè di qualcosa che appare fisicamente in maniera subitanea e estemporanea, in aferesi, cioè con la caduta, in questo caso, della prima sillaba, e non come potrebbe sembrare a prima vista la variante colloquiale di “sembra”.

Un esempio classico di aferesi in italiano si trova nella parola “storia,” che nel latino classico era “historia. ” Con il tempo, l’”h” iniziale è caduta, poiché la lingua italiana, come molte lingue romanze, ha tendenzialmente eliminato la pronuncia dell’h aspirata del latino. Questo fenomeno di aferesi non è solo un fatto storico, ma continua a manifestarsi nel parlato quotidiano moderno, soprattutto nelle forme colloquiali o informali. Per esempio, la parola “sopra” può diventare ” ‘sopra” nel linguaggio rapido e colloquiale, o “apostrofare” può essere ridotta a ” ‘postrofare. ”

Un altro esempio interessante si trova nell’inglese, dove “about” può diventare “‘bout” nella lingua parlata. Il fenomeno dell’aferesi ha un impatto notevole sul ritmo e sulla fluidità del parlato, specialmente in contesti informali.

Sincope: l’elisione interna

La sincope si verifica quando un suono o una sillaba all’interno di una parola viene eliminato. Questo fenomeno si manifesta spesso durante la naturale evoluzione delle lingue, poiché alcune sillabe possono risultare superflue o difficili da pronunciare rapidamente, soprattutto nelle forme parlate più veloci e quotidiane.

Un esempio noto di sincope in italiano è la trasformazione della parola latina “calidus” in “caldo. ” In questo caso, la sillaba “li” è stata omessa, lasciando una forma più breve e agevole da pronunciare. Un altro esempio si può trovare nel passaggio da “domina” (latino) a “donna” (italiano), dove la sincope ha rimosso la sillaba “mi,” creando una forma più snella e comunemente usata nel corso dei secoli.

Anche nella lingua inglese, la sincope è frequente. Per esempio, la parola “family” spesso si pronuncia “fam’ly” nella lingua colloquiale, con la caduta del suono della “i. ” Allo stesso modo, “chocolate” viene spesso pronunciata come “choc’late,” omettendo la sillaba centrale.

La sincope può anche essere un riflesso dell’economia linguistica, in cui i parlanti, per semplicità e rapidità, tendono a ridurre parole lunghe o complesse. È un fenomeno che dimostra come le lingue si adattano alle esigenze dei loro parlanti nel tempo, rendendo più agevole la comunicazione senza perdere il significato.

Apocope: la caduta finale

L’apocope riguarda la caduta di uno o più suoni o sillabe alla fine di una parola. Questo fenomeno è particolarmente comune nelle lingue romanze e nella lingua italiana, sia nei dialetti che nella lingua standard. L’apocope può verificarsi per facilitare il parlato o per ragioni stilistiche, spesso per ottenere una certa fluidità o musicalità nella frase.

Un esempio tipico di apocope in italiano è la parola “foto,” abbreviazione di “fotografia. ” Analogamente, “auto” è una forma apocopata di “automobile. ” Nella lingua parlata, questi fenomeni sono molto comuni, poiché facilitano una comunicazione più rapida e diretta.

L’apocope è comune anche in molti dialetti italiani. Ad esempio, nel napoletano, parole come “vado” possono diventare “và,” eliminando la desinenza finale per semplicità. Anche in contesti letterari o poetici, l’apocope viene utilizzata frequentemente per mantenere il ritmo o la metrica di un verso. Un esempio classico può essere trovato nella poesia italiana, dove l’elisione finale viene usata per creare effetti stilistici e armonia sonora.

Nelle altre lingue romanze, come lo spagnolo, l’apocope si manifesta in parole come “tele,” abbreviazione di “televisione”. Questo fenomeno non è solo una semplificazione linguistica, ma può anche riflettere un certo grado di informalità o familiarità tra i parlanti.

Un mosaico di trasformazioni linguistiche

L’aferesi, la sincope e l’apocope sono fenomeni che ci mostrano quanto la lingua sia flessibile e in continua trasformazione. Questi processi, che si verificano per vari motivi—dalla semplicità alla musicalità, dalla rapidità alla creatività—sono una parte essenziale dell’evoluzione linguistica e mostrano come le lingue si adattino nel tempo. Attraverso l’omissione di suoni o sillabe, le parole si adattano al ritmo e alle esigenze della comunicazione, specialmente nella forma parlata.

L’importanza di comprendere questi fenomeni non si limita alla linguistica storica o alla filologia, ma si estende anche alla comunicazione moderna. Nella vita di tutti i giorni, inconsapevolmente, ci troviamo spesso a usare parole e frasi abbreviate, che sono il prodotto di questi processi. Riconoscere l’aferesi, la sincope e l’apocope ci aiuta a comprendere meglio la natura dinamica e viva delle lingue, unendo passato, presente e futuro in un’unica rete di trasformazioni sonore e lessicali.

 

Liberiamo.it

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venerdì 30 agosto 2024

ANNO NUOVO VITA NUOVA

 



Valore della patria, identità nazionale
rispetto per l’autorità degli insegnanti. 

Con l’inizio del nuovo anno scolastico, la ‘scuola dei talenti’ di Valditara prende forma. Diverse le novità, a partire dal potenziamento dell’educazione civica e dall’avvio della politica di integrazione degli studenti stranieri neoarrivati nel nostro Paese messa in campo dal ministro dell’Istruzione e del Merito. 

I primi a tornare in classe, il 5 settembre saranno gli studenti della Provincia autonoma di Bolzano e delle scuole dell’infanzia della Lombardia. Il 9 sarà il turno degli alunni della Provincia autonoma di Trento, l’11 di Friuli Venezia Giulia, Marche, Piemonte, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto, il 12 Campania, Lombardia, Sicilia, Molise e Sardegna. Il 16 settembre la campanella suonerà, infine, per gli studenti di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Puglia e Toscana.

 Calendario scolastico 2024/25: vacanze lunghe per Natale e super ponte per Pasqua e Primo maggio

 Integrazione degli alunni stranieri

"In un’epoca di forti migrazioni, solo una forte identità sui valori fondanti potrà consentire di accogliere, di integrare, senza creare società lacerate, disarticolate in una pluralità di ghetti dove ognuno rifiuta l’altro" e "il primo passo per l’integrazione – afferma Valditara – è indubbiamente l’apprendimento linguistico". 

A decorrere dall’anno 2024/2025, nelle scuole che registrano tassi di presenza di alunni stranieri, è previsto, ove necessario, l’avvio di attività di potenziamento didattico della lingua italiana in orario extracurricolare. 

Dal 2025/2026 nelle classi con almeno il 20% di studenti stranieri che si iscrivono per la prima volta al Sistema nazionale di istruzione e che non sono in possesso delle competenze linguistiche di base in lingua italiana, può essere disposta l’assegnazione di un docente dedicato all’insegnamento dell’italiano per stranieri.

 Una nuova concezione dell’educazione civica

Entreranno in vigore le Nuove Linee Guida per l’insegnamento dell’Educazione civica ispirate al concetto di ‘scuola costituzionale’. Al centro la "formazione alla coscienza di una comune identità italiana", lo sviluppo di una "cultura dei doveri", ma anche promozione della cultura d’impresa, educazione al contrasto di tutte le mafie e di tutte le forme di criminalità e illegalità, educazione al rispetto per tutti i beni pubblici, promozione della salute e di corretti stili di vita, educazione stradale, cultura del rispetto verso la donna, promozione dell’educazione finanziaria e assicurativa e all’uso etico del digitale.

Stop agli smartphone in classe

Confermato il divieto di utilizzo, anche a fini didattici, dello smartphone dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di primo grado, salvo i casi in cui l’uso sia previsto dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato. Pc e tablet potranno essere utilizzati per fini didattici, sotto la guida dei docenti.

 

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